Quella mattina prima di morire

Titolo: Quella mattina prima di morire

Autore: Jo Jakeman

Editore: Newton Compton

Anno: 2019

Pagine: 382

Genere: Thriller

IL VOTO DELLA KATE: 6

SINOSSI:

Un divorzio non è mai una cosa semplice, e quello di Imogen non fa eccezione. Suo marito Phillip è un maniaco del controllo, un violento, ed è determinato a renderle la vita un inferno. Quando Phillip piomba in casa sua senza preavviso, intimandole di andarsene entro un mese, Imogen sente il mondo crollarle sotto i piedi. Se non acconsentirà alla richiesta, rimanendo senza un tetto sopra la testa, Phillip farà di tutto per toglierle l’affido di Alistair, il figlio di sei anni. In un momento di follia, Imogen reagisce d’impulso. Per la prima volta nella sua vita prende il controllo della situazione e compie un’azione che cambierà per sempre il suo destino. Quello che non avrebbe mai immaginato, però, è che sia la prima moglie che l’attuale fidanzata di Phillip sarebbero rimaste coinvolte nel suo piano. Tre donne molto diverse si ritroveranno improvvisamente alleate nel tentativo di vendicarsi dell’uomo che le ha fatte soffrire.

LA RECE DELLA KATE:

Qui il pazzo è il marito.

Poi c’è una prima moglie.

Una seconda.

Una fidanzata.

Un pazzo con la mania di collezionismo.

Colleziona donne da menare, sì.

E quando le tre donne si conoscono e i loro lividi coincidono e le loro storie fanno amicizia per il povero uomo non ci sarà molto scampo.

Beh amici, io non è che abbia molto da dire.

L’argomento è pruriginoso.

La storia non verosimile.

Ma l’argomento assolutamente sì.

All’inizio della quarantena mi sono chiesta in quante famiglie si potesse davvero stare sicuri in casa.

Chiudete gli occhi.

Pensate a tutte le donne vittime di violenza domestica costrette a stare chiuse in casa col loro aguzzino.

Fatto?

Non so a voi, ma a me fa quasi più paura del covid.

Una paura del diavolo.

Le case diventano minuscole.

Le forze si fanno meno.

La mente già provata si chiude in un luogo scuro e impenetrabile.

Nessuno che possa vedere i tuoi lividi.

Nessuno che possa chiederti se va tutto bene.

Una tragedia nella tragedia che questo romanzo mi ha riportato alla mente.

Questo è lo spunto al quale ho pensato.

Questa è l’unica cosa che mi è venuta in mente.

Di per sé il libro è lento.

Telefonato.

Intrattiene ma senza grossi colpi di teatro.

La fine la conosciamo perché l’inizio della storia è proprio la sua fine.

Un funerale.

Un trucco letterario che mi ha sempre lasciata freddina.

Pro: un paio di buoni personaggi (forse solo uno: la madre della protagonista)

Contro: lunghissimo, personaggi femminili piatti come la mia attività neuronale e un finale banale come la pubblicità di Poltrone e sofà.

In definitiva: io se fossi in voi lascerei perdere. Passate ad altro.

Era una famiglia tranquilla

Titolo: Era una famiglia tranquilla

Autore: Jenny Blackhurst

Editore: Newton Compton

Anno: 2017

Pagine: 335

Genere: Thriller

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:
Il mio nome è Emma Cartwright. Tre anni fa ero Susan Webster, e ho ucciso mio figlio di dodici settimane, Dylan. Non ho alcun ricordo di ciò che è accaduto, ma devo credere a quello che mi dicono il mio medico e la polizia, no? Ma se uno non riesce a ricordarsi quello che è successo, come può fidarsi ciecamente del fatto che gli altri gli stiano dicendo la verità? E se esiste anche una minima possibilità che mio figlio sia ancora vivo, non credete che dovrei fare di tutto per riaverlo indietro?

LA RECE DELLA KATE:

Ci ho messo una vita a finirlo.

Reclusa in casa le cose sono difficili.

Vago senza meta.

Non mi concentro su nulla.

Prego e poco altro.

Niente cattura la mia attenzione.

Niente.

Il libro comunque vale il mio 8, anche se ancora una volta ci troviamo di fronte a una genitrice omicida.

O no?

Ha cambiato nome e paese ma il passato torna a farle visita e la illude che suo figlio possa essere ancora vivo. Accanto a lei la sua migliore amica (omicida pure lei) e un giornalista affascinante (ma toh, mai un cesso eh!).

Solo che il giornalista forse non è un giornalista, il suo avvocato forse le ha tenuto nascosto qualcosa, il suo ex marito ha un passato universitario da brividi e tutti sembrano avere una vita che lei ignorava.

Era una famiglia tranquilla decolla senza problemi, ci fa fare un buon volo ma in fase di atterraggio si lascia andare a una specie di psicopatia aerea.

Ma ripeto, tutto sommato lo consiglio.

Niente di nuovo sotto il sole, ma molto migliore di altri letti.

Pro: nessun refuso e una buona traduzione.

Un protagonista maschile interessante.

I flash back che intervallano i capitoli dedicati al “now” partono da lontano ma contribuiscono a creare atmosfera.

Contro: la chiusa, come sempre. Uffa.

