Un imprevisto chiamato amore

 

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Titolo: Un imprevisto chiamato amore

Autore: Anna Premoli

Editore: Newton Compton

Anno: 2017

Pagine: 287

Prezzo: 9,90 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 5,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Jordan ha collezionato una serie di esperienze disastrose con gli uomini. Consapevole di avere una sola caratteristica positiva dalla sua parte, ovvero una bellezza appariscente e indiscutibile, è arrivata a New York intenzionata a darsi da fare per realizzare il suo geniale piano. Il primo vero progetto della sua vita, finora disorganizzata: sposare un medico di successo. Jordan ha studiato la questione in tutte le sue possibili sfaccettature e, preoccupata per le spese da sostenere per la madre malata, si è convinta di poter essere la perfetta terza moglie di un primario benestante piuttosto avanti con gli anni. Ma nel suo piano perfetto non era previsto di svenire, il primo giorno di lavoro nella caffetteria di fronte all’ospedale, ai piedi del dottor Rory Pittman. Ancora specializzando, per niente ricco, molto esigente e tutt’altro che adatto per raggiungere il suo obiettivo…

La rece della Kate:

Non è necessario io sprechi molte parole, perché la sinossi dice (secondo me in maniera scorretta) già tutto quello che c’è da dire. Faccio solo una doverosa premessa, che avrete comunque visto anche dal tag categoria: questo è un romance. Un romance spudorato. Gli elementi ci sono tutti: la Grande Mela, una ragazza bellissima, un ragazzo bellissimo. Un po’ Pretty woman, un po’ favola, Un imprevisto chiamato amore (un titolo più banale di così era quasi impossibile) è il classico lavoro di Anna Premoli, una italiana che da sempre ha saputo andare oltre oceano e ambientare i suoi riuscitissimi romanzi non nella nostra poco pittoresca (per i romance) Italia ma qui e là in giro per il mondo, riuscendo a confondersi e a confondere il lettore nel mare magnum di pubblicazioni romance soprattutto inglesi e americane che negli ultimi anni hanno spopolato (iniziando dalla famosa Kinsella) anche qui in Italia conquistandosi una grossa fetta del mercato letterario e vari scaffali delle librerie fisiche e virtuali.

Insomma, dicevo (mammina quanto sono prolissa quando voglio!) che in questo romance non manca niente di fondamentale. Jordan ha ventisei anni ed è molto più che bella, caratteristica che lei ha sempre sfruttato alla grandissima e in maniera sapiente per rendere la sua vita non proprio lieve un po’ più semplice da gestire. Ma adesso, a quasi trent’anni, è giunta l’ora di tirare i remi in barca e cominciare a fare due calcoli: servono soldi. Soldi sicuri e soldi per sempre. Si trasferisce a New York e trova lavoro davanti all’ospedale dove, se tutto andrà bene, conoscerà un medico pluridivorziato, molto impegnato e abbastanza vecchio da non darle noia ma darle abbastanza soldi da sopravvivere serenamente.

Peccato che sul suo cammino, anzi, sulla sua appendice, capiti Rory, un giovane specializzando bello come Derek (non sapete chi è Derek-il-medico??? Aggiornatevi, bimbe) che, con le buone e con le cattive, probabilmente cambierà il corso delle cose.

Probabilmente, ho detto?

Eddai… è un romance.

Ci siamo capite.

Perché gli ho dato 7?

Gli ho dato 7 perché è piacevole. Non bello, non bellissimo, non una roba da premio bancarella, ma piacevole. Si legge, si sogna, si parla d’amore, c’è un bell’uomo (troppo giovane e dunque non molto appetibile per me)… insomma, c’è tutto quello che volevo e che ho trovato. Capita spesso con la Premoli. Poco da fare, è brava. Certo questo è il suo campo, lei è la campionessa dei romance, gioca a mani basse. Ma è brava, e bisogna riconoscerglielo. Perché parlo così? Perché il romance viene bistrattato. Anche da me, sia chiaro.

Se dici che leggi romance lo sguardo della gente sarà misto compatimento misto schifo misto ribrezzo misto “Ho visto un cadavere”. Non si fa proprio bella figura, ecco.

Ma io lo dico e lo ridico: leggo tanto horror, tanto thriller, tanto noir. Io ho BISOGNO di leggere altro. Ho bisogno di sognare, di sorridere, di spegnere il cervello. E questo tipo di libro spegne il cervello in via quasi definitiva. Davvero un attimo dimenticarsi il proprio nome, di avere una famiglia, una figlia, delle esigenze fisiche. I romance fagocitano l’anima. O almeno… la mia.

E se non mi sento di parlarne come di un genere altissimo, altrettanto non mi sento di ghettizzarlo. Il romance è il romance e, nel suo ambito, questo è un buon romance dalle buone atmosfere. Gli ambienti interni sono molto meglio descritti di quelli esterni e non tutti i personaggi sono efficaci allo stesso modo, ma è un buon romance dal titolo osceno e banale, stucchevole e sciocchino. Se solo cominciassero a dare a questa tipologia di libro dei titoli più decenti io credo che le cose cambierebbero. Sarebbe un mondo migliore.

In definitiva: se amate i romance, avete voglia di evasione e non avete mai letto la Premoli… provate, scaricatelo, compratelo. ma se non avete mai letto la Premoli forse vale più la pena leggere Un giorno perfetto per innamorarsi o Come inciampare nel principe azzurro. 

Vi ho confuso le idee?

Ops… scusate.

