L’abbandonatrice

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Titolo: L’abbandonatrice

Autore: Stefano Bonazzi

Editore: Fernandel

Anno: 2017

Pagine: 145

Genere: Narrativa

Prezzo: 15,00 euro per il formato cartaceo – 6,49 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 7 e mezzo

SINOSSI:

Durante l’inaugurazione della sua prima mostra fotografica, Davide riceve una chiamata: Sofia, l’amica di cui aveva perso le tracce anni prima, si è tolta la vita. Al funerale, Davide conoscerà Diamante, figlio di Sofia. Un sedicenne scontroso e instabile che insieme al dolore si porta appresso un fardello di domande: che relazione c’era tra Davide e Sofia? Perché sua madre è scappata dall’Italia troncando ogni rapporto con amici e famigliari? Perché il suicidio? Tornato a Bologna insieme a Diamante, Davide si ritroverà a vivere una complicata convivenza a tre che coinvolge anche Oscar, il suo compagno, e grazie alla quale riemergerà la storia di Sofia, colei che lascia per paura di essere lasciata: una storia di abbandoni e di fughe, di silenzi e di madri dai comportamenti irrazionali e inspiegabili. “L’abbandonatrice” è un romanzo che racconta gli attacchi di panico e la droga, l’adolescenza e il disagio. Un romanzo sulle responsabilità che ogni scelta comporta e sulla difficoltà ad accettarne le conseguenze, a qualunque età, qualunque ruolo la vita ci abbia riservato.

LA RECE DELLA KATE:

Se fate un secondo di silenzio devo mettere le mani avanti e fare una figura di merda epocale. Niente, non so cosa sia successo ma il mio Kindle ha cancellato il file de L’abbandonatrice, ciò significa, in soldoni, che non posso riportare la citazione che volevo riportare e che molto fa capire e che non potrò essere precisa al dettaglio come avrei voluto. Ok, finito di arrampicarmi sugli specchi. Voi perdonatemi, se potete. Anche le blogger casiniste a volte smaronano. Anzi, soprattutto le blogger casiniste. 

Torniamo a noi. Anzi, torniamo a Davide, Oscar e Sofia facendo un piccolo passo indietro e collocandoli nello spazio e nel tempo e in un contesto socio-culturale. Siamo a Bologna nel 2000, più o meno. Davide vorrebbe diventare un fotografo di successo, iscriversi al Dams e fare qualcosa di grande. Per farlo e provare a essere felice, però, deve uscire di casa, perché la sua manifesta omosessualità mette in imbarazzo (anche se nessuno glielo direbbe mai apertamente) la sua famiglia. Quindi, bolognese di Bologna, si mette in cerca di un appartamento da condividere. E trova Oscar. Bellissimo e dannato, ricco e voluto dalla sua famiglia, Oscar vuole invece diventare un pianista di successo. Apertamente omosessuale, intreccia sin da subito un rapporto d’amore con il complessatissimo Davide che passa la sua vita da ventenne tra un attacco di panico e l’altro. Sofia non è omosessuale, vorrebbe fare l’artista ed è amica sia dell’uno che dell’altro. Figlia di una donna con gravissimi problemi di depressione che ha mandato in rovina la famiglia, Sofia si porta dietro un passato di dolore e di rabbia che, lentamente, le corrode ogni fibra rendendo il suo dolore quasi tangibile, quasi vero, quasi visibile.  Facile capire quindi quanto il loro rapporto sia ammalato ma non per questo meno vero. Non si capisce chi aiuti e chi venga aiutato, chi dei tre abbia più irrisolti, più ferite, più insuccessi. Oscar fallisce la sua vita da musicista, Sofia scompare, Davide tenta di rimettere insieme i cocci della sua esistenza e di quella di Oscar, ormai ombra del ragazzo sensuale e affascinante di un tempo.

