Cercami

andre-aciman-cercami-9788823522909-4-300x465

Titolo: Cercami

Autore: André Aciman

Editore: Guanda

Anno: 2019

Pagine: 278

Genere: Narrativa contemporanea

Il voto della Kate: 8/9

SINOSSI: 

Sono passati parecchi anni da quell’estate in Riviera: Elio, in piena confusione adolescenziale, aveva scoperto la forza travolgente del primo amore grazie a Oliver, lo studente americano ospite del padre nella casa di famiglia. Erano stati giorni unici, in grado di segnare le loro vite con la forza di un desiderio incancellabile, nonostante ciascuno abbia poi proseguito per una strada diversa. Questo romanzo di André Aciman si apre con l’incontro casuale su un treno tra un professore di mezza età e una giovane donna: lui è Samuel, il padre di Elio, sta andando a Roma per tenere una conferenza ed è ansioso di cogliere l’occasione per rivedere suo figlio, pianista affermato ma molto inquieto nelle questioni sentimentali; lei è una fotografa, carattere ribelle e refrattaria alle relazioni stabili, e in quell’uomo più maturo scopre la persona che avrebbe voluto conoscere da sempre. Tra i due nasce un’attrazione fortissima, che li porterà a mettere in discussione tutte le loro certezze. Anche per Elio il destino ha in serbo un incontro inaspettato a Parigi, che potrebbe assumere i contorni di un legame importante. Ma nulla può far sbiadire in lui il ricordo di Oliver, che vive a New York una vita apparentemente serena, è sposato e ha due figli adolescenti, eppure… Una parola, solo una parola, potrebbe bastare a riaprire una porta che in fondo non si è mai chiusa.

LA RECE DELLA KATE: 

Scrivo e cancello.

Scrivo e cancello.

Questa cosa va avanti da almeno venti minuti.

Vorrei terminare questa agonia, ma non è che ci stia riuscendo molto. Non so se è la stanchezza o se, come sempre, quando devo parlarvi di un romanzo che ho molto amato, mi viene una specie di blocco creativo e psicologico.

Respirone.

Ci provo.

E comincio dalla parte più brutta e sgradevole: i difetti.

Ne ha almeno tre. Ho detto almeno.

  1. Cercami è una forzatura. Noi saremmo stati bene anche senza. Oliver ed Elio ci hanno cambiato la vita, tornare da loro è come tornare da un ex dopo che vi siete lasciati. O andare in una città dopo che non tornavi da un sacco di tempo e scoprire che… non è che ti piaccia poi così tanto. Forse l’avevi sopravvalutata. Forse la vedevi bella perché eri un bambino. Forse la vedevi bella perché mamma e papà ti amavano molto. Insomma… capito, no?
  2. Le storie raccontate sono credibili quanto Babbo Natale che fa la dieta Dukan e perde 82 chili. Bello eh, per carità. Nulla da dire. Un figurino. Ma poco credibile.
  3. Le storie, sì. Perché sono tre. E l’ultima non è all’altezza.

Cercami è Chiamami col tuo nome vent’anni dopo.

E’ la storia di Elio, di suo padre, di Oliver.

Sono invecchiati, le loro vite sono drasticamente cambiate. Evolute, involute, trascinate sui gomiti. Sono stanchi e vissuti. Sono saggi eppure immaturi. Hanno visto l’amore ma ancora vi si fanno abbindolare. Romantici e intrappolati in relazioni e vite passate e vite future e sogni e desideri e non verità e relazioni familiari e silenzi e cose non dette. Vent’anni di una serenità calma e placida senza scossoni, vent’anni passati a fare il gioco di “Facciamo finta che io ero”, avete presente? Ecco. Un incubo.

Poi succede.

Incontri qualcuno sul treno.

In strada.

La tua vita e la sua cambieranno per sempre.

Tu cambierai per sempre.

E non è colpa di nessuno.

C’è gente che non ci cambia di una virgola e c’è gente che ci cambia la vita anche solo quando ci dice “Ciao” la prima volta. E tu sai che quella persona lì è una persona cardine. Tu sai che sta per accadere.

E così è per i nostri protagonisti.

Tutti uomini, perché di uomini si parla. Sì, certo, c’è anche una donna, la donna sul treno. Non vi dirò come si chiama e chi è e chi sarà, non ha importanza adesso. Quello che ha importanza è che per quanto sia descritta e descritta e ancora descritta, non riesce a togliere luce al protagonista maschile.

Tutto è uomo.

L’amore stesso, che di solito viene associato al sinuoso corpo femminile, qui si fa totalmente uomo. L’uomo padre, l’uomo figlio, l’uomo anziano, l’uomo in cerca, l’uomo che sa amare tanto una donna quanto un uomo, l’uomo che apre il petto e scopre il cuore, che si rende vulnerabile, totalmente umano, fallibile.

Si parla di amore e, pure con i difetti detti sopra, Cercami è un romanzo che ho amato completamente e senza remore. Ne ho visti i difetti e le piccinerie ma ho comunque saputo vedere il bello che c’era. Anche se i dialoghi erano poco credibili, talvolta, come costruiti, troppo melensi, troppo a effetto. Li ho amati anche così, anche se la realtà forse sarebbe andata in un altro modo, anche se nella realtà forse una trentenne non avrebbe invitato a casa sua un uomo del doppio della sua età dopo averlo conosciuto sul treno. Anche se Oliver forse sarebbe scomparso senza lasciare traccia. Anche se Elio ce lo saremmo immaginati diverso. Più… non saprei. Ma Elio è il personaggio che più di tutti ha compiuto una evoluzione. Che più di tutti stupisce. E che forse meno di tutti si riconosce.

In definitiva?

