I clown bianchi – 13 storie d’autore

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Titolo: I clown bianchi – 13 storie d’autore

Autore: AA. VV.

Editore: Clown bianco

Anno: 2017

Pagine: 176

Prezzo: 6,49 euro in formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

 

SINOSSI:

Ci sono un vecchio amico di Fellini e un killer di mafia innamorato. Due gemelle difficili e una scelta che potrebbe salvare il mondo. Bambini stregoni e tatuaggi che spaventano. E si parla di una coppia stanca, di una curva assassina e di qualcosa che vive là sotto. Tredici autori importanti si divertono a raccontarci storie dove avere paura diventa un piacere.

 

LA RECE DELLA KATE:

Quando la giovanissima casa editrice ravennate mi ha proposto questa antologia mi sono, istintivamente, leccata le labbra. Non c’è niente di più bello, soddisfacente e godurioso per un recensore come me che essere presi in considerazione per un progetto tanto bello e divertente. Al netto dell’horror, del crime e dei clown (in parte protagonisti di questa raccolta) vale la pena fare un rapido download anche solo per rendere omaggio e godersi i roboanti nomi che hanno prestato la loro arte alla casa editrice Clown bianco e che hanno quindi contribuito a dare al progetto la visibilità e lo spessore che merita.

Ed ecco, quindi, accomodatevi in poltrona, mettetevi ben comodi, prendete pure qualcosa da mangiare, se vi va. Tanto non mangerete niente, vi dimenticherete anche di bere, e di pensare e dimenticherete alfine anche di esserci. Il viaggio sarà breve, quasi un film messo a velocità doppia. Una storia, un’altra ancora, un’altra ancora in un corsa che diventa sempre meno elegante, sempre meno pensata, sempre meno controllata. Perché un racconto finisce ma voi avrete bisogno di altra adrenalina e altra ancora e altra ancora. Un’altra dose. Sono brevi e belli proprio perché minimali, perché essenziali. Sono semi di paura che vengono piantati nel cervello e germogliano pagina dopo pagina, divertendo ma anche creando atmosfere ogni volta diverse e sempre studiate ad hoc per intrattenere il lettore con misura e sapienza.

Un battito di ciglia e si è a bordo di una Fiat vecchia e puzzolente, tra curve pericolose e il veloce blaterare di una donna non più giovane e piuttosto bolsa.

Un altro battito di ciglia. Siamo piccoli, siamo al buio, siamo nelle mani di ragazzini come noi, siamo folli.

Un altro ancora. Siamo in un vicolo, la pistola in mano, il freddo morso della morte che stringe in un abbraccio il caldo pulsare di un amore sbagliato.

Un altro ancora e, nel buio della notte, appeso a un arco, la tetra figura di un uomo di nero vestito, impiccato, il corpo oscillante in balia dei venti della sera.

E poi il tentativo di combattere il male compiendo, in extremis, altro male. Un male grande per un bene ancor più grande. Quello dell’umanità.

Perché gli ho dato 7?

I clown bianchi è un’antologia molto ricca in tutti i sensi. Ricca di nomi “importanti” ma anche ricca di contenuti molto diversi, variegati e tutti – senza nessuna distinzione – moderni, freschi e agili.

Una prosa snella e senza fronzoli e uno stile pulito e minimale contribuiscono a far scorrere la lettura senza nessun intoppo, rendendo l’esperienza un vero e proprio divertimento “al minimo sforzo”. È quasi – pare – come un binge watching di puntate di una serie tv decisamente ben riuscita.

Molti di questi racconti hanno come protagonisti proprio loro, i clown. Da sempre al centro della scena horror (ne abbiamo già parlato su questo blog), il clown fornisce il perfetto archetipo per un racconto da brivido a qualunque latitudine ci troviamo, qualunque sia la nostra età. Credo di saperlo bene: odio i clown. Non che mi abbiano mai fatto niente, sia chiaro. Nessun tombino e nessun naso rosso nei miei incubi, ma insomma… non mi piacciono, mettiamola così. Quel sorriso dipinto non mi convince. Quei ciuffi di capelli rossi ancora meno. Il sudore che deve esserci sotto quel costume poi… non ne parliamo. C’è una foto che mi ritrae insieme a un clown. Non so se faccia più paura la mia pettinatura (maledetti anni Novanta), il simpatico clown o la mia faccia (quella era colpa del clown).

E se quindi tutti i tasselli di questo macabro puzzle sono andati al loro posto (autori, stili e temi trattati) è pur vero che io, da lettrice, ho sentito sin troppo il senso di velocità. La sensazione è che la tastiera di questi scrittori scottasse e che a un certo punto si siano tutti trovati a dover concludere la loro storia in quattro e quattro otto per portare a termine il loro lavoro e andare a mettere la punta delle dita sotto l’acqua fredda. Ed ecco spiegato il 7 invece che un bell’8 pieno.

Ovviamente amici, sia chiaro: questa è la mia personale opinione, tra l’altro dopo aver chiarito che a me, in linea generale, la fluidità e la velocità piacciono (Iddio solo sa quanto sono stanca di narrazioni-pipponi) ma, ecco, in certi casi qui mi sono sentita un pochino sopra un ottovolante.

Ah, certo. Volete sapere i miei preferiti. Allora correte subito a leggere “Dietro ogni curva” della Avanzato, “Malabimbi” di Bonazzi per il terrore cieco, “Brusco risveglio per la famiglia Buzzone” di De Marco per le stupende atmosfere notturne, “La terza via” per l’interessante quesito iniziale (e la mia risposta è sì) e “L’ultimo sorriso del clown bianc0” di Padua.

Un sentito ringraziamento agli amici della casa editrice e i miei più vivi complimenti per il progetto molto ben riuscito, dunque.

Buona lettura!

