L’abbandonatrice

abbandonatrice

Titolo: L’abbandonatrice

Autore: Stefano Bonazzi

Editore: Fernandel

Anno: 2017

Pagine: 145

Genere: Narrativa

Prezzo: 15,00 euro per il formato cartaceo – 6,49 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 7 e mezzo

SINOSSI:

Durante l’inaugurazione della sua prima mostra fotografica, Davide riceve una chiamata: Sofia, l’amica di cui aveva perso le tracce anni prima, si è tolta la vita. Al funerale, Davide conoscerà Diamante, figlio di Sofia. Un sedicenne scontroso e instabile che insieme al dolore si porta appresso un fardello di domande: che relazione c’era tra Davide e Sofia? Perché sua madre è scappata dall’Italia troncando ogni rapporto con amici e famigliari? Perché il suicidio? Tornato a Bologna insieme a Diamante, Davide si ritroverà a vivere una complicata convivenza a tre che coinvolge anche Oscar, il suo compagno, e grazie alla quale riemergerà la storia di Sofia, colei che lascia per paura di essere lasciata: una storia di abbandoni e di fughe, di silenzi e di madri dai comportamenti irrazionali e inspiegabili. “L’abbandonatrice” è un romanzo che racconta gli attacchi di panico e la droga, l’adolescenza e il disagio. Un romanzo sulle responsabilità che ogni scelta comporta e sulla difficoltà ad accettarne le conseguenze, a qualunque età, qualunque ruolo la vita ci abbia riservato.

LA RECE DELLA KATE:

Se fate un secondo di silenzio devo mettere le mani avanti e fare una figura di merda epocale. Niente, non so cosa sia successo ma il mio Kindle ha cancellato il file de L’abbandonatrice, ciò significa, in soldoni, che non posso riportare la citazione che volevo riportare e che molto fa capire e che non potrò essere precisa al dettaglio come avrei voluto. Ok, finito di arrampicarmi sugli specchi. Voi perdonatemi, se potete. Anche le blogger casiniste a volte smaronano. Anzi, soprattutto le blogger casiniste. 

Torniamo a noi. Anzi, torniamo a Davide, Oscar e Sofia facendo un piccolo passo indietro e collocandoli nello spazio e nel tempo e in un contesto socio-culturale. Siamo a Bologna nel 2000, più o meno. Davide vorrebbe diventare un fotografo di successo, iscriversi al Dams e fare qualcosa di grande. Per farlo e provare a essere felice, però, deve uscire di casa, perché la sua manifesta omosessualità mette in imbarazzo (anche se nessuno glielo direbbe mai apertamente) la sua famiglia. Quindi, bolognese di Bologna, si mette in cerca di un appartamento da condividere. E trova Oscar. Bellissimo e dannato, ricco e voluto dalla sua famiglia, Oscar vuole invece diventare un pianista di successo. Apertamente omosessuale, intreccia sin da subito un rapporto d’amore con il complessatissimo Davide che passa la sua vita da ventenne tra un attacco di panico e l’altro. Sofia non è omosessuale, vorrebbe fare l’artista ed è amica sia dell’uno che dell’altro. Figlia di una donna con gravissimi problemi di depressione che ha mandato in rovina la famiglia, Sofia si porta dietro un passato di dolore e di rabbia che, lentamente, le corrode ogni fibra rendendo il suo dolore quasi tangibile, quasi vero, quasi visibile.  Facile capire quindi quanto il loro rapporto sia ammalato ma non per questo meno vero. Non si capisce chi aiuti e chi venga aiutato, chi dei tre abbia più irrisolti, più ferite, più insuccessi. Oscar fallisce la sua vita da musicista, Sofia scompare, Davide tenta di rimettere insieme i cocci della sua esistenza e di quella di Oscar, ormai ombra del ragazzo sensuale e affascinante di un tempo.

