Gelo d’aurora

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Titolo: Gelo d’aurora

Autore: Veronica Cani

Editore: Nero press

Anno: 2017

Pagine: 44

Prezzo: Solo in formato digitale a 0,99 euro acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Il Circo Brivido è quanto di più terrificante uno spettacolo circense possa offrire. Numeri a effetto in cui gli “artisti” sfidano la morte, prove con acqua gelida, piranha e serpenti si alternano al centro della pista per spaventare il pubblico. L’unico problema, la cosa che la gente ignora, è che gli “artisti” sono in realtà persone sfruttate, affamate e torturate dal padrone del circo Karonna e dai suoi sgherri: Garla, la donna serpente, e Werdel, il nano deforme. La famiglia Smirnenski proviene dalla Bulgaria, il padre Lazar e sua moglie Galina, insieme alle figlie Maria e Zornitsa sono circensi da sempre, ma mai avrebbero pensato che fuggire dal loro paese per approdare in Italia, in cerca di una vita migliore, avrebbe invece segnato il loro destino.

LA RECE DELLA KATE:

Quando alla famiglia Smirneski viene offerto un posto sul carrozzone del Circo Brivido il capofamiglia non esita un istante e accetta. Niente al mondo potrebbe essere peggio della fame e del freddo e delle privazioni a cui sono sottoposti da anni tutti e quattro in quella desolata landa bulgara. Niente al mondo potrebbe spaventarli di più, pensano. E già li vediamo, poveri ma pieni di speranza, abbandonare la loro terra (nonostante tutto, pensiamo, amata) per giungere, attraverso la Grecia, in Italia.

Personalmente, da un circo che si chiama Brivido non mi sarei aspettata poi tutti questi gran frizzi e lazzi che, in effetti, non ci sono e non arrivano.

Le condizioni contrattuali sono inesistenti, il loro stipendio pure, il loro alloggio poco più di una cuccia alla mercé di ratti, topi e Dio solo sa che altro, il loro vitto una sbobba liquida e insapore. No, decisamente la loro nuova vita non lascia presagire nulla di buono. Ma come tutti i genitori anche per mamma e papà Smirneski il pensiero maggiore era per le loro due figlioline. Secche secche, fragili fragili, costrette a subire le ire del padrone e dei vari lavoranti del circo, alcuni dei quali poco più che avanzi di galera dall’aspetto raccapricciante, come la donna serpente, una contorsionista dal lugubre aspetto e dalla pelle completamente tatuata a motivi serpenteschi che gode nel veder soffrire le due bambine.

Ma il circo Brivido si chiama così per una ragione, siori e siore. Venghino, venghino a vedere con i loro mirabili e pregiatissimi occhi le terribili meraviglie che il circo può offrire a lorsignori, venghino! La bambina numero uno s’immergerà in una vasca piena di pesci mangiatori di uomini, la bambina numero due, siori e siore, verrà ricoperta di serpenti e ragni senza ch’ella muova un muscolo, guardino loro stessi, guardino! Quanto coraggio! Venghino!

Ed eccoli qui, i brividi.

Ecco qui, l’eccitazione.

Di chi guarda, certo. Di chi sta lì, seduto, pensando che tutto vada bene, pensando di far divertire i propri figli e un pochino anche sé stesso, di chi sgranocchia caramelle e lecca zucchero filato. Questi sprovveduti non hanno idea del terrore che assale le due bambine. Non hanno idea della temperatura dell’acqua. Non hanno idea di quanto il loro cuore batta forte. Non hanno idea delle minacce che hanno subito, degli strattonamenti, delle urla, degli sputi in faccia, delle percosse. Questa gente non sa niente. O forse sì. Come si può non vedere il terrore sul volto di un altro essere umano? Come si può far finta di non vedere la paura negli occhi innocenti di un bambino?

Eppure… eppure. Eppure accade. E nessuno sa che se qualcosa dovesse andare storto le cose, per le due sorelline, si metterebbero talmente male da precipitare una volta e per sempre.

E si sa, quando qualcosa può andare male, lo farà. Perché no, quella tarantola che le viene addosso le fa troppa paura. Troppo grande, troppo nera, troppo pericolosa. E lei non sapeva che le cose sarebbero andate così. Nessuno glielo aveva detto, lei non ha diritti, lei ha solo doveri, lei è solo una pedina, un pezzo di carne. Non importa. Non importa più niente. Grida e urla, la piccola bambina bulgara. Chiede aiuto e grida ancora. E gli spettatori, come sciocchi imbecilli, escono alla chetichella. Qualcosa non va. Qualcosa non è andato per il suo verso. Meglio scappare, meglio far finta di non aver visto nulla. E poi… poi magari sì, era tutto programmato, è tutta una finzione, no? Forse fa tutto parte dello spettacolo. Diavolo! Si chiama Circo Brivido… ci sarà un motivo, no? Ma ora è meglio andare. Meglio non sapere.

E non la sapranno mai, quegli spettatori egoisti, la fine della storia.

Non vedranno il sangue, non sentiranno le urla, non vedranno l’agonia.

Perché lo spettacolo è rovinato e qualcuno deve pagare.

La vendetta non conosce fretta.

Perché gli ho dato 8?

A partire da It, da Il circo dei vampiri (leggetelo) fino ad arrivare al più recente Joyland (non leggetelo) il mondo del circo sta all’horror come la Provenza sta al romance. Io sono l’ultima a dover parlare, ho amato solo la compianta Moira Orfei e ho odiato tutto il resto. Carrozze, animali, clown e tutta l’allegrissima compagnia. Nella mia casa in montagna campeggia, proprio in camera da letto (una specie di bombonierina dal tetto in legno che scricchiola a intervalli regolari), una foto che mi ritrae al circo, accanto a un terrificante clown. È che io il mio papà non è che lo vedessi poi tantissimo, quindi quando lo vedevo e potevo stare con lui lo accontentavo in tutto e per tutto. Probabilmente mi disse di fare una foto col dannato clown, e io la feci. La mia faccia è abbastanza esplicativa del momento. Eppure quella foto è stata messa nella casa in montagna e a me ricorda un momento decisamente infelice (se non infelice comunque abbastanza da bestemmia) della mia vita fanciullina. Dannatissimi clown. Dannatissimi circhi. No, non mi piacciono.

Tutto questo panegirico (mi perdo sempre) per dire che l’horror, nei circhi, ci sguazza felice. Sarà per quell’odore di essere umano compresso in uno spazio e di plastica cotta al sole. Sarà per quegli sgabelli scomodi e traballanti. Sarà per il buio tutto intorno alle luci sfavillanti dello spettacolo. Sarà per quei sorrisi finti ed esagerati scolpiti sui volti degli artisti. C’è qualcosa di malato, nel circo. E l’horror se ne è accorto presto.

E se ne è accorta anche la nostra Veronica, che ha scritto per noi un racconto breve a tema circense decisamente molto duro e molto violento. Da madre, se mi passate il termine decisamente trito, l’ho trovato disturbante (e questo è un bene, stilisticamente parlando, sia chiaro). Perché un conto, come dico sempre, è parlare di creature che ti spuntano da sotto i piedi e ti fanno a pezzettini – questo la mente può sopportarlo perché quelle creature non esistono nella realtà (?) – un conto è parlare della violenza umana che, invece, esiste eccome. Da sempre. Per sempre. E quando la violenza e la cattiveria umana si riversano su due bambine viene da stringere gli occhi e serrare la mandibola. Non è fiction, non più: è realtà. L’elemento horror classico viene quindi dato non tanto dai dialoghi o dai personaggi ma dalla location e dalle atmosfere gestite abbastanza bene, ma non certamente da elementi appartenenti al fantastico. Qui, di fantastico, non c’è niente. Solo cruda realtà, pura crudeltà, follia umana, terrore liquido. Vorrete salvare le due sorelle e non ci riuscirete. Vorrete che qualcuno del pubblico si alzi indignato, ma nessuno lo farà. Vorrete chiamare le forze dell’ordine, ma non potrete.

