Rimini beat

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Titolo: Rimini beat

Autore: Andrea Biondi

Editore: Clown bianco

Pagine: 383

Genere: Giallo

Prezzo: 17,50 euro per il formato cartaceo – 7,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 6

SINOSSI:

A Rimini c’è una cava, un luogo in cui succede sempre tutto. Gianluca, Matteo e Flavio sono tre ragazzini molto diversi tra loro, vivono nello stesso palazzo e stanno sempre insieme. Un pomeriggio d’inverno si recano alla cava per giocare e Matteo ha un incidente che cambierà le loro vite. Passano gli anni e Gianluca, che nel frattempo si era trasferito in un’altra città, torna nella casa di famiglia per smaltire la fine di una storia d’amore. Ma il suo ritorno rompe equilibri precari e sembra dare il via a una serie di omicidi. Un noir sorprendente di Andrea Biondi.

LA RECE DELLA KATE:

Quando Gianluca viene lasciato dalla sua fidanzata l’unica cosa che gli viene in mente di fare è tornare a casa, a Rimini. Lì ha lasciato tutti i suoi ricordi e quei vecchi amici che lo aiuteranno a risalire in sella dopo l’orgia di risentimento e dolore che lo hanno reso un uomo un po’ diverso. E così Gianluca ricomincia da Rimini in un’età nella quale in teoria vorresti essere sposato avere dei figli e un lavoro sicuro. Invece lui non ha niente di tutto questo; ha solo una gatta che le ha lasciato in eredità la fidanzata fedifraga, un animale che lo odia cordialmente e con il quale non c’è nessun tipo di dialogo e ancor meno di feeling. Pet therapy da escludere, insomma.

Scoprire che i suoi vicini di casa sono Alice e Matteo, poi, lo sconvolge sensibilmente. Matteo, il vecchio amico dell’infanzia. Matteo che ha smesso di parlare e si esprime a gesti e sguardi o, talvolta, con carta e penna. Matteo che non è mai più tornato sé stesso, dopo l’incidente alla cava. Ma che adesso è lì, davanti a lui; un uomo fatto e finito con un lavoro, una casa, una vita. L’opportunità di ritrovare un vecchio e caro amico è troppo ghiotta per farsela scappare: Gianluca ha bisogno di Matteo e forse anche di Alice, la sorella maggiore, bella e glaciale, avvocato rampante e issata su tacchi alti e pieni di stile, sempre di corsa, sempre di fretta, come se nessuno avesse, per lei, davvero importanza.

Quando una donna viene trovata barbaramente uccisa, Gianluca è deciso a camminare a ritroso negli anni per trovare il filo rosso che unisce quella morta a quella di altre due persone tra di loro collegate. Sono morti sospette e Gianluca ha tempo, troppo tempo per pensarci. Pensando a queste cose dimenticherà i suoi guai, quella ex fidanzata che non riesce del tutto a dimenticare, Alice che fugge, il lavoro frustrante. Tutto, pur di non pensare.

Perché gli ho dato 6?

Ho dato 6 a questo romanzo perché, pur avendo un plot interessante, tende a perdere di vista l’obiettivo.

Ho trovato che quasi quattrocento pagine per un giallo classico fossero decisamente troppe e che troppo spesso si tendesse a girare in loop sullo stesso concetto in maniera quasi meccanica, come se si dovesse per forza riempire fogli. E se spesso me la prendo (bonariamente) con chi non trova il coraggio di uscire dalla zona sicura del raccontino da trenta pagine, così – sempre bonariamente – me la prendo con chi (secondo me, sia chiaro) tende a essere inutilmente verboso. Lo sbrodolamento può essere accattivante in un romance (quanti centrini ci sono nella stanza da letto della nonna?) ma in un giallo, probabilmente, è necessario essere un filo più incisivi. Se poi dopo trecentottanta pagine mi risolvi la questione in due… eccheccaspita! Sorrido, sia chiaro. Prima di tutto perché sono una blogger buona, secondo perché il libro mi è fondamentalmente piaciuto. E voi direte: “Ammazza, pensa se non ti fosse piaciuto!”

Ma è proprio perché trovo che l’autore sappia scrivere che mi incavolo. Ha proprietà di linguaggio e anche una prosa accattivante. Sa armeggiare attorno ai personaggi, sa ingraziarsi il lettore. Ho adorato la gatta, ho adorato Alice, ho adorato il datore di lavoro e amico storico Sergio (anche se è grezzo come una trebbiatrice).

Ma mi è mancata immensamente Rimini. La location di questo libro, per una persona che di Rimini non è, poteva essere Bologna, Modena, Noto. E’ poco caratterizzata (a parte da una topografia incomprensibile a tutti coloro che riminesi non sono) e questo si sente, manca, se ne sentiva il bisogno e sarebbe stato, magari, vincente. Una Rimini invernale e grigia e fosca contrapposta a quella che in tanti conosciamo, odorosa di monoi e tiarè e luccicante di sudore, avrebbe dato un’impronta al romanzo ancora più soggettiva, più intima.

In conclusione: 

Secondo me si potrebbe riassumere così: un bel romanzo in sé e per sé. Un romanzo giallo al quale manca qualcosa.

Cover bella ma non centratissima e correzione bozza non sempre precisa.