E’ un romanzo che parla dell’amore e lo fa in maniera pregevole.

Ma se avete la pretesa di ritrovare la magia di Chiamami col tuo nome, allora no.

Allora no.

Iniziò tutto a Natale

Titolo: Iniziò tutto a Natale

Autore: Jenny Hale

Editore: Newton Compton

Anno: 2019

Pagine: 317

Genere: Romance

IL VOTO DELLA KATE: 5

SINOSSI:
Holly McAdams adora trascorrere le vacanze di Natale nel piccolo chalet della sua famiglia tra le colline innevate, con la sua deliziosa porticina rossa e le luci colorate. E quest’anno è pronta per lei una sorpresa molto speciale… Dopo aver affrontato una tempesta di neve per raggiungere il rifugio, Holly e sua nonna trovano ad aspettarle un affascinante sconosciuto. Joseph Barnes aveva affittato la casa la settimana precedente, ma è rimasto intrappolato lassù a causa del maltempo. Determinata a fare del suo meglio per rendere le vacanze speciali per tutti, Holly comincia a decorare le stanze e a preparare deliziosi dolcetti. E così comincia ad affezionarsi al bellissimo sconosciuto, con il quale sente di avere sempre più cose in comune nonostante la diffidenza della sua adorata nonnina. Ma l’arrivo di Rhett Burton in paese, la stella della musica country che un tempo era il miglior amico di Holly o forse qualcosa di più, rischia di rendere la situazione molto complicata… Per fortuna è quasi Natale!

LA RECE DELLA KATE:

1. Non leggetelo

2. Vuole essere romantico invece è solo noioso

3. Il romanticismo c’è ma messo giù così male che fa venire voglia di non leggere mai più

4. Nemmeno l’atmosfera natalizia è resa bene

5. Ho pianto. No, non di disperazione. Leggendo l’amore tra la nonna e il nonno. Oh. Io mi commuovo. Cosa volete?

6. L’ho già detto non leggetelo?

7. Non leggetelo

Quella mattina prima di morire

Titolo: Quella mattina prima di morire

Autore: Jo Jakeman

Editore: Newton Compton

Anno: 2019

Pagine: 382

Genere: Thriller

IL VOTO DELLA KATE: 6

SINOSSI:

Un divorzio non è mai una cosa semplice, e quello di Imogen non fa eccezione. Suo marito Phillip è un maniaco del controllo, un violento, ed è determinato a renderle la vita un inferno. Quando Phillip piomba in casa sua senza preavviso, intimandole di andarsene entro un mese, Imogen sente il mondo crollarle sotto i piedi. Se non acconsentirà alla richiesta, rimanendo senza un tetto sopra la testa, Phillip farà di tutto per toglierle l’affido di Alistair, il figlio di sei anni. In un momento di follia, Imogen reagisce d’impulso. Per la prima volta nella sua vita prende il controllo della situazione e compie un’azione che cambierà per sempre il suo destino. Quello che non avrebbe mai immaginato, però, è che sia la prima moglie che l’attuale fidanzata di Phillip sarebbero rimaste coinvolte nel suo piano. Tre donne molto diverse si ritroveranno improvvisamente alleate nel tentativo di vendicarsi dell’uomo che le ha fatte soffrire.

LA RECE DELLA KATE:

Qui il pazzo è il marito.

Poi c’è una prima moglie.

Una seconda.

Una fidanzata.

Un pazzo con la mania di collezionismo.

Colleziona donne da menare, sì.

E quando le tre donne si conoscono e i loro lividi coincidono e le loro storie fanno amicizia per il povero uomo non ci sarà molto scampo.

Beh amici, io non è che abbia molto da dire.

L’argomento è pruriginoso.

La storia non verosimile.

Ma l’argomento assolutamente sì.

All’inizio della quarantena mi sono chiesta in quante famiglie si potesse davvero stare sicuri in casa.

Chiudete gli occhi.

Pensate a tutte le donne vittime di violenza domestica costrette a stare chiuse in casa col loro aguzzino.

Fatto?

Non so a voi, ma a me fa quasi più paura del covid.

Una paura del diavolo.

Le case diventano minuscole.

Le forze si fanno meno.

La mente già provata si chiude in un luogo scuro e impenetrabile.

Nessuno che possa vedere i tuoi lividi.

Nessuno che possa chiederti se va tutto bene.

Una tragedia nella tragedia che questo romanzo mi ha riportato alla mente.

Questo è lo spunto al quale ho pensato.

Questa è l’unica cosa che mi è venuta in mente.

Di per sé il libro è lento.

Telefonato.

Intrattiene ma senza grossi colpi di teatro.

La fine la conosciamo perché l’inizio della storia è proprio la sua fine.

Un funerale.

Un trucco letterario che mi ha sempre lasciata freddina.

Pro: un paio di buoni personaggi (forse solo uno: la madre della protagonista)

Contro: lunghissimo, personaggi femminili piatti come la mia attività neuronale e un finale banale come la pubblicità di Poltrone e sofà.

In definitiva: io se fossi in voi lascerei perdere. Passate ad altro.

Era una famiglia tranquilla

Titolo: Era una famiglia tranquilla

Autore: Jenny Blackhurst

Editore: Newton Compton

Anno: 2017

Pagine: 335

Genere: Thriller

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:
Il mio nome è Emma Cartwright. Tre anni fa ero Susan Webster, e ho ucciso mio figlio di dodici settimane, Dylan. Non ho alcun ricordo di ciò che è accaduto, ma devo credere a quello che mi dicono il mio medico e la polizia, no? Ma se uno non riesce a ricordarsi quello che è successo, come può fidarsi ciecamente del fatto che gli altri gli stiano dicendo la verità? E se esiste anche una minima possibilità che mio figlio sia ancora vivo, non credete che dovrei fare di tutto per riaverlo indietro?