E poi, la chiamata. Quella chiamata. Quella che forse ci si sarebbe dovuti aspettare da molto tempo. Sofia è morta. Anzi, non proprio morta-morta e basta; morta suicida. Sofia è diventata sua madre, o sua madre è diventata Sofia; o la malattia ha messo radici inestirpabili. Come se il dolore fosse come un raffreddore, che starnutisci e lo attacchi in giro sulla metro, a scuola, in sala d’aspetto. Come se ci volesse una mascherina per il dolore, per non contagiare gli altri. E’ che secondo me il dolore ha un livello di contagio altissimo, porca miseria. Io lo vedo, come viaggia il dolore. E’ per questo che combatto a colpi di sorrisi e di preghiere, perché il dolore ha una forza sovrumana. Ma anche la gioia, se è per questo. E sempre per questo (e qui spiego il 7 e mezzo, non temete)

Perché gli ho dato 7 e mezzo?

Eccomi, dicevo.

Qui spiego il 7 e mezzo che non è diventato 8. No perché il romanzo è bello, dico davvero. Forse anche da 9. L’editing è pressoché perfetto (con Fernandel non si sbaglia mai) la prosa fluida, i personaggi tutto sommato credibili (basta farsi un giretto alla Montagnola di Bologna e si capisce che non si parla di casi limite, ma di vita, solo vita. Che per qualcuno va di merda) e una Bologna multiculturale e dannata come solo lei sa essere. Amo Bologna, la amo profondamente. Non la conosco come vorrei, perché ogni centimetro di portico sarebbe da calpestare, ogni persona sarebbe da fermare, ogni negoziante sarebbe da intervistare e allora ancora non si saprebbe nulla di nulla. Bologna è una vecchia signora lardosa, bolsa e stanca, appena inclinata verso il basso, prostrata dalla moltitudine di vite che la attraversano, agitata dai tanti giovani che camminano sopra le sue antiche pietre. E Bonazzi la descrive bene questa Bologna universitaria e alternativa, vecchia ma con i dreadlocks e una canna smangiata in bocca, una hippie dagli abiti colorati ma sporchi.

Un po’ drammone giovanile anni Settanta e un po’ Andrea De Carlo con i suoi rapporto uomo-uomo-donna, L’abbandonatrice non è riuscito però a farmi commuovere. Cosa che immagino non volesse comunque fare. Ma anche voi: non commuovetevi. Non provate pietas umana. Nessuno di loro merita la vostra pietà. Sono tre abbandonatori, in realtà, non solo uno. Non solo lei. Sono tre abbandonatori di vita, di Fede, di speranza, di sogni. E non è accettabile. Sarà perché mi hanno insegnato che la vita è il dono più grande dell’amore, sarà perché per me la salute è sacra. Sarà quello che sarà, ma per me loro sono tre perdenti alla stessa maniera, anche se Davide, alla fine della fiera, ne esce facendo la parte del leone. Parte del leone ampiamente telefonata, tra l’altro, perché non poteva che andare a finire così e perché almeno lui doveva uscirne pulito e perché la ventata di speranza doveva esserci.

Un appunto: la sinossi dice che è un romanzo che racconta gli attacchi di panico e la droga. Se volete parlare di attacchi di panico e di droga magari rivolgetevi a uno psichiatra e non fatevi fuorviare, perché qui non si parla di attacchi di panico e di droga. Detta così secondo me suona malissimo. E’ un romanzo di formazione (o involuzione per qualcuno) che tenta di descrivere come si possa stare a galla quando la vita ti volta le spalle.

Poi, ripeto, secondo me nessuno è tenuto a suicidarsi o drogarsi o andare nei matti per nessuna ragione. Siamo al mondo per essere felici e rendere felici il prossimo, non per suicidarci. I drammoni sono orrendi, è vero. Ma sono dei fallimenti individuali, non della società. O non sempre della società. No perché sembra colpa di qualcuno se Sofia si è suicidata. Sofia si è suicidata per colpa di Sofia. E Diamante ha ben ragione a essere incazzato nero.

Ok.

Ok.

Ho finito.

Mi sono lasciata trascinare.

Nemmeno la rileggo.

Grazie per essere arrivati fino a qui.

Vi amo.

P.s. COVER MERAVIGLIOSA.