 

La belva del mare

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Titolo: La belva del mare

Autore: Salvatore Stefanelli

Editore: Delos Digital

Collana: Delos Crime

Anno: 2017

Pagine: 55

Prezzo: 1,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 6/7

SINOSSI: 

Un mostro che rapisce le sue vittime per poi lasciarle morire in riva al mare con una passiflora sul ventre, per questo l’hanno chiamato La Belva del mare. Il maresciallo Riberti è in prima linea nel dargli la caccia, ma la sua ostinazione non è solo dovere, è soprattutto qualcosa di personale.

LA RECE DELLA KATE:

Giorgio Riberti non è mai stato l’anima della compagnia. Riservato e serioso, incute un certo timore reverenziale nel suo staff. Le cose sono sensibilmente peggiorate dopo la morte dell’amata moglie per mano di un serial killer spietato che dai giornali è stato chiamato (con grande svolazzo di fantasia) la Belva del mare, in onore dei luoghi delle sue stragi.

Per Giorgio Riberti prendere l’assassino (o gli assassini?) è una questione che va ormai molto al di là del semplice dovere lavorativo e civile: Riberti DEVE trovare l’uomo che ha ucciso la sua bellissima moglie proprio quando era incinta di due gemelli. I suoi due gemelli.

E mentre il desiderio di vendetta scalpita impaziente nel petto del Commissario, altre morti si susseguono una via l’altra sullo sfondo dell’affascinante costa pugliese; sempre donne, sempre belle, sempre giovani, sempre brutalmente offese e violate, sempre con una passiflora adagiata sul ventre. In mezzo a questa lunga di scia di sangue, anche un uomo. Aristide Spezzini è un’altra strana e inaspettata vittima della Belva? Perché cambiare improvvisamente modus operandi? Perché un uomo? Perché proprio lui?

Le cose, si sa, non sono mai come sembrano e spesso il destino ci tiene a mischiare le carte e, di conseguenza, il nostro futuro.

Perché gli ho dato 6/7?

L’amore di Stefanelli per la poesia traspare in ogni sua altra pubblicazione. Il che, sono sincera, non so quanto gli faccia pro. Il linguaggio che, qui e lì, diventa aulico, non giova certamente a una narrazione di questo tipo, giacché ci troviamo di fronte a quello che vorrebbe essere un racconto thriller. Per quello che mi riguarda, alcune frasi come “Dobbiamo arrivare prima dell’irreparabile!” o “Il fuggevole incontro dei nostri sguardi mi fa arrossire” stridono in maniera incontrollata. La prima perché forzosa e poco realistica (ve lo immaginate un commissario in preda all’agitazione che sale in auto per prendere un pericoloso serial killer che grida: “Dobbiamo arrivare prima dell’irreparabile!!!“? Io no. Molto probabilmente la frase sarebbe: “Metti in moto questa cazzo di macchina, vai!!!“); la seconda perché stucchevole e poco appropriata al contesto.

Dette queste cose (che ritenevo doverose), La belva del mare è e rimane un racconto thriller assolutamente onesto e godibile, con una prosa ricca e curata, con un paio di personaggi molto molto interessanti (lo stesso Riberti e la vedova dell’unico uomo assassinato) e dialoghi snelli e ritmati nella giusta maniera.

Peccato anche per la brevità; non capisco mai perché scrivere così poco (del resto io non scrivo affatto, quindi non ho motivo di criticare). In questo caso molto in più si sarebbe potuto dire del protagonista, il depressissimo Riberti, e ancor di più sul contesto paesaggistico e culturale, visto che le spiagge pugliesi sono molto caratteristiche e affascinanti e una maggiore descrizione avrebbe forse aumentato il senso di partecipazione del lettore.

Ma qui non si sta più parlando del racconto in sé e per sé, ma di tutti quei racconti che, per brevità, dimenticano di dire cose che per me (per me Caterina) rimangono fondamentali.

La belva del mare è quindi un racconto assolutamente consigliato e per il prezzo piccino piccino e per la sua narrazione fluida e capace.

N.B. Un editing più preciso non avrebbe certo fatto male a nessuno…

 

Com’è giusto che sia

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Titolo: Com’è giusto che sia

Autore: Marina Di Guardo

Editore: Mondadori

Anno: 2017

Pagine: 233

Prezzo: 18,00 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 9,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7½

SINOSSI:

Bellissima e sensibile nel fulgore dei suoi vent’anni, Dalia potrebbe possedere il mondo. Invece, la sua fiducia nell’umanità è già gravemente compromessa: abbandonata dal padre prima ancora di nascere, è stata cresciuta dalla madre in completa solitudine, rotta soltanto dalla relazione con un uomo violento, delle cui aggressioni Dalia è stata testimone fin da piccola. Tormentata da incubi ricorrenti e con l’anima annerita dai lividi, la ragazza cova un desiderio inesprimibile, una sete di riscatto e vendetta che la brillante carriera di studentessa in medicina non basta a placare. Il volontariato in un centro per donne vittime di violenza le conferma ogni giorno quanto gli uomini possano macchiarsi di atrocità rimanendo impuniti. Finché il gelo che ha dentro finalmente deflagra, e decide di vendicare, una per una, tutte le donne abusate che ha incontrato sulla propria strada, a cominciare dalla madre. Si trasforma così in un angelo sterminatore che sceglie le sue prede con metodo e somministra loro l’estremo castigo con un calcolo e una freddezza che sfidano l’ingegno dei poliziotti incaricati di indagare sugli omicidi.

E mentre la Dalia serial killer agisce indisturbata, la Dalia timida studentessa si imbatte in Alessandro, laureando in filosofia e barman introverso, che la corteggia con gesti premurosi e pensieri gentili. Tra i due si instaura una connessione profonda fatta di silenzi, slanci trattenuti, ferite condivise, che schiude una crepa nella corazza che Dalia si è cucita addosso per mettersi al riparo dall’amore. Ma ciò che non immaginerebbe mai è che, proprio adesso, dal suo passato possa tornare a braccarla il più spaventoso degli incubi.

LA RECE DELLA KATE: 

 

 

Dalia, come ogni mattina, si guarda allo specchio.