🙂

Non volevo morire vergine

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Titolo: Non volevo morire vergine

Autore: Barbara Garlaschelli

Editore: Piemme (Voci)

Anno: 2017

Pagine: 199

Prezzo: 17,00 euro in formato cartaceo acquistabile qui – 9,99 euro in formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

Sinossi:

La vita di Barbara è cambiata all’improvviso a poco più di quindici anni, quando per un tuffo in acqua troppo bassa è rimasta tetraplegica. Quindici anni è l’età delle prime cotte, delle prime schermaglie, dei batticuori. E del sesso. Di tutte le perdite che l’incidente ha portato con sé, la più insopportabile è proprio il pensiero di restare vergine per sempre. Vergine non solo nel corpo, ma di esperienze, di vita, di sbagli, di successi, di fallimenti, di viaggi, di sole.
Armata di coraggio, ironia e molta curiosità, Barbara affronterà tutte le rivoluzioni imposte dalla nuova condizione, fino a ritrovare se stessa in un corpo nuovo. In una girandola di situazioni tragicomiche e di ragazzi e uomini impacciati, generosi, a volte teneri, a volte crudeli, Barbara compie la sua iniziazione al sesso e all’amore. Con gli stessi slanci, le delusioni, gli entusiasmi che tutte le donne, anche quelle con le gambe, conoscono molto bene.

La rece della Kate:

3 agosto 1981.

Barbara, sedici anni, è al mare insieme agli amici. Giochi, scherzi, risate. Barbara prende la rincorsa e si tuffa.

L’acqua è troppo bassa.

Barbara rimane tetraplegica.

Dopo dieci mesi di ospedale riuscirà a recuperare solo l’uso del collo e delle braccia. Nel resto del corpo la sensibilità si diffonde a macchia. In un punto preciso ha sensibilità, un centimetro più in là non ha più sensibilità. Un centimetro a destra sente, un centimetro ancora verso destra e non sente più nulla.

Questa è la sua storia, una storia che parte da quel 3 agosto e che arriva sino ai giorni nostri, sino a una affascinante cinquantunenne che ha imparato ad amarsi, ad amare e a farsi amare. Una cinquantenne che si è rifiutata di morire vergine in tutti i sensi e che ha sfruttato il tempo che aveva per vivere davvero e nonostante tutto.

Perché gli ho dato 8:

Gli ho dato 8 perché è una lettura – nonostante il tema tragico – molto divertente e lieve. Perché la Garlaschelli (scrittrice di razza) ha saputo trasformare la sua sfortuna in una opportunità senza finzioni. No, essere tetraplegici non insegna a essere migliori. No, la malattia non è una fortuna. Essere malati fa davvero molto, molto schifo. Come dice lei, la lista delle cose che non si riescono più a fare è drammaticamente lunga e imbarazzante. La lista delle cose che si riescono a fare, anche dopo più di trent’anni, rimane sempre più corta. Ma se la malattia fa schifo è la vita a essere una opportunità, e non bisogna lasciarsela scappare. Non voleva morire vergine, Barbara. Troppo giovane per non conoscere l’amore, il sesso, il godimento, le mani di un uomo attorno al suo prosperoso seno. Troppo giovane per non sentire più le labbra di un uomo attorno alle sue. Barbara a un certo punto decide: quella sedia con le ruote non sarà il suo decubito. Sarà solo un suo prolungamento. Se le gambe sono immobili lei allora punterà tutto su seno, viso, mani. Sarà sexy, sarà sensuale, sarà irrimediabilmente donna.

E la verginità da perdere non sarà solo fisica, ma anche mentale. Barbara non vuole morire vergine di Vita, di esperienze, di gioia, di amore.

Questo sarà il suo mantra. Questo sarà il suo obiettivo.

Il linguaggio è colloquiale, il tono sempre pacato di chi ha fatto pace con le circostanze, la prosa alimentata da un senso dell’umorismo graffiante e dissacrante nei confronti di una malattia che non perdona quasi mai. L’incontinenza e la necessità di pannoloni sono solo un breve excursus che si sente di fare ma sul quale non insiste: la vita non è un pannolone, lei non è un pannolone. La sua vita è stata ed è amore, scrittura, parole, sorrisi e risate.

Io lo consiglio a tutti coloro i quali a volte si sentono un po’ sfigatelli, a chi come me per un raffreddore vanno in paranoia e a chi fatica a prendersi un po’ per i fondelli.

Parola d’ordine: vivere.

Ladre di felicità

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Titolo: Ladre di felicità

Autore: Costagliola Milena

Editore: Fernandel

Anno: 2017

Pagine: 162

Prezzo: 15,00 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 6,49 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Due donne si incontrano per caso: Giulia abita nella periferia degradata di Napoli, è sposata e ha tre figli. Angela vive in centro, è libera e indipendente. Due mondi diversi, eppure basta un incontro, poche parole, a far vacillare le certezze di Giulia. Affiora in lei un sentimento di piacere e di imbarazzo a cui non sa dare un nome, ma che la costringerà ad abbandonarsi alla sua forza dirompente. A muovere le due donne è un amore fatto di passione e desiderio, una storia alimentata da mille sotterfugi che Giulia è costretta ad inventarsi, e che la fanno costantemente sentire in colpa. La fanno sentire una ladra di felicità, perché il loro è un amore proibito. Un giorno tutti i pregiudizi e l’arretratezza del quartiere in cui vive prendono corpo: Giulia e Angela vengono scoperte, e Giulia si troverà a dover scegliere tra i figli e l’amore…

La rece della Kate:

Non potrebbero essere più diverse, Giulia e Angela. Laddove la vita di una si trascina tra figli, casa, faccende domestiche, scuola, marito e pranzi da preparare, la vita dell’altra s’infiamma nel centro di Napoli tra gli alti palazzi, lo stile barocco, il cielo sempre blu, le amicizie più glam, un lavoro affascinante e un tenore di vita abbastanza alto da non doversi preoccupare del giorno che verrà. Le loro diversità si incontrano al parco grazie a Lupo, il cane di Angela. Niente, poi, sarà più lo stesso. Giulia continua a pensare a quello sguardo, poi scuote il capo… cosa sta facendo? Sta pensando a una donna? Lei, madre di famiglia? Cosa le sta succedendo? Ora basta scherzare, ora basta pensare a queste cose; è ora di cena, è ora di fare la donna, è ora di smettere di fantasticare!

Ma non è facile.

Qualcosa di Angela si è incastrato sotto la pelle di Giulia. Un odore, quello sguardo che le ha letto dentro, quel sorriso aperto e sincero, quella sua voce dolce e pulita.