 

Annunci

Un delitto al rosmarino: Wylo Helig 1

un-delitto-al-rosmarino-394343

Titolo: Un delitto al rosmarino: Wylo Helig 1

Autore: Fabio Larcher

Editore: A.Car. edizioni

Anno: 2017

Pagine: 125

Genere: Fantasy-giallo

Prezzo: 12,50 euro per il formato cartaceo

Il voto della Kate: 8

SINOSSI: 

NON LA COPIO, PERCHE’ QUELLA CHE TROVATE SU AMAZON NON RENDE IDEA DEL GENERE DI ROMANZO CHE E’. NON E’ BELLA ED E’ FUORVIANTE. SE VOLETE SAPERE DI COSA PARLA IL LIBRO, LEGGETE LA MIA RECENSIONE.

LA RECE DELLA KATE:

Wylo Helyg (Iddio solo sa se è Helyg o Helig senza la ipsilon, visto che compare scritto sia in un modo che nell’altro… benedetti autori) è un elfo di età avanzata che veste in maniera desueta e odia chiunque tranne sé stesso. Non c’è nemmeno da dirlo: ci piace un casino! Lo avrei voluto molto bello, tipo gli elfi de Il signore degli anelli, insomma, un figone dai capelli biondi e piastrati e dalla pelle bianca e liscia come il sedere di un poppante maaaaaaa… per questa volta vedrò di passarci sopra. Del resto lo scrittore è uomo. Fosse stata una donna a scrivere Delitto al rosmarino (che nome delizioso, non trovate?) l’elfo stronzo sarebbe stato un elfo bello e stronzo alla James Dean, uno di quelli che non deve chiedere mai, uno alla Dr. House, per intenderci, ma senza bastone. Sto divagando, vero? Non scrivo una recensione da troppo tempo. Ah: giusto per inciso. Questa sarà la penultima recensione, poi il blog chiude. No, non per le vacanze di Natale. Chiude forever and ever. Avrei voluto diventare famosa, non sono diventata famosa, quindi mi do all’ippica. Il che sarà molto meglio per tutti. E poi ho troooooppe cose da fare, bambini miei.

Tornando a bomba: l’elfo stronzo viene chiamato per risolvere un caso apparentemente irrisolvibile, un caso alla “stanza chiusa”. Due morti e una porta chiusa dall’interno. La vedova (deliziosa) vuole decisamente saperne di più, anche perché il defunto (e porco) marito ha avuto il cattivo gusto di crepare avvinghiato nudo a una ninfetta altrettanto nuda.

La cameriera che li ha scovati (poverella) ricorda solo tre cose: una canzone, una puzza di ascelle da far svenire un cavallo e un forte odore di rosmarino che manco il pranzo di Natale (comprendete ora il motivo del titolo?).

All’elfo stronzo di risolvere il caso interessa poco; a lui può giusto interessare di trombarsi allegramente la vedova del vecchio porco, quello gli interessa. E anche qui la mia idea sugli elfi si fa nebulosa: Legolas mi aveva messo in testa che fossero qualcosa tipo voci bianche o eunuchi o entrambe le cose. Helyg (Helig??? Come si scrive, Larcher???) non mi sembra molto eunuco. No.

Ad ogni buon conto: giusto per fare dello spoiler è normale che il caso venga risolto, che tutti abbiano il loro contentino e che i morti rimangano morti. Niente zombi, niente magie, niente risurrezioni. E’ un giallo a tutti gli effetti che viene risolto in modo sbarazzino con una spruzzata di ironia, un pizzico di erotismo e molte cattive maniere.

Perché gli ho dato 8?

Veniamo al punto, vi va?

Mi sono divertita, ho passato due ore bellissime, mi ha fatto tornare voglia di leggere, ho amato l’elfo stronzo, ho apprezzato il linguaggio curato e sofisticato, ho apprezzato le ambientazioni, ho amato i dialoghi pungenti, ho gradito la brevità della cosa, ché io i gialli da 400 pagine non li tollero.

Ci sono delle cose da aggiustare?

Sì, ovviamente.

Primo fra tutti il nome dell’elfo e la sua ipsilon.

