Un passo oltre

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Titolo: Un passo oltre

Autore: Olga Gnecchi – Gianluca Ingaramo

Editore: Delos Digital

Anno: 2017

Pagine: 43

Genere: Horror

Prezzo: 1,99 euro – disponibile in formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Antonio è legato alla moglie da un sentimento indissolubile. Loretta adesso è molto cambiata ma, riprendendone le parole, “l’amore è doloroso: ti abbatte, ti fa strisciare, ma è in questo modo che fa girare il mondo e rimette a posto ogni cosa”. Per difenderlo è disposto a tutto.

LA RECE DELLA KATE:

A volte si vedono. Sempre meno spesso, ma si vedono. Sono anziani, a volte così curvi da sfidare le leggi della gravità. Camminano per mano in silenzio, senza dir nulla, perché tutto è stato detto e ripetuto. Non c’è bisogno di parole che colmino vuoti, non più. Immagino che a un certo punto della vita, anzi, quel silenzio sia come un nettare prezioso, una culla deliziosa nella quale lasciarsi andare. Che cosa meravigliosa essersi detti tutto ciò che era importante! Che cosa meravigliosa essere sereni e tranquilli che, nel corso degli anni, l’amore sia stato urlato, sussurrato, ansimato e graffiato e che adesso non resti altro che farsi compagnia, dolcemente, amabilmente, sottilmente. Quando li vedo sorrido triste. Triste perché? Non lo so. Ma li invidio anche di un’invidia buona e senza rancore, perché hanno avuto la fortuna più grande: trovare l’Amore.

Io li vedo Antonio e Loretta.

Li vedo come se li avessi qui davanti.

Lei che sorride civettuola, lui che non perde il piacere di carezzarle un fianco o baciarle il collo non più morbido e teso, lei che finge di arrabbiarsi e gli tira addosso una presina. Vedo anche i loro bisticci, sempre per le stesse cose da tanti anni, da quando si sono sposati. Antonio che fa il caffè e poi lascia tutto in giro, lei che dimentica di staccare la presa del ferro da stiro, lui che non si pulisce bene le suole delle scarpe prima di entrare in casa. Piccole, innocenti scaramucce da innamorati che svaporano in un battito di ciglia.

E adesso? Adesso Loretta è a letto. Sola. Legata. Antonio deve legarla, non può fare diversamente. E deve sedarla. Loretta ha bisogno di farmaci, di cure, di amore. Antonio non smette di amarla, anche se ormai della sua amata poco è rimasto. La pelle grigia, l’odore di malattia che impregna ogni centimetro della camera… tutto gli ricorda che ciò che è stato non tornerà mai più.

Ma pare ci sia una cura. Costosa, ma c’è. E Antonio è disposto davvero a tutto pur di provarci, tentare, fare quello che è in suo potere per salvare il suo amore, la sua Loretta. Anche uccidere.

Perché gli ho dato 8?

Ho dato 8 a questo racconto perché è un BELLISSIMO racconto che, per quanto mi riguarda, come spesso dico, poteva benissimo diventare un racconto lungo o un romanzo breve. Io non so cos’abbiano ‘sti scrittori che hanno fretta di pubblicare e liquidano così dei plot che invece sono tanto interessanti. Non so davvero cos’abbiano. Che fretta c’era, maledetta primavera???

Vabbè.

Comunque.

Prima di tutto: non avevo assolutamente capito fosse un horror.

Non è che non l’avessi capito: non me ne importava niente. Ho visto il racconto pubblicizzato su Facebook e ho messo a disposizione il mio blog, perché lo sapete, se c’è della roba bella in giro IO LA VOGLIO. Per me e per voi che leggete!

Conoscendo gli autori non è che mi sia posta il problema, sapevo che non potevo sbagliare di molto, quindi l’ho preso e basta, senza andare a leggere recensioni e sinossi e bla bla bla.

E… che sorpresa!

Ok. Della trama non posso parlare: svelerei troppo.

Sappiate solo che è un bellissimo racconto horror che si legge in pochissimo tempo, dalla bellissima cover, dal prezzo secondo me un filo esagerato (si legge davvero in mezz’ora) e caratterizzato da un senso del ritmo molto buono e – cosa ancora più importante – molto efficace. Il ritmo sinusoidale (lento-veloce-lento) si è mostrato adattissimo per questo tipo di storia, una storia che, prima di tutto, parla d’amore. Il lettore sarà quindi felice di seguire l’andamento della scrittura adattandosi perfettamente alle sue regole in un crescendo di emozioni che poi, sul finire, vanno a svanire dolcemente; quasi come addormentarsi, quasi come morire.