E poi, la chiamata. Quella chiamata. Quella che forse ci si sarebbe dovuti aspettare da molto tempo. Sofia è morta. Anzi, non proprio morta-morta e basta; morta suicida. Sofia è diventata sua madre, o sua madre è diventata Sofia; o la malattia ha messo radici inestirpabili. Come se il dolore fosse come un raffreddore, che starnutisci e lo attacchi in giro sulla metro, a scuola, in sala d’aspetto. Come se ci volesse una mascherina per il dolore, per non contagiare gli altri. E’ che secondo me il dolore ha un livello di contagio altissimo, porca miseria. Io lo vedo, come viaggia il dolore. E’ per questo che combatto a colpi di sorrisi e di preghiere, perché il dolore ha una forza sovrumana. Ma anche la gioia, se è per questo. E sempre per questo (e qui spiego il 7 e mezzo, non temete)

Perché gli ho dato 7 e mezzo?

Eccomi, dicevo.

Qui spiego il 7 e mezzo che non è diventato 8. No perché il romanzo è bello, dico davvero. Forse anche da 9. L’editing è pressoché perfetto (con Fernandel non si sbaglia mai) la prosa fluida, i personaggi tutto sommato credibili (basta farsi un giretto alla Montagnola di Bologna e si capisce che non si parla di casi limite, ma di vita, solo vita. Che per qualcuno va di merda) e una Bologna multiculturale e dannata come solo lei sa essere. Amo Bologna, la amo profondamente. Non la conosco come vorrei, perché ogni centimetro di portico sarebbe da calpestare, ogni persona sarebbe da fermare, ogni negoziante sarebbe da intervistare e allora ancora non si saprebbe nulla di nulla. Bologna è una vecchia signora lardosa, bolsa e stanca, appena inclinata verso il basso, prostrata dalla moltitudine di vite che la attraversano, agitata dai tanti giovani che camminano sopra le sue antiche pietre. E Bonazzi la descrive bene questa Bologna universitaria e alternativa, vecchia ma con i dreadlocks e una canna smangiata in bocca, una hippie dagli abiti colorati ma sporchi.

Un po’ drammone giovanile anni Settanta e un po’ Andrea De Carlo con i suoi rapporto uomo-uomo-donna, L’abbandonatrice non è riuscito però a farmi commuovere. Cosa che immagino non volesse comunque fare. Ma anche voi: non commuovetevi. Non provate pietas umana. Nessuno di loro merita la vostra pietà. Sono tre abbandonatori, in realtà, non solo uno. Non solo lei. Sono tre abbandonatori di vita, di Fede, di speranza, di sogni. E non è accettabile. Sarà perché mi hanno insegnato che la vita è il dono più grande dell’amore, sarà perché per me la salute è sacra. Sarà quello che sarà, ma per me loro sono tre perdenti alla stessa maniera, anche se Davide, alla fine della fiera, ne esce facendo la parte del leone. Parte del leone ampiamente telefonata, tra l’altro, perché non poteva che andare a finire così e perché almeno lui doveva uscirne pulito e perché la ventata di speranza doveva esserci.

Un appunto: la sinossi dice che è un romanzo che racconta gli attacchi di panico e la droga. Se volete parlare di attacchi di panico e di droga magari rivolgetevi a uno psichiatra e non fatevi fuorviare, perché qui non si parla di attacchi di panico e di droga. Detta così secondo me suona malissimo. E’ un romanzo di formazione (o involuzione per qualcuno) che tenta di descrivere come si possa stare a galla quando la vita ti volta le spalle.

Poi, ripeto, secondo me nessuno è tenuto a suicidarsi o drogarsi o andare nei matti per nessuna ragione. Siamo al mondo per essere felici e rendere felici il prossimo, non per suicidarci. I drammoni sono orrendi, è vero. Ma sono dei fallimenti individuali, non della società. O non sempre della società. No perché sembra colpa di qualcuno se Sofia si è suicidata. Sofia si è suicidata per colpa di Sofia. E Diamante ha ben ragione a essere incazzato nero.

Ok.

Ok.

Ho finito.

Mi sono lasciata trascinare.

Nemmeno la rileggo.

Grazie per essere arrivati fino a qui.

Vi amo.

P.s. COVER MERAVIGLIOSA.

