È così difficile morire

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Titolo: È così difficile morire?

Autore: Fabrizio Cavazzuti

Editore: Artestampa

Anno: 2017

Pagine: 256

Prezzo: 16,00 euro per il formato cartaceo disponibile qui – 7,49 per il formato digitale disponibile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Un cimitero al tramonto, una ragazza, un assassino. Ecco i tre classici ingredienti con cui può cominciare un buon horror. Ma c’è un problema: lo scrittore non riesce a buttare giù nemmeno una riga e continua a mangiare compulsivamente caramelle alla liquirizia. La ragazza, a dire il vero, non è molto carina, e il cimitero è più un poetico camposanto di montagna che un luogo sinistro e spettrale come vorrebbe il genere. Bisogna accontentarsi. Siamo a Lotta di Fanano, un piccolo borgo dell’Appennino modenese, all’inizio del Novecento. Sembra tutto abbastanza normale, a parte quella cosa che luccica nella mano di un losco figuro apparso all’improvviso, e che colpisce ripetutamente la ragazza, senza pietà. Lei non urla però, nemmeno un’invocazione d’aiuto, mentre l’assassino continua a infierire su di lei, senza colpirla a morte, sembra quasi che aspetti un suo grido…

LA RECE DELLA KATE:

Fabrizio Cavazzuti è, prima di tutto, un amico.

Nel 90% dei casi sono gli altri a chiedermi una recensione, ma con gli amici devo chiedere IO di poter recensire. Sapete, credo sia una questione di pudore. Siamo amici, sfrutto l’amicizia per una recensione (che pur essendo, appunto, mia, comodo fa sempre)? Nahhh, la gente non lo fa, di solito. Gli amici-amici, dico. Gli amici normali lo fanno eccome (e fanno benisssssssimo!). Ma con gli amici-amici devo essere io a propormi. E lo faccio sempre con immenso piacere, soprattutto quando SO di essere in buonissime mani.

E con Fabrizio SONO in buonissime mani.

Fabrizio è un giallista che ama aggirarsi, come piace a me, nel suo territorio. Conosce e ama la sua città, Modena, e conosce e ama le sue montagne, che ama frequentare e godere in tutta la loro bellezza. Avete presente il Cimone? Andate a vedere qualche foto su Google, su, correte.

Io lo vedo, il Cimone, alla mattina. Quando c’è bel tempo si vede benissimo, nonostante io sia molto lontana da lui. Senza foschie e senza nubi quasi si può vedere a occhio nudo l’osservatorio posto sulla sua cima. Si può vedere tutto, anche i singoli accumuli di neve. Sembra rosa, da lontano e col sole messo in quella posizione. Quasi è bello abitare in pianura quando ti svegli e puoi ammirare uno spettacolo del genere.

Io, poi, ho anche una casetta sull’Appennino tosco-emiliano, ve ne avevo già parlato. Il paesino (il più grande dell’Appennino, direi, ma forse dico una str…) si chiama Pievepelago. Caratteristico, piccino, incastrato tra le montagne, abbastanza lontano da Modena da sentirsi in vacanza, abbastanza vicino a Modena da poterci andare comodamente facendo solo due orette di auto. Questo per dire, insomma, che conosco bene le atmosfere, se non i luoghi, nei quali Cavazzuti ambienta i suoi romanzi e quindi altrettanto bene riesco a lasciarmi le più sfruttate location cittadine alle spalle per tuffarmi di testa nelle sue sempre bellissime storie.

Appena partita e sto già facendo confusione. Ma voi mi capirete: non solo sono le 9 del mattino di sabato, non solo ho dormito malissimo, ma questo romanzo è anche MOLTO particolare. E se sarete così buoni da scaricare almeno un estratto del romanzo da Amazon vi accorgerete che recensirlo non è affatto semplice.

Calma.

La storia.

La storia è presto detta, siamo pur sempre in un giallo.

Siamo a Lotta di Fanano, un piccolissimo paese di montagna. Chiudete gli occhi. Lo immaginate no? No, però aspettate. Siamo nel 1910. Adesso sì che, forse, potete immaginarlo bene. Quante case? Quindici? Forse venti? Facciamo trenta, ma non credo ce ne saranno state molte di più. Una piccolissima piazza? Può essere. Sicuramente una chiesa. Le panchine c’erano? Non saprei, forse qualche sedia piazzata sotto gli alberi più frondosi e comunque non adesso, visto che non è estate. Insomma, un bus, un buco, come diciamo noi da queste parti. Tutti conoscono tutti. C’è un medico, c’è un prete, c’è la matta del paese, ci sono i ragazzi annoiati che ancora non sanno che a pochi chilometri c’è Modena, che anche nel 1910 doveva essere una figata ma loro sono lì a marcire.

No, aspetta.

Non marciscono.

Muoiono. Tutti.

Eh sì, a Lotta di Fanano accade questo. I ragazzi muoiono.

Tutto ha avuto inizio con l’aggressione a Giliola nel cimitero cittadino. Tagli e ferite e lei nemmeno un fiato. Così poca soddisfazione che l’aggressore si è dileguato nella notte senza finirla definitivamente. Ma lei non ha urlato mica per non dargli soddisfazione, è che è sordomuta. Ma insomma, lei se non altro è sopravvissuta. Certo, per star bene sta mica bene. Ha un problema di tagli ovunque. Ma è viva. Lo stesso non può dire Rosa, la figlia di Ulrico. Lo stesso non può dire Luigina. Lo stesso non può dire la madre di Luigina. Lo stesso non può dire Fulvio. O Olmo. Insomma, c’è un po’ di caos. Ci sarebbe caos anche se si trattasse della città, ma trattandosi di un bus, di un buco, le cose si complicano un tantino anche per quelle più gnocche, più semplici. Tutta ‘sta gente è da portare a Pavullo, per dire, e di macchine non è che ce ne siano tante, anzi. C’è da organizzare i trasporti e poi, naturalmente, cercare di capire chi si sta divertendo a falcidiare alcuni ragazzi del paese.

A farsi carico – per amore della sua bella Giulietta-la-pazza – delle indagini, il medico del paese. Che non dev’essere una bellezza, ma ha se non altro un gran cuore e un certo spirito investigativo.

Insomma, niente commissari, niente detective, niente CSI.