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10 libri per avere sempre l’estate dentro

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Questo post avrei dovuto farlo a luglio, ma a luglio non ho avuto tempo, altrimenti l’avrei fatto e voi sareste andati in vacanza con i consigli della Kate, che sarei io. Ma insomma, davvero non ho avuto modo, perché queste son sempre cose delicate, non è che ti puoi improvvisare e io in estate per la maggior parte del tempo faccio la mamma e quando faccio la mamma non riesco proprio a mettermi al piccì a scrivere cose che debbono sembrare intelligenti.

 

(Avevo scritto un cacchio di papiro, ma mi rendo conto che è meglio farla finita e arrivare al sodo.)

Allora cosa si fa quando si è in ritardo col blog di quei due mesetti?

Be’, si consigliano dieci libri dieci (i migliori letti nell’ultimo anno) che vi aiuteranno a lasciarvi alle spalle la bellissima estate che avete passato e vi accompagneranno verso l’autunno grigio che sta per arrivare avendo il sole dentro!

Perché l’estate non è una stagione, ma un modo di essere!

Seguitemi!

(Cliccando sopra al titolo sarete indirizzati alla recensione sul mio blog)

La sposa scomparsa

Un giallo tutto italiano che coniuga atmosfere avvincenti e personaggi indimenticabili.

Vincerò – l’ultima partita con Luciano Pavarotti

A dieci anni dalla morte, un libro inchiesta dai tratti irriverenti per raccontare la vita privata del più grande tenore di tutti i tempi.

Lei che ama solo me

Un thriller psicologico mozzafiato, un romanzo che ha fatto infiammare Amazon.

Il libro dei Baltimore

Il prequel di La verità sul caso Harry Quebert. Una saga familiare e il racconto di una vita che rileggerei ogni mese. Un altro thriller indimenticabile.

I misteri di Chalk Hill

Un po’ Jane Eire, un po’ Il giro di vite di Henry James, I misteri di Chalk Hill è un irrinunciabile per tutti coloro che vogliono atmosfere e mistero. Da pelle d’oca.

A volte si muore

In un’Italia distopica che fa paura, i due eroi Vergy e Claudio (già famosi per la trilogia vampirica de Il 18° vampiro, Il 36° giusto e L’ora più buia) devono loro malgrado combattere contro un nemico invisibile: il bisbiglio. Action, ma anche humor e qualche spietata considerazione sulla vita in un romanzo indispensabile.

Contaminati

Un po’ fantasy, un po’ thriller, Contaminati è stata la rivelazione dell’anno. Due giovani scrittrici italiane hanno dato vita a una cosa che, oltreoceano, avrebbe sbancato.

Nightcrawlers

Horror ad altissimi livelli. Creature del buio che ghermiscono e terrorizzano. Incredibilmente bello.

A disabilandia si tromba

Per parlare di disabilità in maniera scanzonata, senza prendersi troppo sul serio ma senza nemmeno buttare tutto in vacca. Una lettura intelligente e divertentissima per sensibilizzare e far conoscere.

La piccola casa dei ricordi perduti

Un romance classico che vi farà sognare trasportandovi nel sud della Francia, in una piccola locanda caratteristica e molto, molto dolce, tra i profumi della terra e quelli di cibi sapientemente preparati. Un amore lieve ma una passione incontrollabile per una terra che non lascia scampo.

Bonus track:

Il bambino bugiardo

Un altro thriller psicologico. Lo metto alla fine di tutto perché il finale è molto deludente ma tutto il resto del libro è BELLISSIMO. Leggetelo lo stesso, dai.

 

I clown bianchi – 13 storie d’autore

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Titolo: I clown bianchi – 13 storie d’autore

Autore: AA. VV.

Editore: Clown bianco

Anno: 2017

Pagine: 176

Prezzo: 6,49 euro in formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

 

SINOSSI:

Ci sono un vecchio amico di Fellini e un killer di mafia innamorato. Due gemelle difficili e una scelta che potrebbe salvare il mondo. Bambini stregoni e tatuaggi che spaventano. E si parla di una coppia stanca, di una curva assassina e di qualcosa che vive là sotto. Tredici autori importanti si divertono a raccontarci storie dove avere paura diventa un piacere.

 

LA RECE DELLA KATE:

Quando la giovanissima casa editrice ravennate mi ha proposto questa antologia mi sono, istintivamente, leccata le labbra. Non c’è niente di più bello, soddisfacente e godurioso per un recensore come me che essere presi in considerazione per un progetto tanto bello e divertente. Al netto dell’horror, del crime e dei clown (in parte protagonisti di questa raccolta) vale la pena fare un rapido download anche solo per rendere omaggio e godersi i roboanti nomi che hanno prestato la loro arte alla casa editrice Clown bianco e che hanno quindi contribuito a dare al progetto la visibilità e lo spessore che merita.

Ed ecco, quindi, accomodatevi in poltrona, mettetevi ben comodi, prendete pure qualcosa da mangiare, se vi va. Tanto non mangerete niente, vi dimenticherete anche di bere, e di pensare e dimenticherete alfine anche di esserci. Il viaggio sarà breve, quasi un film messo a velocità doppia. Una storia, un’altra ancora, un’altra ancora in un corsa che diventa sempre meno elegante, sempre meno pensata, sempre meno controllata. Perché un racconto finisce ma voi avrete bisogno di altra adrenalina e altra ancora e altra ancora. Un’altra dose. Sono brevi e belli proprio perché minimali, perché essenziali. Sono semi di paura che vengono piantati nel cervello e germogliano pagina dopo pagina, divertendo ma anche creando atmosfere ogni volta diverse e sempre studiate ad hoc per intrattenere il lettore con misura e sapienza.

