A disabilandia si tromba

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Titolo: A disabilandia si tromba

Autore: Marina Cuollo

Editore: Sperling&Kupfer

Anno: 2017

Pagine: 169

Prezzo: 14,90 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 9,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

 

SINOSSI:

“Sono una microdonna, alta un metro e una mentina, che ha bisogno di mostrarsi sempre un po’ incazzata con il mondo per dire la sua. Ma in fondo sono come una crème brûlée: quando rompi la crosta, sotto c’è il morbido. Ho trentasei anni, e quando sono nata nessuno ci avrebbe scommesso mille lire che ci sarei arrivata. Sono venuta al mondo con una sindrome genetica molto rara: la Melnick Needles, che non è una marca di siringhe ma un’osteodisplasia scheletrica che conta un centinaio di casi in tutto il mondo. Uso la sedia a rotelle e di notte dormo abbracciata a un ventilatore polmonare, ma rompo ancora le scatole in giro. Capirai, dunque, che quando mi presento a qualcuno il taglio di capelli non è la prima cosa che si nota.” Dalla sedia a rotelle Marina vede e ascolta cose sulla disabilità impossibili da immaginare per idiozia e insensibilità. Racconta situazioni, comportamenti, battute del normodotato medio quando si relaziona con il disabile per strada, al lavoro, negli uffici pubblici, al ristorante. Convinta che ridere di qualcosa di brutto aiuti a liberarsi da stereotipi e ipocrisie, Marina strappa tutte le etichette che spesso incolliamo su ciò che ci spaventa o che non conosciamo, e spazza via con la sua penna tabù e preconcetti.

LA RECE DELLA KATE:

La prefazione è di Mara Maionchi. Perché proprio Mara Maionchi lo ignoro. Probabilmente perché anche la Maionchi, come la Cuollo, è una che non ha paura di parlare, di essere un po’ sboccata, di dare filo di torcere ai benpensanti e che se ne frega del politically correct. Immagino sia proprio per quello, sì. E la Maionchi lo ammette: si è sentita un po’ obbligata a fare questa prefazione. Avrà pensato: “Si può dire di no a una persona diversamente abile che, poverina, ha provato a scrivere un romanzo?”. La risposta è ovviamente negativa. Con i disabili bisogna andarci piano, usare i guanti di velluto, sorridere molto, magari alzare anche un pochino la voce e scandire bene le parole. Con tutte le sofferenze che passano vuoi anche dire di no a una pulciosa prefazione? E insomma la Maionchi ha letto il libro.

E non ha smesso di ridere.

Come me.

Come te, ne sono certa.

Altro che disabilità!

Qui siamo noi abili a sentirci disabili!

Io ho avuto la netta impressione di avere il cervello atrofizzato. Io che a volte mi sento brillante, carina, di compagnia, con la battuta pronta… dovrò rivedere DI MOLTO l’idea che ho di me stessa. La Cuollo è un vulcano, è pura energia, humor dissacrante, risata spontanea.

Sì ma di cosa si parla, santa pazienza?

A disabilandia si tromba è un manuale irriverente sulla disabilità. Capitolo dopo capitolo la Cuollo descrive i vari tipi di disabili (lo stracciapalle, l’ apocalittico, il decadente, il leader etc etc), i vari tipi di ausili per disabili, la disabilità nella storia (“Nel periodo nazista una buona parte della medicina venne afflitta dalla sindrome dell’allegro chirurgo; non essendo ancora state inventate le pile per far accendere il naso del noto giocattolo, c’era bisogno di fare pratica su corpi veri”), offre consigli di viaggio (il TripAdvisor del disabile), ci parla delle opportunità di lavoro, ci parla della famiglia, degli affetti, degli amici e del sesso.

Se siete dei politically correct NON leggete questo libro, pensereste male della Cuollo che, invece, è una trentaseienne con i controcoglioni, una mente brillante, una studiosa capace, una scienziata meravigliosa.

Digitate il suo nome su Google, selezionate Immagini e guardatela. Poi pensate se voi, in quelle condizioni, sapreste scrivere così.

C’è chi non sa scrivere così bene e far divertire così tanto da normodotato, con i milioni in banca e con la scrittura come unica cosa con cui passare il tempo.

Meditiamo gente, meditiamo.

Perché gli ho dato 8?

Perché ho riso.

Ma di gusto, eh?

Ho proprio riso.

Vorrei la Cuollo come amica (dice che conviene essere amici di un disabile, che non si paga mai da nessuna parte e che spingere una carrozzina con una disabilità grave attira partners), ma anche solo conoscerla per suggere da lei un po’ di cultura e di “buona scrittura”.