Qui siamo a inizio ‘900, essere vivi è già un miracolo, un pericoloso assassino si aggira o tra le case o tra i boschi, fatto sta che nessuno dice che il prossimo non potresti essere tu e insomma… le cose non vanno benissimo.

In mezzo a questo calderone di informazioni, sangue e morti, c’è anche un narratore suonato come una campana che non sa bene come raccontare le cose per rendere l’idea e che continua a spostarsi da un personaggio all’altro per modificare il POV (il punto di vista, ormai dovreste saperlo) a vantaggio del lettore. Le difficoltà sono quindi due: tenere a bada ‘sto narratore sui generis e riuscire a capire come dipanare anche solo un pochino la nebbia che aleggia nelle nostre menti semplici (la mia, perlomeno).

Perché gli ho dato 7½?

Anche in questo caso mi sento di fare due discorsi ben distinti.

Il primo deve per forza riguardare la scelta narrativa, sicuramente se non nuova, almeno coraggiosa.

Il secondo deve riguardare invece il plot narrativo.

Il plot narrativo è classico (la gente muore -> ollallà chi sarà mai stato?), ma la soluzione arriva con molta fatica. Personalmente avrei preferito, a vantaggio di chi i gialli non li mangia per colazione, più chiarezza. Vero è che vengono fatti molti riassunti a beneficio del lettore, ma questo volta nemmeno quelli mi sono stati sempre sempre di aiuto. Talvolta sembra che ci fosse una vera urgenza di scrivere senza però tenere conto del fruitore finale del prodotto. Il cliente, il lettore.

La scelta narrativa è invece encomiabile, simpaticissima, unica nel suo genere. Il narratore di questa storia è un uomo del presente come noi che si ritrova, chissà mai perché (non viene specificato e a noi poco deve importare) nel 1910 e, per sua sfortuna, si trova a dover assistere alla prima aggressione. La ragazza è bruttina, non è certo quella gran gnocca da salvare, e comunque lui non può agire in nessun modo sulla storia ma… oh, insomma, intanto ha visto e adesso qualcosa deve fare. E cosa fa? Racconta. Più che narrazione diventa quindi una sorte di cronaca radiofonica scanzonata e a tratti imbranata che riesce perfettamente a far sì che questo romanzo non si prenda sul serio.

Ormai lo sapete come la penso, o lo sa chi è, con me, in rapporti stretti.

Il ruolo dello scrittore maledetto che si prende tanto sul serio a me sta stretto. Eppure ce ne sono davvero tanti. Voi non potete immaginare quanti. Il punto è che voi magari siete gente normale e non frequentate come me il mondo editoriale e quello degli scrittori. Ma io vi assicuro che là fuori c’è gente strana. Gente che vende due libri l’anno e quando gli viene chiesto Che lavoro fai cicciobello? Questo risponde, tronfio, Lo scrittore! Gente che si autocita su Facebook, manco citasse la Levi Montalcini. Gente che ti grattugia i maroni tutti i giorni e che (scusate il gergo) spamma ogni scoreggia che fa.

No no no no. Così non va bene.

Io ho bisogno di leggerezza. Ho bisogno di gente scanzonata. Ho bisogno di gente che scrive per divertirsi e per comunicare, non per diventare Lo scrittore. Ho bisogno di genuinità e questo libro, pur con tutte le sue imperfezioni (una cover secondo me molto migliorabile, un editing a volte un po’ troppo sbarazzino e qualche virgola ficcata qui e lì a caso) è GENUINO. E diverte. Diverte anche quando la soluzione al dilemma si fa difficile, anche quando il tutto diventa un po’ telenovela, diverte anche quando i personaggi sono abietti e non commentabili. Perché un po’ ti dimentichi che si sta parlando di una cosa seria, di molti morti, di una scia di sangue inquietante. Colpa di quell’imbecille del narratore, che ogni tanto parte per la tangente e si dimentica qual è il suo ruolo, accidenti a lui.

Insomma, tra una cosa e l’altra, un punto di demerito e molti di merito, io l’ho letto in un fiato e anche quando mi chiedevo “Maccccheccazz….???” comunque continuavo a leggere, perché la sua alchimia, la sua magia, questo libro la stava compiendo.

Se amate i gialli, se amate la scrittura sbarazzina, se non siete dei bacchettoni e vi piace divertirvi… scaricatelo, compratelo, fate quello che volete ma leggetelo.

E quando lo leggerete capirete anche che il titolo dato a questo romanzo è semplicemente geniale e adorabile.

Poi andate a recuperare anche gli altri libri di Cavazzuti, sempre gialli ma più tipici, meno visionari. Vale la pena.

Buon sabato, bimbiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!!!

Il ricordo della farfalla

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Titolo: Il ricordo della farfalla

Autore: Laura Platamone

Editore: Nero Press

Anno: 2016

Pagine: 43

Prezzo: 0,99 euro per il formato digitale scaricabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI: 

L’omicidio di una giovane donna rappresenta per il commissario Francesca Clivi l’inizio di un viaggio a ritroso nel tempo. Trent’anni prima Diego era il suo migliore amico, adesso invece è uno sconosciuto sospettato di omicidio. Intanto la prima voce del Concerto di Natale scompare a poche ore dalla prima dello spettacolo. Riuscirà il commissario Clivi a venire a capo di entrambe le indagini?

LA RECE DELLA KATE:

Il commissario Francesca Clivi è una donna tutta d’un pezzo.

Intendiamoci: non è che sia una persona rigida o gratuitamente antipatica, ha solo… le sue idee.

Prima di tutto, il Natale fa schifo. Troppe luci, troppe decorazioni, troppe smelensaggini per una persona che, come lei, bada solo alla sostanza. E poi c’è il lavoro. Se nei suoi ricordi e nella sua mente può permettersi di pensare a sé stessa solo come a Francesca, non appena entra in ufficio (con quindici minuti precisi di anticipo) diventa per tutti il commissario Clivi. Integerrima, concentratissima, priva di fronzoli inutili. Come quelli del Natale, appunto.

A farle da contraltare il collega Salemi, più giovane di una decina di anni e genuinamente felice di svolgere il suo lavoro con un bel sorriso stampato in faccia, sempre pronto a sorprendere il suo capo (e beniamina) con colpi di genio praticamente inesistenti ma con una carica e un’energia che Francesca pare proprio non comprendere.