Un battito di ciglia e si è a bordo di una Fiat vecchia e puzzolente, tra curve pericolose e il veloce blaterare di una donna non più giovane e piuttosto bolsa.

Un altro battito di ciglia. Siamo piccoli, siamo al buio, siamo nelle mani di ragazzini come noi, siamo folli.

Un altro ancora. Siamo in un vicolo, la pistola in mano, il freddo morso della morte che stringe in un abbraccio il caldo pulsare di un amore sbagliato.

Un altro ancora e, nel buio della notte, appeso a un arco, la tetra figura di un uomo di nero vestito, impiccato, il corpo oscillante in balia dei venti della sera.

E poi il tentativo di combattere il male compiendo, in extremis, altro male. Un male grande per un bene ancor più grande. Quello dell’umanità.

Perché gli ho dato 7?

I clown bianchi è un’antologia molto ricca in tutti i sensi. Ricca di nomi “importanti” ma anche ricca di contenuti molto diversi, variegati e tutti – senza nessuna distinzione – moderni, freschi e agili.

Una prosa snella e senza fronzoli e uno stile pulito e minimale contribuiscono a far scorrere la lettura senza nessun intoppo, rendendo l’esperienza un vero e proprio divertimento “al minimo sforzo”. È quasi – pare – come un binge watching di puntate di una serie tv decisamente ben riuscita.

Molti di questi racconti hanno come protagonisti proprio loro, i clown. Da sempre al centro della scena horror (ne abbiamo già parlato su questo blog), il clown fornisce il perfetto archetipo per un racconto da brivido a qualunque latitudine ci troviamo, qualunque sia la nostra età. Credo di saperlo bene: odio i clown. Non che mi abbiano mai fatto niente, sia chiaro. Nessun tombino e nessun naso rosso nei miei incubi, ma insomma… non mi piacciono, mettiamola così. Quel sorriso dipinto non mi convince. Quei ciuffi di capelli rossi ancora meno. Il sudore che deve esserci sotto quel costume poi… non ne parliamo. C’è una foto che mi ritrae insieme a un clown. Non so se faccia più paura la mia pettinatura (maledetti anni Novanta), il simpatico clown o la mia faccia (quella era colpa del clown).

E se quindi tutti i tasselli di questo macabro puzzle sono andati al loro posto (autori, stili e temi trattati) è pur vero che io, da lettrice, ho sentito sin troppo il senso di velocità. La sensazione è che la tastiera di questi scrittori scottasse e che a un certo punto si siano tutti trovati a dover concludere la loro storia in quattro e quattro otto per portare a termine il loro lavoro e andare a mettere la punta delle dita sotto l’acqua fredda. Ed ecco spiegato il 7 invece che un bell’8 pieno.

Ovviamente amici, sia chiaro: questa è la mia personale opinione, tra l’altro dopo aver chiarito che a me, in linea generale, la fluidità e la velocità piacciono (Iddio solo sa quanto sono stanca di narrazioni-pipponi) ma, ecco, in certi casi qui mi sono sentita un pochino sopra un ottovolante.

Ah, certo. Volete sapere i miei preferiti. Allora correte subito a leggere “Dietro ogni curva” della Avanzato, “Malabimbi” di Bonazzi per il terrore cieco, “Brusco risveglio per la famiglia Buzzone” di De Marco per le stupende atmosfere notturne, “La terza via” per l’interessante quesito iniziale (e la mia risposta è sì) e “L’ultimo sorriso del clown bianc0” di Padua.

Un sentito ringraziamento agli amici della casa editrice e i miei più vivi complimenti per il progetto molto ben riuscito, dunque.

Buona lettura!

 

Il burattinaio

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Titolo: Il burattinaio

Autore: Alessandra Pepino

Editore: Nero Press

Anno: 2017

Pagine: 63

Prezzo: 0,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Mindy Iannaccone è un commissario molto particolare. In perenne lotta con la sua linea in sovrappeso, è un tipo schietto e verace, che non bada alle buone maniere quando c’è da lavorare. Il ritrovamento del corpo di un bambino sulla spiaggia di Acquamorta, a Monte di Procida, vicino Napoli, dà inizio alle indagini. Quando, la mattina dopo, si presenta in questura don Giulio, un prete che un tempo lei aveva conosciuto e stimato, confessando di essere l’assassino del piccolo, lei stenta a crederci. Don Giulio sembra però convinto di ciò che dice e Mindy, che vuole vederci chiaro, comincia a indagare sul suo passato, scoprendo che, tanti anni prima, l’uomo si era spretato dopo aver fatto visita, in carcere, a un detenuto di nome Carmine Incoronato, che aveva a sua volta ucciso un ragazzino. Ma che legame c’è tra i due?  E Incoronato sarà disposto a collaborare? Mindy non si fermerà davanti a niente pur di scoprire la verità.

LA RECE DELLA KATE:

Non c’è giallo classico senza un commissario e non c’è commissario degno di tal nome (o perlomeno, ma questa è la cosa più importante, che piaccia a me) che non abbia una forte caratterizzazione del personaggio.

Mindy (che – attenzione – non è il diminutivo di Melinda) Iannaccone non fa differenza. Quasi (quasi!) quarant’anni, otto chili in più, un grande e spasmodico amore per il cibo che la sua dietologa non approva, troppe, troppe mele e verdurine da sgranocchiare, un gatto e nessun marito, è piuttosto burbera senza essere aggressiva e possiede quella dolce schiettezza partenopea che le impedisce di sembrare una gran maleducata. Ama il suo lavoro ma sui pasti non transige. Forse perché non transige la sua dietologa, pensiamo noi. Comunque insomma, essere disturbata dopo una lunga giornata di lavoro proprio quando si sta accingendo a mangiare tonno in scatola e due o tre verdurine dall’aspetto nosocomiale proprio no, non va bene.