Un racconto quindi certamente riuscito dal buon ritmo, dalle buone atmosfere (anche se forse sin troppo descritte),dal finale a mio parere un po’ troppo accelerato (capita spesso, nei racconti) e una cover da urlo.

Consigliato a tutti gli amanti del circo e sconsigliatissimo a chi ha problemi (seri) con i rettili.

Buona lettura, bimbi miei.

Dieci e lode

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Titolo: Dieci e lode

Autore: Sveva Casati Modignani

Editore: Sperling&Kupfer

Anno: 2016

Pagine: 510

Prezzo: 19,90 euro per il formato cartaceo – 9,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI: 

Passiamo tanto tempo a inseguire sogni che ci sfuggono di mano, una felicità che non si lascia catturare. E poi capita che il meglio della vita si sveli in un attimo, magari nella magia di un incontro inatteso. Come quello tra Lorenzo e Fiamma, sorpresi da un amore che nemmeno loro, forse, credevano più possibile. Lorenzo Perego, uomo di grande fascino e cultura, insegna geografia economica in una scuola professionale di Milano. Avrebbe potuto scegliere un istituto più prestigioso, ma l’insegnamento è la sua passione e aiutare i ragazzi di talento in una realtà difficile e spesso desolante è una sfida che lo entusiasma e lo arricchisce. Non ha una famiglia tutta sua, ma, come ama ripetere, i suoi studenti sono come figli. Fiamma Morino ha poco più di quarant’anni, è madre di due bambine che adora, frutto di un matrimonio sbagliato, e direttore editoriale di una piccola e florida casa editrice che lei stessa ha fondato insieme al suo più grande amico, purtroppo venuto a mancare. Ora che la casa editrice sta per subire un drastico cambiamento di gestione, che Fiamma non condivide, è disposta a tutto pur di difenderla e di continuare a garantire la cura e l’amore con cui da sempre si dedica ai suoi autori. Lorenzo e Fiamma: il professore e la donna dei libri. Attraverso la loro esperienza, vediamo uno spaccato dell’Italia di oggi, quella della crisi della scuola e dell’economia, ma anche quella fatta di persone intraprendenti, pronte a rimboccarsi le maniche e decise a non arrendersi.

LA RECE DELLA KATE:

Quarantadue anni, quella classe innata che solo poche donne hanno, il mento alto, il sorriso dolce e intelligente e quei suoi capelli rosso fuoco, Fiamma trova pace solo in mezzo ai libri, nella sua casa editrice. La vita, Fiamma, se l’è dovuta guadagnare passettino dopo passettino, aiutata da nessuno se non da sé stessa e dall’amore di quel papà affettuoso che l’ha dovuta difendere sin dall’inizio dalla ruvidezza di una madre che mai le ha dimostrato un briciolo di affetto e che l’ha sempre e solo giudicata, l’ha sempre e solo guardata con dispetto e riprovazione come se fosse tutta sbagliata, come se fosse sbagliato anche il solo fatto che lei ci fosse.

Lorenzo invece è un professore. Ma non uno normale, no. Uno dei quegli insegnanti che crede ancora nel suo lavoro e crede con tutta la sua forza nel potere dei giovani. Studioso appassionato, uomo affascinante, compagno superlativo della sua Fiamma, Lorenzo è l’emblema di una classe insegnante che può e che deve cambiare, che può fare la differenza, che può non solo insegnare, ma anche formare gli adulti di domani.

Ma quando Bianca annuncia a Fiamma che Il meleto verrà ceduto a un grosso gruppo editoriale Fiamma sente il suo bellissimo mondo crollarle addosso. Perché Bianca non ha cercato un’altra soluzione? Perché Bianca non gliene ha parlato prima? Perché la sua meravigliosa e florida casa editrice deve finire tra le mani di gente che i libri non sa nemmeno cosa siano? Il meleto verrà stravolto, le scelte editoriale ribaltate e Fiamma…. Fiamma è distrutta, perché Il meleto fa parte di lei, del suo passato, di tutto ciò in cui ha sempre creduto. Il meleto è lei. Il meleto è il caro amico Alberto.

E mentre Fiamma, lancia in resta, si prepara ad affrontare i nuovi capi, Lorenzo si trova a dover sostenere una prova umanamente molto difficile quando una delle sue alunne, una ragazza musulmana, rimane incinta di un ragazzo italiano rischiando così di essere letteralmente linciata dalla sua famiglia di origine.

Come accade in moltissimi romanzi firmati dalla Casati Modignani, presente e passato si intrecciano e, grazie ai numerosi flash back sparsi qui e lì in mezzo al libro, al lettore viene permesso di conoscere in modo abbastanza preciso la vita di Fiamma, di Lorenzo, di Bianca e di Alberto arrivando quindi a poter delineare con sufficiente precisione non solo le loro vite ma anche i loro caratteri e le loro scelte.

Protagonisti assoluti e indiscussi, ovviamente, Fiamma e Lorenzo, attorno ai quali, come satelliti, orbitano adolescenti in difficoltà, autori con manie di protagonismo, scomodi amori passati e meravigliosi amori romantici.

Dagli anni Ottanta sino a un oggi l’affresco di un’epoca e un grande caleidoscopio umano.

Perché gli ho dato 7?

Sveva Casati Modignani è la mia coperta di Linus. Uno dei pochi scrittori che so di poter prendere in mano quando sono in crisi. Non esiste, per me, crisi di lettura che non possa essere superata grazie alla Svevona nazionale. Sveva Casati Modignani è la regina indiscussa di quel romance all’italiana che non si vergogna di esserlo (ma che a volte ci si vergogna di leggere). Anche perché – diggggggiamolo – la Svevona con i suoi librini romance ci ha fatto i milioni quindi, libri leggeri per libri leggeri, mi pare ovvio che qualcosina, questa donna, sappia effettivamente produrre.

Poi, come dicevo nel mio breve video su Instagram (se non mi seguite ancora, seguitemi!) da lei avrai una cosa ben precisa. Niente di più. Ma nemmeno (e non è mica poco di questi tempi) niente di meno. E sapete cosa vi dico? È proprio QUELLO che fa di Sveva Casati Modignani ciò che è.

Il filo conduttore di tutti i suoi libri è formato da una decina di semplicissimi elementi che si ripetono, stabili, da molti anni:

  1. Almeno una donna tanto bella da sembrare finta
  2. Almeno una donna ricca da far schifo
  3. Almeno una (ma meglio due) case enormi di quelle che quando le vedi inchiodi la macchina e sbavi un po’ sul volante
  4. Una manciata di uomini bellissimi. Di solito uno è bello e scemo mentre gli altri sono belli e intelligenti
  5. Gli uomini sono tutti dolcissimi e chiamano le loro compagni/mogli/amanti “Tesoro mio” “Amore caro” “Piccola principessa”. Roba che ti chiedi da dove cazzo sia venuto fuori tuo marito, porco cane.
  6. Miele che cola da ogni pagina. Tanto miele. Un sacco di miele. La stucchevolezza più assoluta e sfacciata. Tipo lei che rientra e lui che la accoglie con i due calici di vino e un bacio tra collo e clavicola (roba che se lo fai a me butto il bicchiere per terra e ti picchio fino a cambiarti i connotati)
  7. Almeno uno stronzo che gira, se sono di più è anche meglio
  8. Flash back come se piovessero
  9. Dialoghi improbabilissimi
  10. Un lieto fine da spaccare tutto pim pum pam (spoiler: molto spesso lei, a sorpresa, scopre di essere incinta e se non c’è traccia del padre chissenefrega, le donne della Modignani hanno due palle così)

Ma è una cosa poi così strana, quella di ripetere ossessivamente alcuni elementi?

