Anemone al buio

 

anemone-al-buio-light

Titolo: Anemone al buio

Autore: Maria Silvia Avanzato

Editore: Fazi

Anno: 2016

Pagine: 287

Prezzo: 14,00 euro per il formato cartaceo – 6,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 6/7

SINOSSI:

Gloria si risveglia dopo un incidente stradale e non vede nulla. I suoi occhi non funzionano più, e anche la testa funziona male. Ha problemi di memoria e non riesce più a distinguere i sogni dalla realtà. Confusa e in preda a quelle che sembrano allucinazioni, vive una lenta convalescenza nella casa di sempre, assistita dall’amica d’infanzia Licia. Ma qualcosa non torna. Troppe cose strane attorno a lei, troppe persone che non ricorda ma di cui ora sente meglio la voce.
Quando, in questa nuova dimensione, iniziano a consumarsi drammi e persino omicidi, Gloria decide che è arrivato il momento di fare un viaggio e ripercorrere i luoghi del passato alla ricerca di sé. Man mano che la memoria comincia a tornare, restituendole frammenti perduti, gli occhi riacquistano la vista, anche se lei preferisce non farne parola con nessuno, nemmeno col fidanzato, in cerca solo della verità. All’insaputa di tutti, vedrà finalmente la realtà che la circonda e scoprirà qualcosa di sconvolgente e insieme inaspettato: un complotto minuziosamente costruito attorno alla sua infermità con risvolti a dir poco raccapriccianti.

LA RECE DELLA KATE:

Non ricorda niente, non vede niente.

Le dicono sia stata vittima di un incidente stradale, che la vista tornerà, che la sua situazione è temporanea.

Le dicono che deve riposare. Licia è lì per quello. Si è trasferita a casa sua, la sua amica di sempre, l’unica persona che le sia rimasta, l’unica persona a cui importi davvero qualcosa, l’unica persona che ha conservato ancora un minimo di amore e che, con pazienza, prova a spiegarle le cose.

Sì, deve mangiare. No, non è più fidanzata. Sì, lui non vive più in Italia. No, lei un lavoro non lo ha più. Sì, deve lavarsi, puzza. Sì, dietro tutte quelle cicatrici e quei capelli tagliati c’era, una volta, una ragazza molto bella. Sì, tutto tornerà come prima, ma adesso lei deve fidarsi e ascoltare gli altri, come se essere momentaneamente ciechi e senza memoria significasse essere stupidi o avere anche le gambe, ferme, oltre agli occhi e ai ricordi.

Il lavoro come speaker in radio non c’è più, ora c’è Alessio al suo posto. Alessio che entra in casa, si fa il caffè e si fa spiegare come funziona il suo lavoro, quali sono le cose che deve dire, come si deve comportare. Certo, è imbarazzante, ma lui deve raccogliere un testimone piuttosto pesante e non vuole sbagliare niente. Alessio che è timido e impacciato ma anche protettivo e tenero. Lei non può vedere lui, ma lui vede lei, ogni sua mossa, ogni suo sentimento. Alessio la capisce, tollera i suoi malumori, la fa ridere. Da quanto tempo non rideva? Troppo. Ha bisogno di cose normali, Gloria. Di andare fuori a cena, essere un pochino corteggiata, vestirsi e lavarsi. Ha bisogno del braccio di Alessio, del suo calore di uomo, di quella voce flautata e serena vicino all’orecchio.

Ma Gloria ha bisogno anche di capire chi era, cosa ne è stato di lei e perché, prima dell’incidente, si era rivolta a una maga. Che razza di donna può pagare una maga per fare un malocchio? Chi era davvero la vecchia Gloria? Una speaker radiofonica bella e snob o una pazza scatenata assetata di vendetta?

E mentre i ricordi di Gloria cominciano a riaffiorare come da un mare molto molto profondo anche i suoi occhi, prima inutili, ora, piano piano, guariscono. Solo ombre all’inizio, poi, lentamente, sempre di più. Una luce qui, una sagoma là. Gloria non ne fa parola con nessuno, come se fosse un sesto senso, come se avesse capito che quello che lei è, la sua interezza e la sua salute, almeno quelle, devono essere preservate.

La fine arriverà, poi ne arriverà una seconda, perché in ogni thriller che si rispetti quella che sembra la fine, fine non è.

Perché gli ho dato 6/7?

Gli ho dato un voto tendenzialmente non altissimo (secondo i miei standard) perché, nonostante io sia una grande amante del genere thriller e – tutto sommato – possa dire di averne letti parecchi e, in aggiunta, io avessi grosse aspettative, non posso dire di essermi strappata i capelli dall’incredulità e dalla gioia.

Ma perché?

Intanto, ripeto, avevo aspettative MOLTO alte, e questo credo sia sempre deleterio e nei confronti del romanzo, e di noi stessi e dell’autore.

Ma, tornando a bomba: cosa mi ha fatto scegliere di non dare un voto molto alto nonostante questo sia uno dei miei generi preferiti?

Lo stile.

E questa è una cosa meramente e tragicamente personale, state bene attenti.

Il punto è che la cover dice bene. La Avanzato travalica il genere. Il che vuol dire, in soldoni e a casa mia, che lo distorce un pochettino. E come lo fa, nel caso specifico? Di cosa sto parlando? Sto parlando (adesso arrivo al punto, tranquilli) di uno stile di scrittura vagamente… aulico. Anemone al buio non ha il ritmo serrato che ci aspettiamo da un thriller con una copertina così e con un titolo così. Ha un ritmo lento, quasi ipnotico. Il ritmo di una persona che non ci vede e che niente ricorda. Ovattata lei, ovattati noi. Il cuore non batte alla velocità della luce, non si clicca freneticamente sul bordo del Kindle per voltare pagina e scoprire cosa diamine succederà dopo.

Ci si lascia andare, come fa Gloria. Vagamente ottenebrati da questo buio e da questa assenza di ricordi e quindi di personalità, rimaniamo anche noi un po’ schiavi e vittime della situazione.

Starete pensando che non è poi così male, tutto sommato. Che non è semplicissimo passare certe sensazioni da protagonista principale a lettore come in un trasfert letterario.

Avete ragione, l’idea non è male. Poi però mi devi dare la carica, perché è un thriller e non un giallo di inizio ‘800 con i tempi dilatati portati da indagini lentissime ed elucubrazioni filosofiche. Se parliamo di un thriller (e questo lo è) io voglio azione. Colpi di scena. Tensione palpabile.