A una prima telefonata ne seguiranno molte altre. E poi un’estate dolce e fresca come certe sere sulla spiaggia spiaggia.

E poi il dolore dell’abbandono, perché la vita chiama, le responsabilità chiedono conferme, i figli chiedono presenza.

L’amore, per certe persone, deve attendere. A volte per sempre.

Perché gli ho dato 8?

Gli ho dato 8 perché nonostante abbia dei macrodifetti (primo dei quali una prosa che talvolta rischia di scivolare pesantemente nel romance dimenticandosi di NON essere un romance), Ladre di felicità è un buon libro.

Se del romance ha certe frasi e certi dialoghi che mi hanno fatto arricciare il naso e che poco hanno a che vedere con la vita vera, del romance non ha però la voluta leggerezza. Questo è un romanzo studiato e amato. Non è solo la storia di due donne che scoprono di amarsi nonostante i figli, nonostante un matrimonio e nonostante le diversità; ma è soprattutto la storia di due donne normali alle prese con le loro fragilità, le loro insicurezze, i loro piccoli grandi gesti di coraggio che le trasforma, in un battito di ciglia, in due fiere leonesse.

Non sono una femminista. Non sono una di quelle che sventola il reggiseno e pensa che gli uomini in confronto alle donne siano nullità. Non sono una di quelle che pensano che senza gli uomini si starebbe meglio. Io, gli uomini, li amo. A dirla tutta sopporto molto meno le donne, proprio perché a volte si chiudono nel ruolo di “poverine” e “vittime del sistema”, ruolo nel quale mi si sono sempre ritrovata pochino. Mi piacciono gli uomini perché sono più liberi, perché sanno sbattersene, perché sanno ridere della vita, perché hanno amicizie più salde, perché soffrono (forse) un tantino meno di noi donne.

Senza voler quindi generalizzare, tendo a stimare di più gli uomini, ecco.

Ma questa è una bella storia d’amore.

D’amore romantico ma anche di amore verso sé stesse.

Perché diciamolo, a volte noi donne non ci vogliamo per niente bene.

Ci lamentiamo dei nostri mariti, dei nostri lavori, dei nostri figli e non muoviamo un solo dito per cambiare le cose. Continuiamo a raccogliere panni sporchi da terra, digitare bovinamente su una tastiera, dire sì sì e ancora sì per poi commiserarci nel fango della nostra vita grama senza fare cose concrete per essere felici. Forse dobbiamo ancora capire che la vita è una sola. Che non si torna indietro. Che nessuno, alla fine, ci dirà: “Ok, si rifà. Questa è la bella.” No.

Giulia e Angela, le due eroine della nostra storia, ci insegnano (con una bella favola) che vivere davvero e non sopravvivere è possibile.

Che la nostra vita è nelle nostre mani, solo nelle nostre.

Che si può essere felici senza rendere infelici il prossimo.

Che si può sorridere senza sentirsi egoisti.

Consigliato a tutte le donne che per carattere sono portate a sentirsi un po’ vittime, a tutte quelle donne che per non scontentare nessuno si dimenticano di avere delle esigenze, a tutte quelle donne che dicono sempre sì.

Buona lettura, amiche.

(Cover molto migliorabile. La cartolina da Napoli anni Novanta non mi entusiasma per niente, Giulia e Angela si sarebbero meritate di più.)

I clown bianchi – 13 storie d’autore

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Titolo: I clown bianchi – 13 storie d’autore

Autore: AA. VV.

Editore: Clown bianco

Anno: 2017

Pagine: 176

Prezzo: 6,49 euro in formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

 

SINOSSI:

Ci sono un vecchio amico di Fellini e un killer di mafia innamorato. Due gemelle difficili e una scelta che potrebbe salvare il mondo. Bambini stregoni e tatuaggi che spaventano. E si parla di una coppia stanca, di una curva assassina e di qualcosa che vive là sotto. Tredici autori importanti si divertono a raccontarci storie dove avere paura diventa un piacere.

 

LA RECE DELLA KATE:

Quando la giovanissima casa editrice ravennate mi ha proposto questa antologia mi sono, istintivamente, leccata le labbra. Non c’è niente di più bello, soddisfacente e godurioso per un recensore come me che essere presi in considerazione per un progetto tanto bello e divertente. Al netto dell’horror, del crime e dei clown (in parte protagonisti di questa raccolta) vale la pena fare un rapido download anche solo per rendere omaggio e godersi i roboanti nomi che hanno prestato la loro arte alla casa editrice Clown bianco e che hanno quindi contribuito a dare al progetto la visibilità e lo spessore che merita.

Ed ecco, quindi, accomodatevi in poltrona, mettetevi ben comodi, prendete pure qualcosa da mangiare, se vi va. Tanto non mangerete niente, vi dimenticherete anche di bere, e di pensare e dimenticherete alfine anche di esserci. Il viaggio sarà breve, quasi un film messo a velocità doppia. Una storia, un’altra ancora, un’altra ancora in un corsa che diventa sempre meno elegante, sempre meno pensata, sempre meno controllata. Perché un racconto finisce ma voi avrete bisogno di altra adrenalina e altra ancora e altra ancora. Un’altra dose. Sono brevi e belli proprio perché minimali, perché essenziali. Sono semi di paura che vengono piantati nel cervello e germogliano pagina dopo pagina, divertendo ma anche creando atmosfere ogni volta diverse e sempre studiate ad hoc per intrattenere il lettore con misura e sapienza.

Un battito di ciglia e si è a bordo di una Fiat vecchia e puzzolente, tra curve pericolose e il veloce blaterare di una donna non più giovane e piuttosto bolsa.

Un altro battito di ciglia. Siamo piccoli, siamo al buio, siamo nelle mani di ragazzini come noi, siamo folli.

Un altro ancora. Siamo in un vicolo, la pistola in mano, il freddo morso della morte che stringe in un abbraccio il caldo pulsare di un amore sbagliato.