Assolutamente no.

Scordatevi che sia una cosa strana e/o riprovevole.

Tutti i generi hanno i loro capisaldi, tutti i generi hanno bisogno di alcune “colonne” a reggere la storia. Il romance non fa differenza. E sapete un’altra cosa? I lettori, quelle cose lì, LE VOGLIONO. Provate a comprare un libro della Modignani e a trovarci dentro armi da fuoco, prostitute e… che ne so, i sobborghi di Bari. Vedete come sbattete il libro dentro al camino acceso. Se compro un libro della Modignani io voglio quelle dieci cose che ho elencato poco sopra. Non ci sono cavoli, le discussioni stanno a zero.

E queste storie che si ripetono all’infinito e nelle quali, alla fine dei conti, cambiano solo i nomi e a volte (ma non sempre) le location, piacciono. Piacciono le storie (quindi i plot), ma piace anche la stessa autrice che non smette mai (nonostante siano passati secoli) di usare quel tono vagamente snob, decisamente vintage, sempre autorevole e distaccato da vecchia signora. Cosa che è, tra l’altro.

Ricordo che la vidi in una puntata di uno dei tanti programmi di Benedetta Parodi, in cucina, con twinset di cachemire e filo di perle addosso. Era a suo agio come una lontra davanti alla televisione, più o meno. Fuori contesto, fuori target, fuori completamente, non fece un sorriso che fosse uno e si muoveva tra i fornelli come se, potenzialmente, potessero esploderle addosso riducendola a un ammasso di carne.

La Svevona è così, rigida e impostata.

E noi la amiamo così, rigida e impostata.

Gli ho dato 7 perché siamo ben lontani dai primi libri che scriveva col marito. Perché tutto sommato una botta di vita ogni tanto potrebbe darla. Perché il finale non mi è piaciuto.

Ma ho letto – scopro adesso – 500 pagine in cinque ore.

Poco da fare: la magia si è compiuta ancora.

Brava Svevona.

Com’è giusto che sia

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Titolo: Com’è giusto che sia

Autore: Marina Di Guardo

Editore: Mondadori

Anno: 2017

Pagine: 233

Prezzo: 18,00 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 9,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7½

SINOSSI:

Bellissima e sensibile nel fulgore dei suoi vent’anni, Dalia potrebbe possedere il mondo. Invece, la sua fiducia nell’umanità è già gravemente compromessa: abbandonata dal padre prima ancora di nascere, è stata cresciuta dalla madre in completa solitudine, rotta soltanto dalla relazione con un uomo violento, delle cui aggressioni Dalia è stata testimone fin da piccola. Tormentata da incubi ricorrenti e con l’anima annerita dai lividi, la ragazza cova un desiderio inesprimibile, una sete di riscatto e vendetta che la brillante carriera di studentessa in medicina non basta a placare. Il volontariato in un centro per donne vittime di violenza le conferma ogni giorno quanto gli uomini possano macchiarsi di atrocità rimanendo impuniti. Finché il gelo che ha dentro finalmente deflagra, e decide di vendicare, una per una, tutte le donne abusate che ha incontrato sulla propria strada, a cominciare dalla madre. Si trasforma così in un angelo sterminatore che sceglie le sue prede con metodo e somministra loro l’estremo castigo con un calcolo e una freddezza che sfidano l’ingegno dei poliziotti incaricati di indagare sugli omicidi.

E mentre la Dalia serial killer agisce indisturbata, la Dalia timida studentessa si imbatte in Alessandro, laureando in filosofia e barman introverso, che la corteggia con gesti premurosi e pensieri gentili. Tra i due si instaura una connessione profonda fatta di silenzi, slanci trattenuti, ferite condivise, che schiude una crepa nella corazza che Dalia si è cucita addosso per mettersi al riparo dall’amore. Ma ciò che non immaginerebbe mai è che, proprio adesso, dal suo passato possa tornare a braccarla il più spaventoso degli incubi.

LA RECE DELLA KATE: 

 

 

Dalia, come ogni mattina, si guarda allo specchio.

Lo fa per necessità, non per vanto.

In effetti del suo aspetto non sembra importarle molto; non adesso, almeno. Certamente si rende conto di essere parecchio più bella della media delle sue coetanee, certamente si rende conto degli sguardi degli uomini, certamente deve rendersi conto di quel suo corpo esile ma pieno di curve golose. Sorride, Dalia. E quel sorriso, che potrebbe essere scambiato per puerile vanteria, non è altro che lucida soddisfazione. La natura è stata buona con lei, le ha donato un aspetto divino, indimenticabile. Somiglia a un’attrice, Dalia. A una Madonna. A un angelo. I tratti delicati di un dipinto, gli occhi grandi e verdi, le labbra piene e turgide fanno di lei una donna di incredibile ma al medesimo tempo discreta bellezza. Pantaloni jeans, scarpe basse e comode per l’università, appena un velo di trucco per sentirsi in ordine. Questo l’armamentario di Dalia. Ma, nonostante la semplicità ricercata e studiata, spicca in mezzo alle altre donne come la luna nel cielo scuro della notte.

A volte la bellezza rende algidi, tutti protesi a non farsi troppo guardare o toccare; se è pur vero che a Dalia gli uomini non interessano, così come non le importa l’amore, trova però intima soddisfazione (ma anche profonda sofferenza) nell’aiutare le donne vittime di violenze in un centro di aiuto. Ed è proprio lì che conosce Lara, fragile e insicura, vittima di un uomo che la picchia ferocemente e dal quale – lei dice – non potrebbe mai separarsi. Manca una rete familiare, mancano i soldi, manca il coraggio. Scappare significherebbe essere braccata. Essere braccata significherebbe essere scoperta. Essere scoperta significa, con molta probabilità, essere ammazzata di botte. Dalia freme di sdegno, chiude gli occhi disgustata. Vorrebbe fare, fare, fare. Vorrebbe cambiare il mondo, vorrebbe cambiare la testa di quella donna, vorrebbe proteggerla, Ma più di ogni altra cosa, Dalia vorrebbe ucciderlo con sue mani. Ucciderlo guardandolo negli occhi, mormorando il suo nome, vedendo la vita scivolare via dal suo corpo come un sudario.

E lo fa.

Bella come un angelo, vendicativa come un demone, Dalia è convinta di essere l’unica in grado – anche grazie a quella sua bellezza delicata – di rendere giustizia a tutte quelle donne. Lara, Roberta, Benedetta… e Maria, sua madre. La vendetta più dolce, più succosa, più goduta sarà proprio quella, quella per la sua bella mamma ormai ridotta a una larva, lontana mille anni luce da lei, ombra tra le ombre, non più donna e non più (quanto dolore e quanta mancanza) nemmeno madre.