Assolutamente consigliato.

 

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Rimini beat

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Titolo: Rimini beat

Autore: Andrea Biondi

Editore: Clown bianco

Pagine: 383

Genere: Giallo

Prezzo: 17,50 euro per il formato cartaceo – 7,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 6

SINOSSI:

A Rimini c’è una cava, un luogo in cui succede sempre tutto. Gianluca, Matteo e Flavio sono tre ragazzini molto diversi tra loro, vivono nello stesso palazzo e stanno sempre insieme. Un pomeriggio d’inverno si recano alla cava per giocare e Matteo ha un incidente che cambierà le loro vite. Passano gli anni e Gianluca, che nel frattempo si era trasferito in un’altra città, torna nella casa di famiglia per smaltire la fine di una storia d’amore. Ma il suo ritorno rompe equilibri precari e sembra dare il via a una serie di omicidi. Un noir sorprendente di Andrea Biondi.

LA RECE DELLA KATE:

Quando Gianluca viene lasciato dalla sua fidanzata l’unica cosa che gli viene in mente di fare è tornare a casa, a Rimini. Lì ha lasciato tutti i suoi ricordi e quei vecchi amici che lo aiuteranno a risalire in sella dopo l’orgia di risentimento e dolore che lo hanno reso un uomo un po’ diverso. E così Gianluca ricomincia da Rimini in un’età nella quale in teoria vorresti essere sposato avere dei figli e un lavoro sicuro. Invece lui non ha niente di tutto questo; ha solo una gatta che le ha lasciato in eredità la fidanzata fedifraga, un animale che lo odia cordialmente e con il quale non c’è nessun tipo di dialogo e ancor meno di feeling. Pet therapy da escludere, insomma.

Scoprire che i suoi vicini di casa sono Alice e Matteo, poi, lo sconvolge sensibilmente. Matteo, il vecchio amico dell’infanzia. Matteo che ha smesso di parlare e si esprime a gesti e sguardi o, talvolta, con carta e penna. Matteo che non è mai più tornato sé stesso, dopo l’incidente alla cava. Ma che adesso è lì, davanti a lui; un uomo fatto e finito con un lavoro, una casa, una vita. L’opportunità di ritrovare un vecchio e caro amico è troppo ghiotta per farsela scappare: Gianluca ha bisogno di Matteo e forse anche di Alice, la sorella maggiore, bella e glaciale, avvocato rampante e issata su tacchi alti e pieni di stile, sempre di corsa, sempre di fretta, come se nessuno avesse, per lei, davvero importanza.

Quando una donna viene trovata barbaramente uccisa, Gianluca è deciso a camminare a ritroso negli anni per trovare il filo rosso che unisce quella morta a quella di altre due persone tra di loro collegate. Sono morti sospette e Gianluca ha tempo, troppo tempo per pensarci. Pensando a queste cose dimenticherà i suoi guai, quella ex fidanzata che non riesce del tutto a dimenticare, Alice che fugge, il lavoro frustrante. Tutto, pur di non pensare.

Perché gli ho dato 6?

Ho dato 6 a questo romanzo perché, pur avendo un plot interessante, tende a perdere di vista l’obiettivo.

Ho trovato che quasi quattrocento pagine per un giallo classico fossero decisamente troppe e che troppo spesso si tendesse a girare in loop sullo stesso concetto in maniera quasi meccanica, come se si dovesse per forza riempire fogli. E se spesso me la prendo (bonariamente) con chi non trova il coraggio di uscire dalla zona sicura del raccontino da trenta pagine, così – sempre bonariamente – me la prendo con chi (secondo me, sia chiaro) tende a essere inutilmente verboso. Lo sbrodolamento può essere accattivante in un romance (quanti centrini ci sono nella stanza da letto della nonna?) ma in un giallo, probabilmente, è necessario essere un filo più incisivi. Se poi dopo trecentottanta pagine mi risolvi la questione in due… eccheccaspita! Sorrido, sia chiaro. Prima di tutto perché sono una blogger buona, secondo perché il libro mi è fondamentalmente piaciuto. E voi direte: “Ammazza, pensa se non ti fosse piaciuto!”

Ma è proprio perché trovo che l’autore sappia scrivere che mi incavolo. Ha proprietà di linguaggio e anche una prosa accattivante. Sa armeggiare attorno ai personaggi, sa ingraziarsi il lettore. Ho adorato la gatta, ho adorato Alice, ho adorato il datore di lavoro e amico storico Sergio (anche se è grezzo come una trebbiatrice).