Un altro ancora e, nel buio della notte, appeso a un arco, la tetra figura di un uomo di nero vestito, impiccato, il corpo oscillante in balia dei venti della sera.

E poi il tentativo di combattere il male compiendo, in extremis, altro male. Un male grande per un bene ancor più grande. Quello dell’umanità.

Perché gli ho dato 7?

I clown bianchi è un’antologia molto ricca in tutti i sensi. Ricca di nomi “importanti” ma anche ricca di contenuti molto diversi, variegati e tutti – senza nessuna distinzione – moderni, freschi e agili.

Una prosa snella e senza fronzoli e uno stile pulito e minimale contribuiscono a far scorrere la lettura senza nessun intoppo, rendendo l’esperienza un vero e proprio divertimento “al minimo sforzo”. È quasi – pare – come un binge watching di puntate di una serie tv decisamente ben riuscita.

Molti di questi racconti hanno come protagonisti proprio loro, i clown. Da sempre al centro della scena horror (ne abbiamo già parlato su questo blog), il clown fornisce il perfetto archetipo per un racconto da brivido a qualunque latitudine ci troviamo, qualunque sia la nostra età. Credo di saperlo bene: odio i clown. Non che mi abbiano mai fatto niente, sia chiaro. Nessun tombino e nessun naso rosso nei miei incubi, ma insomma… non mi piacciono, mettiamola così. Quel sorriso dipinto non mi convince. Quei ciuffi di capelli rossi ancora meno. Il sudore che deve esserci sotto quel costume poi… non ne parliamo. C’è una foto che mi ritrae insieme a un clown. Non so se faccia più paura la mia pettinatura (maledetti anni Novanta), il simpatico clown o la mia faccia (quella era colpa del clown).

E se quindi tutti i tasselli di questo macabro puzzle sono andati al loro posto (autori, stili e temi trattati) è pur vero che io, da lettrice, ho sentito sin troppo il senso di velocità. La sensazione è che la tastiera di questi scrittori scottasse e che a un certo punto si siano tutti trovati a dover concludere la loro storia in quattro e quattro otto per portare a termine il loro lavoro e andare a mettere la punta delle dita sotto l’acqua fredda. Ed ecco spiegato il 7 invece che un bell’8 pieno.

Ovviamente amici, sia chiaro: questa è la mia personale opinione, tra l’altro dopo aver chiarito che a me, in linea generale, la fluidità e la velocità piacciono (Iddio solo sa quanto sono stanca di narrazioni-pipponi) ma, ecco, in certi casi qui mi sono sentita un pochino sopra un ottovolante.

Ah, certo. Volete sapere i miei preferiti. Allora correte subito a leggere “Dietro ogni curva” della Avanzato, “Malabimbi” di Bonazzi per il terrore cieco, “Brusco risveglio per la famiglia Buzzone” di De Marco per le stupende atmosfere notturne, “La terza via” per l’interessante quesito iniziale (e la mia risposta è sì) e “L’ultimo sorriso del clown bianc0” di Padua.

Un sentito ringraziamento agli amici della casa editrice e i miei più vivi complimenti per il progetto molto ben riuscito, dunque.

Buona lettura!

 

Crash

CRASH

Titolo: Crash

Autore: Barbara Poscolieri

Editore: Dunwich

Anno: 2017

Pagine: 200

Prezzo: 12,90 euro per il formato cartaceo acquistabile qui  – 3,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

SINOSSI: 

Alessandro Alari è un giovane pilota romano della scuderia Speed-Y, in corsa per il titolo mondiale del Grand Race. Durante il Circuito di Roma rimane vittima di un incidente in cui perde entrambe le gambe. Il mondo dei motori è sconvolto, così come tutte le persone vicine al pilota. Solo Alessandro crede che un ritorno alle gare sia ancora possibile, con o senza gambe. Inizia quindi un percorso di accettazione e di riabilitazione, supportato dalla fidanzata Federica, dai genitori e dagli amici, con l’obiettivo di riguadagnarsi il posto che merita nella vita e in pista. Ma nel frattempo la Speed-Y ha trovato un nuovo pilota e sembra non credere nel suo recupero. La fiducia di Alessandro vacilla e anche il rapporto con Federica ne risente. Si rifugia quindi nel suo piccolo paese d’origine, dove ritrova la serenità in una vita semplice. Ma il Grand Race invoca il suo nome e, per quanto Alessandro cerchi di ignorarne il richiamo, le corse restano parte di lui.

LA RECE DELLA KATE: 

Se fossimo negli anni Novanta il poster di Alessandro Alari sarebbe sicuramente finito dentro uno o più numeri della famosa rivista per signorine Cioè. Quasi a grandezza naturale, tuta da pilota, capello spettinato, casco sotto il braccio sinistro, sorriso malandrino. Alessandro Alari è un nome. In Italia, in Francia, in Inghilterra. Sospirano le donne, esultano gli uomini, gridano il suo nome i bambini. Giovane abbastanza da essere alla mano, grande abbastanza da aver già percorso svariati chilometri e aver seminato, dietro di sé, svariati avversari, Alessandro è il nuovo mito, la promessa avverata, l’eroe dalla lucente armatura che gareggia sui circuiti più importanti del pianeta. Ma anche gli eroi, a volte, conoscono la sconfitta, il dolore e l’inganno. A ingannarlo, questa volta, proprio la sua auto, proprio la sua bella e lucente e moderna armatura che, accartocciandosi come una carta di cioccolatino, intrappola le sue gambe e non le fa uscire più. Di loro, solo un ricordo.

E il romanzo comincia così, con una doppia amputazione sotto al ginocchio, una carrozzina facilmente manovrabile, il cordoglio degli amici e l’amore della sua fidanzata di sempre, Federica.

Alessandro deve reinventarsi. Non importa come, non importa con che mezzi. Deve uscire da quell’ospedale e deve ricominciare una nuova vita. Che non sarà migliore o peggiore, ma solo… diversa.