Divertente e chiara non diventa mai macchietta e non scade mai nel troppo che stroppia e che fa storcere il naso. Tra le righe si legge la verità: la vita è una merda. Barriere architettoniche, gente che ti tratta come se fossi un mentecatto, uomini che spariscono, famiglia che vorrebbe tenerti sotto una campana di vetro. Ma tra le righe si legge anche molto, molto altro: la voglia di vivere, di viaggiare, di studiare, di continuare a tenere convegni, di informare, di volersi bene anche così, anche in formato mignon, anche con i tratti del viso sformati, anche con la vocetta stridula, anche con i pregiudizi che fioccano a destra e a manca che se non stai attento inciampi e sbatti il cranio.

La vita è bella quando incontri qualcuno che la prende in ridere come te, che ti tratta come una studiosa e non come una donna handicappata, quando qualcuno spinge la tua carrozzella senza prima chiedertelo, quando qualcuno ride con te senza pensarti diversamente abile ma solo e soltanto Marina. La vita è bella quando puoi salire su un aereo e viaggiare, quando puoi combattere le tue battaglie, quando sai che sarà breve (spesso i diversamente abili muoiono prima) ma molto, molto intensa.

Questo è un romanzo breve dal costo molto (troppo) alto. Il prezzo forse vi farà desistere dal comprarlo in libreria o dallo scaricarlo. Ma fateci un pensiero, dico davvero. La Cuollo va conosciuta. Perché è lei ma soprattutto perché insegna un paio di cose interessanti. Ho tanto, troppo da leggere. Ma ho deciso di scaricare, ultimamente, cose scelte da me. Ne ho un disperato bisogno. Di messaggi forti e chiari, di persone belle, di scelte difficili, di persone combattive, di persone intelligenti e brillanti. Ho bisogno di speranza, di gioia, di amore. E’ come aver sete o aver fame: non si può ignorare.

Va bene il thriller, va bene l’horror, va bene tutto. Giuro. Ma a un certo punto il mio cuore ha bisogno di riposo, la mia anima di esempi, la mia mente di cultura sana.

Vi bacio e vi auguro buona lettura!

 

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Non volevo morire vergine

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Titolo: Non volevo morire vergine

Autore: Barbara Garlaschelli

Editore: Piemme (Voci)

Anno: 2017

Pagine: 199

Prezzo: 17,00 euro in formato cartaceo acquistabile qui – 9,99 euro in formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

Sinossi:

La vita di Barbara è cambiata all’improvviso a poco più di quindici anni, quando per un tuffo in acqua troppo bassa è rimasta tetraplegica. Quindici anni è l’età delle prime cotte, delle prime schermaglie, dei batticuori. E del sesso. Di tutte le perdite che l’incidente ha portato con sé, la più insopportabile è proprio il pensiero di restare vergine per sempre. Vergine non solo nel corpo, ma di esperienze, di vita, di sbagli, di successi, di fallimenti, di viaggi, di sole.
Armata di coraggio, ironia e molta curiosità, Barbara affronterà tutte le rivoluzioni imposte dalla nuova condizione, fino a ritrovare se stessa in un corpo nuovo. In una girandola di situazioni tragicomiche e di ragazzi e uomini impacciati, generosi, a volte teneri, a volte crudeli, Barbara compie la sua iniziazione al sesso e all’amore. Con gli stessi slanci, le delusioni, gli entusiasmi che tutte le donne, anche quelle con le gambe, conoscono molto bene.

La rece della Kate:

3 agosto 1981.

Barbara, sedici anni, è al mare insieme agli amici. Giochi, scherzi, risate. Barbara prende la rincorsa e si tuffa.

L’acqua è troppo bassa.

Barbara rimane tetraplegica.

Dopo dieci mesi di ospedale riuscirà a recuperare solo l’uso del collo e delle braccia. Nel resto del corpo la sensibilità si diffonde a macchia. In un punto preciso ha sensibilità, un centimetro più in là non ha più sensibilità. Un centimetro a destra sente, un centimetro ancora verso destra e non sente più nulla.

Questa è la sua storia, una storia che parte da quel 3 agosto e che arriva sino ai giorni nostri, sino a una affascinante cinquantunenne che ha imparato ad amarsi, ad amare e a farsi amare. Una cinquantenne che si è rifiutata di morire vergine in tutti i sensi e che ha sfruttato il tempo che aveva per vivere davvero e nonostante tutto.

