Avvento – La promessa (Vol. 1)

cover

Titolo: Avvento – La promessa – Vol. 1

Autore: Debora Spatola

Editore: Nero Press

Anno: 2015

Pagine: 204

Genere: Fantasy

Prezzo: I volumi in formato digitale sono in totale 4. Il primo ha un costo di 1,99 euro, i restanti tre di 2,99 euro.

Da Giugno 2017 è possibile acquistare l’intera saga in formato cartaceo a euro 17,00

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Il suo vero nome non è Lua. Niente nella sua vita precedente era vero. Strappata alla madre naturale il giorno stesso della sua nascita, diciotto anni prima, è stata cresciuta in una famiglia fittizia, al riparo dalla verità. Quel giorno tre strani uomini la prelevano da casa: lei è una Promessa. Poi un incidente, una sparatoria, dei “Guardiani” la portano in salvo nonostante tutto sia molto confuso. Lua rimane con loro quanto basta per scoprire che esistono gli Ibridi, che esiste una Matrice che secondo la profezia satanica genererà un Anticristo duemila anni dopo il Messia, necessario a mantenere l’equilibrio cosmico tra bene e male. E scopre che i Guardiani che l’hanno salvata – e che continuano a proteggerla sacrificandosi in prima persona – sono in realtà Nephilim. Loro fanno parte del famoso gruppo di Lincoln, Guardiani della Luce destinati, secondo la predizione di Hellson – un Ibrido convertito al Sommo Bene e divenuto profeta – a ritrovare la Matrice prima che l’Avvento abbia compimento. Il sentimento per uno di loro, tuttavia, s’intreccerà così tanto con la Missione da mettere in pericolo la sopravvivenza stessa della razza umana. Perché Lua non è soltanto una promessa sacrificale strappata a un altare nero, ma ha un segreto che nessuno conosce, neanche lei.

LA RECE DELLA KATE:

Adrean, Manolo, Lincoln, Lorean.

I loro corpi sono perfetti e statuari, la loro pelle fatta come di seta, i loro capelli luccicano al sole, i loro sorrisi sono capaci di illuminare un’intera stanza, le loro voci suonano come musica, i loro occhi sono capaci di infondere la pace più completa o di sprigionare l’odio e la ferocia più veri.

Loro sono i Guardiani.

Loro sono Nephilim.

Loro discendono direttamente dagli angeli e sono sulla terra per difendere l’umanità dagli ibridi, esseri metà umani e metà demoniaci.

Lua invece ha diciotto anni ed è spaventata a morte: tutta la sua vita è stata messa in discussione da un momento all’altro; ha dovuto abbandonare casa sua, è stata poi rapita, lei è stato detto che quelli non erano i suoi genitori. Tutto, nella sua vita, era una messinscena. Ora nella sua vita ci sono solo loro, altissimi e bellissimi, ironici e taglienti, pungenti e protettivi. Le fanno da madre e da padre, da fratelli e da sorelle. Saranno il suo inizio e la sua fine, perché lei è una Promessa e va protetta dagli Ibridi, che la vogliono; va protetta anche a costo della vita; va protetta perché loro sono Guardiani, e sono venuti a salvare.

Ma Lua… Lua è solo una adolescente spaventata e confusa. Spaventata da sogni generati direttamente dalle fiamme degli Inferi e confusa da quei quattro uomini così attraenti, divertenti e pericolosi. Il cuore di Lua sobbalza, la sua mente galoppa. E’ solo una giovane donna, come darle torto?

Loro però sono alla ricerca della Matrice che, secondo una profezia, dovrà dare alla luce l’Anticristo; la devono trovare e giudicare, spazzarla via dal mondo e contrastare l’inizio di una nuova era di terrore, distruzione e morte. Per un Guardiano non c’è tempo per l’amore. C’è solo il tempo della battaglia.

Perché gli ho dato 7?

Credo di aver letto le prime pagine di Avvento molto tempo fa; me le fece leggere la casa editrice chiedendomi un parere: angeli e demoni… tiravano ancora? Non ricordo di preciso cosa risposi, sono sincera. Ma so che anche due anni fa di angeli e demoni si parlava pochino, il loro tempo era compiuto. Probabilmente risposi che non era scritto male e che di base funzionava ma che era rischioso perché, appunto, era un argomento superato. Forse aggiunsi anche un “Grazie a Dio” (per rimanere in tema).

Diciamo che venivamo da annate dedicate interamente all’argomento e la mia personale biblioteca mentale era molto più che esausta, insieme alla mia pazienza.

MA.

Non solo Avvento ha visto la luce (!!!) ma anche tutti gli altri tre volumi e, da poco, anche il volume cartaceo con la saga completa.

La cara Debora (che ho conosciuto solo virtualmente e che posso considerare proprio “cara”) ha fatto centro, sembrerebbe.