 

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Un delitto al rosmarino: Wylo Helig 1

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Titolo: Un delitto al rosmarino: Wylo Helig 1

Autore: Fabio Larcher

Editore: A.Car. edizioni

Anno: 2017

Pagine: 125

Genere: Fantasy-giallo

Prezzo: 12,50 euro per il formato cartaceo

Il voto della Kate: 8

SINOSSI: 

NON LA COPIO, PERCHE’ QUELLA CHE TROVATE SU AMAZON NON RENDE IDEA DEL GENERE DI ROMANZO CHE E’. NON E’ BELLA ED E’ FUORVIANTE. SE VOLETE SAPERE DI COSA PARLA IL LIBRO, LEGGETE LA MIA RECENSIONE.

LA RECE DELLA KATE:

Wylo Helyg (Iddio solo sa se è Helyg o Helig senza la ipsilon, visto che compare scritto sia in un modo che nell’altro… benedetti autori) è un elfo di età avanzata che veste in maniera desueta e odia chiunque tranne sé stesso. Non c’è nemmeno da dirlo: ci piace un casino! Lo avrei voluto molto bello, tipo gli elfi de Il signore degli anelli, insomma, un figone dai capelli biondi e piastrati e dalla pelle bianca e liscia come il sedere di un poppante maaaaaaa… per questa volta vedrò di passarci sopra. Del resto lo scrittore è uomo. Fosse stata una donna a scrivere Delitto al rosmarino (che nome delizioso, non trovate?) l’elfo stronzo sarebbe stato un elfo bello e stronzo alla James Dean, uno di quelli che non deve chiedere mai, uno alla Dr. House, per intenderci, ma senza bastone. Sto divagando, vero? Non scrivo una recensione da troppo tempo. Ah: giusto per inciso. Questa sarà la penultima recensione, poi il blog chiude. No, non per le vacanze di Natale. Chiude forever and ever. Avrei voluto diventare famosa, non sono diventata famosa, quindi mi do all’ippica. Il che sarà molto meglio per tutti. E poi ho troooooppe cose da fare, bambini miei.

Tornando a bomba: l’elfo stronzo viene chiamato per risolvere un caso apparentemente irrisolvibile, un caso alla “stanza chiusa”. Due morti e una porta chiusa dall’interno. La vedova (deliziosa) vuole decisamente saperne di più, anche perché il defunto (e porco) marito ha avuto il cattivo gusto di crepare avvinghiato nudo a una ninfetta altrettanto nuda.

La cameriera che li ha scovati (poverella) ricorda solo tre cose: una canzone, una puzza di ascelle da far svenire un cavallo e un forte odore di rosmarino che manco il pranzo di Natale (comprendete ora il motivo del titolo?).

All’elfo stronzo di risolvere il caso interessa poco; a lui può giusto interessare di trombarsi allegramente la vedova del vecchio porco, quello gli interessa. E anche qui la mia idea sugli elfi si fa nebulosa: Legolas mi aveva messo in testa che fossero qualcosa tipo voci bianche o eunuchi o entrambe le cose. Helyg (Helig??? Come si scrive, Larcher???) non mi sembra molto eunuco. No.

Ad ogni buon conto: giusto per fare dello spoiler è normale che il caso venga risolto, che tutti abbiano il loro contentino e che i morti rimangano morti. Niente zombi, niente magie, niente risurrezioni. E’ un giallo a tutti gli effetti che viene risolto in modo sbarazzino con una spruzzata di ironia, un pizzico di erotismo e molte cattive maniere.

Perché gli ho dato 8?

Veniamo al punto, vi va?

Mi sono divertita, ho passato due ore bellissime, mi ha fatto tornare voglia di leggere, ho amato l’elfo stronzo, ho apprezzato il linguaggio curato e sofisticato, ho apprezzato le ambientazioni, ho amato i dialoghi pungenti, ho gradito la brevità della cosa, ché io i gialli da 400 pagine non li tollero.

Ci sono delle cose da aggiustare?

Sì, ovviamente.

Primo fra tutti il nome dell’elfo e la sua ipsilon.