Perché gli ho dato 8:

Gli ho dato 8 perché è una lettura – nonostante il tema tragico – molto divertente e lieve. Perché la Garlaschelli (scrittrice di razza) ha saputo trasformare la sua sfortuna in una opportunità senza finzioni. No, essere tetraplegici non insegna a essere migliori. No, la malattia non è una fortuna. Essere malati fa davvero molto, molto schifo. Come dice lei, la lista delle cose che non si riescono più a fare è drammaticamente lunga e imbarazzante. La lista delle cose che si riescono a fare, anche dopo più di trent’anni, rimane sempre più corta. Ma se la malattia fa schifo è la vita a essere una opportunità, e non bisogna lasciarsela scappare. Non voleva morire vergine, Barbara. Troppo giovane per non conoscere l’amore, il sesso, il godimento, le mani di un uomo attorno al suo prosperoso seno. Troppo giovane per non sentire più le labbra di un uomo attorno alle sue. Barbara a un certo punto decide: quella sedia con le ruote non sarà il suo decubito. Sarà solo un suo prolungamento. Se le gambe sono immobili lei allora punterà tutto su seno, viso, mani. Sarà sexy, sarà sensuale, sarà irrimediabilmente donna.

E la verginità da perdere non sarà solo fisica, ma anche mentale. Barbara non vuole morire vergine di Vita, di esperienze, di gioia, di amore.

Questo sarà il suo mantra. Questo sarà il suo obiettivo.

Il linguaggio è colloquiale, il tono sempre pacato di chi ha fatto pace con le circostanze, la prosa alimentata da un senso dell’umorismo graffiante e dissacrante nei confronti di una malattia che non perdona quasi mai. L’incontinenza e la necessità di pannoloni sono solo un breve excursus che si sente di fare ma sul quale non insiste: la vita non è un pannolone, lei non è un pannolone. La sua vita è stata ed è amore, scrittura, parole, sorrisi e risate.

Io lo consiglio a tutti coloro i quali a volte si sentono un po’ sfigatelli, a chi come me per un raffreddore vanno in paranoia e a chi fatica a prendersi un po’ per i fondelli.

Parola d’ordine: vivere.

Un delitto quasi perfetto

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Titolo: Un delitto quasi perfetto

Autore: Jane Shemilt

Editore: Newton Compton

Anno: 2016

Pagine: 317

Prezzo: 9,90 euro per il formato cartaceo – 2,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 6

SINOSSI:

Emma e Adam Jordan sono due medici all’apice della carriera, così quando viene loro offerta l’opportunità di trascorrere un anno in Africa, con i tre figli, per collaborare a un progetto di ricerca, accettano con entusiasmo, convinti sia l’occasione che aspettano da sempre. E sarà di certo un’esperienza che non dimenticheranno, ma non per le ragioni che i Jordan immaginano. Quando una sera Emma torna a casa e trova vuota la culla del piccolo Sam, il più piccolo dei loro figli, la famiglia capisce che il sogno si è trasformato nel peggiore degli incubi. Un anno dopo, a migliaia di chilometri di distanza, Emma è ancora ossessionata dall’immagine di quella culla vuota, e continua a isolarsi sempre di più dal resto della famiglia. Che ne è stato di Sam? È ancora vivo? Si è trattato di un rapimento o di qualcosa di più inquietante? Cos’è successo davvero quella notte?

LA RECE DELLA KATE:

Per un medico che voglia fare carriera il tempo è tutto.

Bisogna battere il ferro fino a quando è ancora caldo e, se necessario, sacrificare tutto. Vale questa regola anche per Emma e Adam: ore in ospedale, turni pesantissimi e il sogno di comparire sulle più famose riviste internazionali.

Quando ad Adam viene proposto un incarico per un progetto di ricerca in Africa, però, la tensione sale. In Africa? Con due bambine ancora piccole? Emma ha paura, ma è anche arrabbiata. Come può Adam dirglielo così, come se fosse la cosa più normale ed entusiasmante al mondo? Lei ha il suo lavoro, le sue ricerche, i suoi studi; perché dovrebbe rinunciare a tutto per seguirlo?

Chi l’ha deciso?

Chi ha deciso che il suo lavoro di ricercatore è più importante e nobile del suo?

Eppure partiranno. Nonostante tutto Emma accetterà di stravolgere la sua vita e trasferirsi in Africa, in mezzo al niente, lontana da alberghi e negozi, ospedali degni di essere chiamati tali e amici. Sceglierà di partire nonostante Sam, nato da poco e concepito proprio nel mezzo della loro battaglia rimaniamo a casa/andiamo in Africa. Solo loro cinque per ripartire da lì, da quella terra arsa dal sole. O almeno questo è quello che credeva Emma. La verità è che attorno a loro graviteranno molte persone (tutte utili ai fini di un thriller, ovviamente): un anziano giardiniere, una bambinaia, un insegnante privato… la casa è molto più affollata di quanto non avessero voluto e creduto, ma tutto sommato la vita scorre, le bambine sembrano felici e Sam cresce sereno, anche se Emma, quel bambino, proprio non riesca ad amarlo del tutto. Sarà per quello che rappresenta, sarà per quella terribile voglia rossa che ha su tutto un lato del viso, ma Emma si sente madre a metà.

