7 note nere

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Titolo: 7 note nere

Autore: Maico Morellini

Editore: Delos Digital

Anno: 2017

Pagine: 58

Prezzo: 2,49 euro per il formato digitale (unico disponibile) acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Cosa vuole il demone che vive al di là dello specchio? Chi si nasconde dietro gli efferati delitti di un serial killer? Quale terribile potere hanno quei vecchi ferri da maglia?

Sette note oscure, sette storie nere. Un viaggio dal quale tornerete profondamente cambiati.

LA RECE DELLA KATE:

Nonostante Amazon si ostini a chiamarlo romanzo breve questo non è un romanzo breve ma, essendo voi tipini intelligenti, scommetto che lo avrete capito anche solo leggendo il titolo. 7 note nere è infatti una raccolta di racconti scritti dall’amico Maico Morellini nel corso degli anni; racconti che hanno partecipato e vinto concorsi, probabilmente tutti, a loro modo, simbolo di uno stile o di un momento specifico o di un pezzetto di strada fatto dal bravissimo autore reggiano. Un excursus – tenebroso – nella sua anima e nel suo stile, nel mondo horror italiano ma anche in un’Italia che smette di essere soleggiata e profumata di pizza e allarga tentacoli neri e furibondi sulla terra fertile. Fertile come la mente del nostro caro autore che, raccogliendo queste sette storie ci fa partecipi del suo mondo incantato ed onirico e ci accompagna in un viaggio breve ma pur sempre intenso e stilisticamente interessante senza la minima intenzione di tenerci la mano. Ed ecco quindi che non siamo attorno a un fuoco con gli amici a raccontare storie dell’orrore; non c’è niente di goliardico, niente di neppure vagamente tollerabile. Mi verrebbe da fare paragoni sempre italiani ma non li farò. Quello che voglio dire è che ho letto raccolte di racconti che sembravano davvero storie raccontate dal nonno davanti al camino per creare atmosfera, fare un po’ paura, raccontare storie che altrimenti sarebbero destinate a scomparire nel vento.

Qui… qui la sensazione è un’altra.

Lo sapete quale?

Io mi sono sentita al buio, al centro di una stanza, nessun tappeto sotto di me, solo il nudo pavimento. Ho sentito il senso di solitudine, eppure sola non ero. Ed ecco infatti che una voce, nel buio, dava inizio alla sua danza. Un tono pacato ma deciso, una voce di uomo profonda e roca. Era con me ma non era con me. Né benigna né maligna. C’era, e basta. Raccontava queste storie, e basta. Ero sola. Dovevo ascoltare.

Si parla di bambini, si parla di demoni, si parla di grandi e possenti Titani, si parla di strani alberi, c’è l’estate e il caldo, c’è la nebbia fitta della Pianura Padana, c’è l’odore di corruzione, l’odore di dolore, di malattia. Un odore che ricondurrei solo a un ospedale, detta sinceramente. Non c’è ambiente esterno che mi riconduca a certe sensazioni. Fragilità, morte occultata, finta normalità.

Perché gli ho dato 8?

L’ho accennato prima: io non sto dicendo che l’horror, in un modo o nell’altro, sia pur sempre e solo horror. L’horror può essere tale in mille modi diversi, declinato in mille maniere diverse. Ne ho letto talmente tanto in questi anni che sono certa di dire la verità. E poi… cosa c’è di più horror di ciò che viviamo ogni giorno? Non sto parlando delle nostre vite private, sia chiaro. La mia è luminosa. Sto parlando del panorama mondiale, degli ultimi avvenimenti, della crudeltà, della sete di vendetta, della sete di potere. C’è qualcosa di più horror? Viviamo così circondati dall’orrore che sublimarlo non è affatto semplice. Nemmeno il più terribile mostro lovecraftiano riuscirebbe a sublimare tutto lo schifo nel quale siamo immersi noi e – accidenti – i nostri figli.

Ma se l’horror è horror e gli artisti (anche in Italia) sono molteplici, è vero quindi che per dire davvero qualcosa è necessario dirla nella maniera corretta. Morellini è un uomo che conosce la lingua italiana, che conosce le sue regole, che ha il puro piacere di esprimersi in un certo modo. La sua prosa è ricercata, studiata, calcolata. I suoi periodi, le frasi che scrive, non sono mai casuali, mai “di pancia”. Leggo, nel suo lavoro, un amore reale per il mondo della scrittura e per il lettore. Un vero rispetto per la lingua, per la letteratura di genere e per chi leggerà. La finezza di pensiero e di scrittura, allora, diventa chiave di volta per una narrazione sapiente, strutturata, elegante e mai banale. Anzi. Non scontata, ecco. Come diciamo noi scout, tra i due sentieri Morellini sceglie quello meno battuto. La ricercatezza.

Una raccolta interessante.

Cosa?

Il mio preferito?

Il Titano, ovviamente. Da brividi.

Buona terrificante lettura, amici.

La belva del mare

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Titolo: La belva del mare

Autore: Salvatore Stefanelli

Editore: Delos Digital

Collana: Delos Crime

Anno: 2017

Pagine: 55

Prezzo: 1,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 6/7

SINOSSI: 

Un mostro che rapisce le sue vittime per poi lasciarle morire in riva al mare con una passiflora sul ventre, per questo l’hanno chiamato La Belva del mare. Il maresciallo Riberti è in prima linea nel dargli la caccia, ma la sua ostinazione non è solo dovere, è soprattutto qualcosa di personale.