Ma questo bellissimo angelo vendicatore è pur sempre una giovane donna che cresce e che vive nel mondo e che, in maniera inaspettata, si innamora del suo giovane barista, Alessandro, occhi cortesi e sorriso imperfetto, sfuggente ma attento, premuroso ma pieno di dolore e di segreti. E mentre le morti si susseguono e giustizia, notte dopo notte, viene fatta, i due ragazzi cominciano a percorrere insieme un pezzettino di strada che li porterà poi – insieme – a un epilogo da mozzare il fiato.

Sarà l’ispettore Caruso (insieme al suo anziano ma vispissimo papà) a indagare su questa inquietante scia di morte e a tentare di far luce su una questione che sembra portare verso un’unica e incredibile soluzione.

Perché gli ho dato 7½?

La violenza contro le donne è fenomeno ampio e diffuso. 6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni: il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Sono 652 mila le donne che hanno subìto stupri e 746 mila le vittime di tentati stupri.

I partner attuali o ex commettono le violenze più gravi. Il 62,7% degli stupri è commesso da un partner attuale o precedente. Gli autori di molestie sessuali sono invece degli sconosciuti nella maggior parte dei casi (76,8%).

SEIMILIONISETTECENTOTTANTOTTOMILA.

Gli ultimi dati Istat – benché segnalino un miglioramento del fenomeno – sono e restano annichilenti.

Com’è giusto che sia, l’ultimo romanzo della scrittrice Marina Di Guardo uscito da poco sugli scaffali per la casa editrice Mondadori, “sfrutta” quindi un tema caldissimo per continuare a parlarne (smettere sarebbe anch’essa violenza) e per parlare – con l’aiuto del mezzo – a tutte quelle donne che, in questo momento, si trovano in una situazione di difficoltà.

Chiaramente, essendo un romanzo ed essendo un thriller non ha velleità altre se non quelle di intrattenere il suo pubblico, sia chiaro; come deve essere chiaro che in nessun modo si inneggia alla violenza e alla giustizia fai-da-te (o DIY, per dirla come piace ai social). Certamente questo romanzo può essere però veicolo di un certo numero di informazioni importanti, primo dei quali è: chiedere aiuto. Sempre.

Ma torniamo al romanzo!

Com’è giusto che sia è un thriller dal plot e dallo svolgimento tipici che presenta però un ritmo davvero molto sincopato, agilissimo, come… messo avanti a doppia velocità da un registratore.

E va bene così.

Le parole scorrono una via l’altra come inseguite dalla penna della scrittrice, senza pause, senza tentennamenti di sorta. La velocità di scrittura si misura (entrando in stretto contatto con essa) con l’urgenza della nostra bella protagonista, Dalia, che non attende oltre, che non ha più bisogno di prove, che non può più aspettare e che deve agire, distruggere, pulire il mondo da tutte le brutture che i suoi occhi vedono e che il suo cuore sente.

La collisione tra lo stile di scrittura e il veloce susseguirsi degli eventi ha il potere di rendere Dalia un personaggio molto tridimensionale, molto vero, poco costruito anche se, a mio parere, non molto amabile. Nonostante la ragazza faccia quello che noi tutti ci troviamo a pensare (è così) quando veniamo a conoscenza dell’ennesima tragedia ai danni di una donna, non sono riuscita ad entrare in sintonia con lei. Non muove empatia. A me? A tutti? Non devo stupirmene? È voluto? Probabilmente sì, è voluto. Perché Dalia è di questo mondo (fa volontariato, ha una mamma, mangia e dorme come tutti, va a scuola, ha delle amiche) ma allo stesso tempo a questo mondo non appartiene più, perché ha visto troppo, ha sofferto troppo, ha dovuto sopportare troppo.

Un thriller costruito nella giusta maniera che del thriller rispetta i canoni e che scopre tutte le sue carte solo nelle ultimissime pagine riuscendo sicuramente a cogliere di sorpresa anche i lettori più smaliziati (nonostante avessi annusato che qualcosa nell’aria c’era, non avevo proprio anticipato il colpo di teatro finale, accidenti!).

Una nuova buona prova per la Di Guardo, quindi, che vi consiglio chiunque voi siate. Femministe convinte, appassionati di thriller, giovani donne alla ricerca di un filo di brivido? Buona lettura a tutti, bimbi!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nessuno come noi

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Titolo: Nessuno come noi

Autore: Luca Bianchini

Editore: Mondadori

Anno: 2017

Pagine: 250

Prezzo: 18,00 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 9,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Torino, 1987. Vincenzo, per gli amici Vince, aspirante paninaro e aspirante diciassettenne, è innamorato di Caterina, detta Cate, la sua compagna di banco di terza liceo, che invece si innamora di tutti tranne che di lui. Senza rendersene conto, lei lo fa soffrire chiedendogli di continuo consigli amorosi sotto gli occhi perplessi di Spagna, la dark della scuola, capelli neri e lingua pungente.

In classe Vince, Cate e Spagna vengono chiamati “Tre cuori in affitto”, come il terzetto inseparabile della loro sit-com preferita.

L’equilibrio di questo allegro trio viene stravolto, in pieno anno scolastico, dall’arrivo di Romeo Fioravanti, bello, viziato e un po’ arrogante, che è stato già bocciato un anno e rischia di perderne un altro. Romeo sta per compiere diciotto anni, incarna il cliché degli anni Ottanta e crede di sapere tutto solo perché è di buona famiglia. Ma Vince e Cate, senza volerlo, metteranno in discussione le sue certezze.

A vigilare su di loro ci sarà sempre Betty Bottone, l’appassionata insegnante di italiano, che li sgrida in francese e fa esercizi di danza moderna mentre spiega Dante. Anche lei cadrà nella trappola dell’adolescenza e inizierà un viaggio per il quale nessuno ti prepara mai abbastanza: quello dell’amore imprevisto, che fa battere il cuore anche quando “non dovrebbe”.

In un liceo statale dove si incontrano i ricchi della collina e i meno privilegiati della periferia torinese, Vince, Cate, Romeo e Spagna partiranno per un viaggio alla scoperta di se stessi senza avere a disposizione un computer o uno smartphone che gli indichi la via, chiedendo, andando a sbattere, scrivendosi bigliettini e pregando un telefono fisso perché suoni quando sono a casa. E, soprattutto, capendo quanto sia importante non avere paura delle proprie debolezze.

LA RECE DELLA KATE:

Vince, Cate e Spagna sono i “Tre cuori in affitto”. Amici sin dal primo momento della prima Liceo hanno quel genere di amicizia a pelle e sentimento che accomuna molti dei ragazzi di ogni età e generazione. Vieni dalle medie, sei solo e magari impaurito; tutto sembra più grande, più impegnativo, più definitivo. In corridoio vedi passare delle persone che sembrano già degli adulti, già proiettati molto in avanti, no? E tu pensi “adesso scappo, adesso torno a casa, comincio a lavorare, non m’importa, in qualche modo la sfangherò” mentre ti tremano un pochino le gambe. Non importa che tu sia maschio o femmina: quel terrore lì c’è, è ben presente. È una fase della vita assolutamente nuova, piuttosto lunga, a ben vedere difficile. Durerà cinque lunghissimi anni e tu sei solo all’inizio. Il primo giorno del primo anno di scuola superiore. Dev’essere stato sicuramente così anche per i nostri tre protagonisti che poi, con uno sguardo, si sono scelti e mai più lasciati. Da allora la loro vita trascorre come quella di ogni ragazzino dell’hinterland torinese a metà degli anni Ottanta: scuola, compiti, qualche gelato in gelateria, il bisogno impellente di avere un paio di jeans Levi’s, l’urgenza di una borsetta Naj Oleari, la necessità di una felpa col cappuccio. Impossibile essere diversi, impossibile non uniformarsi, impossibile non desiderare. Allora come ora.