Alessandro è giovane, non ha neppure trent’anni, e dalla sua ha una grande fiducia in sé stesso; è sicuro che le cose andranno bene e che, molto presto, tornerà in pista, tornerà a far parlare la gente, tornerà a sentirsi così terribilmente vivo, potente, libero. Non ha bisogno delle sue gambe per guidare come faceva. Michele, l’amico ingegnere, gli costruirà una macchina fatta apposta per lui; comandi al volante, maneggevolezza, velocità assoluta. Tutto tornerà come prima. Tutto!

La realtà gli si schianta addosso come se un’altra volta fosse vittima di un incidente. La realtà arriva alla velocità della luce. Crash. Crash. Non ha più le sue gambe. Le protesi fanno male. Camminare è difficilissimo. Il suo manager non è poi così sicuro che le cose andranno a posto. Federica… sì, lei è lì. Ma per quanto? Per quanto tempo può tenere legata una bella e giovane ragazza un uomo senza le gambe?

Troppo. È tutto troppo.

Alessandro lascia un biglietto a Federica e torna al suo lago, dai suoi genitori, a gustare buon cibo, lavorare nell’officina del padre, a chiacchierare con la gente del posto e dimenticare chi è. Il grande Alessandro Alari. Adesso, a casa sua, è solo Ale. Figlio, amico, carrozziere. Null’altro. Nessuno gli chiede di salire su un’auto, di gareggiare, nessuno gli può dire che non è più in grado. Chiude gli occhi, non pensa a niente, si lascia andare. Al diavolo anche la fisioterapia, al diavolo tutto. Non gareggerà più.

Sarà un piccolo uomo di sette anni a cambiare le cose.

Crash.

Il suono della rottura. Ma non c’è il suono per le cose che si riaggiustano. Non c’è il suono della rinascita. Un vero peccato. Bisogna inventarlo. Inventatelo voi.

Perché gli ho dato 8?

Nasce, con questo romanzo, una nuova collana per la bellissima e prolificissima casa editrice romana Dunwich: Life. Life si occuperà di tutto il genere relativo alla narrativa contemporanea e comincia il suo viaggio proprio con il romanzo vincitore del concorso, Crash. Crash ha commosso e ha stupito ed è riuscito a sbaragliare – così come il suo protagonista – tutti gli avversari che hanno gareggiato (più di cento).

E come non dare ragione agli amici della Dunwich?

Certo, non siamo abituati a leggere d’amore o di auto o di terribili incidenti stradali, quando prendiamo in mano un lavoro di questa casa editrice, quindi un minimo di senso di straniamento, in effetti, c’è. Ma lo straniamento viene presto sostituito da un senso di completo abbandono alla storia che mai tralascia particolari anche molto tecnici che, si scopre, sono frutto di una grossa passione per l’automobilismo e di una laurea in medicina sportiva.

La Poscolieri è stata quindi brava a usare le sue tante competenze per dar vita a un romanzo che è sicuramente di genere – possiamo dire – “leggero”, di narrativa, ma che non dimentica di essere molto preciso e curato.

La precisione e la cura, ricordiamolo, servono certamente per convincere il lettore e per rendere più autorevole lo scrittore, ma servono anche (e talvolta forse soprattutto) per rendere anche la storia più credibile e, dunque, più coinvolgente. Certo, non tutti siamo medici sportivi, e in pochi possono davvero dire: “Ehi, Poscolieri, hai detto una bestialità, lo sai?” Ma c’è una cosa che non va sottovalutata: il vero lettore, il lettore attento e coinvolto e dinamico, ha la capacità di riconoscere se ciò che sta leggendo è possibile o poco credibile. In questo caso tutto ciò che ho letto non solo è possibilissimo, non solo è credibilissimo ma suppongo sia anche preciso al dettaglio. Si tratta di semplice buon senso, quello che non manca mai a un buon lettore   🙂

Nonostante, grazie a tutta questa precisione e alla cura dei dettagli, abbia dato a questo romanzo un voto piuttosto alto, devo però riconoscergli un piccolo difetto stilistico, qualche scivolata di troppo in un territorio limaccioso e impervio fatto di frasi vagamente trite e molto stucchevoli che tolgono “potere” al romanzo. Penso a frasi come “Con l’universo negli occhi” e “La voce di Federica era un bisbiglio nella notte”, frasi che abbiamo letto e riletto ottomilioni di volte nella nostra vita e che, in un romanzo carino e godibile come questo avrei fatto a meno di vedere.

Ma Crash è e rimane un buon lavoro, un lavoro fatto – si vede benissimo – con cuore, anima e vera passione. Crash è la voglia di farcela, la vita che combatte la morte, la primavera dopo l’inverno, la rinascita, quella vera.

Non serve essere un campione per vivere momenti neri, vero? Non serve avere due gambe amputate per pensare “Non ce la farò mai”, vero? Quante volte lo avete pensato? Quante volte sul lavoro, a casa, in mezzo alla gente, nella vostra vita di tutti i giorni avete pensato: “Lasciatemi qui, non ce la farò mai”? Io lo penso spesso. Lo scoramento mi attanaglia la gola sul luogo di lavoro ma anche, ancor più spesso, nella mia vita di madre. Non ce la farò mai a fare di lei una brava persona, una donna responsabile, leale, competente, amabile, sincera. Troppo arduo, troppo difficile, lasciatemi qui. E poi? Poi la vita ha una cosa, di bello: va avanti anche senza di noi. E ci troviamo ancora in sella, ancora a cavalcare e alla fine facciamo tutto. Faticando, a volte piangendo, a volte sbattendo il pugno, ma facciamo tutto.

Crash non è un romanzo solo per chi ama le auto e lo sport. Crash è per chiunque si sia mai trovato a dire “Non ce la farò mai, lasciatemi qui.”

Buona lettura, amici.