LA RECE DELLA KATE:

Ci ho messo una vita a finirlo.

Reclusa in casa le cose sono difficili.

Vago senza meta.

Non mi concentro su nulla.

Prego e poco altro.

Niente cattura la mia attenzione.

Niente.

Il libro comunque vale il mio 8, anche se ancora una volta ci troviamo di fronte a una genitrice omicida.

O no?

Ha cambiato nome e paese ma il passato torna a farle visita e la illude che suo figlio possa essere ancora vivo. Accanto a lei la sua migliore amica (omicida pure lei) e un giornalista affascinante (ma toh, mai un cesso eh!).

Solo che il giornalista forse non è un giornalista, il suo avvocato forse le ha tenuto nascosto qualcosa, il suo ex marito ha un passato universitario da brividi e tutti sembrano avere una vita che lei ignorava.

Era una famiglia tranquilla decolla senza problemi, ci fa fare un buon volo ma in fase di atterraggio si lascia andare a una specie di psicopatia aerea.

Ma ripeto, tutto sommato lo consiglio.

Niente di nuovo sotto il sole, ma molto migliore di altri letti.

Pro: nessun refuso e una buona traduzione.

Un protagonista maschile interessante.

I flash back che intervallano i capitoli dedicati al “now” partono da lontano ma contribuiscono a creare atmosfera.

Contro: la chiusa, come sempre. Uffa.

La figlia adottiva

Titolo: La figlia adottiva

Autore: Jenny Blackhurst

Editore: Newton Compton

Anno: 2019

Pagine: 380

Genere: Thriller

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:
Imogen Reid ha deciso di diventare una psicologa dell’infanzia per aiutare i bambini in difficoltà. Ecco perché, quando le viene assegnata in cura Ellie Atkinson, una ragazzina di undici anni, si rifiuta di ascoltare chi le dice che è pericolosa. Ellie è l’unica sopravvissuta a un terribile incendio che ha sterminato la sua famiglia. E Imogen sa bene che in questi casi i problemi del paziente sono la rabbia e la tristezza inespresse di chi non è ancora riuscito a elaborare il lutto. Ma i genitori adottivi di Ellie hanno un’altra storia da raccontare. Così come i suoi insegnanti. Quando si arrabbia, cominciano ad accadere cose brutte. Cose in grado di generare strane leggende su quella ragazzina silenziosa. E stare così vicina a Ellie per Imogen potrebbe diventare presto molto pericoloso…

LA RECE DELLA KATE:

Come dicevo nella recensione precedente, va di gran moda prendere di mira le famiglie. Se non è la moglie che perde la testa, è il marito. Se non è il marito, è la moglie. Se i coniugi stanno una meraviglia, stai pur sicuro che un moccioso è squilibrato di brutto.

Già il titolo suggerisce che non andrà a finire benissimo. Lo avessero chiamato “La figlia col machete” avrebbe sortito lo stesso effetto.

La cover perplime come tutte le cover di questa CE. L’altalena ha un potere attrattivo sui grafici che fa paura. Ma che problemi hanno?

Comunque.

Pro: personaggio femminile adulto (Imogen) molto ben costruito, quasi cinematografico.

Contro e pro: Ellie, la bambina in questione, tratteggiata con buona dose di paraculaggine. Ma funziona.

Contro: tutti gli altri personaggi sono inutili come un biglietto del cinema ai tempi del Covid.

Pro: di plot simili se ne sono visti a svalangate. Una strizzata d’occhio la dà anche a Carrie di Stephen King, tanto per dirne una.

MA.

Non urta i nervi.

Funziona. Funziona davvero.

Contro: Ma questa chiusa da colpo di teatro??? No. Mi rifiuto.

Pro: il romanzo tiene sempre la tensione alta. Non altissima ma alta. Non è scontato.

Contro: 380 pagine? Ma siete seri?

Pro: però 380 pagine godute. Skippato pochissimo.

In sintesi!

Ok, leggetelo.

Il matrimonio dei segreti

51A-lZmbgeL

Titolo: Il matrimonio dei segreti

Autore: Samantha Downing

Editore: Newton Compton

Pagine: 380

Genere: Thriller

Il voto della Kate: 6

SINOSSI: 

La nostra è una storia d’a­more piuttosto ordinaria. Ho conosciuto una bellis­sima donna, mi sono inna­morato perdutamente di lei. Abbiamo avuto due figli.
E, come molte coppie, abbiamo fini­to per trasferirci in una bella villetta in un quartiere residenziale.
La vita ci ha regalato l’opportuni­tà di avere qualcuno con cui con­dividere ogni cosa. E così, quando ci siamo annoiati della monotonia quotidiana, abbiamo potuto contare l’uno sull’altra.
Da fuori sembriamo una coppia normale. Potremmo essere i tuoi vicini; i genitori degli amici dei tuoi figli; i conoscenti con cui fai quattro chiacchiere al supermercato o gli amici degli amici con cui ogni tanto vai a cena.
Ma tutti i matrimoni nascondono un segreto che li mantiene vivi. Un trucco grazie al quale l’unione tra due persone rimane salda e arden­te come il primo giorno.
Il nostro segreto è che ci piace uc­cidere.

LA RECE DELLA KATE:

Negli ultimi anni il mondo thriller si è letteralmente riempito di famiglie sconsiderate. La moglie bugiarda, il figlio pazzoide, il figlio silenzioso, la figlia di nessuno, la zia psicolabile, la mamma cretina e potrei continuare a lungo. Anche i vicini di casa pazzi vanno alla grande, ma mai come le famiglie disfunzionali. Disfunzionali poi per modo di dire. Qui tutti ammazzano tutti. Sei sposato da ventidue anni con una tipa qualsiasi e scopri che quella di notte si diverte a sgozzare la gente. Oppure boh, all’improvviso tuo figlio fa i disegnini con te che cadi da un burrone. Oppppplà. Ma che carino, figlio mio, grazie del disegno, ora lo appendo in cameretta matrimoniale con lo slogan “RICORDATI CHE DEVI MORIRE”.