Ma la cena aspetterà, almeno questa volta.

Si chiamava Luca Sollo, aveva appena dodici anni ed era un bravo ragazzino. Un bravo ragazzino che è stato malmenato, stuprato e affogato. E a comparire davanti a Mindy chi è? Il suo vecchio parroco, un uomo buono che ha sempre amato i bambini e che (ci mancherebbe altro) li ha sempre rispettati. Uno di quei preti di provincia che tutti amano, che diventano parte della cittadinanza, che tutti chiamano col nome di battesimo invece di “signor parroco”, capito come? E qell’uomo, adesso, invecchiato certamente ma sempre quell’uomo, sta dicendo a Mindy che è stato a lui a compiere quelle efferatezze sul corpo del povero Luca. E adesso chi lo dice alla famiglia? Ma soprattutto: chi riesce davvero a convincersi che l’autore dell’omicidio sia proprio il buon don Giulio?

Mindy non ci sta. Bisogna parlare con Padre Salvatore, il decano dei preti, uno che sa tutto. E lui ha delle cose interessanti da dire a Mindy. Primo: Giulio si era spretato, di fatto non è più un uomo di chiesa. Secondo: questo è avvenuto dopo che il prete aveva incontrato un famoso assassino in prigione, dodici anni prima. Si chiamava Incoronato. Carmine Incoronato. Quel Carmine Incoronato che aveva violentato e bruciato vivo un bambino della provincia di Napoli. Da quell’incontro Giulio non è stato più lo stesso. Poi, all’improvviso, ha deciso di rompere il voto.

Mindy adesso ha un solo obiettivo: scoprire cosa sia successo dentro quella cella dodici anni fa. Cos’ha detto l’Incoronato al buon parroco? Cosa è avvenuto tra di loro? Quale segreto nascondono i due uomini? Se non è stato Giulio a uccidere il ragazzino… chi è stato? Dove si nasconde? Come risolvere il caso?

Ad aiutarla, l’anziano commissario Pintus e il fedelissimo vice Egidio Molinari.

Perché gli ho dato 7?

Il burattinaio ha, secondo me, un nome non che non gli rende giustizia. Ho dovuto leggere la sinossi più volte, ho dovuto fidarmi, ho dovuto af-fidarmi e poi… poi, grazie a Dio, non mi sono pentita. Ma è merito della Iannaccone, avessi dovuto scaricarlo io, con quel nome e quella cover no, non lo avrei fatto.

È una cosa soggettiva? Assolutamente sì, amici. Quindi, se non siete interessati a questo genere di cose (io tantissimo) potete proseguire nella lettura della recensione senza troppe preoccupazioni.

Questo è un racconto di poche pagine che ha due incredibili pregi stilistici:

  1. Sembrare molto, molto più lungo
  2. Sembrare più lungo perché non manca niente

C’è tutto. Compresso certamente perché le pagine non sono nemmeno settanta, ma c’è tutto e non si sente la mancanza di niente.

Che amo i racconti già lo sapete. Che amo i racconti scritti bene è inutile dirlo. E questo, nella sua limpidezza, chiarezza ed esaustività, è un raccontino giallo scritto bene. Certo, si potrebbe dire che il colpo di teatro è un pochiiino stiracchiato, e sicuramente i puristi avranno qualcosa da ridire, da correggere, da appuntare. Se ci ho fatto caso io che purista non sono… del resto, vedete, la mente umana è davvero molto complessa e basta guardare un tiggì o leggere un giornale per rendersene conto. Questa attuale spirale di follia dà la possibilità agli scrittori dei giorni nostri di avere molto margine per la loro inventiva. Niente è davvero incredibile (nel senso di poco credibile) e tutto è, alla luce dei fatti, possibile. Se possono tentare di rubare il corpo di Mike Bongiorno o di Enzo Ferrari, se possono tagliare tutti gli alberi di un parco immenso per far posto ai fans di Vasco Rossi, se possono ammazzare di botte un ragazzino dopo una banale lite fuori da un locale… c’è davvero limite a quello che può accadere nella realtà?

No.

Figuriamoci nella fantasia.

In definitiva un buon racconto con un buonissimo incipit che invoglia alla lettura, un personaggio principale che avrebbe potuto dire ancora molto, una chiusa esaustiva e che, tutto sommato, non lascia l’amaro in bocca sono tutti elementi che mi fanno giudicare positivamente il lavoro della Pepino.

Buona lettura, amici!

Il delitto perfetto

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Titolo: Il delitto perfetto

Autore: Sam Stoner

Editore: Selfpublishing

Anno: 2016

Pagine: 33

Prezzo: 3,49 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 0,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI: 

Il dottor Fois torna a casa dopo una giornata di lavoro. Ad attenderlo non c’è la moglie. La signora Fois, infatti, è senza vita nella casa di campagna. Il dottore assapora la libertà ritrovata ripercorrendo le ultime settimane che lo hanno portato a elaborare l’omicidio perfetto.