Quando a scuola arriva Romeo, rampollo di una ricca famiglia torinese che non si prende nemmeno il disturbo di abitare in città ma preferisce respirare l’aria più salubre e pulita della collina, le cose cominciano a diventare strane. Gli equilibri si spezzano, i caratteri cambiano, le necessità diventano altre. E se è pur vero che Cate e Vince sono fatti per stare insieme e che Vince lo vorrebbe davvero davvero tanto, la vita ha altro in serbo per loro. Per Cate relazioni sbagliate con ragazzi sbagliati che, com’è giusto che sia, in testa hanno cose ben diverse dall’amore. Per Vince l’amicizia con quel Romeo, quel ragazzo ricco figlio di un professore universitario. Per Spagna un tira e molla col suo fidanzato storico di cui lei non si fiderà  mai e poi mai (e viceversa).

E in questa Torino del 1987 trovano spazio anche gli adulti: donne e uomini sull’orlo di una crisi di nervi in un’Italia sicuramente più florida di ora ma ugualmente incasinata e fatta di desideri inespressi, voglie soffocate, amori repressi, e ancora vita, vita, vita, vita. Perché se è vero che i giovani si sentono gli unici degni di essere al mondo e non contemplano i bisogni degli adulti (allora come ora), è pur vero che ci sono anche loro; madri, padri, insegnanti che gravitano attorno a questi ragazzi cercando un piccolo spazio anche per loro stessi, per non affogare, per non ingrigire, per non soffocare nelle tetra quotidianità.

Sei, sette personaggi al massimo danno vita a un romanzo ambientato nel 1987 dal sapore dunque si vagamente (e piacevolmente) rétro, ma anche molto attuale.

Perché gli ho dato 7?

Ciao amici lettori! Bentrovati!

Facciamo un gioco? Dai!

Contate insieme a me!

E uno… e due… e tre… oplà! Vedo prevedo e stravedo che prima di arrivare al dieci, di questo romanzo avranno fatto una sceneggiatura cinematografica. Scommettiamo una cena?   🙂

Che dire, allora, di Nessuno come noi?

Secondo me non è che si possa dire poi tantissimo. Tutto quello che ci sarebbe da dire è racchiuso nella lunga e dettagliata sinossi che manca solo sveli pure l’assassino (tranquilli, nessun assassino, era per dire).

Nessuno come noi si rifà a tutto un filone italiano soprattutto cinematografico, appunto, a cui siamo abituati da un pochino di tempo. I personaggi, l’ambientazione, le figure degli adulti, nevrotici come sono, non fanno altro che riportarci ad attori come Bentivoglio e la Buy, non fanno altro che farci risuonare nella testa titoli come Tre metri sopra il cielo, Notte prima degli esami, Manuale d’amore, Ricordati di me. Che sia voluto o meno questo m’importa meno e non è nemmeno detto che sia un demerito, sia chiaro. Ma non posso non notare le solite rassomiglianze con altre mille cose che abbiamo letto e/o visto in questo ultimo decennio.

La parabola è quindi sempre più o meno la stessa: ragazzi della classe media del tutto normali che conducono una vita normale, quasi noiosa, anzi certamente noiosa sui quali si abbatte una disgrazia che li fa crescere e maturare e che segna quindi il loro ingresso in età adulta.

Finisce tutto, senza che niente si sia davvero risolto, a tarallucci e vino. Possibilmente tutti insieme. Possibilmente in vacanza dopo la maturità. Possibilmente in riva al mare. Possibilmente giurandosi amicizia e amore eterni.

Amen.

E torniamo quindi alla domanda iniziale: è un male?

Certamente e indubbiamente no. Primo, perché ha recensioni molto positive. Secondo: perché è uno scrittore appassionato. Terzo: perché ne faranno un film. Credetemi. Quindi, voglio dire, ha ragione lui. Lui tocca le corde giuste dell’anima. E se siete amanti di un certo cinema all’italiana, se conoscete i film che ho citato, se piangete spesso insieme alla Buy – che tanto piange sempre – allora non potrete di innamorarvi anche di questo romanzo. Quindi, acquistatelo senza remore e senza nemmeno pensarci un secondo.

L’altra conditio sine qua non, secondo me, è avere almeno quarant’anni. Sì perché entra in gioco tutta una serie di elementi che poco hanno a che fare con la storia narrata e molto ha a che fare con la memoria storica, la nostalgia, il ricordo. Leggere un libro in cui non compaiano i social, i cellulari, gli scooter fracassoni e altre diavolerie moderne… rilassa. Riporta indietro nel tempo, fa fare un certo numero di sorrisi spontanei e distacca un momento della realtà.

Un romanzo, insomma, davvero furbo, che s’inchina e si presta alla disperazione e al rammarico per una vita che non c’è più di tutta una generazione che, certamente, trarrà giovamento dalla lettura di questo romanzo a cui però non mi sento di dare più un sette anche abbastanza regalato. A me è sembrato elementare, banalotto, facilone. Mi sembra un goal fatto a campo vuoto, insomma.

MA.

Ma funziona.

Sta funzionando e funzionerà.

Così come a suo tempo ha funzionato Tre metri sopra al cielo che, pur non raccontando NIENTE, si prestava a essere affresco di una certa generazione, di un certo ceto sociale e una certa fetta della società. Fotografia a imperitura (ahinoi) memoria.

Ho sposato una vegana – Una storia vera, purtroppo

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Titolo: Ho sposato una vegana – Una storia vera, purtroppo

Autore: Fausto Brizzi

Editore: Einaudi

Anno: 2016

Pagine: 130

Prezzo: 10,00 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 6,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 6/7

SINOSSI:

Sposare una vegana ha conseguenze imprevedibili. Puoi ritrovarti a brucare l’erba da un vaso sul terrazzo, e sentirti in colpa per tutte le telline mangiate nella tua «crudele» vita precedente. Seguire questa dieta, scopri inoltre, comporta un grande dispendio di energie e – chissà perché? – di denaro. Roba da diventare nervosi per davvero, ancor piú quando, dopo mesi di torture, con sorpresa e quasi fastidio, sei costretto ad ammettere che i tuoi esami medici sono, per la prima volta, perfetti. A ogni modo, la storia di Fausto e Claudia ha un lieto fine, nel senso che Claudia vince (stravince, sarebbe piú corretto dire) e Fausto si arrende (senza nemmeno l’onore delle armi). Le cose vanno bene. Solo che, proprio sui titoli di coda, spunta una complicazione: l’imminente arrivo di una figlia. Avrà cuore, Fausto, di farne un’erbivora fin dalla nascita?

LA RECE DELLA KATE:

“Sai, mi piaci davvero tanto… peccato che morirai presto!”

E si congeda così, lei, scomparendo nella notte dopo il primo appuntamento più disastroso della storia dei primi appuntamenti disastrosi.