Insomma, questo thriller non è altro che il normale proseguimento di una follia editoriale che continua a piacere. Probabilmente (troppa psicologia spicciola?) perché è vero che in realtà nessuno conosce nessuno. Non fa niente da quanto tempo ci si ami, se ci si ama. Non importa da quanto tempo si è sposati. Non importa quanto si creda di conoscere l’altro e quante frasi stucchevoli e banali si possono dire. La verità (e qui ci credo) è che nessuno conosce nessuno.

Da questo presupposto parte questo romanzo nel quale la sinossi dice già tutto: io, te, i nostri due figlioletti e qualche ragazza da sgozzare.

Perché?

Perché il matrimonio dopo un po’ viene a noia.

C’è chi compra un gatto, chi compra un cane, chi decide di fare il centesimo figlio, chi si dà allo scambio di coppia, chi si separa e chi pensa: “Ehi, per dare pepe al nostro matrimonio facciamo una bella cosa! Cominciamo a uccidere donne!”

Questione di scelte.

Loro hanno scelto di sgozzare giovani donne.

Una, due, tre… il tempo passa e il fatto di rimanere impuniti li galvanizza, li eccita, consolida la coppia. Lei bella e algida, lui bello e sottomesso. Eh sì… lui è il classico uomo sottomesso a una donna forte e volitiva. Ogni tanto, se lo dice da solo e fa un po’ pena, anche lui ha qualche idea. Ma raramente. E quando le ha lo sottolinea con forza, poveretto.

Comunque, naturalmente, arriva il colpo di teatro. Intanto la figliolina comincia a girare con un coltello da cucina di quelli seri perché crede che in giro ci sia un serial killer e non può nemmeno sospettare che i cretini qui siano mamma e papà. Poi si rasa i capelli, così magari il serial killer non la riconosce come essere umano femminile e non la ammazza. Poi insomma si fa prendere un pochino la mano, perché si sa, da un melo non nascono le pere.

Il padre comincia a tentennare. La madre acquisisce forza e volontà perché, si sa, noi donne andiamo sempre fino in fondo. Che si tratti di farci cambiare una lampadina o di uccidere qualcuno. Uomo, lavoro e zitto che altrimenti la rivedi col binocolo.

C’è un solo contro: la lungaggine. Si sarebbe risolto tutto con cento pagine in meno. Ma questo è un difetto della CE da sempre e per sempre. Pensano che aggiungendo carta le cose migliorino. E’ strana, questa cosa.

IN CONCLUSIONE:

Skippando qualche pagina, è riuscito a tenermi buonissima compagnia. Anzi… buonissima compagnia in una sola serata… ehm…

Ma skippando pagine, ecco il perché del voto non alto.

 

Il potere curativo delle emozioni. Interpretare il linguaggio dei sintomi.

download

 

Titolo: Il potere curativo delle emozioni. Interpretare il linguaggio dei sintomi.

Autore: Debora Selmi – Eleonora Giordano

Editore: Sperling&Kupfer

Anno: 2020 (Data di uscita – 3 marzo 2020)

Pagine: 480

Genere: Saggistica

Prezzo: 18,90 euro

Il voto della Kate: 8

 

SINOSSI: 

La salute è il risultato dell’equilibrio tra corpo, mente ed emozioni. Quando si crea una disarmonia appare la malattia, il modo che il nostro corpo ha per segnalarci che c’è qualcosa che non va. Ci sono emozioni che ci indeboliscono? La malattia contiene un messaggio? Cosa possiamo fare per ritrovare l’armonia? In questo libro Debora Selmi ed Eleonora Giordano, esperte di tecniche bionaturali, raccontano tutto ciò che hanno appreso e verificato nel corso degli anni lavorando con migliaia di persone: disturbi e patologie hanno una causa emotiva e ogni organo è collegato a una particolare emozione. Confrontandosi con altri esperti e condividendo riflessioni e studi, spiegano come imparare ad ascoltare i sintomi e soprattutto qual è il collegamento tra l’organo in cui si manifesta la malattia e l’emozione che li ha scatenati. Questo libro riesce quindi, in modo semplice e accessibile a tutti, a interpretare uno dei linguaggi più controversi e misteriosi, quello del corpo. Una lettura che ci permette di acquisire una nuova consapevolezza, e ci mostra la strada della comprensione e della guarigione.

LA RECE DELLA KATE: 

Prima di cominciare, come si usa dire, mi corre l’obbligo di salutare tutti voi e di darvi di nuovo il benvenuto sul blog che, per molto tempo, ho lasciato a sé stesso preferendo dare spazio ad altri canali comunicativi (ricordo che mi trovate anche su Facebook e su Instagram e trovate lì tutte le mie recensioni sia di libri che di serie che di film  🙂  Insomma, sembro sparita ma… ci sono eccome!)