LA RECE DELLA KATE:

Giorgio Riberti non è mai stato l’anima della compagnia. Riservato e serioso, incute un certo timore reverenziale nel suo staff. Le cose sono sensibilmente peggiorate dopo la morte dell’amata moglie per mano di un serial killer spietato che dai giornali è stato chiamato (con grande svolazzo di fantasia) la Belva del mare, in onore dei luoghi delle sue stragi.

Per Giorgio Riberti prendere l’assassino (o gli assassini?) è una questione che va ormai molto al di là del semplice dovere lavorativo e civile: Riberti DEVE trovare l’uomo che ha ucciso la sua bellissima moglie proprio quando era incinta di due gemelli. I suoi due gemelli.

E mentre il desiderio di vendetta scalpita impaziente nel petto del Commissario, altre morti si susseguono una via l’altra sullo sfondo dell’affascinante costa pugliese; sempre donne, sempre belle, sempre giovani, sempre brutalmente offese e violate, sempre con una passiflora adagiata sul ventre. In mezzo a questa lunga di scia di sangue, anche un uomo. Aristide Spezzini è un’altra strana e inaspettata vittima della Belva? Perché cambiare improvvisamente modus operandi? Perché un uomo? Perché proprio lui?

Le cose, si sa, non sono mai come sembrano e spesso il destino ci tiene a mischiare le carte e, di conseguenza, il nostro futuro.

Perché gli ho dato 6/7?

L’amore di Stefanelli per la poesia traspare in ogni sua altra pubblicazione. Il che, sono sincera, non so quanto gli faccia pro. Il linguaggio che, qui e lì, diventa aulico, non giova certamente a una narrazione di questo tipo, giacché ci troviamo di fronte a quello che vorrebbe essere un racconto thriller. Per quello che mi riguarda, alcune frasi come “Dobbiamo arrivare prima dell’irreparabile!” o “Il fuggevole incontro dei nostri sguardi mi fa arrossire” stridono in maniera incontrollata. La prima perché forzosa e poco realistica (ve lo immaginate un commissario in preda all’agitazione che sale in auto per prendere un pericoloso serial killer che grida: “Dobbiamo arrivare prima dell’irreparabile!!!“? Io no. Molto probabilmente la frase sarebbe: “Metti in moto questa cazzo di macchina, vai!!!“); la seconda perché stucchevole e poco appropriata al contesto.

Dette queste cose (che ritenevo doverose), La belva del mare è e rimane un racconto thriller assolutamente onesto e godibile, con una prosa ricca e curata, con un paio di personaggi molto molto interessanti (lo stesso Riberti e la vedova dell’unico uomo assassinato) e dialoghi snelli e ritmati nella giusta maniera.

Peccato anche per la brevità; non capisco mai perché scrivere così poco (del resto io non scrivo affatto, quindi non ho motivo di criticare). In questo caso molto in più si sarebbe potuto dire del protagonista, il depressissimo Riberti, e ancor di più sul contesto paesaggistico e culturale, visto che le spiagge pugliesi sono molto caratteristiche e affascinanti e una maggiore descrizione avrebbe forse aumentato il senso di partecipazione del lettore.

Ma qui non si sta più parlando del racconto in sé e per sé, ma di tutti quei racconti che, per brevità, dimenticano di dire cose che per me (per me Caterina) rimangono fondamentali.

La belva del mare è quindi un racconto assolutamente consigliato e per il prezzo piccino piccino e per la sua narrazione fluida e capace.

N.B. Un editing più preciso non avrebbe certo fatto male a nessuno…

 

Il delitto perfetto

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Titolo: Il delitto perfetto

Autore: Sam Stoner

Editore: Selfpublishing

Anno: 2016

Pagine: 33

Prezzo: 3,49 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 0,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI: 

Il dottor Fois torna a casa dopo una giornata di lavoro. Ad attenderlo non c’è la moglie. La signora Fois, infatti, è senza vita nella casa di campagna. Il dottore assapora la libertà ritrovata ripercorrendo le ultime settimane che lo hanno portato a elaborare l’omicidio perfetto.

LA RECE DELLA KATE:

Il signor Fois torna a casa, come ogni sera. E come ogni sera aspetta di sentire i rimbrotti della moglie, la signora Fois, una donna collerica al limite del pericoloso che, in paese, non gode di una gran fama. Irosa, maleducata e manesca, ecco cos’è. Lo sanno tutti, perché lei non fa niente per nasconderlo. Ricca di famiglia e spocchiosa di natura, da molti anni una delle sue vittime preferite è proprio quel povero uomo del marito; di giorno stimato medico e profondo conoscitore di ogni meandro della scienza che esercita e di sera, a casa, semplice marionetta nella mani di una donna bolsa e fastidiosa, collerica, insistente e volgare. Già sente, quindi, la sua voce nelle orecchie. Fai questo! Fai quello! Lascia stare il gatto! Non appoggiare i piedi lì! No, nemmeno lì!

Ma… no. Aspettate un attimo.