E se già il Natale fa schifo, ci volevano pure due casi da risolvere. Non uno. Due.

Il primo è il caso Marini. Donna. 23 anni. Segretaria. Uccisa con un colpo di pistola da distanza ravvicinata.

Il secondo è la scomparsa di Sara Matteucci, 24 anni, insegnante di violino e prima voce del coro.

Il problema del primo è che la Marini era la fidanzata dell’ex migliore amico di Francesca, Diego.

Il problema del secondo è che di certo la Matteucci non è andata a farsi una gitarella di piacere per spezzare la tensione pre-concerto.

Per Francesca (non per il commissario Clivi, proprio per Francesca) cominciano guai seri. Dopo moltissimi anni è costretta a indagare proprio su Diego, il principale indiziato. E questa indagine rischia di essere inficiata dai ricordi del passato, da quella farfalla strappata alla vita con studiata crudeltà. È vero, Diego era solo un bambino. Ma se sei capace di fare del male a un animale indifeso e di vederlo morire in mezzo al dolore… forse… forse sei anche capace di uccidere la tua compagna. Gelosia? Rabbia? Davvero Diego può aver ucciso una donna? Davvero il suo migliore amico si è trasformato in un aguzzino?

E la Matteucci che fine ha fatto? Possibile che a poche ore dalla prima del concerto una ragazza ligia al dovere come lei sparisca nel nulla lasciando solo la sua auto davanti al teatro?

Perché gli ho dato 7?

L’ho ormai detto in tutte le salse: a me i gialli non piacciono. Io, come la Clivi, sono una persona assolutamente pragmatica e non amo granché perdermi in pippe mentali. Ora lo so, tutti gli amanti del giallo si staranno mettendo le mani nei capelli: “Tu chiami incredibili arzigogoli mentali e letterari… PIPPE???”

Sì, le chiamo pippe.

Non amo i misteri da risolvere, non amo granché la suspance da giallo, e comunque io l’assassino non lo becco mai. Ma mai! Ma manco se scrivono un libro apposta per me! Quindi inutile provarci. Io e i gialli non andiamo d’accordo, quindi leggo moltissimi thriller (che hanno un livello di tensione diversa e presupposti psicologici diversi) ma di gialli devo averne letti pochissimi.

Ma a questo non potevo dire di no, perché conosco Laura, so che sa scrivere in maniera egregia e sapevo che mi sarei molto divertita.

Cosa che, in effetti, è accaduta.

Ho rivisto nel commissario Francesca Clivi anche un po’ dell’autrice, con quella finta ruvidezza di cui lei a volte si fa quasi vanto, quel suo modo di vivere la vita e di intenderla con poche smancerie e pochi orpelli. Ma c’è anche un po’ di Laura, immaginiamo, in quella Francesca, la ragazza che ha voglia di fidarsi del suo amico Diego, ma che ancora porta ricordo del passo strascicato di quella bella farfalla morente.

Il finale è molto telefonato, ma non credo che non volesse telefonarlo. Io credo che questo racconto sia solo un modo come un altro per “parlare” con il lettore, per parlare fors’anche di sé, per ricominciare a scrivere e farlo divertendosi.

Il ricordo della farfalla (che ha una cover SPA-ZIA-LEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE) è un giallo molto tipico a doppia indagine con due differenti POV (in gergo Point Of View). Entrambe le storie sono credibili e catturano l’attenzione del lettore, sebbene per due motivazioni diverse derivanti proprio dal diverso punto di vista narrativo.

Il commissario Clivi è affascinante come tutti i commissari che, da quello che ho capito, si dividono spesso in due categorie, in due possibili scelte letterarie: il commissario un po’ atipico, a volte imbranato, oppure sbevazzone o qualcosa di questo tipo o il commissario serioso, integerrimo, poco propenso alla chiacchiera inutile. Francesca Clivi appartiene a questa seconda categoria, alla quale io mi sono avvicinata (col cuore) grazie a un personaggio letterario che ho amato particolarmente: Rocco Schiavone, nato dalla penna dell’abile Antonio Manzini (vi consiglio la lettura di tutti i suoi libri, se ancora non l’avete fatto!).

Ed ecco qui un giallo di poche pagine che riesce a tenere compagnia, divertire e intrattenere un pubblico molto vasto composto anche da chi, come me, nel genere non è che, per dirla tutta, ci sguazzi. Un possibile target dalla forbice quindi molto ampia che riuscirà a trovare tra le pagine di questo racconto tutti gli elementi cari e dovuti al genere, un personaggio principale decisamente interessante e personaggi secondari degni di essere ricordati.

La gente della marea

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Titolo: La gente della marea

Autore: Christian Sartirana

Editore: Nero Press

Anno: 2016

Pagine: 28

Prezzo: 0,99 euro per il formato digitale scaricabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Un viaggio in Sardegna alla ricerca delle proprie radici familiari si trasforma in una lenta discesa all’interno di misteri tanto antichi quanto terrificanti. Edoardo e sua moglie Sonia si recano nella bellissima isola per visitare la vecchia casa di famiglia che Edoardo ha appena ereditato in seguito alla morte della madre.
Sono trascorsi molti anni da quando ha lasciato quel luogo e i suoi ricordi di bambino sono confusi anche se c’è qualcosa, nella sua memoria, che sembra metterlo in guardia.
Forse perché sua madre non ha mai amato troppo la sua terra di origine. Anzi ne è fuggita non appena ha potuto, senza farvi mai più ritorno.
Edoardo e a sua moglie scopriranno presto perché.

LA RECE DELLA KATE:

Un po’ tutti, da piccini ma non solo, siamo stati costretti a rimanere seduti buoni buoni, faccia fintamente interessata, “Ah-h” sempre in canna per mostrare attenzione all’ascolto di un adulto della nostra famiglia che raccontava la sua infanzia. Intendiamoci: lo faccio anche io con Rachele, e talvolta mi viene da ridere, perché mi rendo conto che, alla fine, siamo tutti molto uguali. L’urgenza di raccontare quello che è stato, quello che siamo stati, l’urgenza di far capire che anche noi, un tempo, siamo stati bambini, è impellente, imperitura, universale. Solo che poi si invecchia e le storie rimangono le stesse identiche… come i nostri interlocutori che, nel frattempo, sanno tutto a memoria e debbono nascondere gli sbadigli.