La tensione arriverà nell’ultimo quinto del romanzo, all’80% di lettura, volendo proprio essere precisi. Il ritmo aumenta, la tensione cresce, ma viene l’istinto di cercare il pedale dell’acceleratore per valorizzare ancora di più certe atmosfere, alla ricerca spasmodica di quella passione e di quella irrequietezza che io, personalmente, cerco.

Mi verrebbe da usare una parola che non ha molto senso e che va presa per quello che è: a questo romanzo manca un po’ di “zin”. Quel qualcosa in più, quella luce, quel bagliore, che ti fa chiudere il libro con un sospiro, come se si fosse appena terminata una lunga corsa.

Da non leggere, dunque?

Non direi. Da leggere senza troppe aspettative e con la voglia di imparare uno stile di scrittura nuovo.

LA CITAZIONE:

Licia sospira. «Cosa vuoi sapere? Se hai un naso, una bocca, due occhi?».

«Perché una parte del mio viso è gonfia? Ho delle bende sulle gambe e sulle braccia. Perché tutta la parte destra della mia faccia è gonfia e dura?», mi trema la voce, vorrei saperlo davvero. Non vorrei saperlo davvero.

«Perché hanno ricostruito, Gloria. Hanno ricostruito una parte della tua faccia. Chirurgia plastica. Tutto tornerà a posto.», sembra spossata, stare con me deve averle fatto perdere il sonno.

La sposa scomparsa

13735149_1254171404615252_2127009400007554152_o

Titolo: La sposa scomparsa

Autore: Rosa Teruzzi

Editore: Sonzogno

Anno: 2016

Pagine: 171

Prezzo: 14,00 euro per il formato cartaceo – 9,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Dentro Milano esistono tante città, e quasi inavvertitamente si passa dall’una all’altra. C’è poi chi sceglie le zone di confine, come i Navigli, a cavallo tra i locali della movida e il quartiere popolare del Giambellino. Proprio da quelle parti Libera quarantasei anni portati magnificamente ha trasformato un vecchio casello ferroviario in una casa-bottega, dove si mantiene creando bouquet di nozze. È lì che vive con la figlia Vittoria, giovane agente di polizia, un po’ bacchettona, e la settantenne madre Iole, hippie esuberante, seguace dell’amore libero. In una piovosa giornata di luglio, alla loro porta bussa una donna vestita di nero: indossa un lutto antico per la figlia misteriosamente scomparsa e cerca giustizia. Il caso risale a tanti anni prima e, poiché è rimasto a lungo senza risposta, è stato archiviato. Eppure la vecchia signora non si dà per vinta: all’epoca alcune piste, dice, sono state trascurate, e se si è spinta fino a quel casello è perché spera che la signorina poliziotta possa fare riaprire l’inchiesta. Vittoria, irrigidita nella sua divisa, è piuttosto riluttante, ma sia Libera che Iole hanno molte buone ragioni per gettarsi a capofitto nell’impresa. E così, nel generale scetticismo delle autorità, una singolare équipe di improvvisate investigatrici a dispetto delle stridenti diversità generazionali e dei molti bisticci che ne seguono riuscirà a trovare, in modo originale, il bandolo della matassa.

LA RECE DELLA KATE:

Sono giornate strane, queste: dovrebbe essere estate, ma l’estate tarda ad arrivare. Si sta ancora con il golf addosso, in questa Milano uggiosa e un po’ preoccupata; la gente, nei bar, comincia a dire che la situazione è insolita e che l’estate è già arrivata ovunque, tranne che lì, a Milano. Non è normale, proprio no.

Ma se questo clima strano e inusuale mette di cattivo umore un po’ tutti, certamente è però sottofondo ideale per il nostro romanzo, un giallo classico che trova rifugio nella più classica delle città italiane. Grigia com’è, indaffarata com’è, popolata com’è; l’ideale per nascondere cose e idee, persone e segreti. È in quella Milano che ha trovato la morte, ormai molti anni fa, il marito di Libera, il papà di Vittoria. Lo hanno trovato ucciso e del colpevole nessuna traccia. Ma cosa doveva fare, Libera, con una figlia piccola da crescere e una vita da vivere? Ha dovuto arrendersi, lasciarsi portare, chinare la testa e lavorare, giorno dopo giorno, prima come libraia e ora, dopo anni, come fioraia. Una delle più famose di Milano, a dire la verità, dopo che una VIP ne ha parlato sui giornali. “I suoi bouquet della fortuna” li ha chiamati. E insomma, un po’ di notorietà gliel’ha regalata. Le sposine vanno da lei e, con il naso all’insù, a volte pretendono cose davvero assurde. Ma Libera non si scoraggia e, con pazienza e amore, dà vita a vere e proprie opere d’arte nelle quali i fiori parlano e raccontano storie e incantano tutti.

Libera ha solo quello: i suoi fiori e il suo laboratorio, culla dei suoi pensieri e delle sue preoccupazioni per quella sua figlia, Vittoria, troppo seria e troppo silenziosa, troppo – soprattutto – lontana da lei. La verità è che Vittoria non ha mai sopportato l’atteggiamento remissivo della madre, e la incolpa di essersi arresa troppo presto alla morte del marito. Vittoria è una combattente, una poliziotta senza se e senza ma, una donna, prima ancora, integerrima con se stessa e con gli altri. Non ammette sbavature, brutture di nessun tipo. Per Vittoria esistono il bianco e il nero, il giusto e lo sbagliato. Per fortuna, in mezzo a tutti questi dispiaceri c’è lei, Iole, la capostipite. Mamma di Libera e nonna di Vittoria, Iole è linfa vitale e della famiglia e del romanzo che, grazie a lei, decolla per non scendere mai più a terra. Iole è vitalità pura, pura vita, pura gioia, pura musica. Predicatrice dell’amore libero, non rifiuta mai una canna e allo sferruzzare dei ferri da maglia preferisce lo yoga.