Queste cose, stasera, non accadranno.

Non accadrà nulla di tutto ciò. Il dottor Fois può dare un calcio al gatto (che piacere anche il solo gesto!), può versarsi qualcosa da bere, può persino appoggiare i piedi sul complemento di arredo preposto a questo scopo. Lusso. Tutto questo, per lui, è semplicemente un lusso.

L’idea della morte della moglie lo fa sentire molto – pericolosamente – vicino alla pace dei sensi. Niente di troppo educato, siamo tutti d’accordo, ma le cose stanno esattamente in questo modo. Quasi le labbra si atteggiano a sorriso, in questo momento. Felicità per la morte della gentil consorte? No, non davvero. Non starebbe bene, lui è pur sempre un medico, un professionista, un’autorità di paese, cribbio! No, quella specie di sorriso è solo merito del relax agli arti inferiori. Dev’essere certamente quello il motivo. Solo e soltanto quello. E mentre assapora quegli attimi di puro piacere dei sensi, la sua mente torna indietro nel tempo e all’incontro con il notaio Govi che, pulce nell’orecchio dopo pulce nell’orecchio, ha dato la stura a una serie di situazioni violente e drammatiche che hanno cambiato per sempre la vita di (almeno) tre persone.

Perché gli ho dato 7?

Ciao, mi chiamo Caterina, per gli amici Cate o Kate e nella vita sono una specie di signora Fois.

Non esco benissimo dalla lettura di questo racconto.

Credo mi guarderò le spalle, da oggi in avanti.

Sì, lo ammetto: sono una stracciaballe.

Pensate a una donna pallosa. Pensate alle vostre compagne e a come possono essere fastidiose. Fatto? Elevate il tutto alla dieci. Fatto? Elevate ancora alla venti. Fatto? Quella sono io. Sì, signori. Non si direbbe (o forse sì) ma io sono una di quelle donne che parlano troppo. Tempo che entri dalla porta e io ho già detto almeno duetre cose. Tempo che ti togli la giacca ho già brontolato su qualcosa. Tempo che ti fai la doccia e ti ho già chiesto almeno quattro cose delle quali tre impossibili. Credo di aver preso sia da mio padre (per le cose impossibili) che da mia madre (per la petulanza). No, non sono una donna desiderabile.

E di questo si parla.

Di donne che tirano un tantineeello troppo la corda.

Stoner ne parla in maniera breve e concisa (credo che di questo argomento si potrebbe scriverne sino a finire tutto l’inchiostro presente sul pianeta) ma molto chiara e assolutamente divertente e godibile.

Il suo delitto perfetto è un giallo dal taglio piuttosto classico nel quale non trovano spazio polizia o commissari di sorta. Qui ci sono solo loro due. Fois e Govi. Due da giacca e cravatta. Due da caffè al bar. Due da segretaria ottuagenaria a sbrigare le pratiche. Due uomini, di cui uno un po’ troppo contento di aver perso la moglie a seguito di un attacco di cuore. E un uomo contento, si sa, si riconosce. E Fois sa riconoscere da lontano un uomo sano e felice. E Govi lo è. Govi, da poco vedovo, è felice e sano come un pesce. Sarebbe – dice lui – davvero una seccatura ammalarsi ora che la libertà è a portata di mano, no? Ma Govi e sano e adesso che è vedovo è anche – incredibilmente e stratosfericamente – libero. Libero dai doveri, dal dialogo forzato, dai rimbrotti, dai borbottii, dallo shopping il fine settimana, dal fai la spesa disfa la spesa. Libero. E felice.

Fois vuole quella felicità lì, e se la andrà a prendere.

La scrittura è scorrevole, la prosa semplice ed efficace, le atmosfere altrettanto semplici (divise tra lo studio medico e la casa dello stesso) ma ben studiate in quel mix di luce/ombra che dona a questo racconto breve un certo fascino, un “letto” ideale nel quale far riposare l’immaginazione del lettore.

Ideale per chi ama i gialli, per chi ama leggere storie brevi, per chi ha poco tempo per leggere e che vuole emozioni mordi e fuggi.

Vi prego però: vogliate bene anche a noi.

Adotta anche tu una donna stracciaballe.

È così difficile morire

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Titolo: È così difficile morire?

Autore: Fabrizio Cavazzuti

Editore: Artestampa

Anno: 2017

Pagine: 256

Prezzo: 16,00 euro per il formato cartaceo disponibile qui – 7,49 per il formato digitale disponibile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Un cimitero al tramonto, una ragazza, un assassino. Ecco i tre classici ingredienti con cui può cominciare un buon horror. Ma c’è un problema: lo scrittore non riesce a buttare giù nemmeno una riga e continua a mangiare compulsivamente caramelle alla liquirizia. La ragazza, a dire il vero, non è molto carina, e il cimitero è più un poetico camposanto di montagna che un luogo sinistro e spettrale come vorrebbe il genere. Bisogna accontentarsi. Siamo a Lotta di Fanano, un piccolo borgo dell’Appennino modenese, all’inizio del Novecento. Sembra tutto abbastanza normale, a parte quella cosa che luccica nella mano di un losco figuro apparso all’improvviso, e che colpisce ripetutamente la ragazza, senza pietà. Lei non urla però, nemmeno un’invocazione d’aiuto, mentre l’assassino continua a infierire su di lei, senza colpirla a morte, sembra quasi che aspetti un suo grido…

LA RECE DELLA KATE:

Fabrizio Cavazzuti è, prima di tutto, un amico.