Lei è Claudia, Claudia Zanella. Classe 1979, attrice di una certa fama, bella bellissima e sana sanissima. Claudia ha tutto quello che a Fausto piace. Insomma, diciamo che una cosa di lei la sa e gli basta: è bella da togliere il fiato. Fausto è Fausto Brizzi, classe 1968, regista italiano di film quali Notte prima degli esami, Femmine contro maschi, Ex, Forever Young e molti, moltissimi altri. E nonostante il primo appuntamento sia andato così, con lei che parlava dei rischi del mangiare carne mentre tagliava in tre una lattuga e lui che fingeva di non avere più fame… nonostante tutto la vuole rivedere. Ancora e ancora. E mentre loro continuano a frequentarsi lui comincia a farsi una cultura di filosofia green così da arrivare – nell’unico modo possibile – al cuore della sua amata che, per ora, resta sulle sue. Perché è vero che lui l’ha invitata a casa cucinando (?) solo cose vegane, ma è anche vero che lei, spulciando i libri nella libreria di lui, trova un barattolo gigante di Nutella che lui non si era sentito di gettare nella spazzatura (ma che aveva pensato di aver occultato a dovere).

Ma mia madre diceva che quando l’amore c’è la gamba tira il piè. Avete capito, no? Quando c’è l’amore, insomma, le cose vengono spontanee e tutto succede naturalmente.

E insomma Fausto si ritrova a convivere con la sua Claudia, con Lana la cana e con molti, moltissimi attrezzi da cucina che lui nemmeno sapeva potessero mai essere anche solo pensati, figuriamoci poi anche costruiti e messi in commercio mentre al suo amato microonde viene staccata la spina per sempre.

Claudia, oltre a essere bellissima, ne sa anche una più del diavolo. La convivenza segna l’inizio e la fine di molte cose. Tra le quali, ovviamente, l’alimentazione onnivora di Fausto che, per amore, abbandona a malincuore costolette e ragù e abbraccia germogli, semi e beveroni disgustosi e viscidi.

Perché lo ha fatto?

Per amore, dice. Ma anche perché frequentando Claudia, leggendo e ascoltando lei si è reso conto che così è… be’, è semplicemente meglio per tutti.

E così la vita prosegue tra le follie della sua compagna e la vita di tutti i giorni che può portarti anche a strafogarti di tortellini alla panna quando lei non vede e non può fermarti, che ti può portare anche a fare una settimana di digiuno per farla contenta e che ti può portare a curarti con aglio e limone per una notte intera.

Loro sono Fausto e Claudia, coppia famosa sui tappeti rossi che, una volta spente le luci della ribalta rimangono quello che sono: una coppia molto innamorata, forse bizzarra, certamente giudicata ma innegabilmente felice. Anche senza carne. E latticini. E derivati. E miele. E pesce.

Pare si riesca a essere felici anche così, sì.

Perché gli ho dato 6/7?

Faustro Brizzi  è un narratore capace e molto efficace. Non cade mai nell’errore di mettere insieme troppe parole per convalidare un concetto. Le sue frasi sono brevi, i suoi dialoghi concisi e brillantissimi, i suoi racconti divertentissimi e spiazzanti (del resto l’impronta del regista deve pur vedersi, no?). Con pochissime pennellate riesce a rendere l’idea di una vita che, potenzialmente infernale, si riduce a essere una vita come tante altre. Solo un filino più complicata.

Il problema?

L’affresco schizoide che viene fuori quando parla di sua moglie Claudia.

Io mi auguro che lei sia stata scritturata ancora, dopo l’uscita di questo libro, perché vi giuro, io l’avrei catalogata sotto la voce FOLLE e l’avrei lasciata a marcire tra le mura di casa sua. Sì, la fotografia che ne esce è piuttosto imbarazzante. La Zanella è più instabile di un tavolo a tre gambe, più pazza di un internato, più pericolosa di una bomba chimica.

Onestamente, non me la sento di giudicarla con affetto. E nemmeno mi diverte, questo personaggio.

Mi hanno divertito i racconti, quello sì, perché lui è un abilissimo intrattenitore, perché il libro è breve e si beve in poco più di un’oretta, perché tiene un sacco di compagnia e perché si sente una vicinanza incredibile con questo povero uomo costretto a vivere come un condannato a morte.

Oh, lasciatemi stare! Lo sapete, non sarò mai salutista. Tutto quello che faccio è cercare di mangiare poco McDonalds. Stop. Lo mangerei tutti i giorni e invece mi limito a una volta ogni quaranta giorni. E mi sento una fottuta eroina, ok? Ok? E poi, certo, cerco di mangiare molta frutta e molta verdura, non ho mai fumato, non bevo se non un dito di vino a pasto ogni tot… ma basta, questo è tutto quello che faccio per me, per gli animali e per il pianeta. Sono una di quelle persone, lo dirò ancora più chiaramente, che giudica con molta perplessità i vegani. Non mi sembra, alla fine dei conti, che questa unica vita che abbiamo debba essere passata a bere centrifugati o semi. Il cibo è puro piacere. Sono scariche adrenaliniche. Sensazioni simili a quelle dell’orgasmo. Un piacere fisico che arriva direttamente al cervello. SBAM! La vita DEVE essere anche questo, cribbio. DEVE esserlo.

Ma queste sono considerazioni mie e solo mie, e so che non dovrei giudicare chi la pensa diversamente da me. Ma sono umana. E mi capita.

In definitiva, quindi, un libro piccino molto divertente con una protagonista femminile PER I MIEI GUSTI piuttosto antipatica, al limite dello squilibrio mentale, a dirla tutta.

Una donna che proibisce lana, pelle, microonde, bagnoschiuma, shampoo, cioccolato bianco, camini, detersivi, wi-fi, coperte in piuma. Una donna che bruca la verdura direttamente dal vaso in balcone, santo cielo benedetto! E così il povero Fausto si ritrova al suo matrimonio vegan con gli invitati in fin di vita dalla fame a spacciare mozzarella di bufala arrivata di sgamo lontani dalla sposa. Il povero Fausto si trova a dover chiamare la protezione animali esotici di Roma perché una lucertola da giardino è stata azzannata dal gatto dei vicini. Il povero Fausto si trova a dover discutere con la polizia dell’aeroporto nel tentativo di spiegare cosa sono quei 10 pacchi di roba bianca e piccina contenuti nella sua valigia. Riso. Era riso. Riso integrale, per la precisione, perché Claudia mangia solo riso integrale e chi lo sa se in Thailandia il riso integrale lo hanno? Meglio portarlo da casa, meglio così.

Ma una cosa è certa: sono più le volte in cui si ride che le volte in cui ci si arrabbia. E questo libro fa bene all’umore, tutto sommato. E Dio solo sa quanto bisogno abbiamo di essere felici. Sani, certamente, ci mancherebbe altro, ma anche felici. Sereni, leggeri, calmi. E questo libro aiuta. Mi ha rilassata, mi ha calmata, mi ha molto divertita. Probabilmente non tanto perché certe situazioni siano comiche. Credo che siano molto più tragiche che comiche e io da una donna del genere starei lontana ANNI LUCE, ma resta il fatto che Brizzi è riuscito a rendere divertenti anche le tragicità. Un vero dono.

Se siete vegani leggetelo solo se siete anche spiritosi.

Se lo leggete, fate di non essere influenzabili, perché io non vi voglio sulla coscienza.

E se siete vegani non vogliatemene, io cercherò di non volerne a voi.

 

Il delitto perfetto

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Titolo: Il delitto perfetto

Autore: Sam Stoner

Editore: Selfpublishing

Anno: 2016

Pagine: 33

Prezzo: 3,49 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 0,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI: 

Il dottor Fois torna a casa dopo una giornata di lavoro. Ad attenderlo non c’è la moglie. La signora Fois, infatti, è senza vita nella casa di campagna. Il dottore assapora la libertà ritrovata ripercorrendo le ultime settimane che lo hanno portato a elaborare l’omicidio perfetto.