Lo fa per necessità, non per vanto.

In effetti del suo aspetto non sembra importarle molto; non adesso, almeno. Certamente si rende conto di essere parecchio più bella della media delle sue coetanee, certamente si rende conto degli sguardi degli uomini, certamente deve rendersi conto di quel suo corpo esile ma pieno di curve golose. Sorride, Dalia. E quel sorriso, che potrebbe essere scambiato per puerile vanteria, non è altro che lucida soddisfazione. La natura è stata buona con lei, le ha donato un aspetto divino, indimenticabile. Somiglia a un’attrice, Dalia. A una Madonna. A un angelo. I tratti delicati di un dipinto, gli occhi grandi e verdi, le labbra piene e turgide fanno di lei una donna di incredibile ma al medesimo tempo discreta bellezza. Pantaloni jeans, scarpe basse e comode per l’università, appena un velo di trucco per sentirsi in ordine. Questo l’armamentario di Dalia. Ma, nonostante la semplicità ricercata e studiata, spicca in mezzo alle altre donne come la luna nel cielo scuro della notte.

A volte la bellezza rende algidi, tutti protesi a non farsi troppo guardare o toccare; se è pur vero che a Dalia gli uomini non interessano, così come non le importa l’amore, trova però intima soddisfazione (ma anche profonda sofferenza) nell’aiutare le donne vittime di violenze in un centro di aiuto. Ed è proprio lì che conosce Lara, fragile e insicura, vittima di un uomo che la picchia ferocemente e dal quale – lei dice – non potrebbe mai separarsi. Manca una rete familiare, mancano i soldi, manca il coraggio. Scappare significherebbe essere braccata. Essere braccata significherebbe essere scoperta. Essere scoperta significa, con molta probabilità, essere ammazzata di botte. Dalia freme di sdegno, chiude gli occhi disgustata. Vorrebbe fare, fare, fare. Vorrebbe cambiare il mondo, vorrebbe cambiare la testa di quella donna, vorrebbe proteggerla, Ma più di ogni altra cosa, Dalia vorrebbe ucciderlo con sue mani. Ucciderlo guardandolo negli occhi, mormorando il suo nome, vedendo la vita scivolare via dal suo corpo come un sudario.

E lo fa.

Bella come un angelo, vendicativa come un demone, Dalia è convinta di essere l’unica in grado – anche grazie a quella sua bellezza delicata – di rendere giustizia a tutte quelle donne. Lara, Roberta, Benedetta… e Maria, sua madre. La vendetta più dolce, più succosa, più goduta sarà proprio quella, quella per la sua bella mamma ormai ridotta a una larva, lontana mille anni luce da lei, ombra tra le ombre, non più donna e non più (quanto dolore e quanta mancanza) nemmeno madre.

Ma questo bellissimo angelo vendicatore è pur sempre una giovane donna che cresce e che vive nel mondo e che, in maniera inaspettata, si innamora del suo giovane barista, Alessandro, occhi cortesi e sorriso imperfetto, sfuggente ma attento, premuroso ma pieno di dolore e di segreti. E mentre le morti si susseguono e giustizia, notte dopo notte, viene fatta, i due ragazzi cominciano a percorrere insieme un pezzettino di strada che li porterà poi – insieme – a un epilogo da mozzare il fiato.

Sarà l’ispettore Caruso (insieme al suo anziano ma vispissimo papà) a indagare su questa inquietante scia di morte e a tentare di far luce su una questione che sembra portare verso un’unica e incredibile soluzione.

Perché gli ho dato 7½?

La violenza contro le donne è fenomeno ampio e diffuso. 6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni: il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Sono 652 mila le donne che hanno subìto stupri e 746 mila le vittime di tentati stupri.

I partner attuali o ex commettono le violenze più gravi. Il 62,7% degli stupri è commesso da un partner attuale o precedente. Gli autori di molestie sessuali sono invece degli sconosciuti nella maggior parte dei casi (76,8%).

SEIMILIONISETTECENTOTTANTOTTOMILA.

Gli ultimi dati Istat – benché segnalino un miglioramento del fenomeno – sono e restano annichilenti.

Com’è giusto che sia, l’ultimo romanzo della scrittrice Marina Di Guardo uscito da poco sugli scaffali per la casa editrice Mondadori, “sfrutta” quindi un tema caldissimo per continuare a parlarne (smettere sarebbe anch’essa violenza) e per parlare – con l’aiuto del mezzo – a tutte quelle donne che, in questo momento, si trovano in una situazione di difficoltà.

Chiaramente, essendo un romanzo ed essendo un thriller non ha velleità altre se non quelle di intrattenere il suo pubblico, sia chiaro; come deve essere chiaro che in nessun modo si inneggia alla violenza e alla giustizia fai-da-te (o DIY, per dirla come piace ai social). Certamente questo romanzo può essere però veicolo di un certo numero di informazioni importanti, primo dei quali è: chiedere aiuto. Sempre.

Ma torniamo al romanzo!

Com’è giusto che sia è un thriller dal plot e dallo svolgimento tipici che presenta però un ritmo davvero molto sincopato, agilissimo, come… messo avanti a doppia velocità da un registratore.

E va bene così.

Le parole scorrono una via l’altra come inseguite dalla penna della scrittrice, senza pause, senza tentennamenti di sorta. La velocità di scrittura si misura (entrando in stretto contatto con essa) con l’urgenza della nostra bella protagonista, Dalia, che non attende oltre, che non ha più bisogno di prove, che non può più aspettare e che deve agire, distruggere, pulire il mondo da tutte le brutture che i suoi occhi vedono e che il suo cuore sente.