Nel 90% dei casi sono gli altri a chiedermi una recensione, ma con gli amici devo chiedere IO di poter recensire. Sapete, credo sia una questione di pudore. Siamo amici, sfrutto l’amicizia per una recensione (che pur essendo, appunto, mia, comodo fa sempre)? Nahhh, la gente non lo fa, di solito. Gli amici-amici, dico. Gli amici normali lo fanno eccome (e fanno benisssssssimo!). Ma con gli amici-amici devo essere io a propormi. E lo faccio sempre con immenso piacere, soprattutto quando SO di essere in buonissime mani.

E con Fabrizio SONO in buonissime mani.

Fabrizio è un giallista che ama aggirarsi, come piace a me, nel suo territorio. Conosce e ama la sua città, Modena, e conosce e ama le sue montagne, che ama frequentare e godere in tutta la loro bellezza. Avete presente il Cimone? Andate a vedere qualche foto su Google, su, correte.

Io lo vedo, il Cimone, alla mattina. Quando c’è bel tempo si vede benissimo, nonostante io sia molto lontana da lui. Senza foschie e senza nubi quasi si può vedere a occhio nudo l’osservatorio posto sulla sua cima. Si può vedere tutto, anche i singoli accumuli di neve. Sembra rosa, da lontano e col sole messo in quella posizione. Quasi è bello abitare in pianura quando ti svegli e puoi ammirare uno spettacolo del genere.

Io, poi, ho anche una casetta sull’Appennino tosco-emiliano, ve ne avevo già parlato. Il paesino (il più grande dell’Appennino, direi, ma forse dico una str…) si chiama Pievepelago. Caratteristico, piccino, incastrato tra le montagne, abbastanza lontano da Modena da sentirsi in vacanza, abbastanza vicino a Modena da poterci andare comodamente facendo solo due orette di auto. Questo per dire, insomma, che conosco bene le atmosfere, se non i luoghi, nei quali Cavazzuti ambienta i suoi romanzi e quindi altrettanto bene riesco a lasciarmi le più sfruttate location cittadine alle spalle per tuffarmi di testa nelle sue sempre bellissime storie.

Appena partita e sto già facendo confusione. Ma voi mi capirete: non solo sono le 9 del mattino di sabato, non solo ho dormito malissimo, ma questo romanzo è anche MOLTO particolare. E se sarete così buoni da scaricare almeno un estratto del romanzo da Amazon vi accorgerete che recensirlo non è affatto semplice.

Calma.

La storia.

La storia è presto detta, siamo pur sempre in un giallo.

Siamo a Lotta di Fanano, un piccolissimo paese di montagna. Chiudete gli occhi. Lo immaginate no? No, però aspettate. Siamo nel 1910. Adesso sì che, forse, potete immaginarlo bene. Quante case? Quindici? Forse venti? Facciamo trenta, ma non credo ce ne saranno state molte di più. Una piccolissima piazza? Può essere. Sicuramente una chiesa. Le panchine c’erano? Non saprei, forse qualche sedia piazzata sotto gli alberi più frondosi e comunque non adesso, visto che non è estate. Insomma, un bus, un buco, come diciamo noi da queste parti. Tutti conoscono tutti. C’è un medico, c’è un prete, c’è la matta del paese, ci sono i ragazzi annoiati che ancora non sanno che a pochi chilometri c’è Modena, che anche nel 1910 doveva essere una figata ma loro sono lì a marcire.

No, aspetta.

Non marciscono.

Muoiono. Tutti.

Eh sì, a Lotta di Fanano accade questo. I ragazzi muoiono.

Tutto ha avuto inizio con l’aggressione a Giliola nel cimitero cittadino. Tagli e ferite e lei nemmeno un fiato. Così poca soddisfazione che l’aggressore si è dileguato nella notte senza finirla definitivamente. Ma lei non ha urlato mica per non dargli soddisfazione, è che è sordomuta. Ma insomma, lei se non altro è sopravvissuta. Certo, per star bene sta mica bene. Ha un problema di tagli ovunque. Ma è viva. Lo stesso non può dire Rosa, la figlia di Ulrico. Lo stesso non può dire Luigina. Lo stesso non può dire la madre di Luigina. Lo stesso non può dire Fulvio. O Olmo. Insomma, c’è un po’ di caos. Ci sarebbe caos anche se si trattasse della città, ma trattandosi di un bus, di un buco, le cose si complicano un tantino anche per quelle più gnocche, più semplici. Tutta ‘sta gente è da portare a Pavullo, per dire, e di macchine non è che ce ne siano tante, anzi. C’è da organizzare i trasporti e poi, naturalmente, cercare di capire chi si sta divertendo a falcidiare alcuni ragazzi del paese.

A farsi carico – per amore della sua bella Giulietta-la-pazza – delle indagini, il medico del paese. Che non dev’essere una bellezza, ma ha se non altro un gran cuore e un certo spirito investigativo.

Insomma, niente commissari, niente detective, niente CSI.