Ed è proprio in una di queste giornate freddine e tristi che, alla loro porta, bussa una vecchia signora tutta vestita di nero. È la madre di Carmen, una ragazza scomparsa ormai molti anni prima. Il corpo non è mai stato trovato, il presunto colpevole dell’omicidio (l’ex fidanzato) non è mai stato ritenuto davvero colpevole, nessuna traccia di lei da viva… e insomma, il caso è stato definitivamente archiviato. Ma la signora non si è mai arresa, mai. Per tutto quel tempo è rimasta fedele alla sua idea: a uccidere sua figlia è stato quel ragazzo dai modi brutali e rudi, un vero piantagrane, un vero cretino che l’ha piantata a pochi giorni dal matrimonio, facendola quasi impazzire di dolore. Da quel momento Carmen non è più stata la stessa; lo seguiva, lo voleva convincere a tornare insieme, si presentava a casa sua. Insomma, da vittima stava per diventare carnefice e magari lui, in un impeto di rabbia, l’ha ammazzata. Bisogna trovare la verità, a tutti i costi. Bisogna convincere Vittoria a riaprire il caso.

E il caso viene riaperto davvero, le cartelle tirate fuori dai loro cassetti, i testimoni riascoltati. Ma va tutto troppo lentamente e a Libera pare che non si stia facendo abbastanza. Per fortuna, però, c’è Iole. Basta una parrucca e una giacca di pelle e… voilà, le due detective in erba sono pronte a sconvolgere Milano, i suoi dintorni e sicuramente anche Vittoria, spettatrice quasi inerme davanti alle mattane di mamma e nonna.

Perché gli ho dato 8?

Sia ben chiaro che a me i gialli non piacciono.

So che non è una premessa entusiasmante, ma ho anche una bella notizia per voi: so riconoscere i bei libri! Ho un vero fiuto, io! E sono così contenta che la CE mi abbia dato la possibilità di leggere questo romanzo e recensirlo per voi!

La sposa scomparsa è un giallo molto classico con personaggi che, di classico, non hanno, però, assolutamente niente. E questo ci piace… ci piace da morire!

Certo, è Iole che fa la parte del leone. È lei la primadonna. Iole fa uscire il romanzo giallo dai suoi confini e, prendendo in giro la serietà e la rigidità della nipote Vittoria, mette in ridicolo anche tutto il genere letterario, sempre così chiuso, così legato a schemi precisi, così composto. Ciò che rimanda è, però, una sensazione di profondo rispetto. Vero è che si burla della nipote, ma mai mette in discussione il suo lavoro, così come mai metterebbe in discussione la voglia di verità della madre di Carmen. Anzi: è ben decisa, proprio lei, a mettere la parola fine a questo mistero, trovando Carmen (viva o morta) e trovando il colpevole. Lo fa per gioco, per non annoiarsi, certo. Ma lo fa anche, supponiamo, per quella sete di giustizia e verità che alberga in tutti noi.

Il romanzo prende corpo, pagina dopo pagina. E pagina dopo pagina pare prendere corpo anche Libera, quella donna un po’ mesta, un po’ stanca, vagamente disillusa. Sembra drizzare le spalle, alzare il mento, scuotere i lunghi capelli rossi al vento. Libera di nome e di fatto, verrebbe da dire, alla fine di questo romanzo. Il che è, lo ammetto, un tantino scontato. Ma vero. Verissimo.

E Vittoria? Vittoria probabilmente cambierà opinione sulla madre. Vittoria probabilmente imparerà a rispettarla e a vedere in lei la donna che c’è.

Ma Vittoria ha dei segreti.

È un romanzo che non può annoiare, questo. Ha un plot classico ma ha personaggi indimenticabili. Ha una chiusa semplice ma d’effetto. Ha una prosa scorrevole ma non troppo banale. La Teruzzi (che di gialli se ne intende) ha dato la possibilità di fruire di questo romanzo un po’ a tutti. Dal lettore abituale di gialli a quello dell’ultimo minuto. Da quello più scafato, alla casalinga inesperta. È immediato, lineare, ha appeal.

La chiusa del romanzo fa ben sperare (ma direi proprio sia così) su un seguito. Abbiamo bisogno di saperne di più sulle tre donne, su quel marito e padre ucciso per mano di qualcuno che ancora non si conosce, sul segreto che aleggia intorno a Vittoria.

Insomma, mi sa che non è finita qui. E noi aspettiamo.

Ogni quindici minuti

511anrnyi3l

Titolo: Ogni quindici minuti

Autore: Lisa Scottoline

Editore: Fanucci Timecrime

Anno: 2016

Pagine: 472

Prezzo: 14,90 euro in formato cartaceo – 1,99 euro in formato digitale

Il voto della Kate: 6 ½

SINOSSI:

Il dottor Eric Parrish dirige l’unità psichiatrica di un grande ospedale di Philadelphia. Separatosi da poco dalla moglie, vive con la figlia di sette anni e fa di tutto per essere un padre premuroso. Il lavoro sembra essere l’aspetto migliore della sua vita: il suo staff lo stima, i riconoscimenti professionali si susseguono. Ma il giorno in cui prende in cura un nuovo paziente, il suo mondo inizia a sgretolarsi. Max Jakubowski è un diciassettenne problematico, con pensieri violenti nei confronti di una ragazza da cui è attratto, Renée, e ossessionato da un rituale che deve ripetere ogni quindici minuti esatti, un lasso di tempo brevissimo che scandisce la sua giovane esistenza travagliata. La situazione precipita quando Renée viene trovata assassinata, mentre Max sembra essere sparito nel nulla. Nel contempo Eric Parrish viene accusato dal suo staff di molestie sessuali sul lavoro e si ritrova così al centro di una spirale di eventi pronti a precipitare da un momento all’altro. Ma è tutto frutto del caso o qualcuno sta tramando per distruggere la sua vita? E chi potrebbe mai essere in grado di manovrare tanti fili?

LA RECE DELLA KATE:

Eric è l’uomo della porta accanto; il vicino di casa buono, educato e impeccabile. Padre presente e primario di psichiatria, i suoi modi sono sempre pacati e gentili. La sua vita, però, sta prendendo una piega molto strana e per niente piacevole: la moglie ha chiesto il divorzio, lui riesce a vedere la figlia sempre meno e quella che poteva essere una separazione consensuale sta invece diventando una battaglia a colpi di avvocati e telefoni sbattuti in faccia. Come se non bastasse, nella vita lavorativa di Eric arriva lui, Max, un ragazzo con manie ossessivo-compulsive (da qui il titolo del romanzo) che presto farà precipitare la situazione in un enorme buco nero.

E mentre l’amato primario viene accusato di molestie sessuali ai danni di una sua sottoposta, la ragazza di cui Max è da sempre innamorato viene trovata sgozzata in un parco. E chi potrebbe essere stato, per i giudici e per la stampa, se non Max, il ragazzo disturbato e scosso dalla recente perdita della nonna? E di chi è colpa, se non di Eric Parrish, il suo psichiatra, che nemmeno vuole collaborare alle indagini avvalendosi del suo diritto al segreto professionale?