Ma una madre, per quanto a metà sia, sarà sempre una madre.

La culla vuota e i vetri infranti fanno crollare le fondamenta della famiglia: Sam è sparito. Qualcuno lo ha preso. Qualcuno lo ha voluto e lo ha preso. Qualcuno ha strappato un bambino dalle braccia della sua mamma e del suo papà. In Africa. Potrebbero averlo già ucciso. Potrebbero averlo ucciso per vendere i suoi organi. Potrebbero averlo venduto. Adozioni a pagamento. Un bambino bello e bianco fa tanta gola a chiunque. Le indagini vanno al rallentatore, tra Emma e Adam si forma un solco sempre più profondo e difficile da superare. Tutto sta andando a rotoli. Niente sarà più come prima.

Ma una madre, per quanto a metà sia, sarà sempre una madre.

Emma deve trovare Sam. A ogni costo.

Perché gli ho dato 6?

Gli ho dato 6 perché il titolo non ha niente a che vedere con la trama del romanzo.

Gli ho dato 6 perché è inutilmente prolisso.

Gli ho dato 6 perché alla fine tutto sembra finire in una partita di Cluedo alla viva il prete. Come se ci fosse una lista di persone e si stesse tutto il tempo a tracciare linee orizzontali sopra ai nomi. Allora… il pediatra… vai, non può essere lui, ciao. La governante… non può essere lei, ciao. La parrucchiera… cancella pure, ha l’alibi di ferro. Sarà il maggiordomo, è sempre il maggiordomo.

Sembra un compitino delle elementari svolto nemmeno poi così bene. A me come sempre è piaciuta molto di più la prima parte, pre-partenza per l’Africa. Ho trovato molta più suspance lì che non dopo, a crimine commesso. Peccato anche per le atmosfere africane rese non benissimo: potevano essere una buonissima arma per rendere il romanzo molto, molto più interessante. Invece di blaterare sulla macchia di tuo figlio, fammi sapere cosa hai attorno a casa, dimmi del caldo che fa (quello lo dice, ogni tanto), dimmi come sono vestiti, dimmi cosa mangiano… quello sì che poteva dare un’aura diversa e particolare al thriller.

Siamo sempre lì: al lettore scafato la soluzione arriverà dritta in fronte molto presto. Per tutti gli altri potrebbe anche esserci il fatidico colpo di teatro, invece.

Ma avendo appena fatto da lettrice beta e, in parte, da editor a un romanzo giallo, e avendo quindi da poco avuto l’occasione di confrontarmi con lo scrittore sui metodi per sviare l’attenzione del pubblico, devo dire che questa volta nemmeno io ero del tutto impreparata.

Non gli ho dato una insufficienza perché la prima metà a me è piaciuta molto (grazie alla presenza di un personaggio) e perché faccio fatica a dare dei 5. Sarei stata una professoressa, come si dice, di manica molto larga  😉

In conclusione? Da leggere se siete molto amanti dei thriller ma solo se torna ancora in offerta a 0,99 euro.

Vincerò – L’ultima partita con Luciano Pavarotti

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Titolo: Vincerò – L’ultima partita con Luciano Pavarotti

Autore: Rocco Mastrobuono

Editore: Artestampa

Anno: 2016

Pagine: 151

Prezzo: 17,00 per il formato cartaceo

Il voto della Kate: 8/9

SINOSSI:

Cosa succederebbe se uno scrittore disperato in cerca di una storia di successo si imbattesse per caso in quattro vecchietti che giocano a carte in un bar e scoprisse che sono gli “amici della briscola” di Luciano Pavarotti? È ciò che accade a Rocco Mastrobuono, quarantenne ormai rassegnato al precariato, che si ritrova per le mani la storia che tutti vorrebbero raccontare: il dietro le quinte della vita di uno dei più grandi tenori di tutti i tempi, una star che ha calcato i più prestigiosi palcoscenici del mondo, un personaggio che ha riempito non solo i teatri ma anche i rotocalchi con la sua movimentata e controversa vita sentimentale. Mastrobuono per la prima volta si sente baciato dalla fortuna. Finalmente anche a lui si schiuderanno le porte delle librerie, dei milioni di copie, delle ribalte televisive. Basta offrire un ammazzacaffè ai placidi vecchietti, raccogliere un po’ di notizie di prima mano, trovare un editore e il gioco è fatto. Così comincia la storia di “Vincerò”, e così cominciano anche i problemi di Mastrobuono. La sua impresa, infatti, si rivela ben presto in tutta la sua difficoltà: il fatto è che gli amici di infanzia di “Lucianino” non si sognano neppure di venderlo per un Fernet al primo che passa. Fedeli compagni nella vita, sono ora gelosi custodi di innumerevoli segreti…

LA RECE DELLA KATE:

Nome: Rocco Mastrobuono.