La collisione tra lo stile di scrittura e il veloce susseguirsi degli eventi ha il potere di rendere Dalia un personaggio molto tridimensionale, molto vero, poco costruito anche se, a mio parere, non molto amabile. Nonostante la ragazza faccia quello che noi tutti ci troviamo a pensare (è così) quando veniamo a conoscenza dell’ennesima tragedia ai danni di una donna, non sono riuscita ad entrare in sintonia con lei. Non muove empatia. A me? A tutti? Non devo stupirmene? È voluto? Probabilmente sì, è voluto. Perché Dalia è di questo mondo (fa volontariato, ha una mamma, mangia e dorme come tutti, va a scuola, ha delle amiche) ma allo stesso tempo a questo mondo non appartiene più, perché ha visto troppo, ha sofferto troppo, ha dovuto sopportare troppo.

Un thriller costruito nella giusta maniera che del thriller rispetta i canoni e che scopre tutte le sue carte solo nelle ultimissime pagine riuscendo sicuramente a cogliere di sorpresa anche i lettori più smaliziati (nonostante avessi annusato che qualcosa nell’aria c’era, non avevo proprio anticipato il colpo di teatro finale, accidenti!).

Una nuova buona prova per la Di Guardo, quindi, che vi consiglio chiunque voi siate. Femministe convinte, appassionati di thriller, giovani donne alla ricerca di un filo di brivido? Buona lettura a tutti, bimbi!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Contaminati

contaminati

Titolo: Contaminati

Autore: Erica Gatti e Sofia Guevara

Editore: Centauria (serie Talent)

Anno: 2016

Pagine: 392

Prezzo: 9,90 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 4,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Sono passati dodici anni da quando Adela, Queen, Evan e Viper sono stati sequestrati da uno psicopatico, rinchiusi in una grande casa nelle campagne russe e infine liberati – unici sopravvissuti tra i tanti bambini scomparsi – da un’ardita operazione di polizia. Non ricordano nulla di quei mesi atroci ma ciascuno porta impresso nella mente un trauma, che ha fatto di loro ciò che sono: quattro giovani dotati di capacità inquietanti, ognuno a modo suo un «esperimento riuscito». Ora il loro carnefice è evaso di prigione, deciso a perseguitarli ma anche – pare – a rivelare i suoi segreti. Messi al sicuro in una casa controllata dalla polizia, i quattro stringono un patto insidioso: si conoscono appena, non si piacciono granché, ma scapperanno insieme alla ricerca dell’uomo che ha segnato il loro passato. E che li sta aspettando.
Per le strade di San Pietroburgo e nelle vaste nebbie della Russia, nella loro corsa a ostacoli Adela, Queen, Evan e Viper scavalcano assassini e poliziotti, spacciatori e traditori, per tacere delle loro stesse ombre, forse le più mortali di tutte. Chi incalza chi, in questo gioco di inseguimenti e inganni? Il loro obiettivo è scoprire la verità, consumare una vendetta, o porre fine una volta per tutte alla loro vita ormai «contaminata»? Quattro eroi sbagliati danno vita a un thriller capace di unire avventura e atmosfera, ritmo forsennato e scavo psicologico. Ricordandoci che la prova finale, in cui saremo soli di fronte a ciò che siamo diventati, attende tutti noi.

LA RECE DELLA KATE:

Ogni anno, in tutto il mondo, spariscono milioni di persone. Solo in Italia, giusto per parlare di numeri, dagli anni Settanta a oggi sono sparite più di ventisettemila persone. Ventisettemila anime scomparse nel nulla. Molti di questi sono bambini (circa dodicimila solo in Italia) e molti di questi non fanno mai più ritorno nelle loro case, spogliandole per sempre di amore e gioia. Di loro rimane poi ben poco di tangibile. A volte delle camerette lasciate lì, come “congelate” a imperitura memoria, a volte solo il pupazzo preferito, a volte nemmeno una fotografia, nel tentativo di cancellare tutto, di dimenticare l’orrore. Plotoni di famiglie private per sempre di uno dei loro membri più cari e schiacciate per sempre dal senso di colpa: non essere riusciti a proteggerli.

Adela, Queen, Evan e Viper sono quattro di quei bambini.

Ma loro sono tornati.

Rapiti e tenuti prigionieri dal serial killer che ha terrorizzato la Russia molti anni prima, adesso sono quattro adolescenti problematici e decisamente fuori dal comune. Quando la notizia che il loro carnefice è evaso di prigione arriva alle orecchie dei servizi segreti, i quattro vengono prelevati e portati in un luogo sicuro assieme alle loro famiglie. Ma loro, lo abbiamo detto, non sono adolescenti normali. Non sono spaventati. Non gridano, non fissano nel vuoto, non cercano riparo dal terrore che dovrebbe avvolgere le loro viscere. Si ri-conoscono come appartenenti alla stessa specie umana, quella dei sopravvissuti, e formano una famiglia – bizzarra – ma pur sempre una famiglia. E come tutte le famiglie ha bisogno di operare per un bene comune, di auto-conservarsi e di proteggere i suoi membri. Loro non sono quattro ragazzi come tutti gli altri. Loro non fuggiranno. Se il loro aguzzino li vuole (e li vuole, certo che li vuole) loro gli andranno incontro.

Comincia quindi, per i quattro giovani protagonisti, una fuga al contrario; non una fuga dal carnefice ma una fuga dalle autorità. No, nessuno capisce cosa stanno provando. Nessuno capirebbe cosa significa avere un padrone che diventa anche padre che diventa unica figura maschile nell’infanzia che ha i tratti dell’uomo nero ma che si lega indissolubilmente a te. Un uomo che li ha resi quello che sono, degli esseri speciali. Un uomo che ha cambiato le loro vite, che li ha trattati come materiali da plasmare e che, alla fine dei giochi, quello ha fatto: li ha plasmati, modificati,

La loro fuga è reale e fisica ma è anche assolutamente simbolica. Fuggono da tutto quello che sono stati, dal loro passato, dal loro essere “diversi”, dagli sguardi pietosi o infastiditi dei loro genitori, dall’odio dei compagni di classe, dalla necessità di essere altro da loro. E non si riesce mai a capire bene quanto loro vorrebbero essere diversi da quello che sono. Non si capisce mai bene quanto potrebbero essere davvero felici senza le loro peculiarità, senza essere quello che quel pazzo ha fatto di loro.