Attorno a Eric si scatena un vero inferno e, mentre il suo avvocato tenta di salvargli la pelle, lui continua a combattere per avere l’affidamento esclusivo dell’amata figlia Hannah e per convincere tutti che Max non può aver ucciso quella ragazza.

Ma chi è stato, allora?

Chi continua a muoversi attorno a Eric nel tentativo di rovinargli la vita?

Attenzione a tutti i personaggi di questo libro, non fatevi trarre in inganno.

Perché gli ho dato 6 ½?

Gli ho dato solo sei e mezzo per vari motivi.

Il primo è sicuramente la lunghezza. Se la prima metà è davvero molto avvincente e tiene il lettore incollato alle pagine, la seconda metà è prolissa e ripetitiva. Non nascondo di aver saltato parecchie pagine: il punto lo abbiamo capito, Scottoline, porca miseria.

Il secondo motivo è proprio lui, Eric Parrish. Così buono e così ligio che viene voglia di prenderlo per le spalle (che io immagino magroline e insulse) e scuoterlo fortissimo, urlandogli in faccia. Per essere un personaggio principale è davvero disturbante, umanamente insopportabile. Alla fine quasi speri che lo facciano fuori, insomma. Dai, su. Se una ragazzina di sedici o diciassette anni viene sgozzata senza pietà in un parco, tu e il tuo segreto professionale ve ne andate facilmente a quel paese, eh? No, niente. Lui non proferisce parola. Non collabora con la giustizia. E capisco quell’agente che a un certo punto perde le staffe, perché io gli avrei anzi messo le mani addosso. Le palle, il nostro amico, le tira fuori solo alla fine (fine fine fine), ma è troppo tardi perché io voglia e possa rivalutarlo. Too late, baby!

Il terzo motivo è la chiusa. Il plot di questo libro non è male, a me i thriller psicologici piacciono molto e, come dicevo, la prima metà è davvero molto, molto bella. Ma il primo colpo di scena è fiacco da morire e la prima reazione è: “Ho letto fino a qui per questo colpino di scena??? Scherzi, vero, Scottoline?”. La chiusa è altrettanto fiacca e non convincente. Non posso ovviamente dirvi il perché, farei dello spoiler gratuito, ma ho trovato tutta la questione molto insipida, sinceramente. E decisamente mooolto vista e sentita.

Perché quindi la sufficienza piena? Perché la prima metà si salva con lode, perché alcuni personaggi sono incredibili (primo tra tutti Paul, il suo avvocato. Lo amo!!!!) e perché, comunque, è impossibile smettere di leggere.

Prova non del tutto superata, per quello che mi riguarda. Continuerò quindi a considerare Deaver come il vero e unico e solo Re del thriller psicologico senza troppi sensi di colpa.

MA.

Su Amazon gli danno voti altissimi!

Dunque, amici miei, se vi ho incuriosito, provate. Ha 500 pagine e un prezzo ridicolo, male che vada avrete passato due-tre sere in compagnia di uno psichiatra insopportabile!  ;-)

L’ingrediente a sorpresa

51s-m99ItrL

Titolo: L’ingrediente a sorpresa

Autore: Cinzia Piantoni

Editore: Self

Anno: 2016

Pagine: 274

Prezzo: 11,34 euro per il formato cartaceo – 1,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 7 ½

SINOSSI:

Cosa succede quando sei a un passo dal realizzare il tuo più grande sogno, e all’improvviso crolla tutto?

Gaia, 28 anni, ha sempre desiderato diventare una pasticciera affermata, e Big Bakery, famoso talent show dedicato ai dolci, sembrava essere la sua grande occasione.
Purtroppo però qualcosa è andato storto, costringendola a tornare nel piccolo paese in riva al lago dove è nata e cresciuta, arruolata nella pasticceria di sua zia per darle una mano durante la stagione dei matrimoni.
Sarà proprio lì, tra torte multistrato, familiari strampalati, baci rubati e ritorni inattesi, che Gaia imparerà una lezione importante: non tutte quelle che sembrano sconfitte in realtà lo sono per davvero.

LA RECE DELLA KATE:

La vita di Gaia, dopo una iniziale ascesa, è attualmente ridotta a un mucchio di fango; vero è che ha vinto l’ultima edizione di Big Bakery Italia, ma la sua storia d’amore con uno dei giudici e uno dei cuochi più famosi al mondo (fidanzatissimo e in procinto di diventare padre) ha gettato sulla sua persona e sulla sua recente vincita, un’ombra piuttosto tetra. Ora Gaia è costretta a tingersi i capelli e andare in giro coperta da capo a piedi per non farsi riconoscere e quindi facilmente linciare dai telespettatori del programma. Andarsene da Milano e dai paparazzi sarebbe, in effetti, la cosa migliore. Quando la zia, proprietaria di una pasticceria, richiede la sua presenza al paese natio, la ragazza non ci pensa due volte. Saranno solo pochi mesi, ma forse quei pochi mesi daranno modo alla gente (e a lei) di dimenticare.

E così Gaia torna a casa, coccolata dalla sua famiglia e dagli amici di un tempo, felici di riaverla tra le loro braccia e felici di poter gustare le sue dolci prelibatezze.

Ovviamente, però, i guai sono dietro l’angolo.

E il guaio, in questo caso, si chiama Alex.

Che non solo è il garzone di sua zia in pasticceria, ma è anche il bellissimo fratellino minore della sua migliore amica. Per fratellino minore, capirete, si intende comunque un marcantonio alto quasi due metri, spalle perfette, fisico perfetto, sorriso da svenire e capelli selvatici. Lo stesso che giocava con lei tutti i pomeriggi ai giochi elettronici e che la prendeva in giro. Lo stesso che lei ha visto crescere. Lo stesso che, adesso, la turba come non mai.

Resistergli sarà difficilissimo, soprattutto se di mezzo ci si mette anche Michele, ex storico che l’ha praticamente piantata sull’altare e che rappresenta ancora, per Gaia, una enorme e imbarazzante e dolorosa spina nel fianco.

Perché gli ho dato 7 ½?

Ma la domanda giusta dovrebbe essere: perché lo hai scaricato?