IMG_4354

Ho un’altra cosa da dire, prima di cominciare a parlare davvero di questo testo: sono nipote (di nonno e di zia), figlia e sorella e cugina di farmacisti. Una stirpe familiare che ha dato la stura a una spirale di lauree in farmacia delle quali io sono estremamente grata, visto che ho più problemi di salute io di un’intera puntata di “E.R. Medici in prima linea” con la differenza che nella mia vita non c’è quel gran manzo di Clooney e men che meno telecamere disposte a riprendermi (cosa della quale sono immensamente grata, sia chiaro).
Faccio questa premessa perché? Perché nessuno si aspetterebbe da me la recensione a un libro di questo tipo. Perché ho sempre guardato con sospetto alla medicina alternativa. Mi sono sempre scagliata contro i “santoni dell’ultima ora”, ho sempre guardato con rimprovero malcelato le mie amiche reikiane e, per ogni volta che qualcuno mi consigliava qualcosa di alternativo/olistico/orientaleggiante io prendevo, giusto per sfregio, un Brufen600 solo per dimostrare che la medicina tradizionale conta ben più di qualsiasi seduta di qualunque cosa con chiunque.

Poi, Kate? Poi sono successe due cose: la prima cosa è che ho cominciato a soffrire pesantemente di cervicalgia e la seconda è che sono invecchiata. Forse la seconda cosa dovrebbe venire prima della prima. Invertitele voi, è uguale. Comunque. Poiché la mia vita era divenuta un inferno e gli antidolorifici facevano in tutto e per tutto parte della mia dieta mediterranea, non potendone assolutamente più di passare le notti a piangere invece di dormire (piangevo dal dolore, sia chiaro) e non sapendo più cosa fare di me stessa, feci (mi feci fare) un ciclo di riflessologia plantare. Non contò assolutamente a niente – anche perché la mia non era cervicalgia ma emicrania anche di un certo livello (cosa che ho scoperto grazie al Centro Cefalee). Ma a una cosa è sicuramente contata:

io

sono

cambiata.

In che senso? Beh io… io mi sono aperta alla possibilità, immagino. Immagino si possa dire che, per la prima volta nella mia vita, mi sono detta: <<Non ci credo granché, ma offro la mia fiducia, smetto di essere sempre così scettica e ci provo!>>.

Poi c’è stata l’agopuntura.

Poi la moxa.

Poi lo yoga.

Poi reiki.

Poi… loro. Eleonora e Debora.

DSC_0101

“Il potere curativo delle emozioni” racchiude tutto il loro lavoro, tutto il loro amore, tutta la loro passione, tutte le persone che hanno incontrato, tutte le esperienze che hanno vissuto, i loro dolori, ciò che erano e ciò che sono in questo loro meraviglioso presente.

E’ che quando uno dice “saggio” subito viene in mente qualcosa di molto noioso e didattico che piuttosto che leggerlo mi taglio un attimino la gamba poi arrivo. Ma questa è una cosa diversa. Strutturato su più livelli, diventa saggio ma anche narrativa ma anche biografia e tanta pura vita che scorre. Le prime pagine (probabilmente le più emozionanti, devo dirvi) raccontano la loro storia personale. E se pensate che sia facile raccontare la propria vita a sconosciuti che leggono il vostro libro, beh… vi sbagliate. Raccontarsi è un dono. E i doni bisogna saperli meritare.

Da lì in avanti è tutta in discesa, perché le autrici hanno cercato di “comprimere” il loro sapere e il loro know-how, ma non solo: lo hanno reso fruibile a chiunque. Non esiste un target di riferimento. Non è necessario essere medici, praticare reiki o essere degli esperti di medicina alternativa. Il linguaggio è semplice, la prosa lineare, i tecnicismi spiegati in maniera precisa ma senza quel sussiego a volte fastidioso e ridondante che tanto stona alle orecchie dei neofiti. Patologia dopo patologia, insieme alle due autrici compirete un viaggio attraverso il corpo umano che non diventa solo carne, ma soprattutto:

il vestito della nostra anima, e in quel vestito dobbiamo stare bene, sentirci a nostro agio”. Il corpo deve calzarci a pennello. Invece, quando qualcosa non va, inizia a “deformarsi” e smette di starci bene addosso.

Ma perché il vestito dell’anima non ci sta più bene? Perché comincia a cambiare? E’ qualcosa che ha a che fare con qualcosa che viviamo? Sono queste le domande da cui bisogna partire per leggere il corpo e le sue disarmonie.

Vi invito quindi a mettere da parte ogni sovrastruttura. Vi invito a leggere senza pre-giudizio. Vi invito a leggere le tante testimonianze che rendono questo volume l’emozione che è.

Vi invito a provare a farvi cambiare.

Qualcosa magari non lo condividerete, qualcosa invece sì.

Qualcosa non lo condividerete ora, ma poi il pensiero tornerà a quelle parole, a quel libro, e lo andrete a ripescare e risfogliare nuovamente.

Qualcosa vi colpirà in un punto non molto preciso tra cuore e stomaco.

Non abbiate paura: è solo vita che scorre.

Buona lettura. Non solo del libro, ma anche di voi stessi   😉

L’abbandonatrice

abbandonatrice

Titolo: L’abbandonatrice

Autore: Stefano Bonazzi

Editore: Fernandel

Anno: 2017

Pagine: 145

Genere: Narrativa

Prezzo: 15,00 euro per il formato cartaceo – 6,49 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 7 e mezzo

SINOSSI:

Durante l’inaugurazione della sua prima mostra fotografica, Davide riceve una chiamata: Sofia, l’amica di cui aveva perso le tracce anni prima, si è tolta la vita. Al funerale, Davide conoscerà Diamante, figlio di Sofia. Un sedicenne scontroso e instabile che insieme al dolore si porta appresso un fardello di domande: che relazione c’era tra Davide e Sofia? Perché sua madre è scappata dall’Italia troncando ogni rapporto con amici e famigliari? Perché il suicidio? Tornato a Bologna insieme a Diamante, Davide si ritroverà a vivere una complicata convivenza a tre che coinvolge anche Oscar, il suo compagno, e grazie alla quale riemergerà la storia di Sofia, colei che lascia per paura di essere lasciata: una storia di abbandoni e di fughe, di silenzi e di madri dai comportamenti irrazionali e inspiegabili. “L’abbandonatrice” è un romanzo che racconta gli attacchi di panico e la droga, l’adolescenza e il disagio. Un romanzo sulle responsabilità che ogni scelta comporta e sulla difficoltà ad accettarne le conseguenze, a qualunque età, qualunque ruolo la vita ci abbia riservato.