Ci sono alcune verità da dire:

  1. Fosse uscito sette anni fa, secondo me avrebbe spaccato tutto: ha un po’ di ritardo sulla tabella di marcia e sulla tabella moda-del-momento
  2. E’ una saga fantasy young adult, quindi va giudicata per quello che è, non per quello che NON è.
  3. Per essere una saga fantasy pubblicata quando ormai di angeli non se ne parlava più da un pezzo è una BUONISSIMA saga. Ma proprio buonissima, eh?
  4. Ho riconosciuto molto della saga di Fallen e anche qualcosa della saga di Twilight (dove alcuni vampiri avevano poteri particolari e influssi particolari sulle persone). E’ quindi un tentativo di dire qualcosa di bello e personale attingendo da fonti già conosciute che, in qualche modo, hanno “attirato” l’autrice.
  5. Poiché di angeli e demoni se ne è tanto parlato, dire qualcosa di DAVVERO nuovo è quasi impossibile.
  6. Poiché di angeli e demoni se ne è tanto parlato e sempre allo stesso modo, è molto probabile che di quegli stereotipi letterari NESSUNO voglia fare a meno. Proprio nessuno. Né le scrittrici, che quindi viaggiano in una comfort zone, né le lettrici che possono ritrovare, romanzo dopo romanzo, tutte le cose che amano (uomini bellissimi, fisicatissimi, altissimi, simpaticissimi, almeno uno bello e dannato – in senso letterale – almeno uno dolce, almeno uno che tiene la testa sulle spalle e una protagonista che non capisce una fava e appena muove un passo rischia di far saltare la testa a nientepopodimenoche un angelo.

Sono stata prolissa?

Forse, ma dovevo spiegare.

IN CONCLUSIONE:

Il primo volume della saga di Avvento è un fantasy YA di buona fattura che rispetta i canoni del genere letterario suddetto e che il più delle volte non fa rimpiangere in nessun modo saghe analoghe giunte a noi da oltreoceano.

L’editing non sempre preciso lascia sfuggire qualche refuso e qualche termine (come “i BUCHETTI della serranda” che, personalmente, mi fa accapponare la pelle) che andrebbero sistemati e resi più “adulti” e più strutturati.

Cover bellissima, standard dei personaggi principali rispettati.

Come sempre vorrei una protagonista femminile diversa, ma so già che non potrò mai averla. Nei fantasy ya e in generale in tutti gli ya, le donne sono delle teste calde che, nonostante qualcuno le voglia aiutare, decidono che sono più intelligenti e fanno di tutto per rompere le palle al prossimo agendo con i piedi invece che usare il cervello.

Poi ci lamentiamo se nei film horror la ragazza sola in casa di notte in mezzo al bosco con la tempesta che infuria e un serial killer appena scappato dal riformatorio apre la porta o se mentre scappa inciampa SUL NULLA.

Gli stereotipi di genere ci piacciono.

Ammettiamolo.

Cioè a me no, fanno schifo.

Ma in generale, secondo me, piacciono.

Io e Avvento abbiamo un conto in sospeso, anzi, tre libri in sospeso. Concludere la lettura al primo volume è del tutto IMPOSSIBILE.

Luaaaaaaa! Aspettamiiiiii! Arrivooooo!

Loeran! Che nome che hai, aò! Aspettami pure tu, pezzo di manzo! Arrivoooooo!

Creature oniriche

 

 

received_1767167853308626

Titolo: Creature oniriche

Autore: Olga Gnecchi

Editore: Self

Anno: 2017

Pagine: 178

Genere: Horror

Prezzo: 6,90 euro per il formato cartaceo – 1,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Creature d’ombra cercano la luce, nel luogo in cui finisce la realtà e cominciano i sogni. Un uomo perde la sua ombra, un altro decide di morire, una donna si risveglia in una stanza buia, uno scrittore cerca se stesso, sogni ricorrenti si materializzano: questi sono solo alcuni dei personaggi e degli elementi contenuti in “Creature Oniriche”. Storie diverse che fanno parte di un’unica narrazione che si snoda tra circostanze che possono rivelarsi o diventare iperrealistiche, surreali o grottesche. Un percorso oscuro per scoprire cosa si nasconde nel buio, chi o che cosa sono le Creature Oniriche, e cosa accade quando esse entrano in contatto con il mondo reale.

LA RECE DELLA KATE: 

Io.

Io sono una creatura d’ombra che cerca un poco di luce.

Io, probabilmente, come loro, sono una creatura onirica.

Descrivere questa raccolta di racconti non è semplicissimo proprio per la natura intrinseca della narrazione: evanescente come il respiro, leggera come l’aria, vaneggiante come un ubriaco eppure solida come una roccia. Olga si diverte con le parole e, probabilmente, con i suoi stessi pensieri che, talvolta, sembrano spuntare qui e lì in mezzo alle pagine, curiosi e malandrini. Giovani pensieri di una giovane donna che ha dato vita a una serie di racconti particolari e indescrivibili, ipnotici e davvero onirici che danno quella sensazione come tra il sonno e la veglia; quei pensieri che arrivano balordi mentre stai quasi per addormentarti e ti sembra di cadere nel vuoto e allora fai un balzo sul letto. Così.

Otto racconti che sembrano otto mondi diversi e che poi si scoprono essere parte di uno stesso universo, di uno stesso giorno, di una stessa realtà. Una realtà che a questo punto sembra meno reale e meno tridimensionale e che probabilmente andrebbe pensata come la pensa l’autrice. Probabilmente davvero noi ci perdiamo un sacco di cose. Probabilmente davvero i nostri antenati, che credevano agli spiriti, alle divinità e alle forze del bene e del male avevano ragione. Probabilmente davvero dovremmo essere più accorti, meno sicuri di noi stessi.