La figlia adottiva

Titolo: La figlia adottiva

Autore: Jenny Blackhurst

Editore: Newton Compton

Anno: 2019

Pagine: 380

Genere: Thriller

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:
Imogen Reid ha deciso di diventare una psicologa dell’infanzia per aiutare i bambini in difficoltà. Ecco perché, quando le viene assegnata in cura Ellie Atkinson, una ragazzina di undici anni, si rifiuta di ascoltare chi le dice che è pericolosa. Ellie è l’unica sopravvissuta a un terribile incendio che ha sterminato la sua famiglia. E Imogen sa bene che in questi casi i problemi del paziente sono la rabbia e la tristezza inespresse di chi non è ancora riuscito a elaborare il lutto. Ma i genitori adottivi di Ellie hanno un’altra storia da raccontare. Così come i suoi insegnanti. Quando si arrabbia, cominciano ad accadere cose brutte. Cose in grado di generare strane leggende su quella ragazzina silenziosa. E stare così vicina a Ellie per Imogen potrebbe diventare presto molto pericoloso…

LA RECE DELLA KATE:

Come dicevo nella recensione precedente, va di gran moda prendere di mira le famiglie. Se non è la moglie che perde la testa, è il marito. Se non è il marito, è la moglie. Se i coniugi stanno una meraviglia, stai pur sicuro che un moccioso è squilibrato di brutto.

Già il titolo suggerisce che non andrà a finire benissimo. Lo avessero chiamato “La figlia col machete” avrebbe sortito lo stesso effetto.

La cover perplime come tutte le cover di questa CE. L’altalena ha un potere attrattivo sui grafici che fa paura. Ma che problemi hanno?

Comunque.

Pro: personaggio femminile adulto (Imogen) molto ben costruito, quasi cinematografico.

Contro e pro: Ellie, la bambina in questione, tratteggiata con buona dose di paraculaggine. Ma funziona.

Contro: tutti gli altri personaggi sono inutili come un biglietto del cinema ai tempi del Covid.

Pro: di plot simili se ne sono visti a svalangate. Una strizzata d’occhio la dà anche a Carrie di Stephen King, tanto per dirne una.

MA.

Non urta i nervi.

Funziona. Funziona davvero.

Contro: Ma questa chiusa da colpo di teatro??? No. Mi rifiuto.

Pro: il romanzo tiene sempre la tensione alta. Non altissima ma alta. Non è scontato.

Contro: 380 pagine? Ma siete seri?

Pro: però 380 pagine godute. Skippato pochissimo.

In sintesi!

Ok, leggetelo.

Il matrimonio dei segreti

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Titolo: Il matrimonio dei segreti

Autore: Samantha Downing

Editore: Newton Compton

Pagine: 380

Genere: Thriller

Il voto della Kate: 6

SINOSSI: 

La nostra è una storia d’a­more piuttosto ordinaria. Ho conosciuto una bellis­sima donna, mi sono inna­morato perdutamente di lei. Abbiamo avuto due figli.
E, come molte coppie, abbiamo fini­to per trasferirci in una bella villetta in un quartiere residenziale.
La vita ci ha regalato l’opportuni­tà di avere qualcuno con cui con­dividere ogni cosa. E così, quando ci siamo annoiati della monotonia quotidiana, abbiamo potuto contare l’uno sull’altra.
Da fuori sembriamo una coppia normale. Potremmo essere i tuoi vicini; i genitori degli amici dei tuoi figli; i conoscenti con cui fai quattro chiacchiere al supermercato o gli amici degli amici con cui ogni tanto vai a cena.
Ma tutti i matrimoni nascondono un segreto che li mantiene vivi. Un trucco grazie al quale l’unione tra due persone rimane salda e arden­te come il primo giorno.
Il nostro segreto è che ci piace uc­cidere.

LA RECE DELLA KATE:

Negli ultimi anni il mondo thriller si è letteralmente riempito di famiglie sconsiderate. La moglie bugiarda, il figlio pazzoide, il figlio silenzioso, la figlia di nessuno, la zia psicolabile, la mamma cretina e potrei continuare a lungo. Anche i vicini di casa pazzi vanno alla grande, ma mai come le famiglie disfunzionali. Disfunzionali poi per modo di dire. Qui tutti ammazzano tutti. Sei sposato da ventidue anni con una tipa qualsiasi e scopri che quella di notte si diverte a sgozzare la gente. Oppure boh, all’improvviso tuo figlio fa i disegnini con te che cadi da un burrone. Oppppplà. Ma che carino, figlio mio, grazie del disegno, ora lo appendo in cameretta matrimoniale con lo slogan “RICORDATI CHE DEVI MORIRE”.

Insomma, questo thriller non è altro che il normale proseguimento di una follia editoriale che continua a piacere. Probabilmente (troppa psicologia spicciola?) perché è vero che in realtà nessuno conosce nessuno. Non fa niente da quanto tempo ci si ami, se ci si ama. Non importa da quanto tempo si è sposati. Non importa quanto si creda di conoscere l’altro e quante frasi stucchevoli e banali si possono dire. La verità (e qui ci credo) è che nessuno conosce nessuno.

Da questo presupposto parte questo romanzo nel quale la sinossi dice già tutto: io, te, i nostri due figlioletti e qualche ragazza da sgozzare.

Perché?

Perché il matrimonio dopo un po’ viene a noia.

C’è chi compra un gatto, chi compra un cane, chi decide di fare il centesimo figlio, chi si dà allo scambio di coppia, chi si separa e chi pensa: “Ehi, per dare pepe al nostro matrimonio facciamo una bella cosa! Cominciamo a uccidere donne!”

Questione di scelte.

Loro hanno scelto di sgozzare giovani donne.