LA RECE DELLA KATE:

Il signor Fois torna a casa, come ogni sera. E come ogni sera aspetta di sentire i rimbrotti della moglie, la signora Fois, una donna collerica al limite del pericoloso che, in paese, non gode di una gran fama. Irosa, maleducata e manesca, ecco cos’è. Lo sanno tutti, perché lei non fa niente per nasconderlo. Ricca di famiglia e spocchiosa di natura, da molti anni una delle sue vittime preferite è proprio quel povero uomo del marito; di giorno stimato medico e profondo conoscitore di ogni meandro della scienza che esercita e di sera, a casa, semplice marionetta nella mani di una donna bolsa e fastidiosa, collerica, insistente e volgare. Già sente, quindi, la sua voce nelle orecchie. Fai questo! Fai quello! Lascia stare il gatto! Non appoggiare i piedi lì! No, nemmeno lì!

Ma… no. Aspettate un attimo.

Queste cose, stasera, non accadranno.

Non accadrà nulla di tutto ciò. Il dottor Fois può dare un calcio al gatto (che piacere anche il solo gesto!), può versarsi qualcosa da bere, può persino appoggiare i piedi sul complemento di arredo preposto a questo scopo. Lusso. Tutto questo, per lui, è semplicemente un lusso.

L’idea della morte della moglie lo fa sentire molto – pericolosamente – vicino alla pace dei sensi. Niente di troppo educato, siamo tutti d’accordo, ma le cose stanno esattamente in questo modo. Quasi le labbra si atteggiano a sorriso, in questo momento. Felicità per la morte della gentil consorte? No, non davvero. Non starebbe bene, lui è pur sempre un medico, un professionista, un’autorità di paese, cribbio! No, quella specie di sorriso è solo merito del relax agli arti inferiori. Dev’essere certamente quello il motivo. Solo e soltanto quello. E mentre assapora quegli attimi di puro piacere dei sensi, la sua mente torna indietro nel tempo e all’incontro con il notaio Govi che, pulce nell’orecchio dopo pulce nell’orecchio, ha dato la stura a una serie di situazioni violente e drammatiche che hanno cambiato per sempre la vita di (almeno) tre persone.

Perché gli ho dato 7?

Ciao, mi chiamo Caterina, per gli amici Cate o Kate e nella vita sono una specie di signora Fois.

Non esco benissimo dalla lettura di questo racconto.

Credo mi guarderò le spalle, da oggi in avanti.

Sì, lo ammetto: sono una stracciaballe.

Pensate a una donna pallosa. Pensate alle vostre compagne e a come possono essere fastidiose. Fatto? Elevate il tutto alla dieci. Fatto? Elevate ancora alla venti. Fatto? Quella sono io. Sì, signori. Non si direbbe (o forse sì) ma io sono una di quelle donne che parlano troppo. Tempo che entri dalla porta e io ho già detto almeno duetre cose. Tempo che ti togli la giacca ho già brontolato su qualcosa. Tempo che ti fai la doccia e ti ho già chiesto almeno quattro cose delle quali tre impossibili. Credo di aver preso sia da mio padre (per le cose impossibili) che da mia madre (per la petulanza). No, non sono una donna desiderabile.

E di questo si parla.

Di donne che tirano un tantineeello troppo la corda.

Stoner ne parla in maniera breve e concisa (credo che di questo argomento si potrebbe scriverne sino a finire tutto l’inchiostro presente sul pianeta) ma molto chiara e assolutamente divertente e godibile.

Il suo delitto perfetto è un giallo dal taglio piuttosto classico nel quale non trovano spazio polizia o commissari di sorta. Qui ci sono solo loro due. Fois e Govi. Due da giacca e cravatta. Due da caffè al bar. Due da segretaria ottuagenaria a sbrigare le pratiche. Due uomini, di cui uno un po’ troppo contento di aver perso la moglie a seguito di un attacco di cuore. E un uomo contento, si sa, si riconosce. E Fois sa riconoscere da lontano un uomo sano e felice. E Govi lo è. Govi, da poco vedovo, è felice e sano come un pesce. Sarebbe – dice lui – davvero una seccatura ammalarsi ora che la libertà è a portata di mano, no? Ma Govi e sano e adesso che è vedovo è anche – incredibilmente e stratosfericamente – libero. Libero dai doveri, dal dialogo forzato, dai rimbrotti, dai borbottii, dallo shopping il fine settimana, dal fai la spesa disfa la spesa. Libero. E felice.

Fois vuole quella felicità lì, e se la andrà a prendere.

La scrittura è scorrevole, la prosa semplice ed efficace, le atmosfere altrettanto semplici (divise tra lo studio medico e la casa dello stesso) ma ben studiate in quel mix di luce/ombra che dona a questo racconto breve un certo fascino, un “letto” ideale nel quale far riposare l’immaginazione del lettore.

Ideale per chi ama i gialli, per chi ama leggere storie brevi, per chi ha poco tempo per leggere e che vuole emozioni mordi e fuggi.

Vi prego però: vogliate bene anche a noi.

Adotta anche tu una donna stracciaballe.

Contaminati

contaminati

Titolo: Contaminati

Autore: Erica Gatti e Sofia Guevara

Editore: Centauria (serie Talent)

Anno: 2016

Pagine: 392

Prezzo: 9,90 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 4,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Sono passati dodici anni da quando Adela, Queen, Evan e Viper sono stati sequestrati da uno psicopatico, rinchiusi in una grande casa nelle campagne russe e infine liberati – unici sopravvissuti tra i tanti bambini scomparsi – da un’ardita operazione di polizia. Non ricordano nulla di quei mesi atroci ma ciascuno porta impresso nella mente un trauma, che ha fatto di loro ciò che sono: quattro giovani dotati di capacità inquietanti, ognuno a modo suo un «esperimento riuscito». Ora il loro carnefice è evaso di prigione, deciso a perseguitarli ma anche – pare – a rivelare i suoi segreti. Messi al sicuro in una casa controllata dalla polizia, i quattro stringono un patto insidioso: si conoscono appena, non si piacciono granché, ma scapperanno insieme alla ricerca dell’uomo che ha segnato il loro passato. E che li sta aspettando.
Per le strade di San Pietroburgo e nelle vaste nebbie della Russia, nella loro corsa a ostacoli Adela, Queen, Evan e Viper scavalcano assassini e poliziotti, spacciatori e traditori, per tacere delle loro stesse ombre, forse le più mortali di tutte. Chi incalza chi, in questo gioco di inseguimenti e inganni? Il loro obiettivo è scoprire la verità, consumare una vendetta, o porre fine una volta per tutte alla loro vita ormai «contaminata»? Quattro eroi sbagliati danno vita a un thriller capace di unire avventura e atmosfera, ritmo forsennato e scavo psicologico. Ricordandoci che la prova finale, in cui saremo soli di fronte a ciò che siamo diventati, attende tutti noi.

LA RECE DELLA KATE:

Ogni anno, in tutto il mondo, spariscono milioni di persone. Solo in Italia, giusto per parlare di numeri, dagli anni Settanta a oggi sono sparite più di ventisettemila persone. Ventisettemila anime scomparse nel nulla. Molti di questi sono bambini (circa dodicimila solo in Italia) e molti di questi non fanno mai più ritorno nelle loro case, spogliandole per sempre di amore e gioia. Di loro rimane poi ben poco di tangibile. A volte delle camerette lasciate lì, come “congelate” a imperitura memoria, a volte solo il pupazzo preferito, a volte nemmeno una fotografia, nel tentativo di cancellare tutto, di dimenticare l’orrore. Plotoni di famiglie private per sempre di uno dei loro membri più cari e schiacciate per sempre dal senso di colpa: non essere riusciti a proteggerli.