Forse non dovremmo dare per scontato le nostre ombre, non dovremmo prendere sottogamba un brutto sogno, non dovremmo prestare così poca attenzione al prossimo.

Perché gli ho dato 7?

Prima di tutto, lo sapete, non amo le antologie e le raccolte. Insomma, faccio volentieri altro. MA il titolo di questa raccolta mi ha catturata, Olga la “conosco” e ho pensato di potermi fidare.

Insomma, per farla breve, ho fatto bene.

Creature oniriche, pur appartenendo a un genere per me troppo astratto (onirico!!!) (io, per carattere, abbisogno di una scrittura più… come posso dire… pragmatica) è riuscito a catturare la mia attenzione – anche se non continuamente, ma è normale che sia così, per stile e per gusto personale – con una prosa garbata e asciutta nella quale nessuna parola era veramente di troppo. Racconti brevi e solo apparentemente autoconclusivi che, sul finire, intrecciano le loro radici per tornare a essere una sola (appunto) creatura.

Forse siamo tutti così: devoti al buio ma portati per sopravvivenza alla luce: una luce che rischiara l’anima, che ci tiene in vita, che fa di noi quello che siamo, che ci trascina, ogni giorno, verso un concetto universale di bene.

E se voi, per carattere, non siete portati alla luce, vi invito a farlo. Guardate in faccia la luce. Gli occhi dolgono, ma il cuore pulsa di vita nuova.

Ah.

Occhio alla vostra ombra.

Come?

Il mio racconto preferito?

Oh… il primo. Proprio perché io sono devota alla Luce. Al ripensamento. Alla Vita in ogni sua sfumatura. Anche io, come il protagonista, spesso sono tentata di abbracciare il buio. Ombrosa e sempre seccata, sempre scocciata, talvolta penso: “Vita di merda!”. Poi, però, ogni giorno, mi scopro innamorata pazza di tutto e di tutti.

Seduttore dell’ordine (Non è il mio tipo vol. 1)

51ob87OEc-L

Titolo: Seduttore dell’ordine

Autori: Pamela Boiocchi e Michela Piazza

Editore: Self

Anno: 2017

Pagine: 115

Genere: Romance / Chick lit

Prezzo: 0,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Priscilla non ha più certezze: il brillante fidanzato l’ha tradita e la professione di fotografa la fa sentire poco apprezzata.
L’unica cosa di cui è sicura è di non voler avere niente a che fare con Bjorn: un uomo troppo attraente per potersene fidare, con l’aspetto di un vichingo, la spavalderia di un pirata e – per di più – tutore dell’ordine. 

Ma nella magica e selvaggia natura di Lanzarote, ogni regola perde di significato…
E se l’isola le sussurra di seguire il proprio cuore, Priscilla avrà il coraggio di ascoltare?

LA RECE DELLA KATE:

Lanzarote accoglie il cuore in frantumi della povera Priscilla, giovane fotografa vittima di tradimento da parte del suo convivente. Ma non sarà solo la bellissima isola ad accogliere la ragazza, ma anche Bjorn, meraviglioso e scultoreo tutore dell’ordine (ed ecco il gioco di parole del titolo che, nonostante tutto, non mi piace) che si occuperà in molti modi (!!!) della sua anima ferita.

Priscilla ha un ego piccolo come la capocchia di uno spillo e il morale a terra; come è stato possibile? Perché il suo fidanzato non le ha parlato? E’ vero, lei lavora molto e forse mette l’apparecchiatura fotografica al primo posto ma… davvero l’unica soluzione è trovarsi un’altra donna?

Il passo successivo è presto fatto: tentare di darsi la colpa per ciò che è successo.

Ma le amiche storiche di Priscilla (le zingare) non glielo permetteranno di certo, ed ecco infatti che la caricano sopra a un aereo e la trascinano nella casa di famiglia di una di loro. Natura, relax, tanto buon cibo e un po’ di drink riusciranno a sciogliere le sue resistenze e rigidità, trasformandola in breve tempo in un’isolana sensuale e perfetta!

Perché gli ho dato 7?

Che le due amiche Michela e Pamela abbiano una sana passione per i romance piccantini non è una novità; le loro menti brillanti e le loro penne hanno dato vita a cose molto carine e godibili che io ho letto e già recensito per voi. In particolare mi piace ricordare uno dei primi esperimenti, se non proprio il primo: Napoli-New York un amore al peperoncino un romanzo breve che mi ha conquistata, come spesso accade quando il cibo viene inserito tra le righe e funge da sexy-accompagnamento alla lettura. Datemi del cibo e io sarò felice, insomma. Al di là dei miei gusti personali e provando a guardare la cosa con un occhio esterno e distaccato, quello è REALMENTE un buon chick lit. Io credo, infatti, che ogni romanzo debba essere valutato sulla base del suo progetto di appartenenza. Un romance breve è un romance breve. Non sarà mai un classico della letteratura moderna e nemmeno un saggio a sfondo storico. E’ intrattenimento e divertimento. E Michela e Pamela questo fanno: divertono e intrattengono.