Una, due, tre… il tempo passa e il fatto di rimanere impuniti li galvanizza, li eccita, consolida la coppia. Lei bella e algida, lui bello e sottomesso. Eh sì… lui è il classico uomo sottomesso a una donna forte e volitiva. Ogni tanto, se lo dice da solo e fa un po’ pena, anche lui ha qualche idea. Ma raramente. E quando le ha lo sottolinea con forza, poveretto.

Comunque, naturalmente, arriva il colpo di teatro. Intanto la figliolina comincia a girare con un coltello da cucina di quelli seri perché crede che in giro ci sia un serial killer e non può nemmeno sospettare che i cretini qui siano mamma e papà. Poi si rasa i capelli, così magari il serial killer non la riconosce come essere umano femminile e non la ammazza. Poi insomma si fa prendere un pochino la mano, perché si sa, da un melo non nascono le pere.

Il padre comincia a tentennare. La madre acquisisce forza e volontà perché, si sa, noi donne andiamo sempre fino in fondo. Che si tratti di farci cambiare una lampadina o di uccidere qualcuno. Uomo, lavoro e zitto che altrimenti la rivedi col binocolo.

C’è un solo contro: la lungaggine. Si sarebbe risolto tutto con cento pagine in meno. Ma questo è un difetto della CE da sempre e per sempre. Pensano che aggiungendo carta le cose migliorino. E’ strana, questa cosa.

IN CONCLUSIONE:

Skippando qualche pagina, è riuscito a tenermi buonissima compagnia. Anzi… buonissima compagnia in una sola serata… ehm…

Ma skippando pagine, ecco il perché del voto non alto.

 

Un delitto al rosmarino: Wylo Helig 1

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Titolo: Un delitto al rosmarino: Wylo Helig 1

Autore: Fabio Larcher

Editore: A.Car. edizioni

Anno: 2017

Pagine: 125

Genere: Fantasy-giallo

Prezzo: 12,50 euro per il formato cartaceo

Il voto della Kate: 8

SINOSSI: 

NON LA COPIO, PERCHE’ QUELLA CHE TROVATE SU AMAZON NON RENDE IDEA DEL GENERE DI ROMANZO CHE E’. NON E’ BELLA ED E’ FUORVIANTE. SE VOLETE SAPERE DI COSA PARLA IL LIBRO, LEGGETE LA MIA RECENSIONE.

LA RECE DELLA KATE:

Wylo Helyg (Iddio solo sa se è Helyg o Helig senza la ipsilon, visto che compare scritto sia in un modo che nell’altro… benedetti autori) è un elfo di età avanzata che veste in maniera desueta e odia chiunque tranne sé stesso. Non c’è nemmeno da dirlo: ci piace un casino! Lo avrei voluto molto bello, tipo gli elfi de Il signore degli anelli, insomma, un figone dai capelli biondi e piastrati e dalla pelle bianca e liscia come il sedere di un poppante maaaaaaa… per questa volta vedrò di passarci sopra. Del resto lo scrittore è uomo. Fosse stata una donna a scrivere Delitto al rosmarino (che nome delizioso, non trovate?) l’elfo stronzo sarebbe stato un elfo bello e stronzo alla James Dean, uno di quelli che non deve chiedere mai, uno alla Dr. House, per intenderci, ma senza bastone. Sto divagando, vero? Non scrivo una recensione da troppo tempo. Ah: giusto per inciso. Questa sarà la penultima recensione, poi il blog chiude. No, non per le vacanze di Natale. Chiude forever and ever. Avrei voluto diventare famosa, non sono diventata famosa, quindi mi do all’ippica. Il che sarà molto meglio per tutti. E poi ho troooooppe cose da fare, bambini miei.

Tornando a bomba: l’elfo stronzo viene chiamato per risolvere un caso apparentemente irrisolvibile, un caso alla “stanza chiusa”. Due morti e una porta chiusa dall’interno. La vedova (deliziosa) vuole decisamente saperne di più, anche perché il defunto (e porco) marito ha avuto il cattivo gusto di crepare avvinghiato nudo a una ninfetta altrettanto nuda.

La cameriera che li ha scovati (poverella) ricorda solo tre cose: una canzone, una puzza di ascelle da far svenire un cavallo e un forte odore di rosmarino che manco il pranzo di Natale (comprendete ora il motivo del titolo?).

All’elfo stronzo di risolvere il caso interessa poco; a lui può giusto interessare di trombarsi allegramente la vedova del vecchio porco, quello gli interessa. E anche qui la mia idea sugli elfi si fa nebulosa: Legolas mi aveva messo in testa che fossero qualcosa tipo voci bianche o eunuchi o entrambe le cose. Helyg (Helig??? Come si scrive, Larcher???) non mi sembra molto eunuco. No.

Ad ogni buon conto: giusto per fare dello spoiler è normale che il caso venga risolto, che tutti abbiano il loro contentino e che i morti rimangano morti. Niente zombi, niente magie, niente risurrezioni. E’ un giallo a tutti gli effetti che viene risolto in modo sbarazzino con una spruzzata di ironia, un pizzico di erotismo e molte cattive maniere.

Perché gli ho dato 8?

Veniamo al punto, vi va?

Mi sono divertita, ho passato due ore bellissime, mi ha fatto tornare voglia di leggere, ho amato l’elfo stronzo, ho apprezzato il linguaggio curato e sofisticato, ho apprezzato le ambientazioni, ho amato i dialoghi pungenti, ho gradito la brevità della cosa, ché io i gialli da 400 pagine non li tollero.

Ci sono delle cose da aggiustare?

Sì, ovviamente.