Oh, amici, io resisto a molte cose (non è vero) ma mai resisto ai programmi televisivi che parlano di cucina. Hell’s kitchen, Masterchef di ogni Paese et cultura, Il boss delle torte, Bake off di ogni Paese et cultura, Cucine da incubo di ogni Paese et cultura… andate avanti voi, suvvia, avete capito.

Potevo, quindi, resistere a un romanzo ambientato non solo nel mondo della cucina ma che trova il suo inizio proprio dietro le telecamere di un programma televisivo chiaramente ispirato a Bake off?

No, eh.

Ovviamente no.

L’ingrediente a sorpresa è un self senza pretese, non adatto ai puristi, agli snob, o a tutti coloro che “No, per me il self non va scaricato, letto e nemmeno scritto”. E se è vero per alcune tipologie di self, devo ammettere che in questo marasma di scrittori dell’ultimo momento, la categoria romance e chick lit ne esce decisamente bene. Sarà perché forse i lettori di questa categoria sono meno pretenziosi, sarà perché è un genere che presuppone mero divertimento e le pulci, insomma, si fanno un pochino meno, sarà perché (ti amo nanananaa sempre più in alto si va… ehm) servono un pochino meno conoscenze tecniche, ma prendo molte meno cantonate con i self della categoria romance che con altre.

Stiamo parlando di capolavori? Ovviamente no, amici. Stiamo parlando di intrattenimento e divertimento. Un romanzo che mi ha tenuto buona compagnia nel fine settimana e che mi ha fatto dimenticare la mia emicrania almeno per qualche ora (ho anche un dente che fa i capricci, a dire tutta la verità).

Stiamo parlando di una scrittura semplice e pulita, nessun refuso (anche se ho letto senza farci troppo caso) e personaggi stereotipati ma mai noiosi. Il finale è chiaramente telefonato (ma lo è sempre), i dialoghi sono talvolta banali, ma nel complesso, miei cari… nel complesso io mi sono sinceramente divertita! Ecco.

Fosse stato per me lo avrei ambientato proprio tutto davanti e dietro le telecamere del programma, ma anche Gradare si è rivelato essere una buonissima location. Io, amante dei laghi, ho sentito sotto al naso quell’odore salmastro e sulla pelle l’arietta freschina della sera.

Ah. Disclaimer per le patite del sesso: non ne troverete. Niente dettagli scabrosi, pochissima pelle esposta, molti baci e poco altro.

Consigliato a tutte le amanti dei dolci e degli zuccheri, a tutte coloro che amano sognare e a tutte le non-snob della letteratura  😉

(Menzione d’onore per la cover, molto bella e molto simile alle cover di romanzi ben più “blasonati”.)

Vincerò – L’ultima partita con Luciano Pavarotti

file_0.106318001469477829

Titolo: Vincerò – L’ultima partita con Luciano Pavarotti

Autore: Rocco Mastrobuono

Editore: Artestampa

Anno: 2016

Pagine: 151

Prezzo: 17,00 per il formato cartaceo

Il voto della Kate: 8/9

SINOSSI:

Cosa succederebbe se uno scrittore disperato in cerca di una storia di successo si imbattesse per caso in quattro vecchietti che giocano a carte in un bar e scoprisse che sono gli “amici della briscola” di Luciano Pavarotti? È ciò che accade a Rocco Mastrobuono, quarantenne ormai rassegnato al precariato, che si ritrova per le mani la storia che tutti vorrebbero raccontare: il dietro le quinte della vita di uno dei più grandi tenori di tutti i tempi, una star che ha calcato i più prestigiosi palcoscenici del mondo, un personaggio che ha riempito non solo i teatri ma anche i rotocalchi con la sua movimentata e controversa vita sentimentale. Mastrobuono per la prima volta si sente baciato dalla fortuna. Finalmente anche a lui si schiuderanno le porte delle librerie, dei milioni di copie, delle ribalte televisive. Basta offrire un ammazzacaffè ai placidi vecchietti, raccogliere un po’ di notizie di prima mano, trovare un editore e il gioco è fatto. Così comincia la storia di “Vincerò”, e così cominciano anche i problemi di Mastrobuono. La sua impresa, infatti, si rivela ben presto in tutta la sua difficoltà: il fatto è che gli amici di infanzia di “Lucianino” non si sognano neppure di venderlo per un Fernet al primo che passa. Fedeli compagni nella vita, sono ora gelosi custodi di innumerevoli segreti…

LA RECE DELLA KATE:

Nome: Rocco Mastrobuono.

Anni: quaranta.

Professione: Siam già fermi… non si sa bene. Giornalista. Scrittore. Basta che ci sia qualcosa da fare di decente e lui la farebbe, se ci fosse l’occasione. Solo come un cane, senza un lavoro, senza una famiglia, Mastrobuono si trova a Modena per caso e senza molta spinta. Il colloquio di lavoro è andato male e lui è pronto per tornare al sud, proporsi per l’ennesima biografia e tentare di andare avanti così, come si dice a Modena “tra il les e il frust“, tra il leso e il frusto, tra il rovinato e lo spacciato, ecco.

Guidato dall’istinto che è proprio degli animali e dei disperati Mastrobuono si trova a bere l’ultimo caffè in una delle tante polisportive della città. Sono tutte uguali; un po’ tristi, molto desuete, popolate da decine di anziani che passano la giornata in compagnia giocando a briscola o a bocce. Probabilmente queste cose qui succedono anche in altre città Italiane, ma noi modenesi, le nostre polisportive, le abbiamo nel cuore. E lui capita alla Polisportiva Invicta San Faustino, da non confondersi con l’altra, la San Faustino e basta, da un’altra parte di Modena.

E tutto, ma proprio tutto, comincia qui, alla polisportiva.

Nel tavolo a fianco, quei quattro vecchietti, quelli che giocano a briscola concentrati e serissimi, stanno proprio parlando di lui. E ci vorrebbe la elle maiuscola per parlare di quel lui, che non è Dio ma che qui a Modena è quasi come se lo fosse. Il Maestro. Il più grande cantate di tutti i tempi. Il Nessun dorma più potente e famoso di ogni epoca. Lui, Luciano Pavarotti. Ma vuoi vedere che questi quattro qui lo conoscevano? Mastrobuono sente odore di occasione, di opportunità, di scrittura… di soldi! Dai che ci viene fuori una bella biografia un po’ nuova, di quelle un po’ intimistiche e da sfregamento di mani, dai!