Questo ultimo lavoro non fa eccezione: Seduttore dell’ordine combina alcuni elementi sempre vincenti (tradimento-fuga-gran bel figo) con un ambiente da favola (Lanzarote) che rimanda alla mente della lettrice (o del lettore, why not?) posti incantevoli, pelle abbronzata, odore di olio al cocco e sapore di drink un po’ troppo carichi. Se poi, come ciliegina finale, ci piazziamo sopra una divisa da poliziotto, io credo che il gioco sia presto fatto, soprattutto per un certo target di lettrici (che, diciamolo, sono anche le uniche che leggono ancora qualcosa, in Italia).

Le due autrici sono state quindi sicuramente abili nel ricercare ancora una volta (dopo il cibo e Napoli) altri stereotipi (o, se vogliamo, archetipi) che fanno centro nel lettore.

IN CONCLUSIONE:

Se volete passare due o tre ore in buona compagnia, divertirvi, rilassarvi e leggere qualcosa che stuzzichi la vostra fantasia, scaricate immediatamente questo ebook. Non attendete nemmeno un secondo.

E’ scritto con cura, presenta pochissimi refusi (si contano sulle dite di una mano… capita) ed è scritto con divertimento e amore. Di questo sono più che certa.

Buona lettura piccantina  😉

Uhm… la cover non mi piace affatto. Ma questi sono affari miei e solo miei. Mi piace invece Bjorn… si potrebbe avere?

L’inconsistenza del diavolo

51xHHNWsMhL._SX355_BO1,204,203,200_ (1)

Titolo: L’inconsistenza del diavolo

Autore: Daniele Picciuti

Editore: Golem

Anno: 2017

Pagine: 248

Genere: Thriller

Prezzo: 9,90 euro per il formato cartaceo – 2,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Maura Allegri è una giornalista “ribelle”, vorrebbe trattare articoli importanti e di rilevanza sociale e non sottostare alle direttive del suo capo, che invece le chiede solo articoli di sicuro impatto sul pubblico. Quando, in metropolitana, Maura si imbatte in un uomo inquietante con la bocca storta e un atteggiamento che lo fa apparire come un pedofilo, decide di seguirlo fino a una fabbrica abbandonata della periferia romana. Inizia cosi una sorta di discesa agli inferi, un incubo che sembra non avere fine, dove i fantasmi del passato si intrecciano con l’orrore del presente ed emerge la consapevolezza che il “diavolo” che “una misteriosa setta” cerca di evocare non esiste, perché il diavolo è in ognuno di noi, la sua “materializzazione” non è che una scusa per poter fare del male al prossimo.

LA RECE DELLA KATE:

La Allegri non si arrende facilmente; troverà lo scoop per quel rompiscatole del suo capo. Ma forse dopo. Dopo che avrà seguito quell’uomo orribile incontrato sulla metro. Perché Maura segue uno sconosciuto? Perché ha visto il male nel suo sguardo, ecco perché. Ha visto dolore, morte, corruzione. Ha visto un porco che si eccita se si parla di bambini.

Dove vai, porco? Dove stai andando? Dov’è il tuo porcile?

Non sta a guardare, Maura, perché è una professionista, certo, ma è anche e soprattutto una donna. Qualcosa di più grande la spinge a seguirlo.

La fabbrica abbandonata alla quale arriva le dà i brividi, ma è ciò a cui assiste a toglierle definitivamente il fiato dalla gola: non è sola. C’è una giovane donna che viene violentata sotto i suoi occhi e c’è una bambina molto piccola.

Così non va bene, dove è finita? Chi è quella gente?

La notte di Maura è infinita. Il tempo diviene un concetto astratto, la luce del cielo un sogno lontano, la carezza del vento un desiderio inesprimibile. Per lei solo orrore, segreti e verità che vengono a galla da un passato torbido e lontano, doloroso come una stilettata al cuore.

In questa lunga notte la storia di semplici malviventi alla ricerca di piacere e di soldi facili si intreccia con la storia di ben altro genere di uomini; adoratori di Satana, distillati del Male, ricercatori di dolore e sofferenza.

Al centro di questo girone infernale fatto della stessa materia di cui è fatto il male, una delle reliquie più famose della storia del mondo: la Lancia del Destino.

Perché gli ho dato 8?

Doveva essere un 7. Poi niente… poi gli ho dato 8.

Il fatto è che sono abbastanza stanca di parlare di sette e di diavoli. Sarà che da credente e praticante è un argomento che mi mette sempre abbastanza di cattivo umore, sarà che davvero ne abbiamo lette di cotte e di crude in questi anni. Comunque, poi, ho deciso di tenere per me le mie valutazioni intime e personali e “premiare” comunque un lavoro che, di per sé, è molto ben fatto e che presenta secondo me solo alcune debolezze di linguaggio (alcuni termini qui e lì stonano molto inseriti nel loro contesto) e stilistiche (ho odiato la voce che lei sente nella sua testa, la classica “coscienza” che per me ha sempre poca credibilità e toglie ritmo).