Primo fra tutti il nome dell’elfo e la sua ipsilon.

Poi le virgole. Sono sparse un po’ alla viva il prete, bisogna che ci guardiamo meglio a dove metterle, perché alcune frasi sono impronunciabili, così come sono.

L’idea delle tavole disegnate dentro al romanzo… ni. Larcher sa disegnare e noi lettori apprezziamo il talento all over, noi donne poi impazziamo per gli uomini che hanno testa ma anche mano, ci mancherebbe. Ma ne avremmo fatto a meno? Mah, io sicuramente sì. Ma è comunque un’idea apprezzabile e carina. La cover poi è bellissima. Bellissima.

In conclusione: secondo me va letto. Non regalatelo a un giovanissimo: ci sono delle cose un po’… sexy. Ma regalatelo a voi stessi, se vi va. Io ve lo consiglio!

Rimini beat

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Titolo: Rimini beat

Autore: Andrea Biondi

Editore: Clown bianco

Pagine: 383

Genere: Giallo

Prezzo: 17,50 euro per il formato cartaceo – 7,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 6

SINOSSI:

A Rimini c’è una cava, un luogo in cui succede sempre tutto. Gianluca, Matteo e Flavio sono tre ragazzini molto diversi tra loro, vivono nello stesso palazzo e stanno sempre insieme. Un pomeriggio d’inverno si recano alla cava per giocare e Matteo ha un incidente che cambierà le loro vite. Passano gli anni e Gianluca, che nel frattempo si era trasferito in un’altra città, torna nella casa di famiglia per smaltire la fine di una storia d’amore. Ma il suo ritorno rompe equilibri precari e sembra dare il via a una serie di omicidi. Un noir sorprendente di Andrea Biondi.

LA RECE DELLA KATE:

Quando Gianluca viene lasciato dalla sua fidanzata l’unica cosa che gli viene in mente di fare è tornare a casa, a Rimini. Lì ha lasciato tutti i suoi ricordi e quei vecchi amici che lo aiuteranno a risalire in sella dopo l’orgia di risentimento e dolore che lo hanno reso un uomo un po’ diverso. E così Gianluca ricomincia da Rimini in un’età nella quale in teoria vorresti essere sposato avere dei figli e un lavoro sicuro. Invece lui non ha niente di tutto questo; ha solo una gatta che le ha lasciato in eredità la fidanzata fedifraga, un animale che lo odia cordialmente e con il quale non c’è nessun tipo di dialogo e ancor meno di feeling. Pet therapy da escludere, insomma.

Scoprire che i suoi vicini di casa sono Alice e Matteo, poi, lo sconvolge sensibilmente. Matteo, il vecchio amico dell’infanzia. Matteo che ha smesso di parlare e si esprime a gesti e sguardi o, talvolta, con carta e penna. Matteo che non è mai più tornato sé stesso, dopo l’incidente alla cava. Ma che adesso è lì, davanti a lui; un uomo fatto e finito con un lavoro, una casa, una vita. L’opportunità di ritrovare un vecchio e caro amico è troppo ghiotta per farsela scappare: Gianluca ha bisogno di Matteo e forse anche di Alice, la sorella maggiore, bella e glaciale, avvocato rampante e issata su tacchi alti e pieni di stile, sempre di corsa, sempre di fretta, come se nessuno avesse, per lei, davvero importanza.

Quando una donna viene trovata barbaramente uccisa, Gianluca è deciso a camminare a ritroso negli anni per trovare il filo rosso che unisce quella morta a quella di altre due persone tra di loro collegate. Sono morti sospette e Gianluca ha tempo, troppo tempo per pensarci. Pensando a queste cose dimenticherà i suoi guai, quella ex fidanzata che non riesce del tutto a dimenticare, Alice che fugge, il lavoro frustrante. Tutto, pur di non pensare.

Perché gli ho dato 6?

Ho dato 6 a questo romanzo perché, pur avendo un plot interessante, tende a perdere di vista l’obiettivo.

Ho trovato che quasi quattrocento pagine per un giallo classico fossero decisamente troppe e che troppo spesso si tendesse a girare in loop sullo stesso concetto in maniera quasi meccanica, come se si dovesse per forza riempire fogli. E se spesso me la prendo (bonariamente) con chi non trova il coraggio di uscire dalla zona sicura del raccontino da trenta pagine, così – sempre bonariamente – me la prendo con chi (secondo me, sia chiaro) tende a essere inutilmente verboso. Lo sbrodolamento può essere accattivante in un romance (quanti centrini ci sono nella stanza da letto della nonna?) ma in un giallo, probabilmente, è necessario essere un filo più incisivi. Se poi dopo trecentottanta pagine mi risolvi la questione in due… eccheccaspita! Sorrido, sia chiaro. Prima di tutto perché sono una blogger buona, secondo perché il libro mi è fondamentalmente piaciuto. E voi direte: “Ammazza, pensa se non ti fosse piaciuto!”

Ma è proprio perché trovo che l’autore sappia scrivere che mi incavolo. Ha proprietà di linguaggio e anche una prosa accattivante. Sa armeggiare attorno ai personaggi, sa ingraziarsi il lettore. Ho adorato la gatta, ho adorato Alice, ho adorato il datore di lavoro e amico storico Sergio (anche se è grezzo come una trebbiatrice).