Ma mi è mancata immensamente Rimini. La location di questo libro, per una persona che di Rimini non è, poteva essere Bologna, Modena, Noto. E’ poco caratterizzata (a parte da una topografia incomprensibile a tutti coloro che riminesi non sono) e questo si sente, manca, se ne sentiva il bisogno e sarebbe stato, magari, vincente. Una Rimini invernale e grigia e fosca contrapposta a quella che in tanti conosciamo, odorosa di monoi e tiarè e luccicante di sudore, avrebbe dato un’impronta al romanzo ancora più soggettiva, più intima.

In conclusione: 

Secondo me si potrebbe riassumere così: un bel romanzo in sé e per sé. Un romanzo giallo al quale manca qualcosa.

Cover bella ma non centratissima e correzione bozza non sempre precisa.

Per non perdervi nemmeno un articolo…

Immagine

Ri-ciao bimbi!

Non so se lo sapete, ma da qualche mese La Kate dei Libri è anche su Facebook!

Mettendo il LIKE potrete accedere a tante recensioni in più, recensioni che non vengono pubblicate sul blog (per varie ragioni e quasi sempre diverse) ma che potrebbero interessarvi!

Quindi, se avete facebook e se vi va… seguitemi anche lì!

Tanti, tanti, tanti baci.

Kate

7 note nere

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Titolo: 7 note nere

Autore: Maico Morellini

Editore: Delos Digital

Anno: 2017

Pagine: 58

Prezzo: 2,49 euro per il formato digitale (unico disponibile) acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Cosa vuole il demone che vive al di là dello specchio? Chi si nasconde dietro gli efferati delitti di un serial killer? Quale terribile potere hanno quei vecchi ferri da maglia?

Sette note oscure, sette storie nere. Un viaggio dal quale tornerete profondamente cambiati.

LA RECE DELLA KATE:

Nonostante Amazon si ostini a chiamarlo romanzo breve questo non è un romanzo breve ma, essendo voi tipini intelligenti, scommetto che lo avrete capito anche solo leggendo il titolo. 7 note nere è infatti una raccolta di racconti scritti dall’amico Maico Morellini nel corso degli anni; racconti che hanno partecipato e vinto concorsi, probabilmente tutti, a loro modo, simbolo di uno stile o di un momento specifico o di un pezzetto di strada fatto dal bravissimo autore reggiano. Un excursus – tenebroso – nella sua anima e nel suo stile, nel mondo horror italiano ma anche in un’Italia che smette di essere soleggiata e profumata di pizza e allarga tentacoli neri e furibondi sulla terra fertile. Fertile come la mente del nostro caro autore che, raccogliendo queste sette storie ci fa partecipi del suo mondo incantato ed onirico e ci accompagna in un viaggio breve ma pur sempre intenso e stilisticamente interessante senza la minima intenzione di tenerci la mano. Ed ecco quindi che non siamo attorno a un fuoco con gli amici a raccontare storie dell’orrore; non c’è niente di goliardico, niente di neppure vagamente tollerabile. Mi verrebbe da fare paragoni sempre italiani ma non li farò. Quello che voglio dire è che ho letto raccolte di racconti che sembravano davvero storie raccontate dal nonno davanti al camino per creare atmosfera, fare un po’ paura, raccontare storie che altrimenti sarebbero destinate a scomparire nel vento.

Qui… qui la sensazione è un’altra.

Lo sapete quale?

Io mi sono sentita al buio, al centro di una stanza, nessun tappeto sotto di me, solo il nudo pavimento. Ho sentito il senso di solitudine, eppure sola non ero. Ed ecco infatti che una voce, nel buio, dava inizio alla sua danza. Un tono pacato ma deciso, una voce di uomo profonda e roca. Era con me ma non era con me. Né benigna né maligna. C’era, e basta. Raccontava queste storie, e basta. Ero sola. Dovevo ascoltare.

Si parla di bambini, si parla di demoni, si parla di grandi e possenti Titani, si parla di strani alberi, c’è l’estate e il caldo, c’è la nebbia fitta della Pianura Padana, c’è l’odore di corruzione, l’odore di dolore, di malattia. Un odore che ricondurrei solo a un ospedale, detta sinceramente. Non c’è ambiente esterno che mi riconduca a certe sensazioni. Fragilità, morte occultata, finta normalità.

Perché gli ho dato 8?