Complici ma non amici, protetti e protettori dell’altrui incolumità ma anche viaggiatori solitari, i quattro ragazzi compiranno un percorso difficile e pericoloso sul filo di un rasoio affilatissimo sul quale camminano virtù e debolezza, odio e speranza, bontà e malvagità. Vittime o carnefici a loro volta? Quanto è sottile la linea che ci separa dall’essere o dal diventare abominio per noi stessi e per gli altri? Cosa ci tiene ancorati alla legalità? Cosa siamo in grado di fare (o di diventare) in nome di un ideale?

Perché gli ho dato 8?

Perché è un libro molto, molto, molto intelligente.

Va tanto di moda assumere nomi d’arte, e se loro si fossero chiamate, checcacchioneso, Sophie ed Ery (magari qualcosa di un pelo più figo, eh?) nessuno, ma proprio nessuno, avrebbe capito che si trattava di un romanzo italiano.

Oh, su, ne abbiamo già parlato, non fate quelle facce smorte.

Gli italiani certe cose non sanno scriverle, amen. Sappiamo scrivere alcune cose, ma non tutte. Certi tipi di fantasy YA, ad esempio, è difficile che nascano da una penna italiana. Idem certi thrilleroni con certe atmosfere. Non ho mica detto che non sappiamo scrivere, cavolo. Ho detto che certe cose non ci vengono poi benissimo. Questo è uno di quei libri che o li scrivi bene o è meglio se ti vai a fare una pizza, già che siete in due. Probabilmente la pizza se la sono pure mangiata, le nostre due amiche Sofia ed Erica, ma dopo la pizza hanno anche creato un thriller che gioca a fare il paranormal che gioca a fare lo YA (young adult. Non lo dico più, eh?). Capirete quindi che questo romanzo ha un target ampissimo che non ha nessuna intenzione di ricadere unicamente sulla categoria “ragazzi”. Io, comunque, una ragazza non sono. E mi sono divertita da IMPAZZIRE.

A propormi di recensirlo è stata la mia collega blogger Erika Zini, del blog Wonderful Monster. Erika si occupa di letteratura romance e YA molto più di me che, come sapete, volente o nolente bazzico molto più nell’horror. Ho pensato di non avere i lettori giusti, ho pensato di lasciar perdere, ho pensato che no, lo avrei recensito.

E Dio… come non mi sono pentita.

Vi piacerà amici, vi piacerà. Ve lo giuro. Vi prego, fidatevi.

Probabilmente il riassunto che vi ho fatto del romanzo vi ha incasinato un attimo le idee: in che senso sono speciali? Hanno dei poteri? Che fanno, volano? Come fa a essere un thriller se questi volano?

Calma, nessuno vola.

Ed è un thriller, sì. Un thriller a sfondo psicologico che va a tastare ripetutamente nella mente umana e nella mente di chi, a pochi anni di vita, ha subito le atrocità peggiori. Un thriller che gioca con l’ambiguità e che si diverte a farlo. Un thriller che sembra concluso quando il Kindle segna l’80% e tu ti chiedi cosa mai debba ancora succedere. E poi succede ancora altra roba.

Oh, certo. Ha delle ingenuità. Ed è comunque un romanzo di fantasia. Nella vita reale nulla di tutto questo succederebbe, per quanto la mente umana sia ancora per buona parte inesplorata.E ha un titolo secondo me sbagliatissimo: io non lo avrei MAI scaricato. E non mi piace nemmeno la cover, anche se amo le cover minimaliste. Insomma sì, dei difetti ne ha, compreso un editing a volte non perfetto.

Ma porco cane, questo libro è un centro.

E io spero avrà il successo che merita, perché è tutto italiano, perché è un azzardo, perché è coraggioso, perché è ben congegnato, perché ha un’idea buona alla base.

Ah, a proposito: ricordiamo tutti, no, la credenza (è solo una credenza) secondo la quale noi umani usiamo solo il 10% del nostro cervello? Ricordatevelo, vi servirà. Nonostante sia solo una storiella rimane interessante ed affascinante la teoria secondo la quale saremmo in grado di fare grandi cose. A me piace pensarlo, anche se non è vero. A me, tra l’altro, basterebbe arrivare al 10% che avete voi. Credo di sfruttare il 2% del mio cervello. Sono una da risparmio energetico, io.

Contaminati ha il titolo sbagliato, la cover sbagliata e tutte le idee giuste. Non sempre i personaggi sono a fuoco e i dialoghi efficaci sono ridotti al lumicino (probabilmente non sono il loro forte) ma io devo valutarlo nel suo complesso.

E nel suo complesso è da 8.

Questo romanzo intrattiene con leggerezza ma necessita concentrazione. Ha un sacco di pagine (sapete che odio i mappazzoni infiniti) ma si fa leggere in un soffio (io l’ho letto in sei ore circa), ha dei ragazzi come protagonisti ma non è banalotto o per ragazzine svenevoli. Un libro da grandi, ecco cos’è.

Io ve l’ho detto: leggetelo. E buon viaggio.

Lei che ama solo me

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Titolo: Lei che ama solo me

Autore: Mark Edwards

Editore: Amazon Crossing

Anno: 2015

Pagine: 382

Prezzo: 9,99 per il formato cartaceo – 4,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Quando Andrew Sumner incontra la bella e indomita Charlie, pensa che finalmente le cose stiano cominciando a girare per il verso giusto per lui.

La loro è una relazione intensa e passionale, ma presto Andrew inizia a chiedersi se per caso non stia perdendo la lucidità. Alcune cose spariscono dal suo appartamento. Ha la sensazione che qualcuno lo stia seguendo. E quando la sfortuna e la tragedia colpiscono i suoi amici e i suoi cari, Andrew è costretto ad affrontare un’inquietante verità…

Charlie è la ragazza dei suoi sogni o il suo peggiore incubo?