Poi le virgole. Sono sparse un po’ alla viva il prete, bisogna che ci guardiamo meglio a dove metterle, perché alcune frasi sono impronunciabili, così come sono.

L’idea delle tavole disegnate dentro al romanzo… ni. Larcher sa disegnare e noi lettori apprezziamo il talento all over, noi donne poi impazziamo per gli uomini che hanno testa ma anche mano, ci mancherebbe. Ma ne avremmo fatto a meno? Mah, io sicuramente sì. Ma è comunque un’idea apprezzabile e carina. La cover poi è bellissima. Bellissima.

In conclusione: secondo me va letto. Non regalatelo a un giovanissimo: ci sono delle cose un po’… sexy. Ma regalatelo a voi stessi, se vi va. Io ve lo consiglio!

Un passo oltre

9788825403176-un-passo-oltre

Titolo: Un passo oltre

Autore: Olga Gnecchi – Gianluca Ingaramo

Editore: Delos Digital

Anno: 2017

Pagine: 43

Genere: Horror

Prezzo: 1,99 euro – disponibile in formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Antonio è legato alla moglie da un sentimento indissolubile. Loretta adesso è molto cambiata ma, riprendendone le parole, “l’amore è doloroso: ti abbatte, ti fa strisciare, ma è in questo modo che fa girare il mondo e rimette a posto ogni cosa”. Per difenderlo è disposto a tutto.

LA RECE DELLA KATE:

A volte si vedono. Sempre meno spesso, ma si vedono. Sono anziani, a volte così curvi da sfidare le leggi della gravità. Camminano per mano in silenzio, senza dir nulla, perché tutto è stato detto e ripetuto. Non c’è bisogno di parole che colmino vuoti, non più. Immagino che a un certo punto della vita, anzi, quel silenzio sia come un nettare prezioso, una culla deliziosa nella quale lasciarsi andare. Che cosa meravigliosa essersi detti tutto ciò che era importante! Che cosa meravigliosa essere sereni e tranquilli che, nel corso degli anni, l’amore sia stato urlato, sussurrato, ansimato e graffiato e che adesso non resti altro che farsi compagnia, dolcemente, amabilmente, sottilmente. Quando li vedo sorrido triste. Triste perché? Non lo so. Ma li invidio anche di un’invidia buona e senza rancore, perché hanno avuto la fortuna più grande: trovare l’Amore.

Io li vedo Antonio e Loretta.

Li vedo come se li avessi qui davanti.

Lei che sorride civettuola, lui che non perde il piacere di carezzarle un fianco o baciarle il collo non più morbido e teso, lei che finge di arrabbiarsi e gli tira addosso una presina. Vedo anche i loro bisticci, sempre per le stesse cose da tanti anni, da quando si sono sposati. Antonio che fa il caffè e poi lascia tutto in giro, lei che dimentica di staccare la presa del ferro da stiro, lui che non si pulisce bene le suole delle scarpe prima di entrare in casa. Piccole, innocenti scaramucce da innamorati che svaporano in un battito di ciglia.

E adesso? Adesso Loretta è a letto. Sola. Legata. Antonio deve legarla, non può fare diversamente. E deve sedarla. Loretta ha bisogno di farmaci, di cure, di amore. Antonio non smette di amarla, anche se ormai della sua amata poco è rimasto. La pelle grigia, l’odore di malattia che impregna ogni centimetro della camera… tutto gli ricorda che ciò che è stato non tornerà mai più.

Ma pare ci sia una cura. Costosa, ma c’è. E Antonio è disposto davvero a tutto pur di provarci, tentare, fare quello che è in suo potere per salvare il suo amore, la sua Loretta. Anche uccidere.

Perché gli ho dato 8?

Ho dato 8 a questo racconto perché è un BELLISSIMO racconto che, per quanto mi riguarda, come spesso dico, poteva benissimo diventare un racconto lungo o un romanzo breve. Io non so cos’abbiano ‘sti scrittori che hanno fretta di pubblicare e liquidano così dei plot che invece sono tanto interessanti. Non so davvero cos’abbiano. Che fretta c’era, maledetta primavera???