Dieci e lode

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Titolo: Dieci e lode

Autore: Sveva Casati Modignani

Editore: Sperling&Kupfer

Anno: 2016

Pagine: 510

Prezzo: 19,90 euro per il formato cartaceo – 9,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI: 

Passiamo tanto tempo a inseguire sogni che ci sfuggono di mano, una felicità che non si lascia catturare. E poi capita che il meglio della vita si sveli in un attimo, magari nella magia di un incontro inatteso. Come quello tra Lorenzo e Fiamma, sorpresi da un amore che nemmeno loro, forse, credevano più possibile. Lorenzo Perego, uomo di grande fascino e cultura, insegna geografia economica in una scuola professionale di Milano. Avrebbe potuto scegliere un istituto più prestigioso, ma l’insegnamento è la sua passione e aiutare i ragazzi di talento in una realtà difficile e spesso desolante è una sfida che lo entusiasma e lo arricchisce. Non ha una famiglia tutta sua, ma, come ama ripetere, i suoi studenti sono come figli. Fiamma Morino ha poco più di quarant’anni, è madre di due bambine che adora, frutto di un matrimonio sbagliato, e direttore editoriale di una piccola e florida casa editrice che lei stessa ha fondato insieme al suo più grande amico, purtroppo venuto a mancare. Ora che la casa editrice sta per subire un drastico cambiamento di gestione, che Fiamma non condivide, è disposta a tutto pur di difenderla e di continuare a garantire la cura e l’amore con cui da sempre si dedica ai suoi autori. Lorenzo e Fiamma: il professore e la donna dei libri. Attraverso la loro esperienza, vediamo uno spaccato dell’Italia di oggi, quella della crisi della scuola e dell’economia, ma anche quella fatta di persone intraprendenti, pronte a rimboccarsi le maniche e decise a non arrendersi.

LA RECE DELLA KATE:

Quarantadue anni, quella classe innata che solo poche donne hanno, il mento alto, il sorriso dolce e intelligente e quei suoi capelli rosso fuoco, Fiamma trova pace solo in mezzo ai libri, nella sua casa editrice. La vita, Fiamma, se l’è dovuta guadagnare passettino dopo passettino, aiutata da nessuno se non da sé stessa e dall’amore di quel papà affettuoso che l’ha dovuta difendere sin dall’inizio dalla ruvidezza di una madre che mai le ha dimostrato un briciolo di affetto e che l’ha sempre e solo giudicata, l’ha sempre e solo guardata con dispetto e riprovazione come se fosse tutta sbagliata, come se fosse sbagliato anche il solo fatto che lei ci fosse.

Lorenzo invece è un professore. Ma non uno normale, no. Uno dei quegli insegnanti che crede ancora nel suo lavoro e crede con tutta la sua forza nel potere dei giovani. Studioso appassionato, uomo affascinante, compagno superlativo della sua Fiamma, Lorenzo è l’emblema di una classe insegnante che può e che deve cambiare, che può fare la differenza, che può non solo insegnare, ma anche formare gli adulti di domani.

Ma quando Bianca annuncia a Fiamma che Il meleto verrà ceduto a un grosso gruppo editoriale Fiamma sente il suo bellissimo mondo crollarle addosso. Perché Bianca non ha cercato un’altra soluzione? Perché Bianca non gliene ha parlato prima? Perché la sua meravigliosa e florida casa editrice deve finire tra le mani di gente che i libri non sa nemmeno cosa siano? Il meleto verrà stravolto, le scelte editoriale ribaltate e Fiamma…. Fiamma è distrutta, perché Il meleto fa parte di lei, del suo passato, di tutto ciò in cui ha sempre creduto. Il meleto è lei. Il meleto è il caro amico Alberto.

E mentre Fiamma, lancia in resta, si prepara ad affrontare i nuovi capi, Lorenzo si trova a dover sostenere una prova umanamente molto difficile quando una delle sue alunne, una ragazza musulmana, rimane incinta di un ragazzo italiano rischiando così di essere letteralmente linciata dalla sua famiglia di origine.

Come accade in moltissimi romanzi firmati dalla Casati Modignani, presente e passato si intrecciano e, grazie ai numerosi flash back sparsi qui e lì in mezzo al libro, al lettore viene permesso di conoscere in modo abbastanza preciso la vita di Fiamma, di Lorenzo, di Bianca e di Alberto arrivando quindi a poter delineare con sufficiente precisione non solo le loro vite ma anche i loro caratteri e le loro scelte.

Protagonisti assoluti e indiscussi, ovviamente, Fiamma e Lorenzo, attorno ai quali, come satelliti, orbitano adolescenti in difficoltà, autori con manie di protagonismo, scomodi amori passati e meravigliosi amori romantici.

Dagli anni Ottanta sino a un oggi l’affresco di un’epoca e un grande caleidoscopio umano.

Perché gli ho dato 7?

Sveva Casati Modignani è la mia coperta di Linus. Uno dei pochi scrittori che so di poter prendere in mano quando sono in crisi. Non esiste, per me, crisi di lettura che non possa essere superata grazie alla Svevona nazionale. Sveva Casati Modignani è la regina indiscussa di quel romance all’italiana che non si vergogna di esserlo (ma che a volte ci si vergogna di leggere). Anche perché – diggggggiamolo – la Svevona con i suoi librini romance ci ha fatto i milioni quindi, libri leggeri per libri leggeri, mi pare ovvio che qualcosina, questa donna, sappia effettivamente produrre.

Poi, come dicevo nel mio breve video su Instagram (se non mi seguite ancora, seguitemi!) da lei avrai una cosa ben precisa. Niente di più. Ma nemmeno (e non è mica poco di questi tempi) niente di meno. E sapete cosa vi dico? È proprio QUELLO che fa di Sveva Casati Modignani ciò che è.