Ma mi è mancata immensamente Rimini. La location di questo libro, per una persona che di Rimini non è, poteva essere Bologna, Modena, Noto. E’ poco caratterizzata (a parte da una topografia incomprensibile a tutti coloro che riminesi non sono) e questo si sente, manca, se ne sentiva il bisogno e sarebbe stato, magari, vincente. Una Rimini invernale e grigia e fosca contrapposta a quella che in tanti conosciamo, odorosa di monoi e tiarè e luccicante di sudore, avrebbe dato un’impronta al romanzo ancora più soggettiva, più intima.

In conclusione: 

Secondo me si potrebbe riassumere così: un bel romanzo in sé e per sé. Un romanzo giallo al quale manca qualcosa.

Cover bella ma non centratissima e correzione bozza non sempre precisa.

10 libri per avere sempre l’estate dentro

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Questo post avrei dovuto farlo a luglio, ma a luglio non ho avuto tempo, altrimenti l’avrei fatto e voi sareste andati in vacanza con i consigli della Kate, che sarei io. Ma insomma, davvero non ho avuto modo, perché queste son sempre cose delicate, non è che ti puoi improvvisare e io in estate per la maggior parte del tempo faccio la mamma e quando faccio la mamma non riesco proprio a mettermi al piccì a scrivere cose che debbono sembrare intelligenti.

 

(Avevo scritto un cacchio di papiro, ma mi rendo conto che è meglio farla finita e arrivare al sodo.)

Allora cosa si fa quando si è in ritardo col blog di quei due mesetti?

Be’, si consigliano dieci libri dieci (i migliori letti nell’ultimo anno) che vi aiuteranno a lasciarvi alle spalle la bellissima estate che avete passato e vi accompagneranno verso l’autunno grigio che sta per arrivare avendo il sole dentro!

Perché l’estate non è una stagione, ma un modo di essere!

Seguitemi!

(Cliccando sopra al titolo sarete indirizzati alla recensione sul mio blog)

La sposa scomparsa

Un giallo tutto italiano che coniuga atmosfere avvincenti e personaggi indimenticabili.

Vincerò – l’ultima partita con Luciano Pavarotti

A dieci anni dalla morte, un libro inchiesta dai tratti irriverenti per raccontare la vita privata del più grande tenore di tutti i tempi.

Lei che ama solo me

Un thriller psicologico mozzafiato, un romanzo che ha fatto infiammare Amazon.

Il libro dei Baltimore

Il prequel di La verità sul caso Harry Quebert. Una saga familiare e il racconto di una vita che rileggerei ogni mese. Un altro thriller indimenticabile.

I misteri di Chalk Hill

Un po’ Jane Eire, un po’ Il giro di vite di Henry James, I misteri di Chalk Hill è un irrinunciabile per tutti coloro che vogliono atmosfere e mistero. Da pelle d’oca.

A volte si muore

In un’Italia distopica che fa paura, i due eroi Vergy e Claudio (già famosi per la trilogia vampirica de Il 18° vampiro, Il 36° giusto e L’ora più buia) devono loro malgrado combattere contro un nemico invisibile: il bisbiglio. Action, ma anche humor e qualche spietata considerazione sulla vita in un romanzo indispensabile.

Contaminati

Un po’ fantasy, un po’ thriller, Contaminati è stata la rivelazione dell’anno. Due giovani scrittrici italiane hanno dato vita a una cosa che, oltreoceano, avrebbe sbancato.

Nightcrawlers

Horror ad altissimi livelli. Creature del buio che ghermiscono e terrorizzano. Incredibilmente bello.

A disabilandia si tromba

Per parlare di disabilità in maniera scanzonata, senza prendersi troppo sul serio ma senza nemmeno buttare tutto in vacca. Una lettura intelligente e divertentissima per sensibilizzare e far conoscere.

La piccola casa dei ricordi perduti

Un romance classico che vi farà sognare trasportandovi nel sud della Francia, in una piccola locanda caratteristica e molto, molto dolce, tra i profumi della terra e quelli di cibi sapientemente preparati. Un amore lieve ma una passione incontrollabile per una terra che non lascia scampo.

Bonus track:

Il bambino bugiardo

Un altro thriller psicologico. Lo metto alla fine di tutto perché il finale è molto deludente ma tutto il resto del libro è BELLISSIMO. Leggetelo lo stesso, dai.

 

I clown bianchi – 13 storie d’autore

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Titolo: I clown bianchi – 13 storie d’autore

Autore: AA. VV.

Editore: Clown bianco

Anno: 2017

Pagine: 176

Prezzo: 6,49 euro in formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

 

SINOSSI:

Ci sono un vecchio amico di Fellini e un killer di mafia innamorato. Due gemelle difficili e una scelta che potrebbe salvare il mondo. Bambini stregoni e tatuaggi che spaventano. E si parla di una coppia stanca, di una curva assassina e di qualcosa che vive là sotto. Tredici autori importanti si divertono a raccontarci storie dove avere paura diventa un piacere.

 

LA RECE DELLA KATE:

Quando la giovanissima casa editrice ravennate mi ha proposto questa antologia mi sono, istintivamente, leccata le labbra. Non c’è niente di più bello, soddisfacente e godurioso per un recensore come me che essere presi in considerazione per un progetto tanto bello e divertente. Al netto dell’horror, del crime e dei clown (in parte protagonisti di questa raccolta) vale la pena fare un rapido download anche solo per rendere omaggio e godersi i roboanti nomi che hanno prestato la loro arte alla casa editrice Clown bianco e che hanno quindi contribuito a dare al progetto la visibilità e lo spessore che merita.