Vabbè.

Comunque.

Prima di tutto: non avevo assolutamente capito fosse un horror.

Non è che non l’avessi capito: non me ne importava niente. Ho visto il racconto pubblicizzato su Facebook e ho messo a disposizione il mio blog, perché lo sapete, se c’è della roba bella in giro IO LA VOGLIO. Per me e per voi che leggete!

Conoscendo gli autori non è che mi sia posta il problema, sapevo che non potevo sbagliare di molto, quindi l’ho preso e basta, senza andare a leggere recensioni e sinossi e bla bla bla.

E… che sorpresa!

Ok. Della trama non posso parlare: svelerei troppo.

Sappiate solo che è un bellissimo racconto horror che si legge in pochissimo tempo, dalla bellissima cover, dal prezzo secondo me un filo esagerato (si legge davvero in mezz’ora) e caratterizzato da un senso del ritmo molto buono e – cosa ancora più importante – molto efficace. Il ritmo sinusoidale (lento-veloce-lento) si è mostrato adattissimo per questo tipo di storia, una storia che, prima di tutto, parla d’amore. Il lettore sarà quindi felice di seguire l’andamento della scrittura adattandosi perfettamente alle sue regole in un crescendo di emozioni che poi, sul finire, vanno a svanire dolcemente; quasi come addormentarsi, quasi come morire.

Assolutamente consigliato.

 

Rimini beat

rimini-beat-copeweb

Titolo: Rimini beat

Autore: Andrea Biondi

Editore: Clown bianco

Pagine: 383

Genere: Giallo

Prezzo: 17,50 euro per il formato cartaceo – 7,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 6

SINOSSI:

A Rimini c’è una cava, un luogo in cui succede sempre tutto. Gianluca, Matteo e Flavio sono tre ragazzini molto diversi tra loro, vivono nello stesso palazzo e stanno sempre insieme. Un pomeriggio d’inverno si recano alla cava per giocare e Matteo ha un incidente che cambierà le loro vite. Passano gli anni e Gianluca, che nel frattempo si era trasferito in un’altra città, torna nella casa di famiglia per smaltire la fine di una storia d’amore. Ma il suo ritorno rompe equilibri precari e sembra dare il via a una serie di omicidi. Un noir sorprendente di Andrea Biondi.

LA RECE DELLA KATE:

Quando Gianluca viene lasciato dalla sua fidanzata l’unica cosa che gli viene in mente di fare è tornare a casa, a Rimini. Lì ha lasciato tutti i suoi ricordi e quei vecchi amici che lo aiuteranno a risalire in sella dopo l’orgia di risentimento e dolore che lo hanno reso un uomo un po’ diverso. E così Gianluca ricomincia da Rimini in un’età nella quale in teoria vorresti essere sposato avere dei figli e un lavoro sicuro. Invece lui non ha niente di tutto questo; ha solo una gatta che le ha lasciato in eredità la fidanzata fedifraga, un animale che lo odia cordialmente e con il quale non c’è nessun tipo di dialogo e ancor meno di feeling. Pet therapy da escludere, insomma.

Scoprire che i suoi vicini di casa sono Alice e Matteo, poi, lo sconvolge sensibilmente. Matteo, il vecchio amico dell’infanzia. Matteo che ha smesso di parlare e si esprime a gesti e sguardi o, talvolta, con carta e penna. Matteo che non è mai più tornato sé stesso, dopo l’incidente alla cava. Ma che adesso è lì, davanti a lui; un uomo fatto e finito con un lavoro, una casa, una vita. L’opportunità di ritrovare un vecchio e caro amico è troppo ghiotta per farsela scappare: Gianluca ha bisogno di Matteo e forse anche di Alice, la sorella maggiore, bella e glaciale, avvocato rampante e issata su tacchi alti e pieni di stile, sempre di corsa, sempre di fretta, come se nessuno avesse, per lei, davvero importanza.