Succede a tutti. A tutti, tranne che a Edoardo, il nostro protagonista. A lui, sua madre non ha mai raccontato niente del suo passato a Bosa, in Sardegna. Per sua madre il passato era qualcosa da dimenticare, Bosa una cittadina inutile e fastidiosa, i ricordi solo inutile pensiero.

Bosa e la Sardegna vengono quindi dimenticati, sostituiti dalla vita di tutti i giorni, dalla scuola, dall’università, dagli amici, dalle prime fidanzate. E così scompare quasi anche il ricordo di quella storia di mare che la nonna gli raccontava quando, ancora piccino, andava a trovarla in Sardegna, nonostante a sua madre l’idea proprio non andasse giù. Quella storia parlava di gente che veniva dal mare, gli antichi padroni di Bosa. Venivano dal mare e qualcuno… be’, poi qualcuno scompariva sempre. E in effetti, leggenda o non leggenda, è vero che Bosa ha perso sempre più i suoi abitanti diventando quasi una cittadina fantasma.

Alla morte della madre Edoardo decide di tornare a Bosa; ha ereditato la casetta della nonna e vuole sincerarsi delle sue condizioni. Auto, traghetto e moglie a bordo, Edoardo compirà il viaggio che gli cambierà la vita per sempre e che lo spingerà, suo malgrado, in un vortice terribile di orrore e ricordo.

Perché gli ho dato 7?

L’horror non sarebbe lo stesso senza i racconti di mare che, da sempre, svolgono una funzione fondamentale nell’accrescimento della paura e del senso di straniamento. I motivi sono viscerali e vengono da lontano.

Il mare dà, il mare toglie.

La sua vastità e le sue profondità hanno, da sempre, scatenato la fantasia di pittori e scrittori che hanno fissato su carta tanto il suo aspetto romantico quanto il suo aspetto terrifico e misterioso.

(Tanto per dirne una, io al largo non vado più da tempo immemore. Sì, anche se sono a Cesenatico. Delle meduse conosco l’esistenza ma… del resto? Cosa si nasconde lì sotto? Ho letto troppi racconti a sfondo lovecraftiano per spingermi al largo. Mi spiace, andate voi. Io sto a guardarvi. Non c’è nessun problema.)

E anche Sartirana è stato catturato dal fascino del mare. Il suo la gente della marea, così spiccatamente lovecraftiano, puzza di marciume e di salsedine. Un puzzo che sembrano sentire tutti tranne il protagonista, che si scontrerà con la sua stupidità quando ormai è troppo tardi e tutto è già perduto. Già. Proprio tutto. Tutto quello che è importante, se non altro.

L’arrivo di Edoardo e della moglie a Bosa e la descrizione successiva della cittadina devono essere menzionati tra i motivi validi per scaricare questo breve racconto. Le immagini sono nitide, i brividi corrono sulla superficie della pelle, i muscoli si tendono impercettibilmente. Sabbia e acqua, acqua e sabbia. Ovunque. I piedi bagnati, il volto bagnato, l’urlo che risale lungo i muri delle case, l’auto abbandonata lì, in mezzo a una strada desolatamente e paurosamente vuota. Vuote le case, vuote le strade, e un ricordo che assale la memoria di Edoardo.

La gente della marea.

Una prosa semplice ed efficace per un racconto che di questo aveva bisogno: semplicità, efficienza, impatto visivo.

Un prezzo minimo per un racconto riuscito dalle forti atmosfere.

Per il sabba sempre dritto

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Titolo: Per il sabba sempre dritto

Autore: Andrea Brando

Editore: Self

Pagine: 268

Prezzo: 0,99 euro in formato digitale

Il voto della Kate: 6

SINOSSI:

Diego Martinez, giovane agente assicurativo milanese, decide per curiosità di partecipare a una messa nera. Mal gliene incoglie, perché nel corso del satanico rito perde i sensi e, quando riprende coscienza, si trova catapultato indietro di quattro secoli, nel 1613, in piena epoca di caccia alle streghe. Convinto che siano proprio le adepte di Satana a possedere la chiave per farlo tornare nel suo tempo, Martinez diventa così un cacciatore di streghe. Il suo obiettivo è di costringerle ad aiutarlo in cambio della libertà. Tutte le sue prigioniere si rivelano però essere innocue millantatrici. Solo quando si recherà in missione a Benevento, incontrerà finalmente una vera strega in grado di riportarlo nella sua epoca. Il prezzo che dovrà pagare sarà però molto alto.

LA RECE DELLA KATE

Mi chiamo Diego Martinez e attualmente faccio il cacciatore di streghe.
Prima che alziate un sopracciglio, ci tengo a chiarire che non ho sempre svolto ’sta professione di merda. In effetti, prima facevo un mestiere ancora più di merda, l’agente assicurativo.

Ex agente assicurativo ora cacciatore di streghe, Diego Martinez svolge la sua bizzarra professione nell’anno del Signore 1614.

Lì, le streghe, non mancano di certo.

E insieme a loro tutto l’ambaradan. Scope, trucchetti, magia nera, demoni e tutto quanto altro la vostra fervida fantasia vi suggerirà. Le streghe, in questo libro, sono streghe vere. Non belle gnocche con tette da paura, niente bacchette di faggio o saggina o quel cavolo che è, niente castelli incantati con soffitti che imitano un cielo stellato, nessun cappello parlante. Anzi, queste streghe tendono a essere bruttine, vecchie, molto crudeli e abbastanza puzzolenti. Insomma, niente di sexy. Cancellate ogni immagine sexy dalla vostra mente.

Ma torniamo a bomba.

Il problema di Diego è grave: dal 2013 al 1614 in un Amen. Anzi, in una messa nera. Cosa gli sia saltato in mente di partecipare a una messa nera, non lo saprà mai. O forse sì: la figa. Sempre quella. Gli avevano detto che c’erano anche molte belle donne completamente nude e lui… oh, be’, lui è pur sempre un uomo. Ma non solo l’occasione ha fatto l’uomo ladro, ma pure fesso. E pure cornuto e mazziato, tanto per entrare ancora un poco nel mood del romanzo. Sì perché l’unica cosa che è riuscito a ottenere dalla sua messa nera è stata quella di essere catapultato nel bel mezzo del Diciassettesimo secolo. Tempi bui. Niente tecnologie. Niente auto. Niente treni. Niente aerei. Niente cellulari. Niente di niente. E insomma, di qualcosa bisognerà pur vivere e se qualcosa sapeva era che le streghe pullulavano. E allora perché non il cacciatore di streghe?