Qui siamo a inizio ‘900, essere vivi è già un miracolo, un pericoloso assassino si aggira o tra le case o tra i boschi, fatto sta che nessuno dice che il prossimo non potresti essere tu e insomma… le cose non vanno benissimo.

In mezzo a questo calderone di informazioni, sangue e morti, c’è anche un narratore suonato come una campana che non sa bene come raccontare le cose per rendere l’idea e che continua a spostarsi da un personaggio all’altro per modificare il POV (il punto di vista, ormai dovreste saperlo) a vantaggio del lettore. Le difficoltà sono quindi due: tenere a bada ‘sto narratore sui generis e riuscire a capire come dipanare anche solo un pochino la nebbia che aleggia nelle nostre menti semplici (la mia, perlomeno).

Perché gli ho dato 7½?

Anche in questo caso mi sento di fare due discorsi ben distinti.

Il primo deve per forza riguardare la scelta narrativa, sicuramente se non nuova, almeno coraggiosa.

Il secondo deve riguardare invece il plot narrativo.

Il plot narrativo è classico (la gente muore -> ollallà chi sarà mai stato?), ma la soluzione arriva con molta fatica. Personalmente avrei preferito, a vantaggio di chi i gialli non li mangia per colazione, più chiarezza. Vero è che vengono fatti molti riassunti a beneficio del lettore, ma questo volta nemmeno quelli mi sono stati sempre sempre di aiuto. Talvolta sembra che ci fosse una vera urgenza di scrivere senza però tenere conto del fruitore finale del prodotto. Il cliente, il lettore.

La scelta narrativa è invece encomiabile, simpaticissima, unica nel suo genere. Il narratore di questa storia è un uomo del presente come noi che si ritrova, chissà mai perché (non viene specificato e a noi poco deve importare) nel 1910 e, per sua sfortuna, si trova a dover assistere alla prima aggressione. La ragazza è bruttina, non è certo quella gran gnocca da salvare, e comunque lui non può agire in nessun modo sulla storia ma… oh, insomma, intanto ha visto e adesso qualcosa deve fare. E cosa fa? Racconta. Più che narrazione diventa quindi una sorte di cronaca radiofonica scanzonata e a tratti imbranata che riesce perfettamente a far sì che questo romanzo non si prenda sul serio.

Ormai lo sapete come la penso, o lo sa chi è, con me, in rapporti stretti.

Il ruolo dello scrittore maledetto che si prende tanto sul serio a me sta stretto. Eppure ce ne sono davvero tanti. Voi non potete immaginare quanti. Il punto è che voi magari siete gente normale e non frequentate come me il mondo editoriale e quello degli scrittori. Ma io vi assicuro che là fuori c’è gente strana. Gente che vende due libri l’anno e quando gli viene chiesto Che lavoro fai cicciobello? Questo risponde, tronfio, Lo scrittore! Gente che si autocita su Facebook, manco citasse la Levi Montalcini. Gente che ti grattugia i maroni tutti i giorni e che (scusate il gergo) spamma ogni scoreggia che fa.

No no no no. Così non va bene.

Io ho bisogno di leggerezza. Ho bisogno di gente scanzonata. Ho bisogno di gente che scrive per divertirsi e per comunicare, non per diventare Lo scrittore. Ho bisogno di genuinità e questo libro, pur con tutte le sue imperfezioni (una cover secondo me molto migliorabile, un editing a volte un po’ troppo sbarazzino e qualche virgola ficcata qui e lì a caso) è GENUINO. E diverte. Diverte anche quando la soluzione al dilemma si fa difficile, anche quando il tutto diventa un po’ telenovela, diverte anche quando i personaggi sono abietti e non commentabili. Perché un po’ ti dimentichi che si sta parlando di una cosa seria, di molti morti, di una scia di sangue inquietante. Colpa di quell’imbecille del narratore, che ogni tanto parte per la tangente e si dimentica qual è il suo ruolo, accidenti a lui.

Insomma, tra una cosa e l’altra, un punto di demerito e molti di merito, io l’ho letto in un fiato e anche quando mi chiedevo “Maccccheccazz….???” comunque continuavo a leggere, perché la sua alchimia, la sua magia, questo libro la stava compiendo.

Se amate i gialli, se amate la scrittura sbarazzina, se non siete dei bacchettoni e vi piace divertirvi… scaricatelo, compratelo, fate quello che volete ma leggetelo.

E quando lo leggerete capirete anche che il titolo dato a questo romanzo è semplicemente geniale e adorabile.

Poi andate a recuperare anche gli altri libri di Cavazzuti, sempre gialli ma più tipici, meno visionari. Vale la pena.

Buon sabato, bimbiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!!!