Poi le virgole. Sono sparse un po’ alla viva il prete, bisogna che ci guardiamo meglio a dove metterle, perché alcune frasi sono impronunciabili, così come sono.

L’idea delle tavole disegnate dentro al romanzo… ni. Larcher sa disegnare e noi lettori apprezziamo il talento all over, noi donne poi impazziamo per gli uomini che hanno testa ma anche mano, ci mancherebbe. Ma ne avremmo fatto a meno? Mah, io sicuramente sì. Ma è comunque un’idea apprezzabile e carina. La cover poi è bellissima. Bellissima.

In conclusione: secondo me va letto. Non regalatelo a un giovanissimo: ci sono delle cose un po’… sexy. Ma regalatelo a voi stessi, se vi va. Io ve lo consiglio!

Creepypasta

 

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Titolo: Creepypasta

Autore: AAVV

Editore: Nero Press

Anno: 2017

Pagine: 67

Prezzo: Disponibile solo in formato digitale a 0,99 euro.

Il voto della Kate: 7/8

SINOSSI:

In questa raccolta digitale, diversi autori si cimentano nella riproposizione romanzata di alcune delle più famose creepypasta, altri, invece, propongono delle proprie creazioni, mantenendosi però aderenti agli archetipi del genere. Canzoni maledette, apparizioni, stazioni fantasma, case nel bosco e altre leggende vi introdurranno nell’inquietante mondo delle creepypasta. Inoltre,  nello speciale che precede i racconti, Biancamaria Massaro spiega le origini delle Creepypasta, raffrontandole con le moderne narrazioni digitali. Molto spesso, scoprirete, non c’è grande differenza tra leggende metropolitane e notizie reali manipolate dei media a scopo sensazionalistico.

LA RECE DELLA KATE (e perché gli ho dato 7/8):

Il bello della casa editrice Nero Press è che nei “momenti forti” (termine rubato al mondo scout) dell’anno fanno uscire certe raccoltine di racconti succose succosissime. Brevi, simpatiche, con delle cover letteralmente pazzesche e tutto sommato ben fatte. So che partono non con larghissimo anticipo nella ricerca degli autori e dei racconti giusti, dunque il risultato finale (molto spesso più che buono) diviene ancora più apprezzabile. Dalla sua, Nero Press ha un parco autori di tutto rispetto che spesso di prestano a scrivere delle vere e proprie chicche di pochissime pagine che però rendono l’idea e del loro stile di scrittura (dando quindi la possibilità di andare a ripescare in rete altre cose che hanno scritto) e dello stile della stessa Casa Editrice che fa dell’orrore un orgoglio e una bandiera.

Entrando nel dettaglio, possiamo notare che questa non è una raccolta di racconti qualsiasi. Se mi sono gettata a capofitto nella lettura e nella conseguente recensione di questo lavoro, è perché è stato scelto per tutti non il classico tema “Halloween” ma un vero e proprio filone narrativo che mi ha sempre incuriosito e che conosco ben poco: il creepypasta.

Il termine Creepypasta deriva da “Copypasta” (a sua volta derivante da “Copy and Paste”, il nostro Copia e Incolla), un neologismo inglese che indicava un blocco di testo copiato e incollato più e più volte di sito in sito. Una Creepypasta è un racconto breve e originale che nasce per terrorizzare e provocare shock nel lettore; è una tendenza piuttosto recente scaturita proprio dal web

Un esempio fra tutti: l’esperimento russo del sonno. Non lo conoscete? Andate a digitarlo su Google e avrete un’idea chiarissima di cosa sia un creepypasta. Da p a u r a. Io AMO queste cose. Alla follia.

Secondo me non tutti i racconti di questa raccolta sono centratissimi; alcuni sembrano “semplicemente” racconti dell’orrore. Il che non toglie bravura e impegno e dedizione all’autore, ma toglie forse qualcosa al prodotto finale.

Tra tutti, degni di nota sono La stazione fantasma di Beppe Roncari; Dopo la guerra di Flavia Imperi e I ritratti di T.S.Mellony (mamma che brividi m’ha fatto venire!).