Ed ecco, quindi, accomodatevi in poltrona, mettetevi ben comodi, prendete pure qualcosa da mangiare, se vi va. Tanto non mangerete niente, vi dimenticherete anche di bere, e di pensare e dimenticherete alfine anche di esserci. Il viaggio sarà breve, quasi un film messo a velocità doppia. Una storia, un’altra ancora, un’altra ancora in un corsa che diventa sempre meno elegante, sempre meno pensata, sempre meno controllata. Perché un racconto finisce ma voi avrete bisogno di altra adrenalina e altra ancora e altra ancora. Un’altra dose. Sono brevi e belli proprio perché minimali, perché essenziali. Sono semi di paura che vengono piantati nel cervello e germogliano pagina dopo pagina, divertendo ma anche creando atmosfere ogni volta diverse e sempre studiate ad hoc per intrattenere il lettore con misura e sapienza.

Un battito di ciglia e si è a bordo di una Fiat vecchia e puzzolente, tra curve pericolose e il veloce blaterare di una donna non più giovane e piuttosto bolsa.

Un altro battito di ciglia. Siamo piccoli, siamo al buio, siamo nelle mani di ragazzini come noi, siamo folli.

Un altro ancora. Siamo in un vicolo, la pistola in mano, il freddo morso della morte che stringe in un abbraccio il caldo pulsare di un amore sbagliato.

Un altro ancora e, nel buio della notte, appeso a un arco, la tetra figura di un uomo di nero vestito, impiccato, il corpo oscillante in balia dei venti della sera.

E poi il tentativo di combattere il male compiendo, in extremis, altro male. Un male grande per un bene ancor più grande. Quello dell’umanità.

Perché gli ho dato 7?

I clown bianchi è un’antologia molto ricca in tutti i sensi. Ricca di nomi “importanti” ma anche ricca di contenuti molto diversi, variegati e tutti – senza nessuna distinzione – moderni, freschi e agili.

Una prosa snella e senza fronzoli e uno stile pulito e minimale contribuiscono a far scorrere la lettura senza nessun intoppo, rendendo l’esperienza un vero e proprio divertimento “al minimo sforzo”. È quasi – pare – come un binge watching di puntate di una serie tv decisamente ben riuscita.

Molti di questi racconti hanno come protagonisti proprio loro, i clown. Da sempre al centro della scena horror (ne abbiamo già parlato su questo blog), il clown fornisce il perfetto archetipo per un racconto da brivido a qualunque latitudine ci troviamo, qualunque sia la nostra età. Credo di saperlo bene: odio i clown. Non che mi abbiano mai fatto niente, sia chiaro. Nessun tombino e nessun naso rosso nei miei incubi, ma insomma… non mi piacciono, mettiamola così. Quel sorriso dipinto non mi convince. Quei ciuffi di capelli rossi ancora meno. Il sudore che deve esserci sotto quel costume poi… non ne parliamo. C’è una foto che mi ritrae insieme a un clown. Non so se faccia più paura la mia pettinatura (maledetti anni Novanta), il simpatico clown o la mia faccia (quella era colpa del clown).

E se quindi tutti i tasselli di questo macabro puzzle sono andati al loro posto (autori, stili e temi trattati) è pur vero che io, da lettrice, ho sentito sin troppo il senso di velocità. La sensazione è che la tastiera di questi scrittori scottasse e che a un certo punto si siano tutti trovati a dover concludere la loro storia in quattro e quattro otto per portare a termine il loro lavoro e andare a mettere la punta delle dita sotto l’acqua fredda. Ed ecco spiegato il 7 invece che un bell’8 pieno.

Ovviamente amici, sia chiaro: questa è la mia personale opinione, tra l’altro dopo aver chiarito che a me, in linea generale, la fluidità e la velocità piacciono (Iddio solo sa quanto sono stanca di narrazioni-pipponi) ma, ecco, in certi casi qui mi sono sentita un pochino sopra un ottovolante.

Ah, certo. Volete sapere i miei preferiti. Allora correte subito a leggere “Dietro ogni curva” della Avanzato, “Malabimbi” di Bonazzi per il terrore cieco, “Brusco risveglio per la famiglia Buzzone” di De Marco per le stupende atmosfere notturne, “La terza via” per l’interessante quesito iniziale (e la mia risposta è sì) e “L’ultimo sorriso del clown bianc0” di Padua.

Un sentito ringraziamento agli amici della casa editrice e i miei più vivi complimenti per il progetto molto ben riuscito, dunque.

Buona lettura!

 

Il burattinaio

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Titolo: Il burattinaio

Autore: Alessandra Pepino

Editore: Nero Press

Anno: 2017

Pagine: 63

Prezzo: 0,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Mindy Iannaccone è un commissario molto particolare. In perenne lotta con la sua linea in sovrappeso, è un tipo schietto e verace, che non bada alle buone maniere quando c’è da lavorare. Il ritrovamento del corpo di un bambino sulla spiaggia di Acquamorta, a Monte di Procida, vicino Napoli, dà inizio alle indagini. Quando, la mattina dopo, si presenta in questura don Giulio, un prete che un tempo lei aveva conosciuto e stimato, confessando di essere l’assassino del piccolo, lei stenta a crederci. Don Giulio sembra però convinto di ciò che dice e Mindy, che vuole vederci chiaro, comincia a indagare sul suo passato, scoprendo che, tanti anni prima, l’uomo si era spretato dopo aver fatto visita, in carcere, a un detenuto di nome Carmine Incoronato, che aveva a sua volta ucciso un ragazzino. Ma che legame c’è tra i due?  E Incoronato sarà disposto a collaborare? Mindy non si fermerà davanti a niente pur di scoprire la verità.