Il filo conduttore di tutti i suoi libri è formato da una decina di semplicissimi elementi che si ripetono, stabili, da molti anni:

  1. Almeno una donna tanto bella da sembrare finta
  2. Almeno una donna ricca da far schifo
  3. Almeno una (ma meglio due) case enormi di quelle che quando le vedi inchiodi la macchina e sbavi un po’ sul volante
  4. Una manciata di uomini bellissimi. Di solito uno è bello e scemo mentre gli altri sono belli e intelligenti
  5. Gli uomini sono tutti dolcissimi e chiamano le loro compagni/mogli/amanti “Tesoro mio” “Amore caro” “Piccola principessa”. Roba che ti chiedi da dove cazzo sia venuto fuori tuo marito, porco cane.
  6. Miele che cola da ogni pagina. Tanto miele. Un sacco di miele. La stucchevolezza più assoluta e sfacciata. Tipo lei che rientra e lui che la accoglie con i due calici di vino e un bacio tra collo e clavicola (roba che se lo fai a me butto il bicchiere per terra e ti picchio fino a cambiarti i connotati)
  7. Almeno uno stronzo che gira, se sono di più è anche meglio
  8. Flash back come se piovessero
  9. Dialoghi improbabilissimi
  10. Un lieto fine da spaccare tutto pim pum pam (spoiler: molto spesso lei, a sorpresa, scopre di essere incinta e se non c’è traccia del padre chissenefrega, le donne della Modignani hanno due palle così)

Ma è una cosa poi così strana, quella di ripetere ossessivamente alcuni elementi?

Assolutamente no.

Scordatevi che sia una cosa strana e/o riprovevole.

Tutti i generi hanno i loro capisaldi, tutti i generi hanno bisogno di alcune “colonne” a reggere la storia. Il romance non fa differenza. E sapete un’altra cosa? I lettori, quelle cose lì, LE VOGLIONO. Provate a comprare un libro della Modignani e a trovarci dentro armi da fuoco, prostitute e… che ne so, i sobborghi di Bari. Vedete come sbattete il libro dentro al camino acceso. Se compro un libro della Modignani io voglio quelle dieci cose che ho elencato poco sopra. Non ci sono cavoli, le discussioni stanno a zero.

E queste storie che si ripetono all’infinito e nelle quali, alla fine dei conti, cambiano solo i nomi e a volte (ma non sempre) le location, piacciono. Piacciono le storie (quindi i plot), ma piace anche la stessa autrice che non smette mai (nonostante siano passati secoli) di usare quel tono vagamente snob, decisamente vintage, sempre autorevole e distaccato da vecchia signora. Cosa che è, tra l’altro.

Ricordo che la vidi in una puntata di uno dei tanti programmi di Benedetta Parodi, in cucina, con twinset di cachemire e filo di perle addosso. Era a suo agio come una lontra davanti alla televisione, più o meno. Fuori contesto, fuori target, fuori completamente, non fece un sorriso che fosse uno e si muoveva tra i fornelli come se, potenzialmente, potessero esploderle addosso riducendola a un ammasso di carne.

La Svevona è così, rigida e impostata.

E noi la amiamo così, rigida e impostata.

Gli ho dato 7 perché siamo ben lontani dai primi libri che scriveva col marito. Perché tutto sommato una botta di vita ogni tanto potrebbe darla. Perché il finale non mi è piaciuto.

Ma ho letto – scopro adesso – 500 pagine in cinque ore.

Poco da fare: la magia si è compiuta ancora.

Brava Svevona.

Nessuno come noi

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Titolo: Nessuno come noi

Autore: Luca Bianchini

Editore: Mondadori

Anno: 2017

Pagine: 250

Prezzo: 18,00 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 9,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Torino, 1987. Vincenzo, per gli amici Vince, aspirante paninaro e aspirante diciassettenne, è innamorato di Caterina, detta Cate, la sua compagna di banco di terza liceo, che invece si innamora di tutti tranne che di lui. Senza rendersene conto, lei lo fa soffrire chiedendogli di continuo consigli amorosi sotto gli occhi perplessi di Spagna, la dark della scuola, capelli neri e lingua pungente.

In classe Vince, Cate e Spagna vengono chiamati “Tre cuori in affitto”, come il terzetto inseparabile della loro sit-com preferita.

L’equilibrio di questo allegro trio viene stravolto, in pieno anno scolastico, dall’arrivo di Romeo Fioravanti, bello, viziato e un po’ arrogante, che è stato già bocciato un anno e rischia di perderne un altro. Romeo sta per compiere diciotto anni, incarna il cliché degli anni Ottanta e crede di sapere tutto solo perché è di buona famiglia. Ma Vince e Cate, senza volerlo, metteranno in discussione le sue certezze.

A vigilare su di loro ci sarà sempre Betty Bottone, l’appassionata insegnante di italiano, che li sgrida in francese e fa esercizi di danza moderna mentre spiega Dante. Anche lei cadrà nella trappola dell’adolescenza e inizierà un viaggio per il quale nessuno ti prepara mai abbastanza: quello dell’amore imprevisto, che fa battere il cuore anche quando “non dovrebbe”.

In un liceo statale dove si incontrano i ricchi della collina e i meno privilegiati della periferia torinese, Vince, Cate, Romeo e Spagna partiranno per un viaggio alla scoperta di se stessi senza avere a disposizione un computer o uno smartphone che gli indichi la via, chiedendo, andando a sbattere, scrivendosi bigliettini e pregando un telefono fisso perché suoni quando sono a casa. E, soprattutto, capendo quanto sia importante non avere paura delle proprie debolezze.

LA RECE DELLA KATE:

Vince, Cate e Spagna sono i “Tre cuori in affitto”. Amici sin dal primo momento della prima Liceo hanno quel genere di amicizia a pelle e sentimento che accomuna molti dei ragazzi di ogni età e generazione. Vieni dalle medie, sei solo e magari impaurito; tutto sembra più grande, più impegnativo, più definitivo. In corridoio vedi passare delle persone che sembrano già degli adulti, già proiettati molto in avanti, no? E tu pensi “adesso scappo, adesso torno a casa, comincio a lavorare, non m’importa, in qualche modo la sfangherò” mentre ti tremano un pochino le gambe. Non importa che tu sia maschio o femmina: quel terrore lì c’è, è ben presente. È una fase della vita assolutamente nuova, piuttosto lunga, a ben vedere difficile. Durerà cinque lunghissimi anni e tu sei solo all’inizio. Il primo giorno del primo anno di scuola superiore. Dev’essere stato sicuramente così anche per i nostri tre protagonisti che poi, con uno sguardo, si sono scelti e mai più lasciati. Da allora la loro vita trascorre come quella di ogni ragazzino dell’hinterland torinese a metà degli anni Ottanta: scuola, compiti, qualche gelato in gelateria, il bisogno impellente di avere un paio di jeans Levi’s, l’urgenza di una borsetta Naj Oleari, la necessità di una felpa col cappuccio. Impossibile essere diversi, impossibile non uniformarsi, impossibile non desiderare. Allora come ora.