Ma, tra un rogo e l’altro, il punto rimane sempre e solo uno: tornare a casa. E alla svelta. Prima però bisogna recuperare il… pisello di un amico. Sì, cioè… il suo membro. Oh, insomma, avete capito no? Una strega gliel’ha rubato e ora quello giustamente lo rivuole indietro. Sulla strada per il pisello l’incontro con la strega Apollonia (ventenne e gnocca) risulta fatale. Impudente e cattiva ma mai crudele e a tratti umana, tra i due verrà stipulato un patto. Prima il pisello, poi la liberazione delle zie della strega dal rogo e poi il ritorno al futuro. Semplice, no?

No.

Perché gli ho dato 6?

Intanto, amici, scusate l’assenza.

Quasi un mese, a dirla tutta.

Mi spiace, mi spiace davvero. Mi siete mancati, mi è mancato il blog, mi è mancato scrivere. Ma sono successe delle cose, non tutte belle. E comunque è successa la vita e la vita spesso ti tiene lontana, e di scrivere non hai nessuna voglia, e di leggere ancora meno. Capitano, periodi così. A me soprattutto in estate. Questa volta è successo ora, e per riprendere in mano il Kindle ho dovuto farmi una violenza esagerata. Ma dovevo tornare. Per voi e per me. Mi sembrava giusto. E non me ne pento!

Ma torniamo al nostro Per il sabba sempre dritto!

Gli ho dato 6 perché ho le idee molto confuse.

7 per me è un voto già altino.

5 è un voto troppo basso.

Ma troppo basso per cosa, esattamente?

Mettiamola così: ogni due pagine pensavo: “Dai, su andiamo avanti!” e sbuffavo un po’ annoiata. La pagina dopo ero totalmente presa dal racconto. Tempo dieci pagine e di nuovo sbuffavo. Tempo tre pagine ed ero di nuovo assolutamente concentrata e divertita.

Sono stata sulle montagne russe per molte ore. È stato… strano. Non capivo mai se stessi leggendo una cavolata o una genialata. Non l’ho ancora capito.

E dire che io leggo. Eccome se leggo. Ma, prima di tutto, io di streghe non me ne intendo. Poi, non leggo romanzi storici e non sono appassionata di storia, quindi non so dire se l’aspetto ambientale/culturale/paesaggistico sia stato rispettato a puntino.

I personaggi non sempre sono riprodotti in maniera lucida. Non si capisce se Martinez sia un dritto o, in definitiva, un mezzo sfigato. Siamo davanti a un eroe moderno o a un mezzo spiantato? Credo la seconda. Credo, però. Non si capisce se la strega Apollonia sia appena appena umana e vagamente buona o meno. Credo sia un po’ cattiva e un po’ buona. Credo, però. Ma Apollonia è simpatica. Irriverente. Grezza come il fango. Cattiva come una vera strega eppure affascinante come una fata. Apollonia sfugge alla mia umana (e limitata) comprensione. Mi è sgusciata via dalle mani come un pesce molto abile. Non sono riuscita, insomma, a inquadrarla in una categoria.

La domanda è: è sempre necessario farlo? Bisogna per forza inquadrare e incasellare qualcuno/qualcosa?

Probabilmente no.

Io sono un’amante delle ambientazione. Su di me fa molto più presa una bella ambientazione pennellata con cura e sapienza che mille dialoghi da fiato sospeso. Sempreché qualcuno sappia ancora scrivere dialoghi da fiato sospeso, ovviamente. Comunque ecco, qua l’ambientazione – che pure poteva essere interessante – è stata lasciata vagamente da parte per dare spazio sicuramente a molti dialoghi (alcuni dei quali simpatici e azzeccati) e ad Apollonia, la giovane strega furbetta, personaggio irrinunciabile e, almeno secondo me, geniale.

Una chiusa da strangolamento. Non si terminano i libri con quella violenza, cribbio. Non mi puoi tenere inchiodata a un libro per quattro o cinque ore e poi svaporarmi tutti i personaggi i due righe due. È da delinquenti. Ora, io non voglio l’addio alle armi con tanto di trombe e musica funeraria, ma bisogna che il lettore venga soddisfatto.

Ecco.

A volte mi è sembrato che non si scrivesse per un lettore, ma per sé. Che l’autore, insomma, scrivesse per puro esercizio ginnico. E cavolo, è vero che bisogna fare le cose che ci rendono felici perché ci rendono felici, è verissimo! Guai se non fosse così! Ma uno scrittore che vuole scrivere e che pubblica (sia pure in self, porca miseria) deve tenere conto che qualcuno (fosse anche la moglie e la suocera) lo leggeranno. E queste due lettrici esigono e devono ottenere il MASSIMO.

Nel complesso?

Assolutamente da leggere se amate le streghe e tutto quello che gira loro attorno.

Talvolta un filo confusivo e non sempre centratissimo, riesce però a divertire e a catturare l’attenzione del lettore grazie ai due personaggi principali divertenti e totalmente a fuoco.

Nelle crepe

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Titolo: Nelle crepe

Autore: Luigi Musolino

Editore: Vincent Books

Collana: Miskatonic

Anno: 2016

Pagine: 61

Prezzo: 5,90 euro per il formato cartaceo acquistabile a questo link o direttamente presso la sede della Miskatonic University di Reggio Emilia

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Rosella è prossima alla fine. Anche il vecchio Giaco è ormai prossimo alla fine. Giunto alla soglia dei novant’anni, inizia a perdere qualche colpo e teme sempre più la minaccia della demenza senile che lo scollegherà completamente dal mondo. Rosella invece non è una persona, ma un quartiere un tempo popoloso e vivace e ora stritolato dalla crisi che l’ha trasformato in un ammasso di palazzi vuoti e in preda all’incuria. Qualcosa però si muove nel sottosuolo, nelle fogne e nelle viscere di Rosella. Qualcosa di mostruoso e di terribilmente affamato. Le orripilanti voci che Giaco sente, sono reali o sono solo frutto della malattia incombente? Può essere che, come accade per gli edifici abbandonati, anche la sua mente si stia riempiendo di crepe?