I misteri di Chalk Hill

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Titolo: I misteri di Chalk Hill

Autore: Susanne Goga

Editore: Giunti

Anno: 2015

Pagine: 416

Prezzo: 6,90 euro in formato cartaceo – 4,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 9

SINOSSI:

La prima volta che Charlotte si trova davanti alla splendida tenuta di Chalk Hill, sulle verdi colline del Surrey, rimane senza fiato: l’imponente villa, sormontata da una torretta e circondata da alberi secolari, è il luogo più affascinante che abbia mai visto. Qui potrà finalmente iniziare una nuova vita, dopo aver lasciato Berlino a causa di uno scandalo che ha compromesso la sua reputazione di istitutrice. Chiamata a occuparsi della piccola Emily, Charlotte si rende subito conto che una strana atmosfera aleggia sulla casa: la quiete è quasi irreale, il papà di Emily è gelido e altezzoso, la bambina è tormentata ogni notte da terribili incubi e dice di vedere la madre, scomparsa un anno prima in circostanze misteriose. L’affetto per Emily spinge Charlotte a voler capire cosa stia succedendo a Chalk Hill, ma nessuno dei domestici osa rompere il silenzio imposto dal vedovo sulla morte di Lady Ellen. Solo con l’aiuto dell’affascinante giornalista Thomas Ashdown, Charlotte si avvicina alla verità, una verità sconvolgente, sepolta tra quelle antiche mura. Un romanzo pieno di mistero e romanticismo. Una storia che alle atmosfere di Jane Eyre unisce una suspense unica ed elettrizzante.

LA RECE DELLA KATE:

Charlotte sa che la sua vita sta per cambiare per sempre. Abbandonata la Germania, ora il suo futuro e il suo destino sono tutti da scrivere. E Charlotte è assolutamente consapevole di dover essere lei a farlo. Certo, ha paura, come è normale che sia. Non solo è una donna in terra straniera, ma la casa nella quale è stata assunta come istitutrice, Chalk Hill, è… inquietante.

Tutti, a Chalk Hill, hanno dei segreti. Tutti, a Chalk Hill, nascondono qualcosa.

Qualunque cosa sia, Charlotte è determinata a scoprirlo, e in fretta, perché la sua protetta, Emily, continua a peggiorare.

I suoi incubi si fanno ogni notte più terribili, le sue urla più agghiaccianti, i suoi occhi sempre più vacui. Emily ha solo otto anni, e nessun fanciullo di otto anni può soffrire così. E perché il personale della tenuta sembra così restio a parlare di Lady Ellen, la signora di Chalk Hill? Certo, è morta, e i morti vanno rispettati. Ma perché il suo nome, in paese, fa subito abbassare gli occhi e la voce? Chi era, davvero, Lady Ellen? Quali segreti custodiva lei stessa?

Quando gli incubi e le visioni della piccola Emily diventano non più sostenibili, viene mandato a chiamare Tom Ashdown, londinese, giornalista e indagatore dell’occulto. Tom è un giovane dalla mente pronta, dalla fantasia pressoché sconfinata e già piuttosto famoso per le sue irriverenti recensioni sugli spettacoli teatrali più in vista della City. La sua penna è più agile ancora della sua mente e il suo umorismo delizia la buona società londinese.

Personaggio eccentrico e delizioso, Tom farà il possibile e l’impossibile per liberare la piccola Emily dai suoi tormenti e per fare luce sul più grande mistero che la sua breve carriera di indagatore dell’occulto abbia mai incontrato.

Perché gli ho dato 9?

Ho letto in camera. Di giorno e di notte. Ho letto davanti a fornelli. Ho letto davanti alla tv. Ho dimenticato di avere una figlia e dei doveri. Ho dimenticato di essere viva e di avere dei bisogni.

Ho letto e ancora letto.

E sapete che ci tengo sempre a dire questa cosa. Quando non si riesce a mollare un libro, per quanto sciocco sia , per quanto poco impegnativo sia, per quanto poco famoso sia… è comunque un segnale. Per me, un grosso, enorme segnale. Quel libro è il NOSTRO libro.

E questo è stato il MIO libro.

Non potevo iniziare meglio il 2017, decisamente.

I misteri di Chalk Hill è semplicemente A D O R A B I L E.

Per quanto io legga molto e cerchi di informarmi sempre al meglio, a volte le dritte migliori mi vengono date proprio da voi lettori! E io vi sono tanto, tanto debitrice per ogni consiglio che mi date, per ogni titolo che sottoponete alla mia attenzione. Non posso essere ovunque, non posso leggere tutto, ma quando siete voi a consigliarmi qualcosa, io smetto di fare quello che sto facendo e vi do ascolto.

Non sbaglio mai.

E non ho sbagliato nemmeno questa volta!  🙂

Questa è, prima di tutto, una ghost story. Una delle mie amate e adorate ghost story. Diviso tra The others, Jane Eyre, il famoso indagatore dell’occulto Carnacky e certe atmosfere alla Matheson, questo romanzo mi ha fatta prigioniera senza pietà.

Le atmosfere, gotiche e nebbiose.

I personaggi, sfaccettati, tridimensionali e credibilissimi.

Il linguaggio, azzeccato, mai affettato, mai costruito.

Il plot, classico ma sempiterno.

Ogni. singolo. elemento. è. meraviglioso.

Eppure Giunti non deve averlo tenuto in gran conto, per metterlo fuori a nemmeno 7 euro. Oh, certo, la gente legge i pornazzi e i chick lit da due soldi e poi magari non legge queste cosine così carine, tutto normale. E così roba assurda come quello che ho letto venerdì (Mai mettere il cuore nel ripostiglio o qualche baggianata del genere) viene letta e osannata e una ghost story con belle ambientazioni e bei personaggi non viene presa in considerazioni. Tsk tsk. Qualcosa non va.