L’inconsistenza del diavolo ha invece molti punti di forza, tra i quali un personaggio femminile molto ben tratteggiato (già in un’altra recensione avevo parlato dell’abilità di Picciuti nel parlare di donne, mi sembra) e un paio di colpi di teatro ben riusciti. Io, se non altro, non ci ero arrivata. E dire che di cose ne leggo. Ultimi capitoli quindi molto ben fatti che riescono a “svegliare” il lettore e a fornirgli l’ultima botta di adrenalina che serve per arrivare alla fine col giusto fiatone e per chiudere il romanzo con la giusta dose di soddisfazione. Un po’ meno incisive le ultimissime pagine (l’epilogo, insomma) che, se pure non mi hanno fatto impazzire, mi fanno sperare – se non altro – in un seguito. Io e Maura abbiamo un conticino in sospeso, spero bene non finisca qui.

IN CONCLUSIONE:

In conclusione, se pure ormai io sia stanca della troppa violenza e il tema Satana non sia più propriamente nelle mie corde, l’ultimo romanzo dell’amico Daniele offre vari spunti di riflessione sull’essenza del Male nelle nostre vite moderne e si offre al lettore come un thriller ben fatto, adrenalinico e avvincente così come dovrebbe essere.

Molto carino il formato del cartaceo, piccolo e compatto, copertina solida e pagine che non si staccano anche se il libro viene un po’ maltrattato. Immagine di copertina così così e foto dell’autore decisamente da rivedere. Diamo importanza anche alle piccole cose, suvvia!

 

Il buio dentro

ILBUIODENTRO-cover-fronte.jpg

Titolo: Il buio dentro

Autore: Antonio Lanzetta

Editore: La corte

Genere: Thriller

Anno: 2016

Pagine: 285

Prezzo: 16,90 euro in formato cartaceo – 7,99 in formato digitale

Il voto della Kate: 8+

SINOSSI:

Il corpo di una ragazza viene ritrovato appeso ai rami di un albero. Il filo spinato scava nei polsi e nella corteccia di un vecchio salice bianco. Le hanno tagliato la testa e l’hanno lasciata sul terreno solcato dalle radici, gli occhi vuoti ora fissano quelli di Damiano Valente. Lui è lo Sciacallo, un famoso scrittore specializzato nel ricostruire i casi di cronaca nera nelle pagine dei suoi libri. Nessuno conosce il suo aspetto, e per Damiano questa è una fortuna: il volto deturpato da cicatrici e quella gamba spezzata che si trascina dietro come un fardello non sono trofei che gli piace mettere in mostra. Lo Sciacallo è un cacciatore che insegue nella morte le tracce lasciate dall’assassino della sua amica Claudia. Un omicidio avvenuto nell’estate del 1985, quando lui era solo un ragazzino con la passione per la corsa e amici in cui credere. Un omicidio che gli ha cambiato la vita. Trentuno anni dopo, Damiano ritorna ai piedi di quel maledetto salice bianco, per dare una risposta a quella sua ossessione che come una ferita pulsante gli impedisce di andare avanti. Con lui ci sono gli amici di un tempo, le cui esistenze si intrecciano inesorabilmente nella dura e cruda scoperta della verità, portandoli a rivivere le emozioni di una folle estate che ha segnato le loro vite per sempre.

LA RECE DELLA KATE:

Questa storia comincia nel 1985, prima che Claudia venisse uccisa, prima che Damiano avesse l’incidente, prima che tutto andasse in malora. E se si dovesse per forza dire cosa di preciso ha fatto andare tutto in malora, forse non si riuscirebbe. Evento dopo evento dopo evento dopo evento. Anche tornando indietro, anche facendo piccoli passi indietro, non si riuscirebbe a scovare il bandolo della matassa.

Ma prima della fine c’è una vita, seppur breve.

Un pezzo di vita durante il quale Claudia, Damiano, Flavio e Stefano sono stati felici. Insieme. Un pezzo di vita durante il quale Damiano era felice di correre sulla sua bicicletta. Brevi pezzi di vita durante i quali Flavio si dimenticava di essere un orfano.

La caldissima campagna salernitana, secca e appiccicosa, guardava con benevolenza queste quattro giovani e impetuose vite. Accoglieva i loro passi, i loro scherzi, le loro grida, i loro pensieri. I loro segreti. E attendeva la fine.

Poi solo morte.

Stacco.

Avanti veloce.

Damiano non corre più in bicicletta. La vita ha fatto di lui un uomo molto diverso da quello che era un tempo. Ora, di lui, è rimasto solo un involucro malconcio e una mente sin troppo brillante. Scrive, Damiano, perché combattere il crimine non può, il suo corpo glielo impedisce. L’occhio lacrima continuamente, il dolore alla gamba è fortissimo e continuo, è completamente schiavo della morfina. Allora Damiano scrive, scrive e scrive.

Stacco.

Damiano alza gli occhi. Si chiama Elina.

Si chiamava Elina.

Adesso di lei è rimasto ben poco. Il corpo appeso a un ramo per i polsi, la testa staccata posata a terra. Tagli e morsi e segni. Giovanissima, denutrita. Così simile a Claudia da far girare la testa.