L’ho accennato prima: io non sto dicendo che l’horror, in un modo o nell’altro, sia pur sempre e solo horror. L’horror può essere tale in mille modi diversi, declinato in mille maniere diverse. Ne ho letto talmente tanto in questi anni che sono certa di dire la verità. E poi… cosa c’è di più horror di ciò che viviamo ogni giorno? Non sto parlando delle nostre vite private, sia chiaro. La mia è luminosa. Sto parlando del panorama mondiale, degli ultimi avvenimenti, della crudeltà, della sete di vendetta, della sete di potere. C’è qualcosa di più horror? Viviamo così circondati dall’orrore che sublimarlo non è affatto semplice. Nemmeno il più terribile mostro lovecraftiano riuscirebbe a sublimare tutto lo schifo nel quale siamo immersi noi e – accidenti – i nostri figli.

Ma se l’horror è horror e gli artisti (anche in Italia) sono molteplici, è vero quindi che per dire davvero qualcosa è necessario dirla nella maniera corretta. Morellini è un uomo che conosce la lingua italiana, che conosce le sue regole, che ha il puro piacere di esprimersi in un certo modo. La sua prosa è ricercata, studiata, calcolata. I suoi periodi, le frasi che scrive, non sono mai casuali, mai “di pancia”. Leggo, nel suo lavoro, un amore reale per il mondo della scrittura e per il lettore. Un vero rispetto per la lingua, per la letteratura di genere e per chi leggerà. La finezza di pensiero e di scrittura, allora, diventa chiave di volta per una narrazione sapiente, strutturata, elegante e mai banale. Anzi. Non scontata, ecco. Come diciamo noi scout, tra i due sentieri Morellini sceglie quello meno battuto. La ricercatezza.

Una raccolta interessante.

Cosa?

Il mio preferito?

Il Titano, ovviamente. Da brividi.

Buona terrificante lettura, amici.

La belva del mare

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Titolo: La belva del mare

Autore: Salvatore Stefanelli

Editore: Delos Digital

Collana: Delos Crime

Anno: 2017

Pagine: 55

Prezzo: 1,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 6/7

SINOSSI: 

Un mostro che rapisce le sue vittime per poi lasciarle morire in riva al mare con una passiflora sul ventre, per questo l’hanno chiamato La Belva del mare. Il maresciallo Riberti è in prima linea nel dargli la caccia, ma la sua ostinazione non è solo dovere, è soprattutto qualcosa di personale.

LA RECE DELLA KATE:

Giorgio Riberti non è mai stato l’anima della compagnia. Riservato e serioso, incute un certo timore reverenziale nel suo staff. Le cose sono sensibilmente peggiorate dopo la morte dell’amata moglie per mano di un serial killer spietato che dai giornali è stato chiamato (con grande svolazzo di fantasia) la Belva del mare, in onore dei luoghi delle sue stragi.

Per Giorgio Riberti prendere l’assassino (o gli assassini?) è una questione che va ormai molto al di là del semplice dovere lavorativo e civile: Riberti DEVE trovare l’uomo che ha ucciso la sua bellissima moglie proprio quando era incinta di due gemelli. I suoi due gemelli.

E mentre il desiderio di vendetta scalpita impaziente nel petto del Commissario, altre morti si susseguono una via l’altra sullo sfondo dell’affascinante costa pugliese; sempre donne, sempre belle, sempre giovani, sempre brutalmente offese e violate, sempre con una passiflora adagiata sul ventre. In mezzo a questa lunga di scia di sangue, anche un uomo. Aristide Spezzini è un’altra strana e inaspettata vittima della Belva? Perché cambiare improvvisamente modus operandi? Perché un uomo? Perché proprio lui?

Le cose, si sa, non sono mai come sembrano e spesso il destino ci tiene a mischiare le carte e, di conseguenza, il nostro futuro.

Perché gli ho dato 6/7?

L’amore di Stefanelli per la poesia traspare in ogni sua altra pubblicazione. Il che, sono sincera, non so quanto gli faccia pro. Il linguaggio che, qui e lì, diventa aulico, non giova certamente a una narrazione di questo tipo, giacché ci troviamo di fronte a quello che vorrebbe essere un racconto thriller. Per quello che mi riguarda, alcune frasi come “Dobbiamo arrivare prima dell’irreparabile!” o “Il fuggevole incontro dei nostri sguardi mi fa arrossire” stridono in maniera incontrollata. La prima perché forzosa e poco realistica (ve lo immaginate un commissario in preda all’agitazione che sale in auto per prendere un pericoloso serial killer che grida: “Dobbiamo arrivare prima dell’irreparabile!!!“? Io no. Molto probabilmente la frase sarebbe: “Metti in moto questa cazzo di macchina, vai!!!“); la seconda perché stucchevole e poco appropriata al contesto.