LA RECE DELLA KATE:

Il signor Fois torna a casa, come ogni sera. E come ogni sera aspetta di sentire i rimbrotti della moglie, la signora Fois, una donna collerica al limite del pericoloso che, in paese, non gode di una gran fama. Irosa, maleducata e manesca, ecco cos’è. Lo sanno tutti, perché lei non fa niente per nasconderlo. Ricca di famiglia e spocchiosa di natura, da molti anni una delle sue vittime preferite è proprio quel povero uomo del marito; di giorno stimato medico e profondo conoscitore di ogni meandro della scienza che esercita e di sera, a casa, semplice marionetta nella mani di una donna bolsa e fastidiosa, collerica, insistente e volgare. Già sente, quindi, la sua voce nelle orecchie. Fai questo! Fai quello! Lascia stare il gatto! Non appoggiare i piedi lì! No, nemmeno lì!

Ma… no. Aspettate un attimo.

Queste cose, stasera, non accadranno.

Non accadrà nulla di tutto ciò. Il dottor Fois può dare un calcio al gatto (che piacere anche il solo gesto!), può versarsi qualcosa da bere, può persino appoggiare i piedi sul complemento di arredo preposto a questo scopo. Lusso. Tutto questo, per lui, è semplicemente un lusso.

L’idea della morte della moglie lo fa sentire molto – pericolosamente – vicino alla pace dei sensi. Niente di troppo educato, siamo tutti d’accordo, ma le cose stanno esattamente in questo modo. Quasi le labbra si atteggiano a sorriso, in questo momento. Felicità per la morte della gentil consorte? No, non davvero. Non starebbe bene, lui è pur sempre un medico, un professionista, un’autorità di paese, cribbio! No, quella specie di sorriso è solo merito del relax agli arti inferiori. Dev’essere certamente quello il motivo. Solo e soltanto quello. E mentre assapora quegli attimi di puro piacere dei sensi, la sua mente torna indietro nel tempo e all’incontro con il notaio Govi che, pulce nell’orecchio dopo pulce nell’orecchio, ha dato la stura a una serie di situazioni violente e drammatiche che hanno cambiato per sempre la vita di (almeno) tre persone.

Perché gli ho dato 7?

Ciao, mi chiamo Caterina, per gli amici Cate o Kate e nella vita sono una specie di signora Fois.

Non esco benissimo dalla lettura di questo racconto.

Credo mi guarderò le spalle, da oggi in avanti.

Sì, lo ammetto: sono una stracciaballe.

Pensate a una donna pallosa. Pensate alle vostre compagne e a come possono essere fastidiose. Fatto? Elevate il tutto alla dieci. Fatto? Elevate ancora alla venti. Fatto? Quella sono io. Sì, signori. Non si direbbe (o forse sì) ma io sono una di quelle donne che parlano troppo. Tempo che entri dalla porta e io ho già detto almeno duetre cose. Tempo che ti togli la giacca ho già brontolato su qualcosa. Tempo che ti fai la doccia e ti ho già chiesto almeno quattro cose delle quali tre impossibili. Credo di aver preso sia da mio padre (per le cose impossibili) che da mia madre (per la petulanza). No, non sono una donna desiderabile.

E di questo si parla.

Di donne che tirano un tantineeello troppo la corda.

Stoner ne parla in maniera breve e concisa (credo che di questo argomento si potrebbe scriverne sino a finire tutto l’inchiostro presente sul pianeta) ma molto chiara e assolutamente divertente e godibile.

Il suo delitto perfetto è un giallo dal taglio piuttosto classico nel quale non trovano spazio polizia o commissari di sorta. Qui ci sono solo loro due. Fois e Govi. Due da giacca e cravatta. Due da caffè al bar. Due da segretaria ottuagenaria a sbrigare le pratiche. Due uomini, di cui uno un po’ troppo contento di aver perso la moglie a seguito di un attacco di cuore. E un uomo contento, si sa, si riconosce. E Fois sa riconoscere da lontano un uomo sano e felice. E Govi lo è. Govi, da poco vedovo, è felice e sano come un pesce. Sarebbe – dice lui – davvero una seccatura ammalarsi ora che la libertà è a portata di mano, no? Ma Govi e sano e adesso che è vedovo è anche – incredibilmente e stratosfericamente – libero. Libero dai doveri, dal dialogo forzato, dai rimbrotti, dai borbottii, dallo shopping il fine settimana, dal fai la spesa disfa la spesa. Libero. E felice.

Fois vuole quella felicità lì, e se la andrà a prendere.

La scrittura è scorrevole, la prosa semplice ed efficace, le atmosfere altrettanto semplici (divise tra lo studio medico e la casa dello stesso) ma ben studiate in quel mix di luce/ombra che dona a questo racconto breve un certo fascino, un “letto” ideale nel quale far riposare l’immaginazione del lettore.

Ideale per chi ama i gialli, per chi ama leggere storie brevi, per chi ha poco tempo per leggere e che vuole emozioni mordi e fuggi.

Vi prego però: vogliate bene anche a noi.

Adotta anche tu una donna stracciaballe.

È così difficile morire

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Titolo: È così difficile morire?

Autore: Fabrizio Cavazzuti

Editore: Artestampa

Anno: 2017

Pagine: 256

Prezzo: 16,00 euro per il formato cartaceo disponibile qui – 7,49 per il formato digitale disponibile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Un cimitero al tramonto, una ragazza, un assassino. Ecco i tre classici ingredienti con cui può cominciare un buon horror. Ma c’è un problema: lo scrittore non riesce a buttare giù nemmeno una riga e continua a mangiare compulsivamente caramelle alla liquirizia. La ragazza, a dire il vero, non è molto carina, e il cimitero è più un poetico camposanto di montagna che un luogo sinistro e spettrale come vorrebbe il genere. Bisogna accontentarsi. Siamo a Lotta di Fanano, un piccolo borgo dell’Appennino modenese, all’inizio del Novecento. Sembra tutto abbastanza normale, a parte quella cosa che luccica nella mano di un losco figuro apparso all’improvviso, e che colpisce ripetutamente la ragazza, senza pietà. Lei non urla però, nemmeno un’invocazione d’aiuto, mentre l’assassino continua a infierire su di lei, senza colpirla a morte, sembra quasi che aspetti un suo grido…

LA RECE DELLA KATE:

Fabrizio Cavazzuti è, prima di tutto, un amico.