Quando una donna viene trovata barbaramente uccisa, Gianluca è deciso a camminare a ritroso negli anni per trovare il filo rosso che unisce quella morta a quella di altre due persone tra di loro collegate. Sono morti sospette e Gianluca ha tempo, troppo tempo per pensarci. Pensando a queste cose dimenticherà i suoi guai, quella ex fidanzata che non riesce del tutto a dimenticare, Alice che fugge, il lavoro frustrante. Tutto, pur di non pensare.

Perché gli ho dato 6?

Ho dato 6 a questo romanzo perché, pur avendo un plot interessante, tende a perdere di vista l’obiettivo.

Ho trovato che quasi quattrocento pagine per un giallo classico fossero decisamente troppe e che troppo spesso si tendesse a girare in loop sullo stesso concetto in maniera quasi meccanica, come se si dovesse per forza riempire fogli. E se spesso me la prendo (bonariamente) con chi non trova il coraggio di uscire dalla zona sicura del raccontino da trenta pagine, così – sempre bonariamente – me la prendo con chi (secondo me, sia chiaro) tende a essere inutilmente verboso. Lo sbrodolamento può essere accattivante in un romance (quanti centrini ci sono nella stanza da letto della nonna?) ma in un giallo, probabilmente, è necessario essere un filo più incisivi. Se poi dopo trecentottanta pagine mi risolvi la questione in due… eccheccaspita! Sorrido, sia chiaro. Prima di tutto perché sono una blogger buona, secondo perché il libro mi è fondamentalmente piaciuto. E voi direte: “Ammazza, pensa se non ti fosse piaciuto!”

Ma è proprio perché trovo che l’autore sappia scrivere che mi incavolo. Ha proprietà di linguaggio e anche una prosa accattivante. Sa armeggiare attorno ai personaggi, sa ingraziarsi il lettore. Ho adorato la gatta, ho adorato Alice, ho adorato il datore di lavoro e amico storico Sergio (anche se è grezzo come una trebbiatrice).

Ma mi è mancata immensamente Rimini. La location di questo libro, per una persona che di Rimini non è, poteva essere Bologna, Modena, Noto. E’ poco caratterizzata (a parte da una topografia incomprensibile a tutti coloro che riminesi non sono) e questo si sente, manca, se ne sentiva il bisogno e sarebbe stato, magari, vincente. Una Rimini invernale e grigia e fosca contrapposta a quella che in tanti conosciamo, odorosa di monoi e tiarè e luccicante di sudore, avrebbe dato un’impronta al romanzo ancora più soggettiva, più intima.

In conclusione: 

Secondo me si potrebbe riassumere così: un bel romanzo in sé e per sé. Un romanzo giallo al quale manca qualcosa.

Cover bella ma non centratissima e correzione bozza non sempre precisa.

Per non perdervi nemmeno un articolo…

Immagine

Ri-ciao bimbi!

Non so se lo sapete, ma da qualche mese La Kate dei Libri è anche su Facebook!

Mettendo il LIKE potrete accedere a tante recensioni in più, recensioni che non vengono pubblicate sul blog (per varie ragioni e quasi sempre diverse) ma che potrebbero interessarvi!

Quindi, se avete facebook e se vi va… seguitemi anche lì!

Tanti, tanti, tanti baci.

Kate

7 note nere

9788825402568-7-note-nere

Titolo: 7 note nere

Autore: Maico Morellini

Editore: Delos Digital

Anno: 2017

Pagine: 58

Prezzo: 2,49 euro per il formato digitale (unico disponibile) acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Cosa vuole il demone che vive al di là dello specchio? Chi si nasconde dietro gli efferati delitti di un serial killer? Quale terribile potere hanno quei vecchi ferri da maglia?

Sette note oscure, sette storie nere. Un viaggio dal quale tornerete profondamente cambiati.