LA RECE DELLA KATE: 

Andrew incontra Charlie dopo un lungo periodo di degenza dovuto a un distacco della retina, e subito gli sembra straordinaria sotto moltissimi punti di vista: è molto bella, con quei lunghi capelli rossi, ma è anche forte e dolce allo stesso tempo. Charlie – che in realtà si chiama Charlotte – si abbandona a lui come un cucciolo di gatto e come una mamma tigre lo tiene legato a sé fin da subito. Arrendevole, sensuale, divertente, affettuosa, protettiva; Charlie sembra davvero essere la risposta in carne e ossa al sogno di ogni uomo dotato di un cervello e di un organo riproduttivo. I due si conoscono da pochi giorni, ma già la vita dell’uomo sembra essere cambiata da cima a fondo: la ragazza ha preso possesso della sua casa e la cosa sembra stupirlo e rassicurarlo al medesimo tempo. Non importa se ha già trovato dei suoi effetti personali dentro l’armadietto del bagno; certo, forse è un po’ presto… ma è Charlie, no? Charlie che si arrabbia ma che poi si sdraia sopra di lui tutta nuda, Charlie che si fa fare ogni cosa, Charlie che vuole fare sesso dentro il laghetto ghiacciato, di notte, in inverno. In qualche raro momento di lucidità Andrew si rende conto che di lei non sa niente, che non ha mai visto casa sua, che non ha mai parlato del suo passato, che non conosce nessuna amica, che sfugge alle domande come un animale in fuga. Ma sono rari momenti di lucidità presto ottenebrati e resi molto meno lucidi da litri di vino rosso e dal corpo caldo e morbido della sua Charlie che, giorno dopo giorno, comincia a scoprire le sue carte: un carattere iroso, una tendenza all’aggressività sopra le righe, una gelosia patologica nei confronti di qualunque donna entri nel raggio d’azione del suo uomo. Charlie è quasi totalmente fuori controllo senza che Andrew abbia il coraggio di fare davvero qualcosa.

E mentre la gelosia e gli scatti d’ira di Charlie peggiorano, peggiora sensibilmente anche la situazione: la donna delle pulizie viene aggredita e sfregiata con dell’acido; Andrew viene spinto dalle scale da uno sconosciuto; una sua ex amante viene trovata morta. Andrew comincia ad aprire gli occhi.

Chi è davvero la sua Charlotte? Chi è Charlie? Potrebbe aver ucciso una persona? Quali possono essere gli effetti straordinari della gelosia? E lui, è al sicuro? Ed è al sicuro sua sorella Tilly?

Si può amare una persona e, al contempo, averne paura?

Perché gli ho dato 8?

Intanto è bene dire che questo ebook mi è stato regalato da Amazon in quanto cliente delle Offerte Lampo Kindle. Avevo la possibilità di scegliere tra tre titoli e ho deciso di scegliere proprio questo attirata dalla cover che trovo a dir poco spettacolare e d’effetto, ma non certissima, però, di leggerlo. Invece l’ho aperto quasi immediatamente e, quasi immediatamente, l’ho terminato.

Vengo da un periodo di blocco del lettore nel quale sono stata più impegnata a guardare video poco impegnativi su Youtube che a leggere; ci sono periodi così, e tendo a non tirare la corda, a non forzare le cose. Sono periodi e, come tutti i periodi, passano così come sono arrivati.

Grazie a questo romanzo ho dimenticato Youtube.

Ho letto senza sosta per due sere di fila, dimenticando tutto e tutti. Non ho guardato il display del cellulare, non ho acceso la televisione, avevo sonno ma non avrei mai spento il Kindle senza sapere.

Lei che ama solo me mi ha catturata e non mi ha dato scampo.

Capiamoci: è un thriller come tanti altri, niente di più e niente di meno. Tra l’altro sembra tutto abbastanza chiaro e telefonato, grosse sorprese paiono non esserci e il lettore si sente piuttosto sicuro di quello che sta leggendo, non c’è un colpo di scena dietro l’altro, ecco. Eppure la stile di scrittura pulito e scorrevole, personaggi molto interessanti e dialoghi brillanti hanno trasformato un banale thriller in qualcosa di molto, molto godibile.

Certo, molto ha a che vedere con quelle testa vuota di Andrew. Una rabbia, una rabbia. Andrew, porca miseria, ma non ti rendi conto che è una pazza? Perché stai con lei? Per il sesso? Ma ci rendiamo conto? Svegliati, bello! Non lo vedi che ti sta facendo terra bruciata attorno? Eh? Eh? Eh???? Insomma, sì. Io tendo a immedesimarmi moltissimo e questo libro permette al lettore di entrare alla grande dentro la storia. Vediamo se riesco a spiegarmi… è come se il protagonista avesse una telecamerina montata sopra la testa e noi potessimo vedere tutto ciò che gli accade in tempo reale. La vediamo, questa Charlotte. Accidenti, possiamo vedere quanto è bella e strana e sexy. Vediamo le sue mani sopra di lui, il suo sorriso innocente, possiamo sentire il suo miagolio insistente. Come una gatta gli si insinua in mezzo alle gambe, gli cammina sopra al cuore, si prende centimetro dopo centimetro della sua vita fino al primo e ultimo e spettacolare colpo di scena che, seppur forse un pochino tirato per i capelli, fa il suo sporco dovere.

Lei che ama solo me è un thriller psicologico secondo me molto buono e concordo con tutti i lettori che, su Amazon, gli hanno donato quattro stelle.

Ve l’ho detto: siamo lontani dal Nobel ma siamo vicini a qualcosa che intrattiene alla perfezione dosando personaggi (sempre coerenti), dialoghi (sempre credibili) e atmosfere (davvero claustrofobiche, anche quando le scene si svolgono all’aria aperta).

Se tu riesci a farmi sembrare un normale appartamento di città la peggiore delle prigioni e a farmi sembrare un grande spazio aperto londinese il peggior buco, credo che tu abbia fatto centro.