Nel 90% dei casi sono gli altri a chiedermi una recensione, ma con gli amici devo chiedere IO di poter recensire. Sapete, credo sia una questione di pudore. Siamo amici, sfrutto l’amicizia per una recensione (che pur essendo, appunto, mia, comodo fa sempre)? Nahhh, la gente non lo fa, di solito. Gli amici-amici, dico. Gli amici normali lo fanno eccome (e fanno benisssssssimo!). Ma con gli amici-amici devo essere io a propormi. E lo faccio sempre con immenso piacere, soprattutto quando SO di essere in buonissime mani.

E con Fabrizio SONO in buonissime mani.

Fabrizio è un giallista che ama aggirarsi, come piace a me, nel suo territorio. Conosce e ama la sua città, Modena, e conosce e ama le sue montagne, che ama frequentare e godere in tutta la loro bellezza. Avete presente il Cimone? Andate a vedere qualche foto su Google, su, correte.

Io lo vedo, il Cimone, alla mattina. Quando c’è bel tempo si vede benissimo, nonostante io sia molto lontana da lui. Senza foschie e senza nubi quasi si può vedere a occhio nudo l’osservatorio posto sulla sua cima. Si può vedere tutto, anche i singoli accumuli di neve. Sembra rosa, da lontano e col sole messo in quella posizione. Quasi è bello abitare in pianura quando ti svegli e puoi ammirare uno spettacolo del genere.

Io, poi, ho anche una casetta sull’Appennino tosco-emiliano, ve ne avevo già parlato. Il paesino (il più grande dell’Appennino, direi, ma forse dico una str…) si chiama Pievepelago. Caratteristico, piccino, incastrato tra le montagne, abbastanza lontano da Modena da sentirsi in vacanza, abbastanza vicino a Modena da poterci andare comodamente facendo solo due orette di auto. Questo per dire, insomma, che conosco bene le atmosfere, se non i luoghi, nei quali Cavazzuti ambienta i suoi romanzi e quindi altrettanto bene riesco a lasciarmi le più sfruttate location cittadine alle spalle per tuffarmi di testa nelle sue sempre bellissime storie.

Appena partita e sto già facendo confusione. Ma voi mi capirete: non solo sono le 9 del mattino di sabato, non solo ho dormito malissimo, ma questo romanzo è anche MOLTO particolare. E se sarete così buoni da scaricare almeno un estratto del romanzo da Amazon vi accorgerete che recensirlo non è affatto semplice.

Calma.

La storia.

La storia è presto detta, siamo pur sempre in un giallo.

Siamo a Lotta di Fanano, un piccolissimo paese di montagna. Chiudete gli occhi. Lo immaginate no? No, però aspettate. Siamo nel 1910. Adesso sì che, forse, potete immaginarlo bene. Quante case? Quindici? Forse venti? Facciamo trenta, ma non credo ce ne saranno state molte di più. Una piccolissima piazza? Può essere. Sicuramente una chiesa. Le panchine c’erano? Non saprei, forse qualche sedia piazzata sotto gli alberi più frondosi e comunque non adesso, visto che non è estate. Insomma, un bus, un buco, come diciamo noi da queste parti. Tutti conoscono tutti. C’è un medico, c’è un prete, c’è la matta del paese, ci sono i ragazzi annoiati che ancora non sanno che a pochi chilometri c’è Modena, che anche nel 1910 doveva essere una figata ma loro sono lì a marcire.

No, aspetta.

Non marciscono.

Muoiono. Tutti.

Eh sì, a Lotta di Fanano accade questo. I ragazzi muoiono.

Tutto ha avuto inizio con l’aggressione a Giliola nel cimitero cittadino. Tagli e ferite e lei nemmeno un fiato. Così poca soddisfazione che l’aggressore si è dileguato nella notte senza finirla definitivamente. Ma lei non ha urlato mica per non dargli soddisfazione, è che è sordomuta. Ma insomma, lei se non altro è sopravvissuta. Certo, per star bene sta mica bene. Ha un problema di tagli ovunque. Ma è viva. Lo stesso non può dire Rosa, la figlia di Ulrico. Lo stesso non può dire Luigina. Lo stesso non può dire la madre di Luigina. Lo stesso non può dire Fulvio. O Olmo. Insomma, c’è un po’ di caos. Ci sarebbe caos anche se si trattasse della città, ma trattandosi di un bus, di un buco, le cose si complicano un tantino anche per quelle più gnocche, più semplici. Tutta ‘sta gente è da portare a Pavullo, per dire, e di macchine non è che ce ne siano tante, anzi. C’è da organizzare i trasporti e poi, naturalmente, cercare di capire chi si sta divertendo a falcidiare alcuni ragazzi del paese.

A farsi carico – per amore della sua bella Giulietta-la-pazza – delle indagini, il medico del paese. Che non dev’essere una bellezza, ma ha se non altro un gran cuore e un certo spirito investigativo.