LA RECE DELLA KATE:

L’orrore non è solo assassinio, sangue, cattiveria, atrocità, mostri di vario e genere e fantasmi.

L’orrore è con noi, ogni giorno.

L’orrore è il domani che avanza, l’idea di non essere più giovani, di non essere più in grado di camminare speditamente, l’idea di non potere più fare la spesa da soli, di non poter più guidare, di non avere più memoria a sufficienza per ricordarsi il proprio numero di porta. Basta lasciare il gas aperto e… bum. Si salta per aria. Basta un po’ di ghiaccio e… pam, tutti giù per terra. Magari di testa. Magari spaccandosela. Gli occhi diventano acquosi, le mani tremano, la pelle è grigia e flaccida, i piedi instabili.

Eppure.

Eppure si è ancora uomini e donne.

Eppure si ha ancora voglia di bere qualcosa con gli amici (che probabilmente saranno già morti e sepolti). Eppure si ha voglia di una donna accanto con cui scambiarsi due carezze. Eppure si ha voglia di discorrere con qualcuno del più e del meno. Eppure si ha ancora voglia di essere utili, a volte, in qualche modo.

Giaco è in quella fase della sua vita. Ormai solo, con la sola compagnia di un volatile chiacchierone, trascorre le sue giornate passo dopo passo, facendo poche cose semplici nella speranza che la demenza senile (ebbene sì) non lo trascini in basso troppo in fretta. Certo, è vecchio. Ma non abbastanza da non avere più paura. Giaco ha paura. Non vuole dimenticare tutto quello che sa. Non vuole dimenticare la sua amata moglie. Non vuole dimenticare niente, Giaco. Ma dimenticherà. Le medicine che prende senza sgarrare un solo giorno non fanno altro che rallentare un processo non reversibile e non interscambiabile. Giaco, un giorno, sarà solo e demente. E morente. Ma morente lo è un po’ anche ora. Un uomo già morto che ancora cammina, un uomo quasi alla fine che procede con dignità.

Sta qui il fulcro dell’orrore di Musolino: quello di una vita che si spegne.

E attorno, tutta la città. Che pulsa, e vive. E si dimentica di quelli come Giaco. Perché vanno tutti troppo veloce per accorgersi di quelli come lui. Per averne pietà.

Ma nemmeno il quartiere in cui vive Giaco se la passa bene. La fine sta arrivando, passando da grosse crepe che sembrano arrampicarsi sui muri, muro dopo muro, angolo dopo angolo e… chiamano, e… urlano, e invocano, e chiedono e pretendono e gridano sempre più forte e obnubilano i sensi, quelle voci, quella voce. Sta impazzendo, Giaco? La malattia ha già fatto il suo corso? O quelle crepe davvero parlano? O quelle crepe davvero chiedono aiuto? Davvero vogliono essere sfamate? Davvero sta succedendo tutto questo?

Perché gli ho dato 8?

Conosco Musolino dal suo Oscure regioni (che vi consiglio CALDAMENTE), raccolta di racconti che mi colpì in maniera incredibile – e che infatti accettai di recensire – per via di quel realismo e quella voglia di raccontare che trasudava da ogni pagina.

Racconti attorno al fuoco, ricordo dissi.

E avevo ragione.

Musolino ha la capacità di spegnere la luce, accendere un fuoco, farvi sedere accanto e raccontarvi, con voce flautata e tranquilla, i più incredibili orrori che le vostre orecchie possano mai ascoltare.

Nelle crepe non fa eccezione: ho ritrovato lo stesso identico Musolino che avevo lasciato, e ho tirato un grosso sospiro di soddisfazione e sollievo. Ha un modo di raccontare ipnotico e sensuale, una danza lenta e morbida tra le braccia di una donna calda e formosa, la carezza di un uomo dalle grandi mani e dallo sguardo penetrante. Clichè? No, non credetemi così mediocre da poter scadere nel clichè. Non è colpa mia, è colpa di Musolino. Lui fa questo effetto, e ve ne accorgerete leggendo. Non ha nessuna intenzione di scioccare, di stupire, di terrorizzare.

Lui racconta, e basta.

A bassa voce, lentamente, guardandovi dritti negli occhi, chiamando la vostra attenzione, pretendendo la stessa ipnotica calma.

Ma i battiti del vostro cuore aumenteranno, alcuni brividi percorreranno le vostre braccia, deglutirete a vuoto un paio di volte.

Cosa diavolo è, quella voce che proviene dalle crepe? Cos’ha Rosetta? Cos’ha la città? Chi sta cercando di impossessarsene? Come far smettere tutto quell’orrore?

La voce irretirà anche te, lettore. E anche te. E anche te. E la voce della crepa diventerà quella di Musolino, e viceversa. Non saprete più riconoscere davvero niente, presi come siete dalla novella, dal racconto, dalla storia. Sentirete solo un confuso bisbiglio, un rumore di sottofondo, il rombare del vostro cuore sospeso tra realtà e orrore.

Io adoro Musolino.

Adoro il suo modo di fare horror, quel suo modo garbato e signorile, al di sopra del casino che spesso si fa, del modo caciarone che a volte si assume per farsi vedere. Quasi assente anche dai social, Musolino credo abbia da sparare ancora molte, moltissime cartucce. Le raccoglierò tutte, una a una, osservandole al microscopio per non perdermi niente, ma proprio niente, di ciò che vuole dire questo incredibile autore italiano.

Leggete Nelle crepe, fatevi questo regalo.

Menzione d’onore per TUTTE le cover di questa collana Miskatonic. Ogni cover è assolutamente SPETTACOLARE e lo scrivo in maiuscolo anche se trovo che il maiuscolo sia sempre ridondante. Le cover di tutti questi racconti sono qualcosa da mozzare il fiato. Vere e proprie piccole opere d’arte. Incredibile. Suggestive e d’effetto, accompagnano il lettore nei singoli mondi in maniera MAGISTRALE. 