Anni: quaranta.

Professione: Siam già fermi… non si sa bene. Giornalista. Scrittore. Basta che ci sia qualcosa da fare di decente e lui la farebbe, se ci fosse l’occasione. Solo come un cane, senza un lavoro, senza una famiglia, Mastrobuono si trova a Modena per caso e senza molta spinta. Il colloquio di lavoro è andato male e lui è pronto per tornare al sud, proporsi per l’ennesima biografia e tentare di andare avanti così, come si dice a Modena “tra il les e il frust“, tra il leso e il frusto, tra il rovinato e lo spacciato, ecco.

Guidato dall’istinto che è proprio degli animali e dei disperati Mastrobuono si trova a bere l’ultimo caffè in una delle tante polisportive della città. Sono tutte uguali; un po’ tristi, molto desuete, popolate da decine di anziani che passano la giornata in compagnia giocando a briscola o a bocce. Probabilmente queste cose qui succedono anche in altre città Italiane, ma noi modenesi, le nostre polisportive, le abbiamo nel cuore. E lui capita alla Polisportiva Invicta San Faustino, da non confondersi con l’altra, la San Faustino e basta, da un’altra parte di Modena.

E tutto, ma proprio tutto, comincia qui, alla polisportiva.

Nel tavolo a fianco, quei quattro vecchietti, quelli che giocano a briscola concentrati e serissimi, stanno proprio parlando di lui. E ci vorrebbe la elle maiuscola per parlare di quel lui, che non è Dio ma che qui a Modena è quasi come se lo fosse. Il Maestro. Il più grande cantate di tutti i tempi. Il Nessun dorma più potente e famoso di ogni epoca. Lui, Luciano Pavarotti. Ma vuoi vedere che questi quattro qui lo conoscevano? Mastrobuono sente odore di occasione, di opportunità, di scrittura… di soldi! Dai che ci viene fuori una bella biografia un po’ nuova, di quelle un po’ intimistiche e da sfregamento di mani, dai!

Da quel giorno, ogni giorno, Mastrobuono tornerà in polisportiva per tentare di estorcere informazioni a due di quei quattro ottantenni. Una si chiama Colonnello, l’altro Bola. Soprannomi, ovviamente. Ma poco importa, perché loro SANNO. Certo… bisogna poi vedere se dicono tutto quello che sanno, se tutto quello che dicono è verità, se hanno voglia di parlare, se non si divertiranno a prenderlo per il culo ma… una cosa è certa: loro sanno qualcosa.

Perché gli ho dato 8?

Intanto partiamo da una premessa: credo fosse mia madre l’appassionata di Pavarotti. E credo che in casa mia si ascoltasse spesso e volentieri, intervallando il Nessun dorma con Andavo ai cento all’ora di Morandi. Insomma, se sono cresciuta confusa un motivo ci sarà. Ad ogni buon conto, quello che volevo dire è che non so con esattezza da dove nasca la mia simpatia per Luciano Pavarotti, ma deve avere le sue radici (e anche piuttosto profonde) da qualche parte, là, nel mio passato. Ad Artestampa, la casa editrice di questo romanzo, io avevo anche mandato il mio CV, nella speranza che un po’ di editing… magari anche un ruolo minore… magari anche per pulire i cessi… niente, non hanno bisogno. Ma siamo rimasti amici, almeno su Facebook. E qualche giorno fa, sulla loro pagina, hanno linkato l’intervista ai due signori di cui ho parlato prima, i co-protagonisti di questa storia. Le loro lacrime di commozione al ricordo del loro Lucianino e le loro voci limpide e così spiccatamente modenesi mi hanno spinta immediatamente in libreria. Dovevo avere quel libro, che è poi questo. L’ho letto in due ore, forse qualcosa di meno, bevendo le parole dell’autore come fosse nettare divino.

Mastrobuono riesce in un miracolo. Riesce, in pochissime pagine, a raccontarsi, a raccontare una città, a raccontare una popolazione e a raccontare il più grande tenore di tutti i tempi con una chiarezza, una lucidità e una simpatia da lasciare a bocca aperta.

Lui, giornalista disperato del sud, ha visto in Modena tutto quello che c’era da vedere; ha respirato ogni sanpietrino, ha compreso molto del passato e tanto del presente, ha sorriso bonariamente delle nostre idiosincrasie, si è fatto prendere in giro incassando da vero giocatore.