La raccolta si apre, poi, con lo speciale dal titolo: “Narrazioni digitali: leggende metropolitane, Creepypasta e il fenomeno Blue Whale tra realtà e finzione” scritto in maniera chiara, concisa e magistrale dalla bravissima Biancamaria Massaro.  Debbo dire che queste prime pagine da sole valgono di gran lunga il prezzo dell’ebook e probabilmente andrebbero lette da tutti tutti tutti. Davvero molto chiaro, esaustivo e ben scritto. Una boccata d’aria fresca. Brava Biancamaria!

Insomma, pollice decisamente alzato per questo nuovo prodottino edito dagli amici di Nero Press. Ottimo!

 

Le ho mai raccontato del vento del Nord

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Titolo: Le ho mai raccontato del vento del Nord

Autore: Daniel Glattauer

Editore: Feltrinelli

Anno: 2010

Pagine: 192

Genere: Narrativa contemporanea

Prezzo: 9,00 euro per il formato cartaceo – 5,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 9

SINOSSI:

Un’email all’indirizzo sbagliato e tra due perfetti sconosciuti scatta la scintilla. Come in una favola moderna, dopo aver superato l’impaccio iniziale, tra Emmi Rothner – 34 anni, sposa e madre irreprensibile dei due figli del marito – e Leo Leike – psicolinguista reduce dall’ennesimo fallimento sentimentale – si instaura un’amicizia giocosa, segnata dalla complicità e da stoccate di ironia reciproca, e destinata ben presto a evolvere in un sentimento ben più potente, che rischia di travolgere entrambi. Romanzo d’amore epistolare dell’era Internet, il romanzo descrive la nascita di un legame intenso, di una relazione che coppia non è, ma lo diventa virtualmente. Un rapporto di questo tipo potrà mai sopravvivere a un vero incontro?

LA RECE DELLA KATE:

Emmi ha 34 anni, due figli non suoi e un marito molto più vecchio di lei. La fitta corrispondenza che inizia con Leo dopo un suo errore (ha mandato a lui una mail che era in realtà per una rivista) riempie non solo le sue giornate ma anche la sua testa e il suo cuore. Non è più una ragazzina, è vero. Probabilmente Emmi dovrebbe tenere la testa sulle spalle e smetterla di fantasticare. Probabilmente avrebbe dovuto chiedere scusa e farla finita. Invece Emmi scrive e ancora scrive e le risposta argute, simpatiche e mai banali di Leo – un uomo pieno di cultura e quindi agli occhi di una donna assai affascinante – non fanno altro che gettare benzina su un fuoco che rischia di divampare e radere tutto al suolo. Rischia di divampare su Emmi, su Leo, sulle loro vite e sulle loro famiglie. Ma a volte la vita va così: ti innamori e poi… poi è semplicemente troppo tardi. Ti dici che tutto si sistemerà, che le cose andranno bene, che hai il controllo della situazione. Ma non è vero; non hai controllo su un bel NIENTE. Il virtuale diventa quindi rifugio e purgatorio, una terra di nessuno nella quale si può essere chi si è davvero perché dall’altra parte non ci si aspetta granché, perché l’altro non ci ha inquadrato ed etichettato (ancora). Possiamo essere chi vogliamo, quando vogliamo, con chi vogliamo. Un nuovo “noi”, nuovo di zecca. Ripulito da quello che gli altri credono che noi siamo, dai preconcetti, dagli stereotipi. Emmi smette di essere la brava moglie devota e la madre affettuosa di due figli che nemmeno sono suoi e si veste di abiti che, invece, suoi sono davvero. Ironica e pungente, intelligente e sensibile. Non è più la Emmi “di qualcuno”.

Torna Emmi. E basta.

Perché gli ho dato 9?

Perché l’ho letto in due ore, come in apnea.

Perché mi sono ritrovata in ogni pagina, in ogni emozione.

Perché mi sono innamorata di una mail molte volte.