LA RECE DELLA KATE:

Non c’è giallo classico senza un commissario e non c’è commissario degno di tal nome (o perlomeno, ma questa è la cosa più importante, che piaccia a me) che non abbia una forte caratterizzazione del personaggio.

Mindy (che – attenzione – non è il diminutivo di Melinda) Iannaccone non fa differenza. Quasi (quasi!) quarant’anni, otto chili in più, un grande e spasmodico amore per il cibo che la sua dietologa non approva, troppe, troppe mele e verdurine da sgranocchiare, un gatto e nessun marito, è piuttosto burbera senza essere aggressiva e possiede quella dolce schiettezza partenopea che le impedisce di sembrare una gran maleducata. Ama il suo lavoro ma sui pasti non transige. Forse perché non transige la sua dietologa, pensiamo noi. Comunque insomma, essere disturbata dopo una lunga giornata di lavoro proprio quando si sta accingendo a mangiare tonno in scatola e due o tre verdurine dall’aspetto nosocomiale proprio no, non va bene.

Ma la cena aspetterà, almeno questa volta.

Si chiamava Luca Sollo, aveva appena dodici anni ed era un bravo ragazzino. Un bravo ragazzino che è stato malmenato, stuprato e affogato. E a comparire davanti a Mindy chi è? Il suo vecchio parroco, un uomo buono che ha sempre amato i bambini e che (ci mancherebbe altro) li ha sempre rispettati. Uno di quei preti di provincia che tutti amano, che diventano parte della cittadinanza, che tutti chiamano col nome di battesimo invece di “signor parroco”, capito come? E qell’uomo, adesso, invecchiato certamente ma sempre quell’uomo, sta dicendo a Mindy che è stato a lui a compiere quelle efferatezze sul corpo del povero Luca. E adesso chi lo dice alla famiglia? Ma soprattutto: chi riesce davvero a convincersi che l’autore dell’omicidio sia proprio il buon don Giulio?

Mindy non ci sta. Bisogna parlare con Padre Salvatore, il decano dei preti, uno che sa tutto. E lui ha delle cose interessanti da dire a Mindy. Primo: Giulio si era spretato, di fatto non è più un uomo di chiesa. Secondo: questo è avvenuto dopo che il prete aveva incontrato un famoso assassino in prigione, dodici anni prima. Si chiamava Incoronato. Carmine Incoronato. Quel Carmine Incoronato che aveva violentato e bruciato vivo un bambino della provincia di Napoli. Da quell’incontro Giulio non è stato più lo stesso. Poi, all’improvviso, ha deciso di rompere il voto.

Mindy adesso ha un solo obiettivo: scoprire cosa sia successo dentro quella cella dodici anni fa. Cos’ha detto l’Incoronato al buon parroco? Cosa è avvenuto tra di loro? Quale segreto nascondono i due uomini? Se non è stato Giulio a uccidere il ragazzino… chi è stato? Dove si nasconde? Come risolvere il caso?

Ad aiutarla, l’anziano commissario Pintus e il fedelissimo vice Egidio Molinari.

Perché gli ho dato 7?

Il burattinaio ha, secondo me, un nome non che non gli rende giustizia. Ho dovuto leggere la sinossi più volte, ho dovuto fidarmi, ho dovuto af-fidarmi e poi… poi, grazie a Dio, non mi sono pentita. Ma è merito della Iannaccone, avessi dovuto scaricarlo io, con quel nome e quella cover no, non lo avrei fatto.

È una cosa soggettiva? Assolutamente sì, amici. Quindi, se non siete interessati a questo genere di cose (io tantissimo) potete proseguire nella lettura della recensione senza troppe preoccupazioni.

Questo è un racconto di poche pagine che ha due incredibili pregi stilistici:

  1. Sembrare molto, molto più lungo
  2. Sembrare più lungo perché non manca niente

C’è tutto. Compresso certamente perché le pagine non sono nemmeno settanta, ma c’è tutto e non si sente la mancanza di niente.

Che amo i racconti già lo sapete. Che amo i racconti scritti bene è inutile dirlo. E questo, nella sua limpidezza, chiarezza ed esaustività, è un raccontino giallo scritto bene. Certo, si potrebbe dire che il colpo di teatro è un pochiiino stiracchiato, e sicuramente i puristi avranno qualcosa da ridire, da correggere, da appuntare. Se ci ho fatto caso io che purista non sono… del resto, vedete, la mente umana è davvero molto complessa e basta guardare un tiggì o leggere un giornale per rendersene conto. Questa attuale spirale di follia dà la possibilità agli scrittori dei giorni nostri di avere molto margine per la loro inventiva. Niente è davvero incredibile (nel senso di poco credibile) e tutto è, alla luce dei fatti, possibile. Se possono tentare di rubare il corpo di Mike Bongiorno o di Enzo Ferrari, se possono tagliare tutti gli alberi di un parco immenso per far posto ai fans di Vasco Rossi, se possono ammazzare di botte un ragazzino dopo una banale lite fuori da un locale… c’è davvero limite a quello che può accadere nella realtà?

No.

Figuriamoci nella fantasia.

In definitiva un buon racconto con un buonissimo incipit che invoglia alla lettura, un personaggio principale che avrebbe potuto dire ancora molto, una chiusa esaustiva e che, tutto sommato, non lascia l’amaro in bocca sono tutti elementi che mi fanno giudicare positivamente il lavoro della Pepino.

Buona lettura, amici!