Il finale? Non all’altezza, purtroppo.

O forse è colpa mia: mi aspetto sempre troppo dal prossimo. Anche dai personaggi di un libro.

Aibofobia

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Titolo: Aibofobia

Autore: Mariachiara Moscoloni

Editore: I sognatori

Anno: 2016

Pagine: 145

Prezzo: 12,90 euro per il formato cartaceo – 5,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 6/7

SINOSSI:

Raffaele Amaldi è un tranquillo libraio che un giorno viene accusato di aver commesso un orribile omicidio, consumato all’interno di un convento. A suo dire, però, è solamente colpevole di essersi addormentato in macchina – nei pressi della scena del crimine – poco prima che agisse il killer. A prendere le sue difese ci saranno Alfonso Galilei, avvocato col pallino dell’investigazione, e la sua segretaria Agata, introversa ragazza dal passato burrascoso. Nel momento in cui un secondo cadavere viene rinvenuto in un altro luogo sacro, le indagini prendono una piega ancora più inquietante…

LA RECE DELLA KATE:

C’è del disagio. Ovunque.

C’è del disagio nel potenziale omicida, un libraio che trova donnine sulle chat erotiche per passare qualche ora in loro compagnia in mezza campagna.

C’è del disagio in Agata, che inquieta il lettore come una raccomandata dell’Agenzia delle Entrate anche solo per lo sguardo vagamente apatico che deve avere, poverina.

C’è del disagio nell’avvocato Galilei, che pare un pochino insipido, non fosse altro per quella sua voglia di andare sempre a fondo delle cose senza fermarsi mai al suo ruolo di avvocato.

È che si trovano a dover lavorare insieme, uno per tentare di salvarsi la pelle, l’altro per occupare il tempo e grattare i suoi pruriti, l’altra perché ha evidentemente bisogno di soldi senza essere, tutto sommato, poi così presa dalla faccenda (ma la capisco, è una segretaria, che deve fare?).

Fatto è che questo delitto pare essere collegato ad altri. Ma con quale logica? Perché? E, soprattutto, da chi?

Scoprirlo è l’unico modo per salvare la reputazione e la libertà del libraio, e la velocità, in questi casi, è tutto. La comparsa, in questa vicenda, di un possibile interessamento templare non contribuirà a risolvere le idee a nessuno, facendo in modo, anzi, che esoterismo, legge e morte vadano a intrecciarsi senza nessuna traccia di una soluzione che risulti quantomeno percorribile.

Perché gli ho dato 6/7?

Che non è un voto basso, ma nemmeno alto come avrei voluto.

Il fatto è che ancora una volta ho pensato: “Poteva fare ancora di più, accidenti!

Mi capita spesso, con gli esordienti. Come se avessero una spinta insita in loro che li fa partire ai 500 all’ora per poi perdere entusiasmo e coraggio lungo la strada. Questa è la sensazione, il che non significa che le cose siano andate davvero così, sia ben chiaro.

Ma sì, la sensazione è che ci fossero i presupposti per farne un romanzo più corposo, più strutturato, con personaggi più “tondi” e meno stilizzati. Un momento li capivi, questi personaggi, il momento dopo ti sembrava di saperne troppo, troppo poco.

Agata è meravigliosa, diamine!

E voi, miei cari amici, quando trovate in un romanzo qualcuno che vi piace, cosa vorreste? Non vorreste sapere tutto? Certo, qualcosa di Agata, soprattutto verso la fine, ci viene detto. Ma io sono una curiosa, e soprattutto sono una che ha sempre sete. Sempre! Dammi più informazioni; non sbrodolarmele addosso (400 pagine di thriller no, vi supplico, ne ho letto uno da poco e la voglia di trattenere il fiato fino a svenire è stata grande) ma nemmeno sii così stitico, autore. Essere stitici di informazioni sicuramente rende più snello il lavoro permettendo quindi una lettura più efficace e più concentrata, ma dall’altro lato non permette alla fantasia di galoppare libera e felice, no? Eppure questo stile asciutto (si dice così mamma mia) pare andare molto di moda. Sarà che la gente ha meno tempo di leggere e quindi i libri devono adattarsi al tempo che scorre veloce?

Comunque.

Anche Galilei, l’avvocato, risulta essere un personaggio principale piuttosto interessante. Non bello, non particolarmente indimenticabile, ma comunque d’effetto. Sarebbe interessante ritrovarlo in altre avventure, ha una bella verve che andrebbe sfruttata e un passato che, a mio parere, andrebbe approfondito.

La chiusa è molto bella, la risoluzione dell’enigma e la scoperta dell’assassino lasciano a bocca aperta e le ultime pagine del romanzo sono godibili e piene di una atmosfera d’altri tempi che certamente in tanti apprezzeranno, a metà tra il seppia e il bianco e nero, con quell’odore di nebbia e di roba lasciata lì, quel sottofondo di abbandono e di ricordi brutti.

La prosa è abbastanza scorrevole senza essere banale, è la scrittura di chi sa scrivere, lo ha già fatto e conoscere i ritmi del mestiere, ma a tratti risente forse di un linguaggio un pochettino troppo aulico che, a mio parere, male si accompagna con il genere che – sempre a mio parere – avrebbe bisogno di immediatezza e velocità per tenere alta la tensione.

Aibofobia (per i curiosi: il termine – palindromo – indica una ipotetica fobia per le parole palindrome) è quindi un thriller psicologico (ricordate sempre cosa state leggendo, mentre leggete) breve ma, nel complesso, riuscito.

Io non vedo l’ora di leggere un altro lavoro di questa autrice per godere ancora della sua capacità linguistica e per vedere se l’accelerazione presa avrà modo di trovare strade adatte e bastevolmente ampie  😉

Buona lettura a tutti,

K.