Da quel giorno, ogni giorno, Mastrobuono tornerà in polisportiva per tentare di estorcere informazioni a due di quei quattro ottantenni. Una si chiama Colonnello, l’altro Bola. Soprannomi, ovviamente. Ma poco importa, perché loro SANNO. Certo… bisogna poi vedere se dicono tutto quello che sanno, se tutto quello che dicono è verità, se hanno voglia di parlare, se non si divertiranno a prenderlo per il culo ma… una cosa è certa: loro sanno qualcosa.

Perché gli ho dato 8?

Intanto partiamo da una premessa: credo fosse mia madre l’appassionata di Pavarotti. E credo che in casa mia si ascoltasse spesso e volentieri, intervallando il Nessun dorma con Andavo ai cento all’ora di Morandi. Insomma, se sono cresciuta confusa un motivo ci sarà. Ad ogni buon conto, quello che volevo dire è che non so con esattezza da dove nasca la mia simpatia per Luciano Pavarotti, ma deve avere le sue radici (e anche piuttosto profonde) da qualche parte, là, nel mio passato. Ad Artestampa, la casa editrice di questo romanzo, io avevo anche mandato il mio CV, nella speranza che un po’ di editing… magari anche un ruolo minore… magari anche per pulire i cessi… niente, non hanno bisogno. Ma siamo rimasti amici, almeno su Facebook. E qualche giorno fa, sulla loro pagina, hanno linkato l’intervista ai due signori di cui ho parlato prima, i co-protagonisti di questa storia. Le loro lacrime di commozione al ricordo del loro Lucianino e le loro voci limpide e così spiccatamente modenesi mi hanno spinta immediatamente in libreria. Dovevo avere quel libro, che è poi questo. L’ho letto in due ore, forse qualcosa di meno, bevendo le parole dell’autore come fosse nettare divino.

Mastrobuono riesce in un miracolo. Riesce, in pochissime pagine, a raccontarsi, a raccontare una città, a raccontare una popolazione e a raccontare il più grande tenore di tutti i tempi con una chiarezza, una lucidità e una simpatia da lasciare a bocca aperta.

Lui, giornalista disperato del sud, ha visto in Modena tutto quello che c’era da vedere; ha respirato ogni sanpietrino, ha compreso molto del passato e tanto del presente, ha sorriso bonariamente delle nostre idiosincrasie, si è fatto prendere in giro incassando da vero giocatore.

Mi sto dilungando, è vero? Mi viene spontaneo, quando parlo di qualcosa che mi ha appassionato, mi perdonerete.

Vincerò è una biografia ma è anche qualcosa di più, qualcosa che travalica il genere e arriva là dove certe cose non arrivano perché sporcate dalla rigidità e dal “si è sempre fatto così”. Mastrobuono ha trovato il modo di arrivare al lettore, a qualunque lettore, e di incantarlo. Ha trovato il modo di dire, ma senza dire troppo. Ha trovato il modo di raccontare senza “sparlare”. Gli è andato tanto vicino che più vicino di così forse non si potrebbe, senza sporcarsi da capo a piedi. Perché poi mettere le mani nelle vite di certi grandi significa quasi sempre uscirne sporchi di cacca. Perché certa gente ci gode, a nuotare nel torbido. Quello altrui, certo.

Vincerò, in primis, diverte. Poi insegna. Poi commuove.

Leggetelo.

LA CITAZIONE:

“Pensa mò che tra un tempo e l’altro dovevamo correre in camerino. C’era sempre una tavola apparecchiata e un tavolo da gioco con le carte pronte. Quando stavamo facendo una mano di gioco interessante, lui non riusciva a staccarsi, allora il personale di scena lo veniva a chiamare: “meno cinque”, “meno quattro”, “in scena, in scena” allora eravamo noi che gli dicevamo: dai, movet, vai a cantare, finiamo dopo, allora lui ci diceva: a  m’arcmand, non toccate mica le carte, lasciate tutto così; si alzava e andava in scena, e in due secondi passava dalla briscola alla ribalta.”

Vampiro tossico

513TDa6aVRL

Titolo: Vampiro tossico

Autore: Stefano Tevini

Editore: La Ponga

Anno: 2013

Pagine: 114

Prezzo: 9,00 euro per il formato cartaceo – 2,49 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 7/8

SINOSSI:

Qual è il prezzo per una bruciante sete di vita? Chi sei quando non esisti più per nessuno? Chiedetelo a Nico, a Celeste, a Bindi e a Cesarino, che hanno pagato la sciocchezza di una sera con il bisogno di nutrirsi di sangue per vivere, una dipendenza stringente che li porterà lontano da tutto e da tutti, vomitati in un cesso di quella sbornia allucinata che è stata l’Italia degli anni ’80.

LA RECE DELLA KATE:

Sono quattro ragazzi troppo giovani e vagamente esaltati da un’estate magica, dalla libertà e da quella voglia di provare emozioni nuove che, prima o poi, colpisce tutti. E poi c’è Mario, che se lo paghi bene ti fa provare l’ebbrezza della trasgressione, quella vera, quella che ti fa sballare. Dai, lo fanno tutti, ormai non c’è quasi più niente di male! Dai figli di papà agli ultimi tra gli ultimi, ormai in tanti pagano per farsi mordere da quelli-che-bevono-sangue. La sensazione è quella di una sniffata di coca o di una pera di ero, ma (se tutto andasse bene) è un filo meno pericolosa. Basta trovare uno di loro e farsi mordere. Piano piano, con delicatezza. Pare che sia la loro saliva la vera responsabile di quello sballo fuori dal comune, di quell’ottenebramento dei sensi, di quella sensazione di benessere diffusa che ti fa rilassare e poi ridere e poi ballare e poi sorridere come se non si avesse un problema al mondo.

Ma quella notte qualcosa va storto: Mario, il loro contatto, non smette di succhiare. E di succhiare. E di succhiare. Quel morso che doveva essere il morso dello sballo diventa il morso della morte e la vita dei quattro ragazzi cambierà drasticamente, tragicamente e per sempre.

Non possono esporsi alla luce del sole e hanno tanta, tanta sete. Le sacche di sangue rubate agli ospedali sono la soluzione migliore, ma le forze dell’ordine stanno loro con il fiato sul collo. La vita, per un emodipendente, è durissima. Furti e furtarelli, lavori in nero per procurarsi una bottiglia di sangue umano mischiato a sangue di vacca, e la città che sempre di più lascia loro il vuoto attorno. Sono emarginati, sono sporchi, sono un abominio. Drogati ma non solo: drogati di sangue. Sangue che sempre più spesso viene tagliato e allungato con le cose più schifose e pericolose, le strade della città che sempre più spesso, di notte, si popolano di ombre caracollanti e smunte, timide ombre di ciò che erano un tempo, prima del morso.