Mi sto dilungando, è vero? Mi viene spontaneo, quando parlo di qualcosa che mi ha appassionato, mi perdonerete.

Vincerò è una biografia ma è anche qualcosa di più, qualcosa che travalica il genere e arriva là dove certe cose non arrivano perché sporcate dalla rigidità e dal “si è sempre fatto così”. Mastrobuono ha trovato il modo di arrivare al lettore, a qualunque lettore, e di incantarlo. Ha trovato il modo di dire, ma senza dire troppo. Ha trovato il modo di raccontare senza “sparlare”. Gli è andato tanto vicino che più vicino di così forse non si potrebbe, senza sporcarsi da capo a piedi. Perché poi mettere le mani nelle vite di certi grandi significa quasi sempre uscirne sporchi di cacca. Perché certa gente ci gode, a nuotare nel torbido. Quello altrui, certo.

Vincerò, in primis, diverte. Poi insegna. Poi commuove.

Leggetelo.

LA CITAZIONE:

“Pensa mò che tra un tempo e l’altro dovevamo correre in camerino. C’era sempre una tavola apparecchiata e un tavolo da gioco con le carte pronte. Quando stavamo facendo una mano di gioco interessante, lui non riusciva a staccarsi, allora il personale di scena lo veniva a chiamare: “meno cinque”, “meno quattro”, “in scena, in scena” allora eravamo noi che gli dicevamo: dai, movet, vai a cantare, finiamo dopo, allora lui ci diceva: a  m’arcmand, non toccate mica le carte, lasciate tutto così; si alzava e andava in scena, e in due secondi passava dalla briscola alla ribalta.”

Hope – Diario di due sopravvissute

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Titolo: Hope – Diario di due sopravvissute

Autori: Amanda Berry e DeJesus Gina

Editore: Mondadori

Anno: 2016

Pagine: 374

Prezzo: 20,00 euro per il formato cartaceo – 9,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Il 6 maggio del 2013 Amanda Berry riuscì a fuggire da una anonima casa di Cleveland, attirare l’attenzione di un vicino di casa e con il suo aiuto chiamare il 911: “Aiutatemi, mi chiamo Amanda Berry e sono stata rapita dieci anni fa”.

Il giorno dopo, su tutti i giornali del mondo, emersero i contorni della mostruosa vicenda che ha scioccato per dimensioni, crudeltà e durata. Ariel Castro, un oscuro e solitario conduttore di autobus, aveva sequestrato Amanda e altre due ragazze, tra il 2002 e il 2004, quando avevano rispettivamente 14, 16 e 20 anni. Poi le aveva segregate dentro casa, impedendone la fuga e isolandole dal mondo. Nella casa-prigione gli investigatori dell’FBI hanno trovato porte antifuga, corde e catene. Dai racconti sono emersi abusi fisici e psicologici. Pare che almeno cinque bambini siano stati dati alla luce in quella orribile bolgia e che nessuno sia sopravvissuto. Dieci anni di totale inferno. Dopo un regolare processo di grande rilevanza mediatica, Castro è stato condannato a 1.000 anni di detenzione in quanto colpevole di oltre 900 capi di imputazione. Dopo appena un mese di galera, è stato trovato impiccato nella sua cella. Questo libro, che è balzato al primo posto delle classifiche americane, è lo sconvolgente diario delle due ragazze sopravvissute: come sono state catturate, come hanno vissuto tutto quel tempo, come sono riuscite a sopravvivere e, infine, a liberarsi. Un racconto angosciante, scritto assieme a due premi Pulitzer, ma anche un testo che vuole far passare un messaggio positivo. Le due autrici vittime scrivono continuamente che anche nella notte più buia non hanno mai perso la speranza. Guardavano in tv le trasmissioni che si occupavano della loro scomparsa, assistevano alle veglie di preghiera dei vari comitati, e continuavano a dirsi reciprocamente: “hope, non perdere mai la speranza”, nonostante tutto. “Adesso vogliamo che il mondo sappia: siamo sopravvissute, siamo libere, amiamo la vita. Siamo state più forti di Ariel Castro.”

LA RECE DELLA KATE:

Una mattina vi svegliate, vi stiracchiate, accendete la luce, scendete dal letto, aprite la porta della vostra camera, ma la porta fa resistenza, non si apre. Potete scuoterla, potete girare la maniglia convulsamente ma la porta è chiusa dall’esterno, non si aprirà. Questo fa di voi, a tutti gli effetti, dei prigionieri. Non potrete più uscire, non sentirete più i raggi del sole sulla pelle, le gocce di pioggia tra i capelli, il mare, gli amici, la vostra famiglia.