LA RECE DELLA KATE:

Se fate un secondo di silenzio devo mettere le mani avanti e fare una figura di merda epocale. Niente, non so cosa sia successo ma il mio Kindle ha cancellato il file de L’abbandonatrice, ciò significa, in soldoni, che non posso riportare la citazione che volevo riportare e che molto fa capire e che non potrò essere precisa al dettaglio come avrei voluto. Ok, finito di arrampicarmi sugli specchi. Voi perdonatemi, se potete. Anche le blogger casiniste a volte smaronano. Anzi, soprattutto le blogger casiniste. 

Torniamo a noi. Anzi, torniamo a Davide, Oscar e Sofia facendo un piccolo passo indietro e collocandoli nello spazio e nel tempo e in un contesto socio-culturale. Siamo a Bologna nel 2000, più o meno. Davide vorrebbe diventare un fotografo di successo, iscriversi al Dams e fare qualcosa di grande. Per farlo e provare a essere felice, però, deve uscire di casa, perché la sua manifesta omosessualità mette in imbarazzo (anche se nessuno glielo direbbe mai apertamente) la sua famiglia. Quindi, bolognese di Bologna, si mette in cerca di un appartamento da condividere. E trova Oscar. Bellissimo e dannato, ricco e voluto dalla sua famiglia, Oscar vuole invece diventare un pianista di successo. Apertamente omosessuale, intreccia sin da subito un rapporto d’amore con il complessatissimo Davide che passa la sua vita da ventenne tra un attacco di panico e l’altro. Sofia non è omosessuale, vorrebbe fare l’artista ed è amica sia dell’uno che dell’altro. Figlia di una donna con gravissimi problemi di depressione che ha mandato in rovina la famiglia, Sofia si porta dietro un passato di dolore e di rabbia che, lentamente, le corrode ogni fibra rendendo il suo dolore quasi tangibile, quasi vero, quasi visibile.  Facile capire quindi quanto il loro rapporto sia ammalato ma non per questo meno vero. Non si capisce chi aiuti e chi venga aiutato, chi dei tre abbia più irrisolti, più ferite, più insuccessi. Oscar fallisce la sua vita da musicista, Sofia scompare, Davide tenta di rimettere insieme i cocci della sua esistenza e di quella di Oscar, ormai ombra del ragazzo sensuale e affascinante di un tempo.

E poi, la chiamata. Quella chiamata. Quella che forse ci si sarebbe dovuti aspettare da molto tempo. Sofia è morta. Anzi, non proprio morta-morta e basta; morta suicida. Sofia è diventata sua madre, o sua madre è diventata Sofia; o la malattia ha messo radici inestirpabili. Come se il dolore fosse come un raffreddore, che starnutisci e lo attacchi in giro sulla metro, a scuola, in sala d’aspetto. Come se ci volesse una mascherina per il dolore, per non contagiare gli altri. E’ che secondo me il dolore ha un livello di contagio altissimo, porca miseria. Io lo vedo, come viaggia il dolore. E’ per questo che combatto a colpi di sorrisi e di preghiere, perché il dolore ha una forza sovrumana. Ma anche la gioia, se è per questo. E sempre per questo (e qui spiego il 7 e mezzo, non temete)

Perché gli ho dato 7 e mezzo?

Eccomi, dicevo.

Qui spiego il 7 e mezzo che non è diventato 8. No perché il romanzo è bello, dico davvero. Forse anche da 9. L’editing è pressoché perfetto (con Fernandel non si sbaglia mai) la prosa fluida, i personaggi tutto sommato credibili (basta farsi un giretto alla Montagnola di Bologna e si capisce che non si parla di casi limite, ma di vita, solo vita. Che per qualcuno va di merda) e una Bologna multiculturale e dannata come solo lei sa essere. Amo Bologna, la amo profondamente. Non la conosco come vorrei, perché ogni centimetro di portico sarebbe da calpestare, ogni persona sarebbe da fermare, ogni negoziante sarebbe da intervistare e allora ancora non si saprebbe nulla di nulla. Bologna è una vecchia signora lardosa, bolsa e stanca, appena inclinata verso il basso, prostrata dalla moltitudine di vite che la attraversano, agitata dai tanti giovani che camminano sopra le sue antiche pietre. E Bonazzi la descrive bene questa Bologna universitaria e alternativa, vecchia ma con i dreadlocks e una canna smangiata in bocca, una hippie dagli abiti colorati ma sporchi.

Un po’ drammone giovanile anni Settanta e un po’ Andrea De Carlo con i suoi rapporto uomo-uomo-donna, L’abbandonatrice non è riuscito però a farmi commuovere. Cosa che immagino non volesse comunque fare. Ma anche voi: non commuovetevi. Non provate pietas umana. Nessuno di loro merita la vostra pietà. Sono tre abbandonatori, in realtà, non solo uno. Non solo lei. Sono tre abbandonatori di vita, di Fede, di speranza, di sogni. E non è accettabile. Sarà perché mi hanno insegnato che la vita è il dono più grande dell’amore, sarà perché per me la salute è sacra. Sarà quello che sarà, ma per me loro sono tre perdenti alla stessa maniera, anche se Davide, alla fine della fiera, ne esce facendo la parte del leone. Parte del leone ampiamente telefonata, tra l’altro, perché non poteva che andare a finire così e perché almeno lui doveva uscirne pulito e perché la ventata di speranza doveva esserci.