Che dire, ancora, di questo libro?

A me sembra di aver già detto tutto quello che c’era da dire, dicendovi che l’ho letto in pochissime ore, che la mia vita si è completamente fermata per poter leggere, che ieri sera, al buio, mi è venuta la pelle d’oca. Che io adoro le storie di fantasmi e questa, pur non essendo una ghost story “firmata” da una grande penna, vale comunque la pena essere letta.

Ok, ok.

Un paio di aspetti vengono lasciati aperti. Volutamente? Non credo. Credo piuttosto sia stata una “svista” dell’autrice  😉 ma io spero spero spero che il signor Ashdown torni. Non credo succederà, a dire l’onesta verità, ma sperare non ha mai ucciso nessuno.

Tom Ashdown è un personaggio molto, molto interessante. Umano, poliedrico, ironico, intelligente. Impossibile, per me, non innamorarmene un pochino. Un eroe con macchia e con paura, Tom è un uomo che, pur non credendo, ammette che possa essere vero. Si apre al mondo, si apre alla parola FORSE, si apre alla possibilità. Non amo le persone come me. Non amo le persone rigide, focalizzate su un solo aspetto della vita. Amo chi si pone delle domande, amo chi vuole molte risposte, amo chi mette in conto l’errore. E Tom è esattamente così.

Charlotte è il personaggio principale ma forse anche quello verso il quale ho provato meno empatia in assoluto. Troppo rigida, troppo seriosa, troppo altezzosa (anche se per necessità). L’avrei preferita decisamente più femminile, più morbida e sì, anche più stereotipata. Più Jane Eyre e meno Lara Croft, insomma. Del resto in quella casa serviva qualcuno con le palle, e Charlotte era la candidata ideale.

Che dire, amici lettori?

Leggetelo se siete amanti dei romanzi storici, se amate le ghost story, se amate l’Inghilterra, se amate certe atmosfere da brivido, se adorate gli scones, se avete amato Jane Eyre, se avete apprezzato le atmosfere del film The Others, se avete scoperto Carnacky e non l’avete più mollato.

Leggetelo, e basta.

Non c’è gusto senza te

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Titolo: Non c’è gusto senza te

Autore: Gloria Brolatti, Edy Tassi

Editore: Harper Collins

Anno: 2016

Pagine: 426

Prezzo: 14,90 euro per la versione cartacea – 6,99 euro per la versione digitale

Il voto della Kate: 6

SINOSSI:

Cos’hanno in comune una pasta alla Norma destrutturata e delle frittelle di zucchine? Un’ostia di polpo e un biscotto al cioccolato? Niente. Proprio come lo chef Massimiliano Vialardi e la foodblogger Caterina Malena. Lui propone una cucina dal forte impatto estetico, estremamente raffinata e algida. Lei dispensa ricette e consigli ereditati dalla nonna pugliese, pensati per donne che non hanno tempo di trascorrere mezza giornata in cucina “per rendere sferico il fumetto di pesce”. Eppure Caterina e Massimiliano dovranno imparare a collaborare per realizzare un progetto top secret, che potrebbe rappresentare la soluzione ai loro problemi. Caterina, infatti, ha perso il lavoro, ma la sua famiglia non lo sa e non lo deve sapere. Massimiliano, invece, ha bisogno di nuovi locali perché la madre ha deciso di trasformare il suo ristorante in una galleria d’arte temporanea. Così, anche se è l’ultima cosa che vorrebbero fare, i due si ritrovano a cucinare insieme, chiusi in una villa dove andare d’accordo sembra impossibile. Tra Milano, Cisternino di Brindisi e l’Oltrepò Pavese; tra programmi televisivi, battibecchi, tradimenti e impreviste riappacifciazioni, la schermaglia, nata dosando ingredienti e sguardi davanti alle telecamere si trasforma fra le mura della villa in una storia che cuoce a fuoco lento, profuma di cacao, ha un lato dolce tutto da scoprire… e lascia in bocca il gusto persistente dell’amore.

LA RECE DELLA KATE:

Una sinossi prolissa e logorroica per un romanzo prolisso e logorroico. A volte la sinossi la scrive l’editore; in questo caso, probabilmente, l’hanno scritta le autrici. Peccato.

Io vi farò un breve riassunto sin troppo dettagliato.

Lui è un cuoco 34enne molto figo (cito, eh).

Lei è una foodblogger 30enne che ovviamente non si sente figa ma lo è (una via di mezzo tra la Cucinotta e la Parodi. Non la Parodi senior, quella Junior, quella della cucina.)

Lui ovviamente ama fare piatti complessi e ridicoli, lei è, appunto, la Parodi. Tipo fare la crostata con la pasta frolla della Buitoni, ecco. Così.

Chiaramente tra i due prima nasce l’odio poi nasce l’amore e quando si trovano chiusi insieme in una villa per due lunghe settimane, se ne vedranno delle belle.

Fine.

Perché gli ho dato 6?

Gli ho dato 6 perché sono una ragazza molto buona e una litblogger di manica larga.

No, a parte gli scherzi.