LA RECE DELLA KATE:

Nonostante Amazon si ostini a chiamarlo romanzo breve questo non è un romanzo breve ma, essendo voi tipini intelligenti, scommetto che lo avrete capito anche solo leggendo il titolo. 7 note nere è infatti una raccolta di racconti scritti dall’amico Maico Morellini nel corso degli anni; racconti che hanno partecipato e vinto concorsi, probabilmente tutti, a loro modo, simbolo di uno stile o di un momento specifico o di un pezzetto di strada fatto dal bravissimo autore reggiano. Un excursus – tenebroso – nella sua anima e nel suo stile, nel mondo horror italiano ma anche in un’Italia che smette di essere soleggiata e profumata di pizza e allarga tentacoli neri e furibondi sulla terra fertile. Fertile come la mente del nostro caro autore che, raccogliendo queste sette storie ci fa partecipi del suo mondo incantato ed onirico e ci accompagna in un viaggio breve ma pur sempre intenso e stilisticamente interessante senza la minima intenzione di tenerci la mano. Ed ecco quindi che non siamo attorno a un fuoco con gli amici a raccontare storie dell’orrore; non c’è niente di goliardico, niente di neppure vagamente tollerabile. Mi verrebbe da fare paragoni sempre italiani ma non li farò. Quello che voglio dire è che ho letto raccolte di racconti che sembravano davvero storie raccontate dal nonno davanti al camino per creare atmosfera, fare un po’ paura, raccontare storie che altrimenti sarebbero destinate a scomparire nel vento.

Qui… qui la sensazione è un’altra.

Lo sapete quale?

Io mi sono sentita al buio, al centro di una stanza, nessun tappeto sotto di me, solo il nudo pavimento. Ho sentito il senso di solitudine, eppure sola non ero. Ed ecco infatti che una voce, nel buio, dava inizio alla sua danza. Un tono pacato ma deciso, una voce di uomo profonda e roca. Era con me ma non era con me. Né benigna né maligna. C’era, e basta. Raccontava queste storie, e basta. Ero sola. Dovevo ascoltare.

Si parla di bambini, si parla di demoni, si parla di grandi e possenti Titani, si parla di strani alberi, c’è l’estate e il caldo, c’è la nebbia fitta della Pianura Padana, c’è l’odore di corruzione, l’odore di dolore, di malattia. Un odore che ricondurrei solo a un ospedale, detta sinceramente. Non c’è ambiente esterno che mi riconduca a certe sensazioni. Fragilità, morte occultata, finta normalità.

Perché gli ho dato 8?

L’ho accennato prima: io non sto dicendo che l’horror, in un modo o nell’altro, sia pur sempre e solo horror. L’horror può essere tale in mille modi diversi, declinato in mille maniere diverse. Ne ho letto talmente tanto in questi anni che sono certa di dire la verità. E poi… cosa c’è di più horror di ciò che viviamo ogni giorno? Non sto parlando delle nostre vite private, sia chiaro. La mia è luminosa. Sto parlando del panorama mondiale, degli ultimi avvenimenti, della crudeltà, della sete di vendetta, della sete di potere. C’è qualcosa di più horror? Viviamo così circondati dall’orrore che sublimarlo non è affatto semplice. Nemmeno il più terribile mostro lovecraftiano riuscirebbe a sublimare tutto lo schifo nel quale siamo immersi noi e – accidenti – i nostri figli.

Ma se l’horror è horror e gli artisti (anche in Italia) sono molteplici, è vero quindi che per dire davvero qualcosa è necessario dirla nella maniera corretta. Morellini è un uomo che conosce la lingua italiana, che conosce le sue regole, che ha il puro piacere di esprimersi in un certo modo. La sua prosa è ricercata, studiata, calcolata. I suoi periodi, le frasi che scrive, non sono mai casuali, mai “di pancia”. Leggo, nel suo lavoro, un amore reale per il mondo della scrittura e per il lettore. Un vero rispetto per la lingua, per la letteratura di genere e per chi leggerà. La finezza di pensiero e di scrittura, allora, diventa chiave di volta per una narrazione sapiente, strutturata, elegante e mai banale. Anzi. Non scontata, ecco. Come diciamo noi scout, tra i due sentieri Morellini sceglie quello meno battuto. La ricercatezza.

Una raccolta interessante.

Cosa?

Il mio preferito?

Il Titano, ovviamente. Da brividi.

Buona terrificante lettura, amici.