L’unico modo per sopravvivere, quando la famiglia ti abbandona e la società ti volta le spalle, è restare uniti.

Nico, Celeste, Bindi e Cesarino ce la metteranno tutta, ma proprio tutta, per resistere. Insieme.

Perché gli ho dato 7/8:

Non è che io abbia letto la sinossi molto bene, prima di cominciare il romanzo; pensavo, a dirla tutta, che fosse una cosina un ciccinin più scanzonata, una sorta di presa in giro del vampiro moderno, ecco. Oppure ho voluto leggere nella sinossi qualcosa che non c’era. Oppure il titolo mi ha tratta in inganno. Non saprei, amici. Fatto è che ho preso una cantonata epocale.

Vampiro tossico è un romanzo che sfrutta il tema del vampirismo per parlare di una cosa affatto fantasy e affatto romanzata. Vampiro tossico e i suoi emodipendenti sono estremamente realistici, grotteschi, dolorosi. Una piaga moderna dai tratti ancor più terribili perché lascia tracce di sangue, quello vero. Lascia un odore inconfondibile, una solitudine infinita. E tra sangue e cocaina ormai non c’è più differenza. Vai a rota, vieni spedito al Ser.T., vieni disintossicato, vieni seguito da un team di medici e psicologi, ci ricadi, vai di nuovo a rota, di nuovo rubi, di nuovo ti prostituisci per una sacca di sangue marcio e puzzolente. Se torni a casa, trovi le porte chiuse. Se cerchi lavoro, non lo trovi. L’asticella della decenza crolla verso il basso e tu rimani solo un mucchietto di stracci che rifugge la luce del sole, che è vita e crescita. Ma a te non importa più vivere, per quello è troppo tardi.

Il romanzo risente purtroppo di un editing impreciso (come mi piacerebbe metterci le mani!) ma è e rimane un romanzo molto interessante, un esperimento ben riuscito con un’idea di base davvero centrata e, purtroppo, sempre moderna. Le atmosfere che si fanno via via più cupe rimandano a un’Italia devastata e impreparata, a una gioventù abbandonata completamente a se stessa e un problema troppo grande da gestire per tutti. Qualcuno tende una mano con i mezzi che ha. A tutti gli altri non resta che voltarsi e fingere di non vedere.

Una buona prosa arricchita da una buonissima capacità descrittiva e la voglia di dire qualcosa fanno di Vampiro tossico un nuovo e inedito Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino.

Buona lettura a tutti!

K.

La coppia perfetta

Paris_La coppia perfetta.jpg

Titolo: La coppia perfetta

Autore: B.A. Paris

Editore: Nord

Anno: 2016 (Dal 1 settembre 2016)

Pagine: 406

Prezzo: 16,90 euro per il formato cartaceo – 9,99 per il formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Chiunque avesse l’occasione di conoscere Jack e Grace Angel penserebbe che sono la coppia perfetta. Lui un avvocato di successo, affascinante, spiritoso. Lei una donna elegante e una padrona di casa impeccabile. Chiunque allora vorrebbe conoscere meglio Grace, diventare sua amica, scoprendo però che è quasi impossibile anche solo prendere un caffè con lei: non ha un cellulare né un indirizzo email, e comunque non esce mai senza Jack al proprio fianco. Chiunque penserebbe che in fondo è il classico comportamento degli sposi novelli, che non vogliono passare nemmeno un minuto separati. Eppure, alla fine, qualcuno potrebbe sospettare che ci sia qualcosa di strano nel rapporto fra Grace e Jack. E chiedersi per esempio perché, subito dopo il matrimonio, Grace ha lasciato un ottimo lavoro sebbene ancora non abbia figli, perché non risponde mai nemmeno al telefono di casa, perché ci sono delle sbarre alle finestre della camera da letto. E a quel qualcuno potrebbe venire il dubbio che, forse, la coppia perfetta in realtà è la bugia perfetta…

LA RECE DELLA KATE:

 

Grace ha trentacinque anni, Jack ha superato da poco la quarantina.

Grace è la donna della porta accanto; non bella, non ricca, non particolarmente dotata.

Jack, invece, è il classico uomo-copertina; bello e affascinante, è un avvocato di successo il cui nome compare da sempre a fianco dei casi di cronaca più famosi e più conosciuti. Jack non ha mai perso una causa, mai. È solido, affidabile, sicuro di quello che fa e di come lo fa. Si occupa, per dovere morale (così parrebbe) dei più crudeli ed efferati casi di violenza domestica. I suoi occhi e la sua mente sono pieni di immagini terrificanti; lividi, tagli, occhi pesti, lacrime silenziose. Ma Jack è un uomo che non perde smalto, savoire faire, eleganza. Si muove per il mondo come se il mondo fosse la sua personale passerella, sa farsi ascoltare da una giuria e dall’ultimo dei garzoni, il suo sorriso farebbe sciogliere come neve al sole anche la donna più algida. Ma, soprattutto, Jack ama Grace. La ama da quando, un paio di anni prima, l’ha notata in un parco con Millie, la sua sorella minore, purtroppo affetta dalla sindrome di Down. Millie e Grace sono legatissime e Jack ha presto compreso che per arrivare al cuore di Grace doveva prima arrivare al cuore di Millie, allegra, vivace e piena di vita.

E così ha fatto. Jack si è prostrato ai piedi delle due sorelle offrendo tempo, denaro, attenzioni e tanto, tanto amore.

Piombiamo nelle vite di Jack e Grace in medias res, e li troviamo nel pieno di una cena tra amici. Respiriamo aria di ricchezza ovunque. Grace è ben vestita, i suoi movimenti sono eleganti e misurati, il dialogo è vagamente affettato, di quell’educazione che si confà a una certa categoria di persone. Niente barbecue e birra, insomma, ma solo le carni migliori e i migliori vini, in casa Angel. I vini migliori, le carni migliori, la moglie migliore, il marito migliore. Fanno vacanze da sogno in luoghi costosi, dalla casa al giardino tutto rispecchia buongusto e finezza, nulla è ostentato, tutto è naturale e sciolto. Tutto, ma proprio tutto è perfetto in casa Angel. Santo cielo, anche il cognome pare essergli cucito addosso! Jack Angel: chi non darebbe la sua libertà e la sua vita in mano a quest’uomo stupendo, innamorato, ricco e gentile? Solo un pazzo, no?