Insomma, niente commissari, niente detective, niente CSI.

Qui siamo a inizio ‘900, essere vivi è già un miracolo, un pericoloso assassino si aggira o tra le case o tra i boschi, fatto sta che nessuno dice che il prossimo non potresti essere tu e insomma… le cose non vanno benissimo.

In mezzo a questo calderone di informazioni, sangue e morti, c’è anche un narratore suonato come una campana che non sa bene come raccontare le cose per rendere l’idea e che continua a spostarsi da un personaggio all’altro per modificare il POV (il punto di vista, ormai dovreste saperlo) a vantaggio del lettore. Le difficoltà sono quindi due: tenere a bada ‘sto narratore sui generis e riuscire a capire come dipanare anche solo un pochino la nebbia che aleggia nelle nostre menti semplici (la mia, perlomeno).

Perché gli ho dato 7½?

Anche in questo caso mi sento di fare due discorsi ben distinti.

Il primo deve per forza riguardare la scelta narrativa, sicuramente se non nuova, almeno coraggiosa.

Il secondo deve riguardare invece il plot narrativo.

Il plot narrativo è classico (la gente muore -> ollallà chi sarà mai stato?), ma la soluzione arriva con molta fatica. Personalmente avrei preferito, a vantaggio di chi i gialli non li mangia per colazione, più chiarezza. Vero è che vengono fatti molti riassunti a beneficio del lettore, ma questo volta nemmeno quelli mi sono stati sempre sempre di aiuto. Talvolta sembra che ci fosse una vera urgenza di scrivere senza però tenere conto del fruitore finale del prodotto. Il cliente, il lettore.

La scelta narrativa è invece encomiabile, simpaticissima, unica nel suo genere. Il narratore di questa storia è un uomo del presente come noi che si ritrova, chissà mai perché (non viene specificato e a noi poco deve importare) nel 1910 e, per sua sfortuna, si trova a dover assistere alla prima aggressione. La ragazza è bruttina, non è certo quella gran gnocca da salvare, e comunque lui non può agire in nessun modo sulla storia ma… oh, insomma, intanto ha visto e adesso qualcosa deve fare. E cosa fa? Racconta. Più che narrazione diventa quindi una sorte di cronaca radiofonica scanzonata e a tratti imbranata che riesce perfettamente a far sì che questo romanzo non si prenda sul serio.

Ormai lo sapete come la penso, o lo sa chi è, con me, in rapporti stretti.

Il ruolo dello scrittore maledetto che si prende tanto sul serio a me sta stretto. Eppure ce ne sono davvero tanti. Voi non potete immaginare quanti. Il punto è che voi magari siete gente normale e non frequentate come me il mondo editoriale e quello degli scrittori. Ma io vi assicuro che là fuori c’è gente strana. Gente che vende due libri l’anno e quando gli viene chiesto Che lavoro fai cicciobello? Questo risponde, tronfio, Lo scrittore! Gente che si autocita su Facebook, manco citasse la Levi Montalcini. Gente che ti grattugia i maroni tutti i giorni e che (scusate il gergo) spamma ogni scoreggia che fa.

No no no no. Così non va bene.

Io ho bisogno di leggerezza. Ho bisogno di gente scanzonata. Ho bisogno di gente che scrive per divertirsi e per comunicare, non per diventare Lo scrittore. Ho bisogno di genuinità e questo libro, pur con tutte le sue imperfezioni (una cover secondo me molto migliorabile, un editing a volte un po’ troppo sbarazzino e qualche virgola ficcata qui e lì a caso) è GENUINO. E diverte. Diverte anche quando la soluzione al dilemma si fa difficile, anche quando il tutto diventa un po’ telenovela, diverte anche quando i personaggi sono abietti e non commentabili. Perché un po’ ti dimentichi che si sta parlando di una cosa seria, di molti morti, di una scia di sangue inquietante. Colpa di quell’imbecille del narratore, che ogni tanto parte per la tangente e si dimentica qual è il suo ruolo, accidenti a lui.

Insomma, tra una cosa e l’altra, un punto di demerito e molti di merito, io l’ho letto in un fiato e anche quando mi chiedevo “Maccccheccazz….???” comunque continuavo a leggere, perché la sua alchimia, la sua magia, questo libro la stava compiendo.

Se amate i gialli, se amate la scrittura sbarazzina, se non siete dei bacchettoni e vi piace divertirvi… scaricatelo, compratelo, fate quello che volete ma leggetelo.

E quando lo leggerete capirete anche che il titolo dato a questo romanzo è semplicemente geniale e adorabile.

Poi andate a recuperare anche gli altri libri di Cavazzuti, sempre gialli ma più tipici, meno visionari. Vale la pena.

Buon sabato, bimbiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!!!

Il ricordo della farfalla

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Titolo: Il ricordo della farfalla

Autore: Laura Platamone

Editore: Nero Press

Anno: 2016

Pagine: 43

Prezzo: 0,99 euro per il formato digitale scaricabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI: 

L’omicidio di una giovane donna rappresenta per il commissario Francesca Clivi l’inizio di un viaggio a ritroso nel tempo. Trent’anni prima Diego era il suo migliore amico, adesso invece è uno sconosciuto sospettato di omicidio. Intanto la prima voce del Concerto di Natale scompare a poche ore dalla prima dello spettacolo. Riuscirà il commissario Clivi a venire a capo di entrambe le indagini?

LA RECE DELLA KATE:

Il commissario Francesca Clivi è una donna tutta d’un pezzo.