Dette queste cose (che ritenevo doverose), La belva del mare è e rimane un racconto thriller assolutamente onesto e godibile, con una prosa ricca e curata, con un paio di personaggi molto molto interessanti (lo stesso Riberti e la vedova dell’unico uomo assassinato) e dialoghi snelli e ritmati nella giusta maniera.

Peccato anche per la brevità; non capisco mai perché scrivere così poco (del resto io non scrivo affatto, quindi non ho motivo di criticare). In questo caso molto in più si sarebbe potuto dire del protagonista, il depressissimo Riberti, e ancor di più sul contesto paesaggistico e culturale, visto che le spiagge pugliesi sono molto caratteristiche e affascinanti e una maggiore descrizione avrebbe forse aumentato il senso di partecipazione del lettore.

Ma qui non si sta più parlando del racconto in sé e per sé, ma di tutti quei racconti che, per brevità, dimenticano di dire cose che per me (per me Caterina) rimangono fondamentali.

La belva del mare è quindi un racconto assolutamente consigliato e per il prezzo piccino piccino e per la sua narrazione fluida e capace.

N.B. Un editing più preciso non avrebbe certo fatto male a nessuno…

 

Il delitto perfetto

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Titolo: Il delitto perfetto

Autore: Sam Stoner

Editore: Selfpublishing

Anno: 2016

Pagine: 33

Prezzo: 3,49 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 0,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI: 

Il dottor Fois torna a casa dopo una giornata di lavoro. Ad attenderlo non c’è la moglie. La signora Fois, infatti, è senza vita nella casa di campagna. Il dottore assapora la libertà ritrovata ripercorrendo le ultime settimane che lo hanno portato a elaborare l’omicidio perfetto.

LA RECE DELLA KATE:

Il signor Fois torna a casa, come ogni sera. E come ogni sera aspetta di sentire i rimbrotti della moglie, la signora Fois, una donna collerica al limite del pericoloso che, in paese, non gode di una gran fama. Irosa, maleducata e manesca, ecco cos’è. Lo sanno tutti, perché lei non fa niente per nasconderlo. Ricca di famiglia e spocchiosa di natura, da molti anni una delle sue vittime preferite è proprio quel povero uomo del marito; di giorno stimato medico e profondo conoscitore di ogni meandro della scienza che esercita e di sera, a casa, semplice marionetta nella mani di una donna bolsa e fastidiosa, collerica, insistente e volgare. Già sente, quindi, la sua voce nelle orecchie. Fai questo! Fai quello! Lascia stare il gatto! Non appoggiare i piedi lì! No, nemmeno lì!

Ma… no. Aspettate un attimo.

Queste cose, stasera, non accadranno.

Non accadrà nulla di tutto ciò. Il dottor Fois può dare un calcio al gatto (che piacere anche il solo gesto!), può versarsi qualcosa da bere, può persino appoggiare i piedi sul complemento di arredo preposto a questo scopo. Lusso. Tutto questo, per lui, è semplicemente un lusso.

L’idea della morte della moglie lo fa sentire molto – pericolosamente – vicino alla pace dei sensi. Niente di troppo educato, siamo tutti d’accordo, ma le cose stanno esattamente in questo modo. Quasi le labbra si atteggiano a sorriso, in questo momento. Felicità per la morte della gentil consorte? No, non davvero. Non starebbe bene, lui è pur sempre un medico, un professionista, un’autorità di paese, cribbio! No, quella specie di sorriso è solo merito del relax agli arti inferiori. Dev’essere certamente quello il motivo. Solo e soltanto quello. E mentre assapora quegli attimi di puro piacere dei sensi, la sua mente torna indietro nel tempo e all’incontro con il notaio Govi che, pulce nell’orecchio dopo pulce nell’orecchio, ha dato la stura a una serie di situazioni violente e drammatiche che hanno cambiato per sempre la vita di (almeno) tre persone.

Perché gli ho dato 7?

Ciao, mi chiamo Caterina, per gli amici Cate o Kate e nella vita sono una specie di signora Fois.

Non esco benissimo dalla lettura di questo racconto.

Credo mi guarderò le spalle, da oggi in avanti.

Sì, lo ammetto: sono una stracciaballe.