Ma che qualcosa non vada lo si capisce fin dall’inizio. Qualcosa suona sinistra, in casa Angel. Nelle orecchie dei lettori suona, insistente, un campanello di allarme. Va tutto troppo, troppo bene. E Grace è troppo, troppo strana. E perché Jack continua a seguirla, perché pare pilotare i discorsi a tavola? Perché pare proprio metterle le parole in bocca?

Cosa c’è che non va in casa Angel?

Chi sono, davvero, Jack e Grace?

PERCHÉ GLI HO DATO 8:

Quando la CE Nord mi ha mandato il comunicato stampa relativo a questo romanzo che uscirà il 1 settembre ho risposto di impulso, dicendomi interessata a recensirlo. Dalla sinossi alla cover, sino ad arrivare al titolo, tutto urlava “LEGGIMI!”.

Grazie alla CE Nord (che quindi ringrazio di tutto cuore) ho potuto leggere e quindi recensire per voi, amici lettori del mio cuore, questo incredibile (e direi stranissimo) thriller.

La coppia perfetta è un thriller decisamente anomalo e fuori dagli schemi, probabilmente il primo thriller del genere che io abbia mai letto nella mia vita… anche se, a causa della mia memoria da pesce rosso non posso esserne certa al cento percento. Rimane il fatto che credo sia un caso più unico che raro.

Il punto focale dei thriller classici è che la trama, il plot, si sviluppa molto piano, fino ad arrivare al suo culmine, al punto massimo della parabola, verso la fine. Solo allora tutti i nodi cominciano a venire al pettine, riusciamo a capire perché al capitolo dodici la protagonista ha fatto quelle determinata cosa, perché al capitolo due il tizio ne ha fatta un’altra, eccetera eccetera. No? Non è così?

Mi viene in mente un’altra coppia celebre, quella di L’amore bugiardo, acclamatissimo libro e ancor più acclamato film (lasciate perdere il film e leggetevi il libro, ve lo ordino!) nel quale lo scioglimento della trama è anch’esso anomalo ma comunque appena più classico di questo caso di cui stiamo parlando.

Dove voglio arrivare?

Voglio arrivare a dire che qui tutti sappiamo che Jack e Grace NON sono AFFATTO perfetti. Lo so io, lo sapete voi. Altrimenti il libro NON si chiamerebbe La coppia perfetta.

Fino a qui ci siamo?

Molto bene.

Ma cosa li rende particolari? Cosa fa di questo libro un thriller? Questa domanda, in un libro “normale” troverebbe risposta a tre quarti della sua lunghezza. Facendoci mormorare: “Vabbè, lo sapevo…”.

Ma a B.A. Paris non importa nulla del pathos iniziale tanto caro ai giallisti e ai thrilleristi. A B.A. Paris importa tenere alta la tensione SEMPRE. Dalla prima pagina (proprio dalla prima) fino all’ultima riga (proprio l’ultima, l’ultima battuta). Questo importa. Importa farmi leggere 400 pagine in boh… tre ore? Tre ore e mezzo? Click, click, click. Il mio dito continuava a pigiare sul bordo del Kindle senza sosta, fino alle due di notte, fino a non poterne più, fino a che non si chiudevano gli occhi, fino ad arrivare al 97% di lettura e pensare: “No. No, la fine domattina”.

Continuavo a pensare che fosse strano aver saputo tutto subito, continuavo a pensare che non so se poi, alla fin fine, questa cosa mi piacesse o meno, ma continuavo a leggere, leggere, leggere. E non riuscivo a smettere in nessun modo, perché DOVEVO SAPERE. A tutti i costi.

Era sete di giustizia, di vendetta, di verità.

Dovevo spegnere il Kindle e cancellare il libro con un sospiro di sollievo. Dovevo avere ciò che volevo.

L’ho avuto?

In parte amici, solo in parte.

Fosse per me Jack sarebbe prima stato torturato a sangue per giorni e giorni e poi, solo poi, messo in galera con millanta ergastoli addosso.

Ad ogni buon conto, se anche altre blogger hanno parlato di questo romanzo in termini ben più chiari e precisi, dando ai loro followers tutte le informazioni del caso, io scelgo invece di tenervi in sospeso e di non raccontarvi proprio tutto-tutto-tutto. Non mi pare, sinceramente, il caso. Tanto non vi preoccupate, tutto vi verrà svelato poche pagine dopo aver iniziato a leggere, giuro! E la scoperta vi farà rabbrividire.

Credo che La coppia perfetta ci possa far riflettere molto su ciò che i nostri occhi vedono, possono vedere o vogliono vedere. Guardiamo davvero chi ci sta vicino? Riusciamo a scorgere, nel nostro prossimo, il segno del dolore interiore? Riusciamo e vogliamo vedere la sofferenza altrui? E qualora la vedessimo, saremmo capaci di fare davvero qualcosa?

Ma ancora: cosa vogliamo far vedere, di noi stessi, agli altri? Davvero vogliamo far credere a tutti di non avere nessun problema al mondo? Mi capita di conoscere gente che non fa che lamentarsi tutto il santo giorno, anche del, come si dice a Modena, brodo grasso. Lamentarsi quindi di situazioni che viste dal di fuori sono affatto terribili. Ma mi è capitato anche la situazione opposta: gente che nasconde agli altri ogni dolore, ogni problema. Per riservatezza, timidezza oppure, cosa più grave, per rimandare al mondo un’immagine perfetta. Il mio matrimonio è perfetto. La mia famiglia è perfetta. I miei amici sono perfetti. La mia intera vita è perfetta. Guardatemi.

Ma noi, sappiamo vedere al di là del muro?

Gli avevo già dato 7. Ho cambiato poco fa, ho messo un 8.

Mi sono resa conto che, nonostante il plot sia anomalo, questo romanzo mi è piaciuto molto. E che sì, mi mancherà. Mi sono resa conto che ha una buona chiusa, non telefonata. Mi sono resa conto che se anche tutto viene chiarito fin dall’inizio i restanti fatti (suddivisi in capitoli alternati tra presente e passato) vengono concessi al lettore con maestria. Mi sono resa conto che se pure la prosa è elementare, il romanzo non perde di ritmo. Mi sono resa conto, insomma, che tutto sommato lo consiglierei.

Buona lettura, amici miei, e bentornati!