Un delitto quasi perfetto

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Titolo: Un delitto quasi perfetto

Autore: Jane Shemilt

Editore: Newton Compton

Anno: 2016

Pagine: 317

Prezzo: 9,90 euro per il formato cartaceo – 2,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 6

SINOSSI:

Emma e Adam Jordan sono due medici all’apice della carriera, così quando viene loro offerta l’opportunità di trascorrere un anno in Africa, con i tre figli, per collaborare a un progetto di ricerca, accettano con entusiasmo, convinti sia l’occasione che aspettano da sempre. E sarà di certo un’esperienza che non dimenticheranno, ma non per le ragioni che i Jordan immaginano. Quando una sera Emma torna a casa e trova vuota la culla del piccolo Sam, il più piccolo dei loro figli, la famiglia capisce che il sogno si è trasformato nel peggiore degli incubi. Un anno dopo, a migliaia di chilometri di distanza, Emma è ancora ossessionata dall’immagine di quella culla vuota, e continua a isolarsi sempre di più dal resto della famiglia. Che ne è stato di Sam? È ancora vivo? Si è trattato di un rapimento o di qualcosa di più inquietante? Cos’è successo davvero quella notte?

LA RECE DELLA KATE:

Per un medico che voglia fare carriera il tempo è tutto.

Bisogna battere il ferro fino a quando è ancora caldo e, se necessario, sacrificare tutto. Vale questa regola anche per Emma e Adam: ore in ospedale, turni pesantissimi e il sogno di comparire sulle più famose riviste internazionali.

Quando ad Adam viene proposto un incarico per un progetto di ricerca in Africa, però, la tensione sale. In Africa? Con due bambine ancora piccole? Emma ha paura, ma è anche arrabbiata. Come può Adam dirglielo così, come se fosse la cosa più normale ed entusiasmante al mondo? Lei ha il suo lavoro, le sue ricerche, i suoi studi; perché dovrebbe rinunciare a tutto per seguirlo?

Chi l’ha deciso?

Chi ha deciso che il suo lavoro di ricercatore è più importante e nobile del suo?

Eppure partiranno. Nonostante tutto Emma accetterà di stravolgere la sua vita e trasferirsi in Africa, in mezzo al niente, lontana da alberghi e negozi, ospedali degni di essere chiamati tali e amici. Sceglierà di partire nonostante Sam, nato da poco e concepito proprio nel mezzo della loro battaglia rimaniamo a casa/andiamo in Africa. Solo loro cinque per ripartire da lì, da quella terra arsa dal sole. O almeno questo è quello che credeva Emma. La verità è che attorno a loro graviteranno molte persone (tutte utili ai fini di un thriller, ovviamente): un anziano giardiniere, una bambinaia, un insegnante privato… la casa è molto più affollata di quanto non avessero voluto e creduto, ma tutto sommato la vita scorre, le bambine sembrano felici e Sam cresce sereno, anche se Emma, quel bambino, proprio non riesca ad amarlo del tutto. Sarà per quello che rappresenta, sarà per quella terribile voglia rossa che ha su tutto un lato del viso, ma Emma si sente madre a metà.

Ma una madre, per quanto a metà sia, sarà sempre una madre.

La culla vuota e i vetri infranti fanno crollare le fondamenta della famiglia: Sam è sparito. Qualcuno lo ha preso. Qualcuno lo ha voluto e lo ha preso. Qualcuno ha strappato un bambino dalle braccia della sua mamma e del suo papà. In Africa. Potrebbero averlo già ucciso. Potrebbero averlo ucciso per vendere i suoi organi. Potrebbero averlo venduto. Adozioni a pagamento. Un bambino bello e bianco fa tanta gola a chiunque. Le indagini vanno al rallentatore, tra Emma e Adam si forma un solco sempre più profondo e difficile da superare. Tutto sta andando a rotoli. Niente sarà più come prima.

Ma una madre, per quanto a metà sia, sarà sempre una madre.

Emma deve trovare Sam. A ogni costo.

Perché gli ho dato 6?

Gli ho dato 6 perché il titolo non ha niente a che vedere con la trama del romanzo.

Gli ho dato 6 perché è inutilmente prolisso.

Gli ho dato 6 perché alla fine tutto sembra finire in una partita di Cluedo alla viva il prete. Come se ci fosse una lista di persone e si stesse tutto il tempo a tracciare linee orizzontali sopra ai nomi. Allora… il pediatra… vai, non può essere lui, ciao. La governante… non può essere lei, ciao. La parrucchiera… cancella pure, ha l’alibi di ferro. Sarà il maggiordomo, è sempre il maggiordomo.

Sembra un compitino delle elementari svolto nemmeno poi così bene. A me come sempre è piaciuta molto di più la prima parte, pre-partenza per l’Africa. Ho trovato molta più suspance lì che non dopo, a crimine commesso. Peccato anche per le atmosfere africane rese non benissimo: potevano essere una buonissima arma per rendere il romanzo molto, molto più interessante. Invece di blaterare sulla macchia di tuo figlio, fammi sapere cosa hai attorno a casa, dimmi del caldo che fa (quello lo dice, ogni tanto), dimmi come sono vestiti, dimmi cosa mangiano… quello sì che poteva dare un’aura diversa e particolare al thriller.

Siamo sempre lì: al lettore scafato la soluzione arriverà dritta in fronte molto presto. Per tutti gli altri potrebbe anche esserci il fatidico colpo di teatro, invece.

Ma avendo appena fatto da lettrice beta e, in parte, da editor a un romanzo giallo, e avendo quindi da poco avuto l’occasione di confrontarmi con lo scrittore sui metodi per sviare l’attenzione del pubblico, devo dire che questa volta nemmeno io ero del tutto impreparata.

Non gli ho dato una insufficienza perché la prima metà a me è piaciuta molto (grazie alla presenza di un personaggio) e perché faccio fatica a dare dei 5. Sarei stata una professoressa, come si dice, di manica molto larga  😉

In conclusione? Da leggere se siete molto amanti dei thriller ma solo se torna ancora in offerta a 0,99 euro.