Pensate a una donna pallosa. Pensate alle vostre compagne e a come possono essere fastidiose. Fatto? Elevate il tutto alla dieci. Fatto? Elevate ancora alla venti. Fatto? Quella sono io. Sì, signori. Non si direbbe (o forse sì) ma io sono una di quelle donne che parlano troppo. Tempo che entri dalla porta e io ho già detto almeno duetre cose. Tempo che ti togli la giacca ho già brontolato su qualcosa. Tempo che ti fai la doccia e ti ho già chiesto almeno quattro cose delle quali tre impossibili. Credo di aver preso sia da mio padre (per le cose impossibili) che da mia madre (per la petulanza). No, non sono una donna desiderabile.

E di questo si parla.

Di donne che tirano un tantineeello troppo la corda.

Stoner ne parla in maniera breve e concisa (credo che di questo argomento si potrebbe scriverne sino a finire tutto l’inchiostro presente sul pianeta) ma molto chiara e assolutamente divertente e godibile.

Il suo delitto perfetto è un giallo dal taglio piuttosto classico nel quale non trovano spazio polizia o commissari di sorta. Qui ci sono solo loro due. Fois e Govi. Due da giacca e cravatta. Due da caffè al bar. Due da segretaria ottuagenaria a sbrigare le pratiche. Due uomini, di cui uno un po’ troppo contento di aver perso la moglie a seguito di un attacco di cuore. E un uomo contento, si sa, si riconosce. E Fois sa riconoscere da lontano un uomo sano e felice. E Govi lo è. Govi, da poco vedovo, è felice e sano come un pesce. Sarebbe – dice lui – davvero una seccatura ammalarsi ora che la libertà è a portata di mano, no? Ma Govi e sano e adesso che è vedovo è anche – incredibilmente e stratosfericamente – libero. Libero dai doveri, dal dialogo forzato, dai rimbrotti, dai borbottii, dallo shopping il fine settimana, dal fai la spesa disfa la spesa. Libero. E felice.

Fois vuole quella felicità lì, e se la andrà a prendere.

La scrittura è scorrevole, la prosa semplice ed efficace, le atmosfere altrettanto semplici (divise tra lo studio medico e la casa dello stesso) ma ben studiate in quel mix di luce/ombra che dona a questo racconto breve un certo fascino, un “letto” ideale nel quale far riposare l’immaginazione del lettore.

Ideale per chi ama i gialli, per chi ama leggere storie brevi, per chi ha poco tempo per leggere e che vuole emozioni mordi e fuggi.

Vi prego però: vogliate bene anche a noi.

Adotta anche tu una donna stracciaballe.

È così difficile morire

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Titolo: È così difficile morire?

Autore: Fabrizio Cavazzuti

Editore: Artestampa

Anno: 2017

Pagine: 256

Prezzo: 16,00 euro per il formato cartaceo disponibile qui – 7,49 per il formato digitale disponibile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Un cimitero al tramonto, una ragazza, un assassino. Ecco i tre classici ingredienti con cui può cominciare un buon horror. Ma c’è un problema: lo scrittore non riesce a buttare giù nemmeno una riga e continua a mangiare compulsivamente caramelle alla liquirizia. La ragazza, a dire il vero, non è molto carina, e il cimitero è più un poetico camposanto di montagna che un luogo sinistro e spettrale come vorrebbe il genere. Bisogna accontentarsi. Siamo a Lotta di Fanano, un piccolo borgo dell’Appennino modenese, all’inizio del Novecento. Sembra tutto abbastanza normale, a parte quella cosa che luccica nella mano di un losco figuro apparso all’improvviso, e che colpisce ripetutamente la ragazza, senza pietà. Lei non urla però, nemmeno un’invocazione d’aiuto, mentre l’assassino continua a infierire su di lei, senza colpirla a morte, sembra quasi che aspetti un suo grido…

LA RECE DELLA KATE:

Fabrizio Cavazzuti è, prima di tutto, un amico.

Nel 90% dei casi sono gli altri a chiedermi una recensione, ma con gli amici devo chiedere IO di poter recensire. Sapete, credo sia una questione di pudore. Siamo amici, sfrutto l’amicizia per una recensione (che pur essendo, appunto, mia, comodo fa sempre)? Nahhh, la gente non lo fa, di solito. Gli amici-amici, dico. Gli amici normali lo fanno eccome (e fanno benisssssssimo!). Ma con gli amici-amici devo essere io a propormi. E lo faccio sempre con immenso piacere, soprattutto quando SO di essere in buonissime mani.

E con Fabrizio SONO in buonissime mani.