Adela, Queen, Evan e Viper sono quattro di quei bambini.

Ma loro sono tornati.

Rapiti e tenuti prigionieri dal serial killer che ha terrorizzato la Russia molti anni prima, adesso sono quattro adolescenti problematici e decisamente fuori dal comune. Quando la notizia che il loro carnefice è evaso di prigione arriva alle orecchie dei servizi segreti, i quattro vengono prelevati e portati in un luogo sicuro assieme alle loro famiglie. Ma loro, lo abbiamo detto, non sono adolescenti normali. Non sono spaventati. Non gridano, non fissano nel vuoto, non cercano riparo dal terrore che dovrebbe avvolgere le loro viscere. Si ri-conoscono come appartenenti alla stessa specie umana, quella dei sopravvissuti, e formano una famiglia – bizzarra – ma pur sempre una famiglia. E come tutte le famiglie ha bisogno di operare per un bene comune, di auto-conservarsi e di proteggere i suoi membri. Loro non sono quattro ragazzi come tutti gli altri. Loro non fuggiranno. Se il loro aguzzino li vuole (e li vuole, certo che li vuole) loro gli andranno incontro.

Comincia quindi, per i quattro giovani protagonisti, una fuga al contrario; non una fuga dal carnefice ma una fuga dalle autorità. No, nessuno capisce cosa stanno provando. Nessuno capirebbe cosa significa avere un padrone che diventa anche padre che diventa unica figura maschile nell’infanzia che ha i tratti dell’uomo nero ma che si lega indissolubilmente a te. Un uomo che li ha resi quello che sono, degli esseri speciali. Un uomo che ha cambiato le loro vite, che li ha trattati come materiali da plasmare e che, alla fine dei giochi, quello ha fatto: li ha plasmati, modificati,

La loro fuga è reale e fisica ma è anche assolutamente simbolica. Fuggono da tutto quello che sono stati, dal loro passato, dal loro essere “diversi”, dagli sguardi pietosi o infastiditi dei loro genitori, dall’odio dei compagni di classe, dalla necessità di essere altro da loro. E non si riesce mai a capire bene quanto loro vorrebbero essere diversi da quello che sono. Non si capisce mai bene quanto potrebbero essere davvero felici senza le loro peculiarità, senza essere quello che quel pazzo ha fatto di loro.

Complici ma non amici, protetti e protettori dell’altrui incolumità ma anche viaggiatori solitari, i quattro ragazzi compiranno un percorso difficile e pericoloso sul filo di un rasoio affilatissimo sul quale camminano virtù e debolezza, odio e speranza, bontà e malvagità. Vittime o carnefici a loro volta? Quanto è sottile la linea che ci separa dall’essere o dal diventare abominio per noi stessi e per gli altri? Cosa ci tiene ancorati alla legalità? Cosa siamo in grado di fare (o di diventare) in nome di un ideale?

Perché gli ho dato 8?

Perché è un libro molto, molto, molto intelligente.

Va tanto di moda assumere nomi d’arte, e se loro si fossero chiamate, checcacchioneso, Sophie ed Ery (magari qualcosa di un pelo più figo, eh?) nessuno, ma proprio nessuno, avrebbe capito che si trattava di un romanzo italiano.

Oh, su, ne abbiamo già parlato, non fate quelle facce smorte.

Gli italiani certe cose non sanno scriverle, amen. Sappiamo scrivere alcune cose, ma non tutte. Certi tipi di fantasy YA, ad esempio, è difficile che nascano da una penna italiana. Idem certi thrilleroni con certe atmosfere. Non ho mica detto che non sappiamo scrivere, cavolo. Ho detto che certe cose non ci vengono poi benissimo. Questo è uno di quei libri che o li scrivi bene o è meglio se ti vai a fare una pizza, già che siete in due. Probabilmente la pizza se la sono pure mangiata, le nostre due amiche Sofia ed Erica, ma dopo la pizza hanno anche creato un thriller che gioca a fare il paranormal che gioca a fare lo YA (young adult. Non lo dico più, eh?). Capirete quindi che questo romanzo ha un target ampissimo che non ha nessuna intenzione di ricadere unicamente sulla categoria “ragazzi”. Io, comunque, una ragazza non sono. E mi sono divertita da IMPAZZIRE.

A propormi di recensirlo è stata la mia collega blogger Erika Zini, del blog Wonderful Monster. Erika si occupa di letteratura romance e YA molto più di me che, come sapete, volente o nolente bazzico molto più nell’horror. Ho pensato di non avere i lettori giusti, ho pensato di lasciar perdere, ho pensato che no, lo avrei recensito.

E Dio… come non mi sono pentita.

Vi piacerà amici, vi piacerà. Ve lo giuro. Vi prego, fidatevi.

Probabilmente il riassunto che vi ho fatto del romanzo vi ha incasinato un attimo le idee: in che senso sono speciali? Hanno dei poteri? Che fanno, volano? Come fa a essere un thriller se questi volano?

Calma, nessuno vola.

Ed è un thriller, sì. Un thriller a sfondo psicologico che va a tastare ripetutamente nella mente umana e nella mente di chi, a pochi anni di vita, ha subito le atrocità peggiori. Un thriller che gioca con l’ambiguità e che si diverte a farlo. Un thriller che sembra concluso quando il Kindle segna l’80% e tu ti chiedi cosa mai debba ancora succedere. E poi succede ancora altra roba.

Oh, certo. Ha delle ingenuità. Ed è comunque un romanzo di fantasia. Nella vita reale nulla di tutto questo succederebbe, per quanto la mente umana sia ancora per buona parte inesplorata.E ha un titolo secondo me sbagliatissimo: io non lo avrei MAI scaricato. E non mi piace nemmeno la cover, anche se amo le cover minimaliste. Insomma sì, dei difetti ne ha, compreso un editing a volte non perfetto.

Ma porco cane, questo libro è un centro.

E io spero avrà il successo che merita, perché è tutto italiano, perché è un azzardo, perché è coraggioso, perché è ben congegnato, perché ha un’idea buona alla base.

Ah, a proposito: ricordiamo tutti, no, la credenza (è solo una credenza) secondo la quale noi umani usiamo solo il 10% del nostro cervello? Ricordatevelo, vi servirà. Nonostante sia solo una storiella rimane interessante ed affascinante la teoria secondo la quale saremmo in grado di fare grandi cose. A me piace pensarlo, anche se non è vero. A me, tra l’altro, basterebbe arrivare al 10% che avete voi. Credo di sfruttare il 2% del mio cervello. Sono una da risparmio energetico, io.

Contaminati ha il titolo sbagliato, la cover sbagliata e tutte le idee giuste. Non sempre i personaggi sono a fuoco e i dialoghi efficaci sono ridotti al lumicino (probabilmente non sono il loro forte) ma io devo valutarlo nel suo complesso.

E nel suo complesso è da 8.

Questo romanzo intrattiene con leggerezza ma necessita concentrazione. Ha un sacco di pagine (sapete che odio i mappazzoni infiniti) ma si fa leggere in un soffio (io l’ho letto in sei ore circa), ha dei ragazzi come protagonisti ma non è banalotto o per ragazzine svenevoli. Un libro da grandi, ecco cos’è.

Io ve l’ho detto: leggetelo. E buon viaggio.