Questo non è un romanzo firmato da un famoso thrillerista di fama internazionale, e non è nemmeno frutto della fantasia di uno scrittore horror. Questa è la  vera storia di due delle tre ragazze che sono state tenute prigioniere per dieci anni da Ariel Castro, il famoso mostro di Cleveland. Amanda e Gina hanno voluto raccontare la loro storia perché il mondo, che in quei dieci anni non ha mai smesso di sperare con loro, sapesse e conoscesse. Perché con la morte del loro folle aguzzino (suicidatosi in carcere un mese dopo il suo arresto) non morisse anche la voglia di raccontare, di fare giustizia e di far conoscere a tutti il vero Ariel Castro, un uomo fortemente disturbato, ma soprattutto un uomo che è stato l’incarnazione stessa del male sulla terra.

Nel romanzo vengono alternati con la dovuta cura i racconti della due ragazze, la ricostruzione della vita e dell’infanzia del rapitore (che aiuta a inserirlo in un contesto sociologico, psicologico e culturale) e la ricostruzione, invece, di ciò che durante la loro prigionia accadeva fuori dalla villetta bianca: l’impatto mediatico che i casi di sparizione hanno avuto su tutto il mondo, la vita delle famiglie di origine, le indagini (parrebbe a volte goffe e inutili) della Polizia e dell’FBI.

I racconti di Amanda e Gina, perfettamente coincidenti e lucidi ma anche terribili e osceni, insieme alle numerose pagine del diario che ha tenuto Amanda durante tutta la prigionia (prima su un vero quaderno poi su pezzi di carta raccolti qui e lì e tenuti con cura maniacale per poter – almeno – scrivere) rendono al lettore una testimonianza unica e indimenticabile.

Diamo per scontate molte cose, la più importante è la libertà.

Possiamo odiare il nostro lavoro, avere una situazione sentimentale traballante, possiamo anche avere problemi di salute ma se apriamo la porta di casa, quella si aprirà. E noi potremo salire in auto, fare due chiacchiere con le amiche, andare in palestra a sfogarci, in libreria a comprare l’ultimo romanzo uscito, al pub a farci una birra, a casa a fare l’amore. Noi siamo fatti anche di ciò che facciamo, delle scelte che compiamo, della gente che abbiamo accanto. Ma cosa succede se, all’improvviso, qualcuno decide che tutto deve sparire? Se a farci compagnia, per anni e anni e anni è solo una televisione? Se l’unico contatto umano è lo stupro perpetrato giorno, dopo giorno, dopo giorno? Cosa accade quando vedi il tuo volto in televisione, quando vedi tua madre piangere e urlare, quando la speranza minaccia di crollare?

Il mio cuore ha battuto selvaggiamente, come in preda a un’ansia folle. Era il senso di ingiustizia, a farlo battere così. Il senso di angoscia, di claustrofobia, di rabbia. Cosa è saltato in mente a queste tre ragazze di salire in auto con un uomo adulto ed entrare in casa sua? Certo, lo conoscevano, ma erano a pochi passi da casa, non c’era nessun motivo valido per salire su quel furgone (Castro stesso si stupì dell’ingenuità delle tre giovani donne). Perché, pur non essendosi mai mosse dalla loro città, non sono mai state trovate? Perché le autorità non hanno aperto casa per casa come fossero scatolette di tonno? Ho la testa piena di perché, confusa da queste brutture che accadono ogni giorno in tutto il mondo. Penso al mio essere madre, e a mia figlia. Un libro chiaro e ben scritto (anche se rimangono molti dubbi irrisolti in merito all’operato delle forze dell’ordine) che testimonia il valore della speranza, dell’amore, soprattutto dell’amore per la vita. Amanda e Gina sono ora due donne libere e felici. Dentro la casa, frutto di uno dei tanti stupri, è nata Jocelyn, la figlia di Amanda, che adesso è una bimba vivace, allegra e per niente intimorita dal prossimo, semmai ancora più curiosa e bisognosa di aria e di libertà.

Consigliatissimo.

“Signor Castro, non c’è posto in questa città, e non c’è posto in questo Paese, e in realtà non c’è posto in tutto il mondo per coloro che schiavizzano altre persone, per coloro che aggrediscono sessualmente altre persone e per coloro che brutalizzano altre persone. Per oltre dieci anni lei ha vessato queste tre giovani donne. Ha imposto loro i suoi comportamenti violenti. Pensava di dominarle, ma si sbagliava. Non ha mai portato via la loro dignità.”