La belva del mare

9788825401745-la-belva-del-mare.jpg

Titolo: La belva del mare

Autore: Salvatore Stefanelli

Editore: Delos Digital

Collana: Delos Crime

Anno: 2017

Pagine: 55

Prezzo: 1,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 6/7

SINOSSI: 

Un mostro che rapisce le sue vittime per poi lasciarle morire in riva al mare con una passiflora sul ventre, per questo l’hanno chiamato La Belva del mare. Il maresciallo Riberti è in prima linea nel dargli la caccia, ma la sua ostinazione non è solo dovere, è soprattutto qualcosa di personale.

LA RECE DELLA KATE:

Giorgio Riberti non è mai stato l’anima della compagnia. Riservato e serioso, incute un certo timore reverenziale nel suo staff. Le cose sono sensibilmente peggiorate dopo la morte dell’amata moglie per mano di un serial killer spietato che dai giornali è stato chiamato (con grande svolazzo di fantasia) la Belva del mare, in onore dei luoghi delle sue stragi.

Per Giorgio Riberti prendere l’assassino (o gli assassini?) è una questione che va ormai molto al di là del semplice dovere lavorativo e civile: Riberti DEVE trovare l’uomo che ha ucciso la sua bellissima moglie proprio quando era incinta di due gemelli. I suoi due gemelli.

E mentre il desiderio di vendetta scalpita impaziente nel petto del Commissario, altre morti si susseguono una via l’altra sullo sfondo dell’affascinante costa pugliese; sempre donne, sempre belle, sempre giovani, sempre brutalmente offese e violate, sempre con una passiflora adagiata sul ventre. In mezzo a questa lunga di scia di sangue, anche un uomo. Aristide Spezzini è un’altra strana e inaspettata vittima della Belva? Perché cambiare improvvisamente modus operandi? Perché un uomo? Perché proprio lui?

Le cose, si sa, non sono mai come sembrano e spesso il destino ci tiene a mischiare le carte e, di conseguenza, il nostro futuro.

Perché gli ho dato 6/7?

L’amore di Stefanelli per la poesia traspare in ogni sua altra pubblicazione. Il che, sono sincera, non so quanto gli faccia pro. Il linguaggio che, qui e lì, diventa aulico, non giova certamente a una narrazione di questo tipo, giacché ci troviamo di fronte a quello che vorrebbe essere un racconto thriller. Per quello che mi riguarda, alcune frasi come “Dobbiamo arrivare prima dell’irreparabile!” o “Il fuggevole incontro dei nostri sguardi mi fa arrossire” stridono in maniera incontrollata. La prima perché forzosa e poco realistica (ve lo immaginate un commissario in preda all’agitazione che sale in auto per prendere un pericoloso serial killer che grida: “Dobbiamo arrivare prima dell’irreparabile!!!“? Io no. Molto probabilmente la frase sarebbe: “Metti in moto questa cazzo di macchina, vai!!!“); la seconda perché stucchevole e poco appropriata al contesto.

Dette queste cose (che ritenevo doverose), La belva del mare è e rimane un racconto thriller assolutamente onesto e godibile, con una prosa ricca e curata, con un paio di personaggi molto molto interessanti (lo stesso Riberti e la vedova dell’unico uomo assassinato) e dialoghi snelli e ritmati nella giusta maniera.

Peccato anche per la brevità; non capisco mai perché scrivere così poco (del resto io non scrivo affatto, quindi non ho motivo di criticare). In questo caso molto in più si sarebbe potuto dire del protagonista, il depressissimo Riberti, e ancor di più sul contesto paesaggistico e culturale, visto che le spiagge pugliesi sono molto caratteristiche e affascinanti e una maggiore descrizione avrebbe forse aumentato il senso di partecipazione del lettore.

Ma qui non si sta più parlando del racconto in sé e per sé, ma di tutti quei racconti che, per brevità, dimenticano di dire cose che per me (per me Caterina) rimangono fondamentali.

La belva del mare è quindi un racconto assolutamente consigliato e per il prezzo piccino piccino e per la sua narrazione fluida e capace.

N.B. Un editing più preciso non avrebbe certo fatto male a nessuno…