Un appunto: la sinossi dice che è un romanzo che racconta gli attacchi di panico e la droga. Se volete parlare di attacchi di panico e di droga magari rivolgetevi a uno psichiatra e non fatevi fuorviare, perché qui non si parla di attacchi di panico e di droga. Detta così secondo me suona malissimo. E’ un romanzo di formazione (o involuzione per qualcuno) che tenta di descrivere come si possa stare a galla quando la vita ti volta le spalle.

Poi, ripeto, secondo me nessuno è tenuto a suicidarsi o drogarsi o andare nei matti per nessuna ragione. Siamo al mondo per essere felici e rendere felici il prossimo, non per suicidarci. I drammoni sono orrendi, è vero. Ma sono dei fallimenti individuali, non della società. O non sempre della società. No perché sembra colpa di qualcuno se Sofia si è suicidata. Sofia si è suicidata per colpa di Sofia. E Diamante ha ben ragione a essere incazzato nero.

Ok.

Ok.

Ho finito.

Mi sono lasciata trascinare.

Nemmeno la rileggo.

Grazie per essere arrivati fino a qui.

Vi amo.

P.s. COVER MERAVIGLIOSA.

 

Un delitto al rosmarino: Wylo Helig 1

un-delitto-al-rosmarino-394343

Titolo: Un delitto al rosmarino: Wylo Helig 1

Autore: Fabio Larcher

Editore: A.Car. edizioni

Anno: 2017

Pagine: 125

Genere: Fantasy-giallo

Prezzo: 12,50 euro per il formato cartaceo

Il voto della Kate: 8

SINOSSI: 

NON LA COPIO, PERCHE’ QUELLA CHE TROVATE SU AMAZON NON RENDE IDEA DEL GENERE DI ROMANZO CHE E’. NON E’ BELLA ED E’ FUORVIANTE. SE VOLETE SAPERE DI COSA PARLA IL LIBRO, LEGGETE LA MIA RECENSIONE.

LA RECE DELLA KATE:

Wylo Helyg (Iddio solo sa se è Helyg o Helig senza la ipsilon, visto che compare scritto sia in un modo che nell’altro… benedetti autori) è un elfo di età avanzata che veste in maniera desueta e odia chiunque tranne sé stesso. Non c’è nemmeno da dirlo: ci piace un casino! Lo avrei voluto molto bello, tipo gli elfi de Il signore degli anelli, insomma, un figone dai capelli biondi e piastrati e dalla pelle bianca e liscia come il sedere di un poppante maaaaaaa… per questa volta vedrò di passarci sopra. Del resto lo scrittore è uomo. Fosse stata una donna a scrivere Delitto al rosmarino (che nome delizioso, non trovate?) l’elfo stronzo sarebbe stato un elfo bello e stronzo alla James Dean, uno di quelli che non deve chiedere mai, uno alla Dr. House, per intenderci, ma senza bastone. Sto divagando, vero? Non scrivo una recensione da troppo tempo. Ah: giusto per inciso. Questa sarà la penultima recensione, poi il blog chiude. No, non per le vacanze di Natale. Chiude forever and ever. Avrei voluto diventare famosa, non sono diventata famosa, quindi mi do all’ippica. Il che sarà molto meglio per tutti. E poi ho troooooppe cose da fare, bambini miei.

Tornando a bomba: l’elfo stronzo viene chiamato per risolvere un caso apparentemente irrisolvibile, un caso alla “stanza chiusa”. Due morti e una porta chiusa dall’interno. La vedova (deliziosa) vuole decisamente saperne di più, anche perché il defunto (e porco) marito ha avuto il cattivo gusto di crepare avvinghiato nudo a una ninfetta altrettanto nuda.

La cameriera che li ha scovati (poverella) ricorda solo tre cose: una canzone, una puzza di ascelle da far svenire un cavallo e un forte odore di rosmarino che manco il pranzo di Natale (comprendete ora il motivo del titolo?).

All’elfo stronzo di risolvere il caso interessa poco; a lui può giusto interessare di trombarsi allegramente la vedova del vecchio porco, quello gli interessa. E anche qui la mia idea sugli elfi si fa nebulosa: Legolas mi aveva messo in testa che fossero qualcosa tipo voci bianche o eunuchi o entrambe le cose. Helyg (Helig??? Come si scrive, Larcher???) non mi sembra molto eunuco. No.

Ad ogni buon conto: giusto per fare dello spoiler è normale che il caso venga risolto, che tutti abbiano il loro contentino e che i morti rimangano morti. Niente zombi, niente magie, niente risurrezioni. E’ un giallo a tutti gli effetti che viene risolto in modo sbarazzino con una spruzzata di ironia, un pizzico di erotismo e molte cattive maniere.

Perché gli ho dato 8?

Veniamo al punto, vi va?

Mi sono divertita, ho passato due ore bellissime, mi ha fatto tornare voglia di leggere, ho amato l’elfo stronzo, ho apprezzato il linguaggio curato e sofisticato, ho apprezzato le ambientazioni, ho amato i dialoghi pungenti, ho gradito la brevità della cosa, ché io i gialli da 400 pagine non li tollero.

Ci sono delle cose da aggiustare?

Sì, ovviamente.

Primo fra tutti il nome dell’elfo e la sua ipsilon.

Poi le virgole. Sono sparse un po’ alla viva il prete, bisogna che ci guardiamo meglio a dove metterle, perché alcune frasi sono impronunciabili, così come sono.