Intendiamoci: non è che sia una persona rigida o gratuitamente antipatica, ha solo… le sue idee.

Prima di tutto, il Natale fa schifo. Troppe luci, troppe decorazioni, troppe smelensaggini per una persona che, come lei, bada solo alla sostanza. E poi c’è il lavoro. Se nei suoi ricordi e nella sua mente può permettersi di pensare a sé stessa solo come a Francesca, non appena entra in ufficio (con quindici minuti precisi di anticipo) diventa per tutti il commissario Clivi. Integerrima, concentratissima, priva di fronzoli inutili. Come quelli del Natale, appunto.

A farle da contraltare il collega Salemi, più giovane di una decina di anni e genuinamente felice di svolgere il suo lavoro con un bel sorriso stampato in faccia, sempre pronto a sorprendere il suo capo (e beniamina) con colpi di genio praticamente inesistenti ma con una carica e un’energia che Francesca pare proprio non comprendere.

E se già il Natale fa schifo, ci volevano pure due casi da risolvere. Non uno. Due.

Il primo è il caso Marini. Donna. 23 anni. Segretaria. Uccisa con un colpo di pistola da distanza ravvicinata.

Il secondo è la scomparsa di Sara Matteucci, 24 anni, insegnante di violino e prima voce del coro.

Il problema del primo è che la Marini era la fidanzata dell’ex migliore amico di Francesca, Diego.

Il problema del secondo è che di certo la Matteucci non è andata a farsi una gitarella di piacere per spezzare la tensione pre-concerto.

Per Francesca (non per il commissario Clivi, proprio per Francesca) cominciano guai seri. Dopo moltissimi anni è costretta a indagare proprio su Diego, il principale indiziato. E questa indagine rischia di essere inficiata dai ricordi del passato, da quella farfalla strappata alla vita con studiata crudeltà. È vero, Diego era solo un bambino. Ma se sei capace di fare del male a un animale indifeso e di vederlo morire in mezzo al dolore… forse… forse sei anche capace di uccidere la tua compagna. Gelosia? Rabbia? Davvero Diego può aver ucciso una donna? Davvero il suo migliore amico si è trasformato in un aguzzino?

E la Matteucci che fine ha fatto? Possibile che a poche ore dalla prima del concerto una ragazza ligia al dovere come lei sparisca nel nulla lasciando solo la sua auto davanti al teatro?

Perché gli ho dato 7?

L’ho ormai detto in tutte le salse: a me i gialli non piacciono. Io, come la Clivi, sono una persona assolutamente pragmatica e non amo granché perdermi in pippe mentali. Ora lo so, tutti gli amanti del giallo si staranno mettendo le mani nei capelli: “Tu chiami incredibili arzigogoli mentali e letterari… PIPPE???”

Sì, le chiamo pippe.

Non amo i misteri da risolvere, non amo granché la suspance da giallo, e comunque io l’assassino non lo becco mai. Ma mai! Ma manco se scrivono un libro apposta per me! Quindi inutile provarci. Io e i gialli non andiamo d’accordo, quindi leggo moltissimi thriller (che hanno un livello di tensione diversa e presupposti psicologici diversi) ma di gialli devo averne letti pochissimi.

Ma a questo non potevo dire di no, perché conosco Laura, so che sa scrivere in maniera egregia e sapevo che mi sarei molto divertita.

Cosa che, in effetti, è accaduta.

Ho rivisto nel commissario Francesca Clivi anche un po’ dell’autrice, con quella finta ruvidezza di cui lei a volte si fa quasi vanto, quel suo modo di vivere la vita e di intenderla con poche smancerie e pochi orpelli. Ma c’è anche un po’ di Laura, immaginiamo, in quella Francesca, la ragazza che ha voglia di fidarsi del suo amico Diego, ma che ancora porta ricordo del passo strascicato di quella bella farfalla morente.

Il finale è molto telefonato, ma non credo che non volesse telefonarlo. Io credo che questo racconto sia solo un modo come un altro per “parlare” con il lettore, per parlare fors’anche di sé, per ricominciare a scrivere e farlo divertendosi.

Il ricordo della farfalla (che ha una cover SPA-ZIA-LEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE) è un giallo molto tipico a doppia indagine con due differenti POV (in gergo Point Of View). Entrambe le storie sono credibili e catturano l’attenzione del lettore, sebbene per due motivazioni diverse derivanti proprio dal diverso punto di vista narrativo.

Il commissario Clivi è affascinante come tutti i commissari che, da quello che ho capito, si dividono spesso in due categorie, in due possibili scelte letterarie: il commissario un po’ atipico, a volte imbranato, oppure sbevazzone o qualcosa di questo tipo o il commissario serioso, integerrimo, poco propenso alla chiacchiera inutile. Francesca Clivi appartiene a questa seconda categoria, alla quale io mi sono avvicinata (col cuore) grazie a un personaggio letterario che ho amato particolarmente: Rocco Schiavone, nato dalla penna dell’abile Antonio Manzini (vi consiglio la lettura di tutti i suoi libri, se ancora non l’avete fatto!).

Ed ecco qui un giallo di poche pagine che riesce a tenere compagnia, divertire e intrattenere un pubblico molto vasto composto anche da chi, come me, nel genere non è che, per dirla tutta, ci sguazzi. Un possibile target dalla forbice quindi molto ampia che riuscirà a trovare tra le pagine di questo racconto tutti gli elementi cari e dovuti al genere, un personaggio principale decisamente interessante e personaggi secondari degni di essere ricordati.