Agnes Browne mamma

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Titolo: Agnes Browne mamma

Autore: O’Carroll Brendan

Editore: Neri Pozza

Anno: 2009

Pagine: 170

Prezzo: 14,50 euro per la versione cartacea – 6,99 euro per la versione digitale

Voto: 7

SINOSSI:

Agnes Browne, trentaquattro anni, bella, proletaria, simpatia irresistibile, ha un banco di frutta e verdura al mercato del Jarro, turbolento quartiere popolare di Dublino, sette figli come sette gocce di mercurio e un’autentica venerazione per Cliff Richard. Purtroppo ha anche un marito che lascia i suoi guadagni agli allibratori, per poi rifarsi con lei a suon di ceffoni. Ogni mattina Agnes esce di casa alle cinque per incontrare l’amica Marion e iniziare insieme la giornata in allegria. Ogni venerdì gioca a bingo, per poi finire al pub di fronte a una pinta di birra e a un bicchiere di sidro. Non una gran vita, a parte le risate con Marion e le altre, al mercato. Finché, un bel giorno, Rosso Browne muore, lei rimane sola e comincia a godersi davvero l’esistenza. E l’inizio di un carosello di vicende esilaranti, in coppia con Marion, autentico genio comico, e alle prese con i figli che le propinano dilemmi adolescenziali, obbligandola a improvvisarsi consigliera (con grande spasso dei pargoli) o a vestire i panni dell’angelo vendicatore. Insomma, senza quel treppiede del marito attorno, la nostra Agnes pare tornata la ragazza dublinese che è stata – tanto che non manca uno spasimante, un affascinante bell’imbusto francese ignaro degli equivoci della lingua inglese. Intanto la vita continua, nella Dublino di fine anni settanta, tra gioie e dolori, un colpo basso della sorte e un girotondo di risate con Marion, i figli che crescono e, in testa, un sogno che sembra irrealizzabile.

LA RECE DELLA KATE:

Per hobby e per diletto tendo a leggere davvero, davvero molto. A volte, quindi, mi capita di confondere trame e personaggi e consigliare libri a chi mi chiede aiuto diventa difficilissimo. Quando ricordo un libro alla perfezione, be’… allora ho la certezza che quel libro resterà con me per lungo, lunghissimo tempo. Da Lolita a La ragazza di Bube, dal ciclo di Narnia a quello di Harry Potter, da Il petalo bianco e il cremisi a La storia infinita, da Zia mame a La ragazza con l’orecchino di perla, alcuni romanzi resteranno per sempre scolpiti nel mio cuore. Uno di questi è certamente Le ceneri di Angela, romanzo sinceramente indimenticabile per personaggi e atmosfere.

Proprio perché ho tanto amato Le ceneri di Angela mi sono decisa a scaricare, dopo molti tentennamenti, il primo libro della saga di Agnes Browne, ambientato in una Dublino un po’ sporca e maleducata, analfabeta e rozza, povera e zoppicante. Agnes Browne ha 35 anni, moltissimi figli e nessun marito. Non rammaricatevi troppo per il suo povero marito, a lei non importa poi granché, ha ben altri problemi da risolvere, Agnes. Prima di tutto trovare i soldi per arrivare a fine giornata e la forza per crescere tutti i suoi vivacissimi figli. Agnes e la sua amica Marion sono un duo irresistibile e sboccato, due donne vere e pure, piene di graffi ma anche di sogni e di voglia di vivere. Perché possono sognare anche i poveri, e Agnes lo sa bene.

Impossibile non gioire per la televisione nuova, per quei soldini in più che serviranno per i regali di Natale, per l’amore che si riaffaccia nella vita di Agnes. Impossibile non provare un sottile brivido di angoscia e di vero freddo, seduti accanto a quel banco di frutta insieme ad Agnes e Marion.

Riderete e vi commuoverete, respirerete un’aria nuova e diversa, conoscerete personaggi irriverenti e divertenti che faticheranno a uscire dal vostro cuore e dalla vostra testa. Vi verrà voglia di andare a Dublino, vi sembrerà impossibile avere l’agio di un’automobile o di qualche soldo dentro al borsellino. Vi sentirete, forse, fortunati.

E se vi sarà piaciuto questo libro, non esitate a leggere anche Le ceneri di Angela, che io consiglio sempre a tutti. Nonostante sia un romanzo assolutamente diverso negli intenti, ne condivide atmosfere, tratti caratteriali dei personaggi e, in parte, plot.

Buona lettura!

Una volta finito il libro mi sono sentita molto insoddisfatta. Troppo breve? Mi aspettavo una cosa diversa? Non saprei dire, ma mi sentivo sospesa a metà, un po’ in bilico, senza idee e senza commenti da fare. A distanza di giorni posso elaborare quello che ho letto, e so che quello che ho letto mi è piaciuto, so che quello che ho letto mi ha emozionato. Insomma, alcuni libri hanno bisogno di essere metabolizzati, compresi, amati con lentezza.