Il romanzo, giusto per capirci, altro non è che la raccolta della fitta corrispondenza che si scambiano Emmi e Leo nel corso di alcuni mesi. Mail su mail che si susseguono una via l’altra. Data, mittente, destinatario. Data, mittente, destinatario. Gli occhi saltano da una lettera all’altra senza sosta, il respiro si mozza nei polmoni. Incontratevi, incontratevi! Vi prego, incontratevi! Poi… poi potete anche non stare insieme, non innamorarvi, non amarvi. Ma incontratevi! Queste mail vi sfiniranno! Questi giochini vi svuoteranno l’anima!

Gli si vuol bene, a questi due personaggi.

Si amano le bizze di Emmi e i silenzi di Leo. I giorni che trascorrono senza ricevere mail sembrano non passare mai e ci si chiede cos’abbia fatto Emmi nel frattempo. Avrà aggiornato la sua casella ogni cinque minuti o avrà resistito all’impulso? Lo avrà pensato? Certamente sì, ma in che termini? In che modo l’amore si è fatto strada? In che modo questo amore è diverso rispetto a un altro?

Non riesco – me ne rammarico – a rendere merito a questo romanzo che ha dello straordinario. Io credo che la difficoltà maggiore (a parte scrivere sia come una donna che come un uomo) stia nel rendere un sentimento platonico qualcosa di molto molto molto reale, quasi tangibile. E questa cosa potrà apprezzarla soprattutto chi, come me, nella vita ha sperimentato quei sentimenti.

Innamorarsi non di uno sguardo, non di una camminata, non di un sorriso, non di una fila perfetta di denti, non di un ciuffo ribelle ma di una virgola, di un verbo, di un saluto, di una frase.  L’amore che smette di essere tatto e diviene solo e soltanto udito.

Le ho mai raccontato del vento del Nord mette sul tavolo un argomento che, da sempre, viene ritenuto ostico e misterioso: l’amore ai tempi del virtuale.

Che siate uomini o donne, giovani o meno giovani, leggete questo romanzo senza remore. Non ve ne pentirete mai.

“V” – il cortometraggio

Ben ritrovati, amici lettori!

Poiché non di soli libri e McDonald’s vive l’uomo, oggi vi lascio un linkino preso da Youtube.

Si tratta di “V”, un cortometraggio BELLISSIMO realizzato ormai qualche tempo fa da Piernicola Arena, abile regista, con la collaborazione di Luca Toni (per la musica), Massimiliano Belloi (per gli effetti speciali) e Claudio Vergnani (per la sceneggiatura).

Il cortometraggio che vedrete (io ve lo consiglio CALDAMENTE) è liberamente ispirato al primo libro della trilogia vampirica scritta da Claudio Vergnani, Il 18° vampiro, libro che ha stregato, fin dalla sua prima uscita, lettori provenienti da tutta Italia.

Buona visione e buon divertimento,

K.

“V” – IL CORTOMETRAGGIO

 

Ucciso il 4 luglio

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Titolo: Ucciso il 4 luglio

Autore: Marco Ischia

Editore: Delos Digital

Anno: 2017

Pagine: 48

Genere: Thriller

Prezzo: 1,99 euro – disponibile solo in formato digitale

Il voto della Kate: 6 ½

SINOSSI:

Doveva essere una spensierata vacanza, per Mario. Una straordinaria opportunità per festeggiare il compleanno dell’amico fraterno, Steve, che lo ha invitato a godersi lo Sunshine State. La Florida!

Purtroppo, mentre a Fort Lauderdale locali e turisti si gustano l’Air & Sea Show e i festeggiamenti dell’Independence Day, in un’area industriale abbandonata, un uomo viene ucciso a sangue freddo. E una fotografa free lance, amica di Steve, coglie sul fatto l’omicida.