Fabrizio è un giallista che ama aggirarsi, come piace a me, nel suo territorio. Conosce e ama la sua città, Modena, e conosce e ama le sue montagne, che ama frequentare e godere in tutta la loro bellezza. Avete presente il Cimone? Andate a vedere qualche foto su Google, su, correte.

Io lo vedo, il Cimone, alla mattina. Quando c’è bel tempo si vede benissimo, nonostante io sia molto lontana da lui. Senza foschie e senza nubi quasi si può vedere a occhio nudo l’osservatorio posto sulla sua cima. Si può vedere tutto, anche i singoli accumuli di neve. Sembra rosa, da lontano e col sole messo in quella posizione. Quasi è bello abitare in pianura quando ti svegli e puoi ammirare uno spettacolo del genere.

Io, poi, ho anche una casetta sull’Appennino tosco-emiliano, ve ne avevo già parlato. Il paesino (il più grande dell’Appennino, direi, ma forse dico una str…) si chiama Pievepelago. Caratteristico, piccino, incastrato tra le montagne, abbastanza lontano da Modena da sentirsi in vacanza, abbastanza vicino a Modena da poterci andare comodamente facendo solo due orette di auto. Questo per dire, insomma, che conosco bene le atmosfere, se non i luoghi, nei quali Cavazzuti ambienta i suoi romanzi e quindi altrettanto bene riesco a lasciarmi le più sfruttate location cittadine alle spalle per tuffarmi di testa nelle sue sempre bellissime storie.

Appena partita e sto già facendo confusione. Ma voi mi capirete: non solo sono le 9 del mattino di sabato, non solo ho dormito malissimo, ma questo romanzo è anche MOLTO particolare. E se sarete così buoni da scaricare almeno un estratto del romanzo da Amazon vi accorgerete che recensirlo non è affatto semplice.

Calma.

La storia.

La storia è presto detta, siamo pur sempre in un giallo.

Siamo a Lotta di Fanano, un piccolissimo paese di montagna. Chiudete gli occhi. Lo immaginate no? No, però aspettate. Siamo nel 1910. Adesso sì che, forse, potete immaginarlo bene. Quante case? Quindici? Forse venti? Facciamo trenta, ma non credo ce ne saranno state molte di più. Una piccolissima piazza? Può essere. Sicuramente una chiesa. Le panchine c’erano? Non saprei, forse qualche sedia piazzata sotto gli alberi più frondosi e comunque non adesso, visto che non è estate. Insomma, un bus, un buco, come diciamo noi da queste parti. Tutti conoscono tutti. C’è un medico, c’è un prete, c’è la matta del paese, ci sono i ragazzi annoiati che ancora non sanno che a pochi chilometri c’è Modena, che anche nel 1910 doveva essere una figata ma loro sono lì a marcire.

No, aspetta.

Non marciscono.

Muoiono. Tutti.

Eh sì, a Lotta di Fanano accade questo. I ragazzi muoiono.

Tutto ha avuto inizio con l’aggressione a Giliola nel cimitero cittadino. Tagli e ferite e lei nemmeno un fiato. Così poca soddisfazione che l’aggressore si è dileguato nella notte senza finirla definitivamente. Ma lei non ha urlato mica per non dargli soddisfazione, è che è sordomuta. Ma insomma, lei se non altro è sopravvissuta. Certo, per star bene sta mica bene. Ha un problema di tagli ovunque. Ma è viva. Lo stesso non può dire Rosa, la figlia di Ulrico. Lo stesso non può dire Luigina. Lo stesso non può dire la madre di Luigina. Lo stesso non può dire Fulvio. O Olmo. Insomma, c’è un po’ di caos. Ci sarebbe caos anche se si trattasse della città, ma trattandosi di un bus, di un buco, le cose si complicano un tantino anche per quelle più gnocche, più semplici. Tutta ‘sta gente è da portare a Pavullo, per dire, e di macchine non è che ce ne siano tante, anzi. C’è da organizzare i trasporti e poi, naturalmente, cercare di capire chi si sta divertendo a falcidiare alcuni ragazzi del paese.

A farsi carico – per amore della sua bella Giulietta-la-pazza – delle indagini, il medico del paese. Che non dev’essere una bellezza, ma ha se non altro un gran cuore e un certo spirito investigativo.

Insomma, niente commissari, niente detective, niente CSI.

Qui siamo a inizio ‘900, essere vivi è già un miracolo, un pericoloso assassino si aggira o tra le case o tra i boschi, fatto sta che nessuno dice che il prossimo non potresti essere tu e insomma… le cose non vanno benissimo.