Il gioco della bottiglia

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Titolo: Il gioco della bottiglia

Autore: Pietro Gandolfi

Editore: Vincent Books

Collana: Miskatonic

Anno: 2016

Pagine: 33

Prezzo: 4,90 euro per il formato cartaceo acquistabile a questo link o direttamente presso la sede della Miskatonic University di Reggio Emilia

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Ogni cittadina, anche la più insignificante, ha la propria, piccola leggenda. Molte volte, questa leggenda fa paura. Ma a Serenity la paura non è sufficiente per tenere lontani dei ragazzi annoiati dalla casa di Alice Hill, conosciuta anche come “la strega”. E non è solo la noia a guidare le loro azioni, ma anche un futuro privo di prospettive e le pulsioni dei loro giovani corpi. Il sesso. Quella è sempre una buona ragione. Ma quali segreti nasconde la casa sulla collina? Abbastanza per dare un senso a una vuota notte d’estate? O forse un’intera esistenza? Delle giovani vite verranno messe di fronte a tremende realtà, talvolta inspiegabili, tutto per partecipare a uno stupido gioco. Fate girare la bottiglia, ragazzi. A chi tocca?

LA RECE DELLA KATE:

Io lo so com’è la vita di provincia.

Io so cosa succede in certi paesini.

Io, in uno di quei paesini, ci vivo.

Uno di quei paesini che voi superate in auto per andare in qualche città più famosa, magari Bologna, magari Ferrara o Ravenna. Uscite dall’autostrada perché c’è troppo traffico, fate le strade basse, passate attraverso questi paesini e storcete la bocca. Chi mai, buon Dio, potrebbe vivere qui?

Io. Io ci vivo. Nonostante anche questi micropaesi ai margini delle città si stiano ingrandendo (i ricchi ci vengono a fare le case di campagna, qui) il senso di soffocamento generico non accenna a svanire. Pensare che quindici chilometri più in là c’è la città con le strade, le auto, i bus grandi, una stazione dei treni, una piazza Unesco e la vera vita un po’ fa incazzare. Ma tant’è.

Il senso era che io so che vita si fa a Serenity. Una non-vita per la quale l’unico rimedio sono alcool e droga. Rimedi effimeri per una vita effimera che genera nemmeno ribelli, che la ribellione almeno sarebbe inventiva e voglia di vivere,

ma solo il nauseato prodotto di una società stanca, anch’essa priva di prospettive.

Serenity è un altro buco di culo, l’ennesimo luogo non-luogo nel quale i ragazzi finiscono per affogare e nel quale, irrimediabilmente, ogni sogno svanisce per sempre lasciando spazio a noia, abbandono e rabbia.

E questa sera, che si fa?

Questa sera Eric e la sua banda di scalcagnati giovanotti vanno a visitare la casa di Alice Hill. La casa infestata. La casa della strega. Alice Hill la strega, Alice Hill cacciata dal paese perché diventata troppo strana, Alice Hill forse uccisa dagli stessi abitanti di Serenity. Sì, andranno a visitarla, e ci andranno pure dentro, a giocare.

A cosa?

Alzi la mano chi, negli anni novanta, non ha mai giocato al gioco della bottiglia.

Nah, non guardate me, per carità. Io ero brutta e grassa, io ero come Matt, la sfigata, quella che se la bottiglia si ferma e indica lei, proprio lei, gli occhi di tutti si volgono verso l’alto. Ci siamo capiti. Quindi no, non guardate me, che pure ci ho giocato ma senza divertirmi molto. Guardate invece Christina, la bella del gruppo. Un seno da perderci la testa, una pelle morbida come velluto, curve da calendario. Lei è la donna del boss, la donna del capo. Quella, insomma, che ci va a letto.

E così sono nella casa, una casa da ricchi, da persone agiate. Un bel pianoforte, un bell’orologio. Una casa grande che mai, nonostante l’abbandono, è stata depredata. Strano, no?

E il gioco comincia, nel buio della casa. Gli occhi si chiudono. I respiri si mozzano “Con lui no… con tutti tranne che con lui… tipregotipregotiprego!“. Invece è proprio lui, Matt. Quello senza fisico, quello che nessuno vuole, quello che alla sera si guarderebbe anche un bel film seduto sul divano di casa, ecco.

Invece no.

Invece è lì.

Ha scelto, Matt, di essere lì.

Perché non ha detto “No”? Perché non si rifiuta di mettere in scena ogni sera quella commedia? Perché, anche se trova tutto abbastanza squallido? Matt non è una vittima, guardate me. Concentratevi su di me. Matt ha compiuto la sua scelta.

E così ora si trova lì, con la sventola del gruppo. Dovrebbero… be’, sì, in teoria dovrebbero fare sesso, in quella stanza. La bottiglia si è fermata prima su di lui e poi su di lei. Si sono alzati e sono usciti per appartarsi. Ma chiaro, lei mica vuole davvero fare sesso con lui. Non scherziamo. Ma Matt, adesso, qualcosa pretende. Almeno nuda. Almeno una sega. Qualcosa vuole, se non tutto. Tutto non può avere, è troppo brutto e sfigato, ma almeno il minimo sindacale, caspita, quello sì. Glielo deve. Il corpo di Christine è una meraviglia.

Finché è ancora tutto intero.

Perché gli ho dato 8?

Gandolfi, signori, è un f o l l e.

Gandolfi prende l’horror e ne fa polpette.

Lo trita, lo strizza, lo macera, lo plasma.

Gli piacciono certe ambientazioni americane classiche, certi paesini sperduti e piccini con questi giovani annoiati e depressi, con la coscienza ridotta a un flebile lumicino e le palle rotte dal non far nulla.

Gli basta la base, le prime pennellate, il primo colpo d’occhio.

Da lì in poi è tutta in discesa. Tanto sesso, un pizzico di splatter, il sangue che non è quello che si vede ma quello che si annusa, la cattiveria e l’avidità umana, che quella è ancor più temibile di ogni mostro e quel vedo-non-vedo tanto caro a noi amanti dell’horror.

Dov’è il mostro, Gandolfi?

Dove ce lo stai nascondendo?

C’è… c’è.

È lì, nell’ombra, proprio dietro di voi. Grande grande, immobilizza gli arti, ghiaccia il cuore, fa tremare tutto.