È l’inizio di una spirale di eventi in cui il povero Mario, professore precario di motoria ma non per questo uomo di azione, si ritroverà coinvolto. Nel cercare di venirne fuori vivo, salvando le chiappe pure a Steve e alla sua amica, scoprirà che l’America non è sempre quella di Hollywood e dei serial che tanto ama. O amava…

LA RECE DELLA KATE:

Ce la si aspetta così, l’America: grande, festosa, sorridente, soleggiata, chiassosa, maestosa. Il mito americano non conosce fine e, chiunque tu sia, almeno una volta nella vita ti troverai a mormorare: “Un giorno andrà in America”. E magari, se sarai fortunato, ci andrai. Se sarai ricco ci andrai anche più di una volta, per dire. Se, come me, hai il terrore del volo, non ci andrai mai e non potrai fare altro che rincoglionirti di film, documentari, servizi fotografici, serie tv, racconti e fotografie altrui bevendo ogni singolo dettaglio, non potendo scegliere cosa ti piaccia di più e cosa – più di ogni altra – vorresti vedere. New York? Scontata ma… che voglia di vedere Central Park!!! Il Sud? Forse un po’ caldo ma… quanti colori!!! La costa? Oh, la costa sì! Non metterei piede in acqua, ma l’Oceano dev’essere da sballo!!! Eccomi qui, anche io vittima del sogno americano, di quel miraggio a stelle e strisce che ha fatto viaggiare (a volte anche per intere settimane) persone di tutto il mondo alla ricerca di una felicità e di una realizzazione che oltreoceano sembra essere alla portata di tutti; del ricco come del povero, del bianco come del nero, del giovane come dell’anziano.

Mario, invece, sarebbe restato volentieri a casa sua.

Ma non ha avuto scelta: un biglietto già pagato lo ha trascinato in Florida, dall’amico di sempre Steve (si chiama Stefano, è italianissimo, ma un nome anglofono non si nega a nessuno di questi tempi) che, adesso, fa il gradasso alle trazioni sfidando un marine grande e grosso come un tir. Sorride, Mario. Lui che è solo un professore di educazione fisica spalanca gli occhi davanti a tutta questa magnificenza, allegria contagiosa, esagerazione tutta americana. Provo a pensare se in Italia i Carabinieri si mettessero a fare le trazioni alla sbarra sfidando i passanti. No… niente, Non riesco nemmeno ad immaginarlo. Follia. Qui, nessuno lo farebbe mai. Per senso del decoro, per quell’ingessamento tutto italiano che ci fa pensare che se ridi poco allora la gente ti prende più sul serio (che odio).

In mezzo alla musica e al caos le cose improvvisamente precipitano e lo scivolo che conduce verso i guai (guai grossi come una casa) prende una curvatura sempre più ripida. Steve viene sequestrato e Mario si trova in tasca una scheda SD con alcune foto a dir poco scomode.

Bisogna tenere il salvo la schedina, recuperare Stefano e chiedere chiarimenti a chi ha scattato quelle strane e pericolose foto. Ma Mario è solo un professore e l’azione, lui, l’ha vista solo nei film.

Perché gli ho dato 6 ½?

Ho dovuto fare una media tra un plot e una scrittura avvincente e un editing che fa pietà. Refusi su refusi, parole inglesi scritte male, virgole messe giù alla… ci siamo capiti, no? Il modo in cui questo racconto è stato editato è a dir poco pessimo e- debbo dire – sono rimasta parecchio stupita, visto che è la prima volta che mi capita con la Delos.

Avrei potuto scegliere di non recensirlo, ma lo faccio perché Ischia se lo merita.

La storia è piacevole, la narrazione scorrevole e divertente, le atmosfere di festa sono rese benissimo e – per quanto mi riguarda – avrebbero potuto essere infinite tanto erano evocative.

Se le descrizioni sono così ben fatte è perché l’autore descrive semplicemente (ma efficacemente) cose che i suoi occhi hanno realmente visto e che – possiamo immaginare – ha amato. La descrizione di ciò che conosciamo è sempre molto più chiara della descrizione di ciò che abbiamo studiato o delle cose sulle quali ci siamo informati a lungo. Ischia ci ha mostrato ciò che ha visto creando per noi un’atmosfera che sembra essere molto molto vicina a quella che lui stesso ha trovato in America.

Davanti a questo tripudio di musica, risate, colori, lingue diverse che s’intrecciano, i personaggi scolorano un pochino e si perdono in mezzo alla storia. Sono cose che succedono nei racconti brevi: il poco spazio a disposizione porta l’autore a dare risalto a una cosa tralasciando le altre. Il che, per una lettura che occupa 30-40 minuti va tutto sommato bene e non è poi così deprecabile.