L’idea delle tavole disegnate dentro al romanzo… ni. Larcher sa disegnare e noi lettori apprezziamo il talento all over, noi donne poi impazziamo per gli uomini che hanno testa ma anche mano, ci mancherebbe. Ma ne avremmo fatto a meno? Mah, io sicuramente sì. Ma è comunque un’idea apprezzabile e carina. La cover poi è bellissima. Bellissima.

In conclusione: secondo me va letto. Non regalatelo a un giovanissimo: ci sono delle cose un po’… sexy. Ma regalatelo a voi stessi, se vi va. Io ve lo consiglio!

Le ho mai raccontato del vento del Nord

9788807702174_quarta

Titolo: Le ho mai raccontato del vento del Nord

Autore: Daniel Glattauer

Editore: Feltrinelli

Anno: 2010

Pagine: 192

Genere: Narrativa contemporanea

Prezzo: 9,00 euro per il formato cartaceo – 5,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 9

SINOSSI:

Un’email all’indirizzo sbagliato e tra due perfetti sconosciuti scatta la scintilla. Come in una favola moderna, dopo aver superato l’impaccio iniziale, tra Emmi Rothner – 34 anni, sposa e madre irreprensibile dei due figli del marito – e Leo Leike – psicolinguista reduce dall’ennesimo fallimento sentimentale – si instaura un’amicizia giocosa, segnata dalla complicità e da stoccate di ironia reciproca, e destinata ben presto a evolvere in un sentimento ben più potente, che rischia di travolgere entrambi. Romanzo d’amore epistolare dell’era Internet, il romanzo descrive la nascita di un legame intenso, di una relazione che coppia non è, ma lo diventa virtualmente. Un rapporto di questo tipo potrà mai sopravvivere a un vero incontro?

LA RECE DELLA KATE:

Emmi ha 34 anni, due figli non suoi e un marito molto più vecchio di lei. La fitta corrispondenza che inizia con Leo dopo un suo errore (ha mandato a lui una mail che era in realtà per una rivista) riempie non solo le sue giornate ma anche la sua testa e il suo cuore. Non è più una ragazzina, è vero. Probabilmente Emmi dovrebbe tenere la testa sulle spalle e smetterla di fantasticare. Probabilmente avrebbe dovuto chiedere scusa e farla finita. Invece Emmi scrive e ancora scrive e le risposta argute, simpatiche e mai banali di Leo – un uomo pieno di cultura e quindi agli occhi di una donna assai affascinante – non fanno altro che gettare benzina su un fuoco che rischia di divampare e radere tutto al suolo. Rischia di divampare su Emmi, su Leo, sulle loro vite e sulle loro famiglie. Ma a volte la vita va così: ti innamori e poi… poi è semplicemente troppo tardi. Ti dici che tutto si sistemerà, che le cose andranno bene, che hai il controllo della situazione. Ma non è vero; non hai controllo su un bel NIENTE. Il virtuale diventa quindi rifugio e purgatorio, una terra di nessuno nella quale si può essere chi si è davvero perché dall’altra parte non ci si aspetta granché, perché l’altro non ci ha inquadrato ed etichettato (ancora). Possiamo essere chi vogliamo, quando vogliamo, con chi vogliamo. Un nuovo “noi”, nuovo di zecca. Ripulito da quello che gli altri credono che noi siamo, dai preconcetti, dagli stereotipi. Emmi smette di essere la brava moglie devota e la madre affettuosa di due figli che nemmeno sono suoi e si veste di abiti che, invece, suoi sono davvero. Ironica e pungente, intelligente e sensibile. Non è più la Emmi “di qualcuno”.

Torna Emmi. E basta.

Perché gli ho dato 9?

Perché l’ho letto in due ore, come in apnea.

Perché mi sono ritrovata in ogni pagina, in ogni emozione.

Perché mi sono innamorata di una mail molte volte.

Il romanzo, giusto per capirci, altro non è che la raccolta della fitta corrispondenza che si scambiano Emmi e Leo nel corso di alcuni mesi. Mail su mail che si susseguono una via l’altra. Data, mittente, destinatario. Data, mittente, destinatario. Gli occhi saltano da una lettera all’altra senza sosta, il respiro si mozza nei polmoni. Incontratevi, incontratevi! Vi prego, incontratevi! Poi… poi potete anche non stare insieme, non innamorarvi, non amarvi. Ma incontratevi! Queste mail vi sfiniranno! Questi giochini vi svuoteranno l’anima!

Gli si vuol bene, a questi due personaggi.

Si amano le bizze di Emmi e i silenzi di Leo. I giorni che trascorrono senza ricevere mail sembrano non passare mai e ci si chiede cos’abbia fatto Emmi nel frattempo. Avrà aggiornato la sua casella ogni cinque minuti o avrà resistito all’impulso? Lo avrà pensato? Certamente sì, ma in che termini? In che modo l’amore si è fatto strada? In che modo questo amore è diverso rispetto a un altro?

Non riesco – me ne rammarico – a rendere merito a questo romanzo che ha dello straordinario. Io credo che la difficoltà maggiore (a parte scrivere sia come una donna che come un uomo) stia nel rendere un sentimento platonico qualcosa di molto molto molto reale, quasi tangibile. E questa cosa potrà apprezzarla soprattutto chi, come me, nella vita ha sperimentato quei sentimenti.

Innamorarsi non di uno sguardo, non di una camminata, non di un sorriso, non di una fila perfetta di denti, non di un ciuffo ribelle ma di una virgola, di un verbo, di un saluto, di una frase.  L’amore che smette di essere tatto e diviene solo e soltanto udito.

Le ho mai raccontato del vento del Nord mette sul tavolo un argomento che, da sempre, viene ritenuto ostico e misterioso: l’amore ai tempi del virtuale.

Che siate uomini o donne, giovani o meno giovani, leggete questo romanzo senza remore. Non ve ne pentirete mai.