È lì, nell’ombra, splendido alleato, incredibile divoratore di gioia e di speranza e di futuro.

Il gioco della bottiglia è un omaggio a tutti i fedelissimi di Gandolfi che troveranno, in questo piccolo e breve gioiello, ancora una volta il mondo, il loro mondo, quello che amano, fatto di durezza e crudeltà, di un horror senza compromesso e senza parafrasi.

Buona lettura, bimbi.

E ricordatevi di non bullizzare mai nessuno.

Non è saggio.

Spettri di ghiaccio

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Titolo: Spettri di ghiaccio

Autore: Maico Morellini

Editore: Vincent Books

Anno: 2016

Pagine: 36

Prezzo: 4,90 euro per il formato cartaceo acquistabile a questo link o direttamente presso la sede della Miskatonic University di Reggio Emilia

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Lyubov Orlova era una famosissima cantante ed attrice sovietica, un’autentica star nei paesi dell’ex Patto di Varsavia e a lei venne dedicata un’imponente nave da crociera, costruita per solcare i mari più freddi del pianeta. Dopo numerosi anni di servizio e in seguito al fallimento della compagnia alla quale apparteneva però, la Lyubov Orlova venne destinata allo smantellamento. Ma proprio durante quello che doveva essere il suo ultimo viaggio, accade qualcosa di strano e di totalmente inspiegabile e questo colosso dell’acqua va alla deriva, sparendo completamente dai radar. Nascono così terribili leggende che passano di bocca in bocca, da porto a porto, e trasformano immediatamente la nave russa nel classico vascello fantasma di tanti racconti dell’orrore. C’è addirittura chi giura di avervi visto a bordo un’infernale orda di ratti giganti mangiauomini… Ma c’è qualcosa di vero sul conto della Lyubov Orlova o si tratta solo di “bufale” marinare? E infine, perché all’improvviso c’è qualcuno disposto a tutto pur di recuperarla?

LA RECE DELLA KATE:

Millhan è un uomo di poche parole, un capitano giusto e appassionato. Il mare è il suo mondo e la Antares la sua casa, da sempre. Il suo equipaggio – ragazzi un po’ rudi ma efficaci lavoratori – la sua famiglia. Ha un carattere spiccio e pragmatico, lui che viene dal mare e che è abituato a dare poche e semplici direttive per far funzionare e far navigare al meglio la sua favolosa nave. Per questo poco capisce gli arzigogoli creativi del dottor Lindholm, un docente universitario con, all’attivo, molte pubblicazioni riguardanti clima, scioglimento dei ghiacci polari e altre amenità. Non capisce perché stanno perdendo tempo attorno a quelle questioni, non capisce perché tante domande. Poi, un nome.

Lyubov Orlova.

Classe 1902.

Attrice russa dagli occhi magnetici e dal fascino indiscutibile.

E.

E una nave russa costruita negli anni settanta e impiegata per crociere in Antartide. Robusta, intorno ai trecento piedi di lunghezza, pensata per sopravvivere a condizioni estreme e capace di muoversi nei mari ghiacciati.

In attività fino al 2010, nel 2012 avrebbe dovuto raggiungere il porto di Santo Domingo per essere smantellata ma… non vi arrivò mai.

La Orlova finì alla deriva, e lì rimase, abbandonata a sé stessa, in balia delle onde e di quel mare che ormai le faceva da culla, libera di navigare per i mari, ormai schiava di nessun padrone, poiché nessun padrone più la voleva sotto il suo dominio.

Popolata da ratti cannibali, si dice.

Una nave stregata, si dice.

E ora, quell’uomo, quell’accademico, dice di sapere dove si trova. Dice che bisogna trainarla. Dice che ha bisogno di una cosa che è dentro la nave e che poi, lo giura, non vorrà più nulla. In cambio cederà tutta la rendita (assai cospicua) dello smantellamento nella Orlova al capitano e al suo equipaggio.

Vero che quella storia sembra una follia, ma vero anche che tutti quei dollari farebbero gola a chiunque, anche a un pazzo. E il capitano Millahn non è un pazzo.

Perché gli ho dato 8?

Perché non amo l’acqua e non amo il mare ma amo le storie di mare.

Perché Maico è un abile narratore e prima ancora di farti paura, ti avvince, ti fa suo schiavo. La prende alla larga, la prende dolce come certe onde del mare, ti culla in un abbraccio seducente, allarga l’inquadratura e tu senti l’odore del mare, l’odore della pelle del capitano, annusi il suo coraggio e il suo amore per l’avventura. Le tocchi, tutte quelle cose lì. E se anche fino a poco fa nulla ti sarebbe interessato di una nave da crociera (realmente esistita) chiamata come una famosa attrice russa bellissima, adesso non potrai fare a meno di voler sapere ogni cosa. Vorrai vederla, vorrai scorgerla tra i flutti, lei, solitaria com’è, misteriosa com’è.

C’è odore di salsedine ma anche di qualcosa di molto meno terreno e terrestre.

C’è odore di paura e di straniero.

C’è odore di imbroglio e di perfidia.

“Scappa, capitano, scappa!”

Ma non scapperà. Guarderà la sua vita andare in pezzi, guarderà ogni certezza sbriciolarsi e affondare davanti ai suoi occhi, affronterà la paura più grande, quella della perdita del coraggio e noi saremo lì, con lui, fino alla fine.

Spettri di ghiaccio è un brevissimo ma immenso racconto di mare.

Immenso perché avvincente come un film ma breve come un trailer. Ci vuole bravura, non trovate, per mettere in atto questo tipo di magia? Ci vogliono le giuste parole, la giusta terminologia, i personaggi più scaltri, il mare più insidioso, le leggende più succulente.

Ci vuole cu-rio-si-tà.

E Dio solo sa quanto amo le persone curiose. Le persone che vengono a conoscenza di una storia e, su quella storia, ne inventano una loro, tutta loro.

E Dio solo sa quanto amo le persone che sanno raccontare delle storie. Non le storie che si ascoltano e basta, ma quelle che si vedono con gli occhi del cuore e della mente.

Da questo racconto io esco piena di salsedine. E con un piccolo ma efficace brivido di dispiace e di raccapriccio che, dalla base della schiena, si arrampica lungo la mia spina dorsale.

Buona lettura, amici.