Marco Ischia presenta quindi un thriller in pieno american style che non potrà non essere apprezzato da tutti coloro i quali, di sera, fanno canale canale canale alla ricerca delle nuove puntate NCIS e compagnia danzante.

Più da maschietti che da femminucce, forse, ma mi ha comunque convinta.

 

Jericho

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Titolo: Jericho

Autore: Marcello Gagliani Caputo

Editore: Delos Digital

Anno: 2017

Genere: Horror

Pagine: 44

Prezzo: 1,99 euro – disponibile solo in formato digitale

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

La vita di Jericho, killer della malavita romana, viene stravolta dall’apparizione di una mostruosa creatura che si cela sotto le spoglie della sua ultima vittima. Chi sarà? E perché è alla ricerca di una misteriosa e antica scatola di legno che Jericho ha consegnato al suo capo?

LA RECE DELLA KATE:

C’è stato un tempo – forse nemmeno tanto lontano – in cui il nome Jericho provocava brividi di terrore e faceva deglutire a vuoto anche coloro i quali non conoscevano il significato della parola paura.

Oppure no.

La realtà (a volte scomoda) è che nulla sappiamo, se non ciò che vediamo (che ci fa vedere l’autore). Per quello che ci riguarda Jericho è il rimasuglio di un uomo a cui deve essere successo qualcosa di non bellissimo. Beve. Sta perdendo la fiducia del capo. Fors’anche di sé stesso. Vedere il fantasma di un uomo morto non aiuta la sua fragile psiche, il suo umore traballante e il suo ego distrutto.

Eppure accade. E accade ancora.

Colangelo, quello è il nome dell’uomo che lui stesso ha ucciso e che adesso riposa diversi metri sotto terra.

Eppure è lì.

E, Iddio lo salvi, vuole qualcosa.

La stretta della sua mano gelida sul polso di Jericho è stritolante e agghiacciante. Il sangue si ferma nelle vene. Un killer è pronto a tutto, anche a morire.

Soprattutto a morire.

Ma se morire per mano di un altro uomo è accettabile e onorevole, così non è se a ucciderti è un uomo morto dentro una bara.

I cenobiti sono sulla terra, e la loro missione è recuperare il cubo e chiudere la frattura che unisce il loro mondo al nostro.

Jericho è il loro tramite.

Perché gli ho dato 7?

Intanto facciamo ordine. Scopro solo ora che il racconto ideato da Gagliani Caputo per Delos prende origine e si offre come omaggio ai film Hellraiser tratti dai libri di Clive Barker.  Se così non fosse, però, mi scuso. Io l’ho scoperto facendo una breve e concisa ricerca sul web.

Questo per dire che magari sarebbe stato opportuno fare una premessa iniziale per i lettori “ignoranti” come me, facendo quindi comprendere e inquadrare la genesi di questo bel racconto.

Ma torniamo sul pezzo: Jericho è un racconto breve (su Amazon un altro utente lo definisce racconto lungo; per me è breve) a tema demoniaco che per quanto mi riguarda trova il suo punto di forza non tanto nei personaggi (in linea con il genere e non nuovi), non tanto nel contesto ambientale (anche quello piuttosto classico e descritto non ampiamente) quanto nei dialoghi.

I dialoghi creati dall’autore fanno essi stessi da ambientazione ideale, cullando la storia tra braccia sicure e accompagnando il lettore in un mondo “altro” a prescindere dal contesto ambientale-paesaggistico (anche questa volta Gagliani Caputo sceglie Roma) che comunque non necessita di essere tirato in ballo.

In conclusione: poco meno di un’ora di lettura per questo nuovo lavoro dell’autore che sceglie di farci conoscere i Cenobiti e il loro magico cubo. Certamente horror, sono d’accordo, ma anche molto altro. Un genere, insomma, che piacerà anche a chi con l’horror non va poi così d’accordo.

Buon lunedì, amici miei!