Quando a scuola arriva Romeo, rampollo di una ricca famiglia torinese che non si prende nemmeno il disturbo di abitare in città ma preferisce respirare l’aria più salubre e pulita della collina, le cose cominciano a diventare strane. Gli equilibri si spezzano, i caratteri cambiano, le necessità diventano altre. E se è pur vero che Cate e Vince sono fatti per stare insieme e che Vince lo vorrebbe davvero davvero tanto, la vita ha altro in serbo per loro. Per Cate relazioni sbagliate con ragazzi sbagliati che, com’è giusto che sia, in testa hanno cose ben diverse dall’amore. Per Vince l’amicizia con quel Romeo, quel ragazzo ricco figlio di un professore universitario. Per Spagna un tira e molla col suo fidanzato storico di cui lei non si fiderà  mai e poi mai (e viceversa).

E in questa Torino del 1987 trovano spazio anche gli adulti: donne e uomini sull’orlo di una crisi di nervi in un’Italia sicuramente più florida di ora ma ugualmente incasinata e fatta di desideri inespressi, voglie soffocate, amori repressi, e ancora vita, vita, vita, vita. Perché se è vero che i giovani si sentono gli unici degni di essere al mondo e non contemplano i bisogni degli adulti (allora come ora), è pur vero che ci sono anche loro; madri, padri, insegnanti che gravitano attorno a questi ragazzi cercando un piccolo spazio anche per loro stessi, per non affogare, per non ingrigire, per non soffocare nelle tetra quotidianità.

Sei, sette personaggi al massimo danno vita a un romanzo ambientato nel 1987 dal sapore dunque si vagamente (e piacevolmente) rétro, ma anche molto attuale.

Perché gli ho dato 7?

Ciao amici lettori! Bentrovati!

Facciamo un gioco? Dai!

Contate insieme a me!

E uno… e due… e tre… oplà! Vedo prevedo e stravedo che prima di arrivare al dieci, di questo romanzo avranno fatto una sceneggiatura cinematografica. Scommettiamo una cena?   🙂

Che dire, allora, di Nessuno come noi?

Secondo me non è che si possa dire poi tantissimo. Tutto quello che ci sarebbe da dire è racchiuso nella lunga e dettagliata sinossi che manca solo sveli pure l’assassino (tranquilli, nessun assassino, era per dire).

Nessuno come noi si rifà a tutto un filone italiano soprattutto cinematografico, appunto, a cui siamo abituati da un pochino di tempo. I personaggi, l’ambientazione, le figure degli adulti, nevrotici come sono, non fanno altro che riportarci ad attori come Bentivoglio e la Buy, non fanno altro che farci risuonare nella testa titoli come Tre metri sopra il cielo, Notte prima degli esami, Manuale d’amore, Ricordati di me. Che sia voluto o meno questo m’importa meno e non è nemmeno detto che sia un demerito, sia chiaro. Ma non posso non notare le solite rassomiglianze con altre mille cose che abbiamo letto e/o visto in questo ultimo decennio.

La parabola è quindi sempre più o meno la stessa: ragazzi della classe media del tutto normali che conducono una vita normale, quasi noiosa, anzi certamente noiosa sui quali si abbatte una disgrazia che li fa crescere e maturare e che segna quindi il loro ingresso in età adulta.

Finisce tutto, senza che niente si sia davvero risolto, a tarallucci e vino. Possibilmente tutti insieme. Possibilmente in vacanza dopo la maturità. Possibilmente in riva al mare. Possibilmente giurandosi amicizia e amore eterni.

Amen.

E torniamo quindi alla domanda iniziale: è un male?

Certamente e indubbiamente no. Primo, perché ha recensioni molto positive. Secondo: perché è uno scrittore appassionato. Terzo: perché ne faranno un film. Credetemi. Quindi, voglio dire, ha ragione lui. Lui tocca le corde giuste dell’anima. E se siete amanti di un certo cinema all’italiana, se conoscete i film che ho citato, se piangete spesso insieme alla Buy – che tanto piange sempre – allora non potrete di innamorarvi anche di questo romanzo. Quindi, acquistatelo senza remore e senza nemmeno pensarci un secondo.

L’altra conditio sine qua non, secondo me, è avere almeno quarant’anni. Sì perché entra in gioco tutta una serie di elementi che poco hanno a che fare con la storia narrata e molto ha a che fare con la memoria storica, la nostalgia, il ricordo. Leggere un libro in cui non compaiano i social, i cellulari, gli scooter fracassoni e altre diavolerie moderne… rilassa. Riporta indietro nel tempo, fa fare un certo numero di sorrisi spontanei e distacca un momento della realtà.

Un romanzo, insomma, davvero furbo, che s’inchina e si presta alla disperazione e al rammarico per una vita che non c’è più di tutta una generazione che, certamente, trarrà giovamento dalla lettura di questo romanzo a cui però non mi sento di dare più un sette anche abbastanza regalato. A me è sembrato elementare, banalotto, facilone. Mi sembra un goal fatto a campo vuoto, insomma.

MA.

Ma funziona.

Sta funzionando e funzionerà.

Così come a suo tempo ha funzionato Tre metri sopra al cielo che, pur non raccontando NIENTE, si prestava a essere affresco di una certa generazione, di un certo ceto sociale e una certa fetta della società. Fotografia a imperitura (ahinoi) memoria.