Il passato ritorna, la bile risale lungo la gola, bruciando tutto. Non si può dimenticare. Chi volta la testa per non vedere verrà decapitato.

Perché gli ho dato 8+?

Ho atteso di capire cosa ne fosse di questo romanzo.

Ho atteso, atteso e ancora atteso.

Poi, non ho potuto attendere di più. Le recensioni positive aumentavano, i commenti entusiasti crescevano, i fans di Lanzetta spuntavano come funghi. E io? Cosa ne sarebbe stato di me? Avrei continuato ancora a lungo a essere scettica? Ok, scettica sì, ma pazza no. Leggere è tutto ciò che fa di me quella che sono. Il mio senso critico è il mio perimetro. Dovevo leggerlo.

Faccio una premessa: non amo moltissimo i romanzi che alternano presente e passato. Ma perché? Perché bisogna farlo bene, e in pochi sanno farlo bene. Non si può confondere il lettore ma non si può nemmeno scivolare sulla banalità, altrimenti il lettore non sarà confuso, d’accordo, ma sarà annoiato; che è peggio.

Lanzetta utilizza questo espediente narrativo, passando dal 1985 al 2016 con estrema abilità avendo cura, tra l’altro, di cambiare POV (punto di vista) permettendo così al lettore di acquisire, pagina dopo pagina, tutte le nozioni che gli sono necessarie. Il narratore è sempre esterno e onniscente, ma ponendosi a fianco di due personaggi diversi a seconda del periodo storico, ci permette di avere un quadro generale della situazione piuttosto chiaro e sfaccettato.

Sono una lettrice (quasi)onnivora, vorace e piena di pretese. Ma sono anche una blogger curiosa. Io le domande me le faccio di default, leggere e basta non mi interessa. Ho concluso questo romanzo, ho socchiuso gli occhi e ho pensato: “Perché questo libro sta avendo tanto successo? Cosa fa di un libro un libro di successo? Perché verrà tradotto questo e non un altro?”

Sapete cosa? Lanzetta ha giocato in casa, ambientando il suo Il buio dentro nel sud Italia, e ha fatto bene. La profonda conoscenza del territorio e del suo popolo ha reso il romanzo e i personaggi assolutamente credibili, allontanando il rischio di creare macchiette su macchiette. Pur caratterizzando così tanto il romanzo, però, è riuscito a dargli un respiro molto ampio, molto internazionale. E’ riuscito a non tagliare fuori tutti quelli che quel territorio lo conoscono solo dai tiggì che vomitano tragedie e brutture. Mi ha ricordato un vecchio Ammanniti, talvolta. Quello che piaceva a me. E’ riuscito a fare di un thriller non solo un thriller ma un incontro di vite e di storie e di dolori e di vissuti. E’ un thriller che nella vita vorrebbe anche fare altro. Così sembra.

La GRANDE conoscenza della materia thriller, dei suoi tempi, dei suoi ritmi e delle sue regole rendono quindi questo romanzo consigliabile anche a chi pensa che un grande thriller debba per forza essere ambientato in una grande città americana. Scettici, a me.

Anzi.

A Lanzetta.

Forza.

La corte editore fa sempre delle cover carine. Questa, però, a me fa passare la voglia di leggere.

Il suo bosco

cover

Titolo: Il suo bosco

Autore: Catia Pieragostini

Editore: Delos digital – collana Horror story

Anno: 2017

Pagine: 55

Prezzo: disponibile solo in formato digitale a 1,99 euro su Kindle store

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Dietro la chiesa di San Crispino, su per il Monte della Luna, puoi giocare tra gli alberi e fingere di essere un Cavaliere dell’Apocalisse. Ma in quel bosco non sarai solo. Qualcuno, qualcosa, è già stato lì. Quello è il suo bosco. E adesso vuole giocare con te…

LA RECE DELLA KATE:

Nei primi anni Ottanta io ero solo una bambinetta, che, avendo sorelle molto più grandi, era praticamente figlia unica. Mia madre non si faceva scrupolo a invitare molte amiche o, al contrario, a lasciarmi andare a casa loro. Capiva da sé che avevo bisogno di giocare con gente della mia età e che, se lo avessi fatto, avrei lasciato in pace lei. C’erano meno sport da fare, meno compiti da svolgere… era un’altra epoca, insomma. Adesso invitare un amichetto a casa diventa una vera impresa. Molto spesso i bambini hanno tutti i pomeriggi impegnati da calcio/nuoto/danza/flauto/violino/basket/judo/karate/briscola/rimpiattino/poker/nuotosincronizzato/pallamedica/diosolosacosa.

Tempo. Manca tempo.

Manca la noia.

Ma non è sempre stato così. Ho passato intere estati chiedendomi sgomenta: “Cosa faccio?”. Ricordo che avevo un’amica che abitava in una grande casa in campagna, una di quelle di una volta, non come quelle di adesso, tutte fighine e da ricchi. Era una casa di campagna vera. Erba di qua, di là, cani di qua, cani di là, gatti lasciati al loro destino, attrezzi da campagna, trattori, rimesse, balloni di fieno. Si chiamava Cinzia, lei. Io e Cinzia passavamo interi pomeriggi sotto un sole bastardo a giocare a una specie di caccia al tesoro. Facevamo la mappa del tesoro (a casaccio) e poi la seguivamo, vagando per il vasto giardino. Queste erano le nostre estati.