In mezzo a questo calderone di informazioni, sangue e morti, c’è anche un narratore suonato come una campana che non sa bene come raccontare le cose per rendere l’idea e che continua a spostarsi da un personaggio all’altro per modificare il POV (il punto di vista, ormai dovreste saperlo) a vantaggio del lettore. Le difficoltà sono quindi due: tenere a bada ‘sto narratore sui generis e riuscire a capire come dipanare anche solo un pochino la nebbia che aleggia nelle nostre menti semplici (la mia, perlomeno).

Perché gli ho dato 7½?

Anche in questo caso mi sento di fare due discorsi ben distinti.

Il primo deve per forza riguardare la scelta narrativa, sicuramente se non nuova, almeno coraggiosa.

Il secondo deve riguardare invece il plot narrativo.

Il plot narrativo è classico (la gente muore -> ollallà chi sarà mai stato?), ma la soluzione arriva con molta fatica. Personalmente avrei preferito, a vantaggio di chi i gialli non li mangia per colazione, più chiarezza. Vero è che vengono fatti molti riassunti a beneficio del lettore, ma questo volta nemmeno quelli mi sono stati sempre sempre di aiuto. Talvolta sembra che ci fosse una vera urgenza di scrivere senza però tenere conto del fruitore finale del prodotto. Il cliente, il lettore.

La scelta narrativa è invece encomiabile, simpaticissima, unica nel suo genere. Il narratore di questa storia è un uomo del presente come noi che si ritrova, chissà mai perché (non viene specificato e a noi poco deve importare) nel 1910 e, per sua sfortuna, si trova a dover assistere alla prima aggressione. La ragazza è bruttina, non è certo quella gran gnocca da salvare, e comunque lui non può agire in nessun modo sulla storia ma… oh, insomma, intanto ha visto e adesso qualcosa deve fare. E cosa fa? Racconta. Più che narrazione diventa quindi una sorte di cronaca radiofonica scanzonata e a tratti imbranata che riesce perfettamente a far sì che questo romanzo non si prenda sul serio.

Ormai lo sapete come la penso, o lo sa chi è, con me, in rapporti stretti.

Il ruolo dello scrittore maledetto che si prende tanto sul serio a me sta stretto. Eppure ce ne sono davvero tanti. Voi non potete immaginare quanti. Il punto è che voi magari siete gente normale e non frequentate come me il mondo editoriale e quello degli scrittori. Ma io vi assicuro che là fuori c’è gente strana. Gente che vende due libri l’anno e quando gli viene chiesto Che lavoro fai cicciobello? Questo risponde, tronfio, Lo scrittore! Gente che si autocita su Facebook, manco citasse la Levi Montalcini. Gente che ti grattugia i maroni tutti i giorni e che (scusate il gergo) spamma ogni scoreggia che fa.

No no no no. Così non va bene.

Io ho bisogno di leggerezza. Ho bisogno di gente scanzonata. Ho bisogno di gente che scrive per divertirsi e per comunicare, non per diventare Lo scrittore. Ho bisogno di genuinità e questo libro, pur con tutte le sue imperfezioni (una cover secondo me molto migliorabile, un editing a volte un po’ troppo sbarazzino e qualche virgola ficcata qui e lì a caso) è GENUINO. E diverte. Diverte anche quando la soluzione al dilemma si fa difficile, anche quando il tutto diventa un po’ telenovela, diverte anche quando i personaggi sono abietti e non commentabili. Perché un po’ ti dimentichi che si sta parlando di una cosa seria, di molti morti, di una scia di sangue inquietante. Colpa di quell’imbecille del narratore, che ogni tanto parte per la tangente e si dimentica qual è il suo ruolo, accidenti a lui.

Insomma, tra una cosa e l’altra, un punto di demerito e molti di merito, io l’ho letto in un fiato e anche quando mi chiedevo “Maccccheccazz….???” comunque continuavo a leggere, perché la sua alchimia, la sua magia, questo libro la stava compiendo.

Se amate i gialli, se amate la scrittura sbarazzina, se non siete dei bacchettoni e vi piace divertirvi… scaricatelo, compratelo, fate quello che volete ma leggetelo.

E quando lo leggerete capirete anche che il titolo dato a questo romanzo è semplicemente geniale e adorabile.

Poi andate a recuperare anche gli altri libri di Cavazzuti, sempre gialli ma più tipici, meno visionari. Vale la pena.

Buon sabato, bimbiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!!!