Il delitto perfetto

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Titolo: Il delitto perfetto

Autore: Sam Stoner

Editore: Selfpublishing

Anno: 2016

Pagine: 33

Prezzo: 3,49 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 0,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI: 

Il dottor Fois torna a casa dopo una giornata di lavoro. Ad attenderlo non c’è la moglie. La signora Fois, infatti, è senza vita nella casa di campagna. Il dottore assapora la libertà ritrovata ripercorrendo le ultime settimane che lo hanno portato a elaborare l’omicidio perfetto.

LA RECE DELLA KATE:

Il signor Fois torna a casa, come ogni sera. E come ogni sera aspetta di sentire i rimbrotti della moglie, la signora Fois, una donna collerica al limite del pericoloso che, in paese, non gode di una gran fama. Irosa, maleducata e manesca, ecco cos’è. Lo sanno tutti, perché lei non fa niente per nasconderlo. Ricca di famiglia e spocchiosa di natura, da molti anni una delle sue vittime preferite è proprio quel povero uomo del marito; di giorno stimato medico e profondo conoscitore di ogni meandro della scienza che esercita e di sera, a casa, semplice marionetta nella mani di una donna bolsa e fastidiosa, collerica, insistente e volgare. Già sente, quindi, la sua voce nelle orecchie. Fai questo! Fai quello! Lascia stare il gatto! Non appoggiare i piedi lì! No, nemmeno lì!

Ma… no. Aspettate un attimo.

Queste cose, stasera, non accadranno.

Non accadrà nulla di tutto ciò. Il dottor Fois può dare un calcio al gatto (che piacere anche il solo gesto!), può versarsi qualcosa da bere, può persino appoggiare i piedi sul complemento di arredo preposto a questo scopo. Lusso. Tutto questo, per lui, è semplicemente un lusso.

L’idea della morte della moglie lo fa sentire molto – pericolosamente – vicino alla pace dei sensi. Niente di troppo educato, siamo tutti d’accordo, ma le cose stanno esattamente in questo modo. Quasi le labbra si atteggiano a sorriso, in questo momento. Felicità per la morte della gentil consorte? No, non davvero. Non starebbe bene, lui è pur sempre un medico, un professionista, un’autorità di paese, cribbio! No, quella specie di sorriso è solo merito del relax agli arti inferiori. Dev’essere certamente quello il motivo. Solo e soltanto quello. E mentre assapora quegli attimi di puro piacere dei sensi, la sua mente torna indietro nel tempo e all’incontro con il notaio Govi che, pulce nell’orecchio dopo pulce nell’orecchio, ha dato la stura a una serie di situazioni violente e drammatiche che hanno cambiato per sempre la vita di (almeno) tre persone.

Perché gli ho dato 7?

Ciao, mi chiamo Caterina, per gli amici Cate o Kate e nella vita sono una specie di signora Fois.

Non esco benissimo dalla lettura di questo racconto.

Credo mi guarderò le spalle, da oggi in avanti.

Sì, lo ammetto: sono una stracciaballe.

Pensate a una donna pallosa. Pensate alle vostre compagne e a come possono essere fastidiose. Fatto? Elevate il tutto alla dieci. Fatto? Elevate ancora alla venti. Fatto? Quella sono io. Sì, signori. Non si direbbe (o forse sì) ma io sono una di quelle donne che parlano troppo. Tempo che entri dalla porta e io ho già detto almeno duetre cose. Tempo che ti togli la giacca ho già brontolato su qualcosa. Tempo che ti fai la doccia e ti ho già chiesto almeno quattro cose delle quali tre impossibili. Credo di aver preso sia da mio padre (per le cose impossibili) che da mia madre (per la petulanza). No, non sono una donna desiderabile.

E di questo si parla.

Di donne che tirano un tantineeello troppo la corda.

Stoner ne parla in maniera breve e concisa (credo che di questo argomento si potrebbe scriverne sino a finire tutto l’inchiostro presente sul pianeta) ma molto chiara e assolutamente divertente e godibile.

Il suo delitto perfetto è un giallo dal taglio piuttosto classico nel quale non trovano spazio polizia o commissari di sorta. Qui ci sono solo loro due. Fois e Govi. Due da giacca e cravatta. Due da caffè al bar. Due da segretaria ottuagenaria a sbrigare le pratiche. Due uomini, di cui uno un po’ troppo contento di aver perso la moglie a seguito di un attacco di cuore. E un uomo contento, si sa, si riconosce. E Fois sa riconoscere da lontano un uomo sano e felice. E Govi lo è. Govi, da poco vedovo, è felice e sano come un pesce. Sarebbe – dice lui – davvero una seccatura ammalarsi ora che la libertà è a portata di mano, no? Ma Govi e sano e adesso che è vedovo è anche – incredibilmente e stratosfericamente – libero. Libero dai doveri, dal dialogo forzato, dai rimbrotti, dai borbottii, dallo shopping il fine settimana, dal fai la spesa disfa la spesa. Libero. E felice.

Fois vuole quella felicità lì, e se la andrà a prendere.

La scrittura è scorrevole, la prosa semplice ed efficace, le atmosfere altrettanto semplici (divise tra lo studio medico e la casa dello stesso) ma ben studiate in quel mix di luce/ombra che dona a questo racconto breve un certo fascino, un “letto” ideale nel quale far riposare l’immaginazione del lettore.

Ideale per chi ama i gialli, per chi ama leggere storie brevi, per chi ha poco tempo per leggere e che vuole emozioni mordi e fuggi.

Vi prego però: vogliate bene anche a noi.

Adotta anche tu una donna stracciaballe.