Tutto sommato, l’estate dei quattro protagonisti di questo racconto non è poi così diversa. I quattro evangelisti, come li chiama il don, sono diventati amici loro malgrado, si potrebbe dire. Hanno tutti quattordici anni, e ognuno di loro, a suo modo, è un disperato. Una disperazione del cuore. Profonda.

Si trovano senza cercarsi, passano insieme il loro tempo, si danno il nome dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse, perché chiamarsi Marco, Matteo, Giovanni e Luca è un po’ da sfigati, mentre chiamarsi Morte, Pestilenza, Carestia e Guerra è decisamente meglio. Il bosco è la loro casa, fino a quando in quel bosco non trovano un braccio. E poi un altro. E un altro ancora. Braccia senza corpi, braccia senza altre braccia o gambe o chissà che altro. Solo braccia.

Sono brividi di paura ma anche di quella eccitazione bambina e priva di limiti che solo un adolescente può provare. L’eccitazione di chi pensa di avere le risposte a tutto, di chi pensa di essere più furbo, più bravo, più intelligente, più spavaldo.

Loro sono i quattro Cavalieri e scopriranno cosa c’è dietro quegli arti sepolti nel bosco.

Almeno fino all’arrivo di Liliana Torresi.

Quando arriva Liliana Torresi tutto cambia.

Per sempre.

Perché gli ho dato 8?

Gli ho dato 8 perché, ancor più della storia in sé e per sé, a colpirmi è stato il modo di raccontare. Catia sa scrivere. Scrive in maniera fluida, corretta, forbita, utilizzando i termini adatti, pensandoli e soppesandoli senza però risultare forzata o troppo studiata.

Il racconto in questione, che nel suo incipit mi ha ricordato vagamente il famoso e a suo modo romanticissimo film Stand by me, è un buon lavoro e un buon risultato generale. Perché parlo di lavoro “generale”?

Perché più del dettaglio, ciò che rimane impresso (se non altro alla qui presente) è l’idea nel suo complesso, l’atmosfera nel suo complesso, l’atmosfera dell’oratorio parrocchiale nel suo complesso.

Per dirla tutta io SO che questo racconto funziona, ma non saprei dire in che modo o perché. Mi capite? Forse no, eh?

Io credo che ci siano cose corrette e giuste e buone delle quali non sapremmo parlare poi molto nel dettaglio. Ci sono cose belle giuste e buone… perché sì.

Questo racconto è un esempio di “perché sì” anche se credo che il bosco (come è giusto che sia, visto anche il titolo del racconto) sia il vero protagonista. Lui, i suoi rumori, i suoi segreti, i suoi abitanti. Quel gufo molto grosso, quel lupo straordinariamente grande. Un bosco che non accoglie, che non fa giocare. Una natura matrigna che si chiude per intrappolare, soffocare, schiacciare.

Probabilmente il penultimo capitolo lo avrei voluto un filo diverso, forse più chiaro ed esplicativo, ma questa è una caratteristica tutta mia: io voglio finali che dicano FINE a chiare lettere, che mi spieghino per bene tutto, il perché ed il percome. Mi piace chi fa spesso il punto della situazione per evitare che qualche lettore si perda per strada, ecco.

Ad ogni buon conto, a partire dalla cover, passando per la storia e finendo con un buonissimo editing, questo racconto è consigliabile proprio a tutti.

A meno che non abbiate paura dei boschi.

A disabilandia si tromba

a-disabilandia-si-tromba

 

Titolo: A disabilandia si tromba

Autore: Marina Cuollo

Editore: Sperling&Kupfer

Anno: 2017

Pagine: 169

Prezzo: 14,90 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 9,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

 

SINOSSI:

“Sono una microdonna, alta un metro e una mentina, che ha bisogno di mostrarsi sempre un po’ incazzata con il mondo per dire la sua. Ma in fondo sono come una crème brûlée: quando rompi la crosta, sotto c’è il morbido. Ho trentasei anni, e quando sono nata nessuno ci avrebbe scommesso mille lire che ci sarei arrivata. Sono venuta al mondo con una sindrome genetica molto rara: la Melnick Needles, che non è una marca di siringhe ma un’osteodisplasia scheletrica che conta un centinaio di casi in tutto il mondo. Uso la sedia a rotelle e di notte dormo abbracciata a un ventilatore polmonare, ma rompo ancora le scatole in giro. Capirai, dunque, che quando mi presento a qualcuno il taglio di capelli non è la prima cosa che si nota.” Dalla sedia a rotelle Marina vede e ascolta cose sulla disabilità impossibili da immaginare per idiozia e insensibilità. Racconta situazioni, comportamenti, battute del normodotato medio quando si relaziona con il disabile per strada, al lavoro, negli uffici pubblici, al ristorante. Convinta che ridere di qualcosa di brutto aiuti a liberarsi da stereotipi e ipocrisie, Marina strappa tutte le etichette che spesso incolliamo su ciò che ci spaventa o che non conosciamo, e spazza via con la sua penna tabù e preconcetti.

LA RECE DELLA KATE:

La prefazione è di Mara Maionchi. Perché proprio Mara Maionchi lo ignoro. Probabilmente perché anche la Maionchi, come la Cuollo, è una che non ha paura di parlare, di essere un po’ sboccata, di dare filo di torcere ai benpensanti e che se ne frega del politically correct. Immagino sia proprio per quello, sì. E la Maionchi lo ammette: si è sentita un po’ obbligata a fare questa prefazione. Avrà pensato: “Si può dire di no a una persona diversamente abile che, poverina, ha provato a scrivere un romanzo?”. La risposta è ovviamente negativa. Con i disabili bisogna andarci piano, usare i guanti di velluto, sorridere molto, magari alzare anche un pochino la voce e scandire bene le parole. Con tutte le sofferenze che passano vuoi anche dire di no a una pulciosa prefazione? E insomma la Maionchi ha letto il libro.

E non ha smesso di ridere.

Come me.

Come te, ne sono certa.

Altro che disabilità!

Qui siamo noi abili a sentirci disabili!

Io ho avuto la netta impressione di avere il cervello atrofizzato. Io che a volte mi sento brillante, carina, di compagnia, con la battuta pronta… dovrò rivedere DI MOLTO l’idea che ho di me stessa. La Cuollo è un vulcano, è pura energia, humor dissacrante, risata spontanea.

Sì ma di cosa si parla, santa pazienza?

A disabilandia si tromba è un manuale irriverente sulla disabilità. Capitolo dopo capitolo la Cuollo descrive i vari tipi di disabili (lo stracciapalle, l’ apocalittico, il decadente, il leader etc etc), i vari tipi di ausili per disabili, la disabilità nella storia (“Nel periodo nazista una buona parte della medicina venne afflitta dalla sindrome dell’allegro chirurgo; non essendo ancora state inventate le pile per far accendere il naso del noto giocattolo, c’era bisogno di fare pratica su corpi veri”), offre consigli di viaggio (il TripAdvisor del disabile), ci parla delle opportunità di lavoro, ci parla della famiglia, degli affetti, degli amici e del sesso.

Se siete dei politically correct NON leggete questo libro, pensereste male della Cuollo che, invece, è una trentaseienne con i controcoglioni, una mente brillante, una studiosa capace, una scienziata meravigliosa.

Digitate il suo nome su Google, selezionate Immagini e guardatela. Poi pensate se voi, in quelle condizioni, sapreste scrivere così.

C’è chi non sa scrivere così bene e far divertire così tanto da normodotato, con i milioni in banca e con la scrittura come unica cosa con cui passare il tempo.

Meditiamo gente, meditiamo.

Perché gli ho dato 8?

Perché ho riso.

Ma di gusto, eh?

Ho proprio riso.

Vorrei la Cuollo come amica (dice che conviene essere amici di un disabile, che non si paga mai da nessuna parte e che spingere una carrozzina con una disabilità grave attira partners), ma anche solo conoscerla per suggere da lei un po’ di cultura e di “buona scrittura”.

Divertente e chiara non diventa mai macchietta e non scade mai nel troppo che stroppia e che fa storcere il naso. Tra le righe si legge la verità: la vita è una merda. Barriere architettoniche, gente che ti tratta come se fossi un mentecatto, uomini che spariscono, famiglia che vorrebbe tenerti sotto una campana di vetro. Ma tra le righe si legge anche molto, molto altro: la voglia di vivere, di viaggiare, di studiare, di continuare a tenere convegni, di informare, di volersi bene anche così, anche in formato mignon, anche con i tratti del viso sformati, anche con la vocetta stridula, anche con i pregiudizi che fioccano a destra e a manca che se non stai attento inciampi e sbatti il cranio.

La vita è bella quando incontri qualcuno che la prende in ridere come te, che ti tratta come una studiosa e non come una donna handicappata, quando qualcuno spinge la tua carrozzella senza prima chiedertelo, quando qualcuno ride con te senza pensarti diversamente abile ma solo e soltanto Marina. La vita è bella quando puoi salire su un aereo e viaggiare, quando puoi combattere le tue battaglie, quando sai che sarà breve (spesso i diversamente abili muoiono prima) ma molto, molto intensa.

Questo è un romanzo breve dal costo molto (troppo) alto. Il prezzo forse vi farà desistere dal comprarlo in libreria o dallo scaricarlo. Ma fateci un pensiero, dico davvero. La Cuollo va conosciuta. Perché è lei ma soprattutto perché insegna un paio di cose interessanti. Ho tanto, troppo da leggere. Ma ho deciso di scaricare, ultimamente, cose scelte da me. Ne ho un disperato bisogno. Di messaggi forti e chiari, di persone belle, di scelte difficili, di persone combattive, di persone intelligenti e brillanti. Ho bisogno di speranza, di gioia, di amore. E’ come aver sete o aver fame: non si può ignorare.

Va bene il thriller, va bene l’horror, va bene tutto. Giuro. Ma a un certo punto il mio cuore ha bisogno di riposo, la mia anima di esempi, la mia mente di cultura sana.

Vi bacio e vi auguro buona lettura!