È un libercolo (lo chiamo così per la sua struttura, non per le sue dimensioni; le dimensioni sono ciclopiche se si pensa che si parla del nulla per 400 pagine), un chick lit, un romance nemmeno dei migliori. E io di romance ne ho letti, ragazze mie. E li amo. Non sono una di quelle persone (che aborro) che pensano che solo perché nella cover c’è del rosa allora il libro sarà una chiavica totale. Non è così. Chiaramente, santo cielo, un romance non concorrerà mai a un premio importante. Sono libri spesso scritti in poco tempo, a volte per puro divertimento, ma caspita… vengono letti. Anzi, direi che siano gli unici – mannaggia – a venire ancora letti. Un romance può essere anche bello. A volte molto bello. Un romance può divertire, può commuovere. Ma deve essere scritto bene, diamine. Deve giungere al punto senza fare troppi voli pindarici. Deve coinvolgere.

Questo… nnnnnnì.

Intanto tante, troppe ricette.

Fermi tutti, l’idea può essere carina, ma mettimele alla fine, se proprio vuoi sentirti alternativa. Io non cucino manco un caffè, le ricette non mi interesseranno mai, ma a qualcuno può piacere l’idea, ci metto la mano sul… fuoco. Ma alla fine di tutto, come appendice, non sparse qui e là. Che noia! L’idea era quella di fondere libro e blog della protagonista, Caterina, con tanto di commenti degli utenti sotto ogni post. Inutile come una sdraio a dicembre, oserei dire. Svolazzi, oserei dire.

I personaggi? Carini, lo devo ammettere, anche se per niente originali. Lui è bello e scorbutico, il classico uomo irrisolto che, visto che si sente una nullità, tratta gli altri come nullità. Il classico che sbaglia a chiamare la cameriera che lavora lì da un sacco di tempo. Pfff… visto e rivisto. Lei è bella, intelligente e dalla lingua lunga. Indovinate chi sarà l’unica a tenere testa al bel cuoco schizoide? Bravissssssssssssssimi.

I dialoghi? Mi stavo segnando quelli più imbarazzanti. Ho dovuto smettere, ero sempre lì a sottolineare. Tipo che lui la bacia e sente qualcosa che si risveglia sotto la cintura. Daiiiiiiiiiii!!! Su!!! Mamma mia che pochezza!!! E poi: possibile che la bocca altrui sappia sempre di cioccolato e altre amenità? Ma davvero quando baciate qualcuno sentite sapore di cioccolato? Allora sono sempre stata molto sfigata, perché non mi è mai capitato di dare la lingua a qualcuno (pardonez) e sentire il sapore avvolgente di una bella cioccolata in tazza Cameo. Mai. Giuro. Ma loro sì, continuamente. Un po’ come la storia (che qui almeno non viene usata) degli occhi viola. Mai incontrato nessuno con gli occhi viola, ma scriverlo in un romance è il top. Tutte le belle gnocche hanno profondi occhi viola.

La prosa? Come dicevo, elementare. L’unica cosa che lo distingue da un tema delle elementari è che un bimbo delle elementari non potrebbe mai scrivere 400 pagine. Avrebbe già detto tutto quello che c’era da dire in una ventina.

Molte ingenuità e una storia allungata come un brodo per un romance che sì tiene compagnia, per l’amor del cielo, ma che fa saltare anche molte, molte pagine.

Per cosa vale la pena leggerlo? Al prezzo attuale, per niente al mondo. Se lo trovate in offerta (come è successo a me) allora può valere la pena leggerlo se siete appassionate di cioccolato e di cucina per le ricette, se siete appassionate di personaggi maschili per lui, Massimiliano, il Cracco della situazione.

Ah. La cover. La cover è bella. A me piace un sacco. Semplice, golosa, sensuale. Così come avrebbe dovuto essere il romanzo. Semplice.

Buona (?) lettura, bimbe!

Il morso dello sciacallo

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Titolo: Il morso dello sciacallo

Autore: Paolo Di Orazio

Editore: Vincent Books

Anno: 2016

Pagine: 308

Prezzo: 11,90 euro per la versione cartacea

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Nel pieno della crisi economica, del declino sociale e del disincanto politico, approdano a Roma Atareen Tom, giovanissima popstar venuta dal web, e il suo manager senza scrupoli chiamato Murnau. Il loro scopo è conquistare il mondo della musica partendo dalla televisione di Stato. La prepotente propaganda mediatica della popstar non distrae l’ex maresciallo Alfredo Red Vanacura, esperto in casi paranormali, presto alle prese con un rebus che include sacrifici umani, violenza e connessioni sanguinose che legano alla rete del Male insospettabili individui dediti al crimine.

LA RECE DELLA KATE:

È ancora una volta Roma il palcoscenico di questa nuova e inedita tragedia che mette in piedi per noi l’abile Di Orazio. Una Roma abbruttita, molto grigia, molto violenta e altrettanto menefreghista nella quale, dal web, come un angelo (o un demone) cade Afareen Torn, dodicenne disincantato e inquietante. Torn è una vera star del web, uno dei tanti prodotti marcescenti creati ad arte da e per il popolo internettiano schiavo di filmati e false notizie. Afareen sa cantare, i suoi filmati amatoriali hanno milioni di visualizzazioni, ma lui e il suo manager (l’uomo col cilindro) vogliono molto di più, adesso. Del web non sanno che farsene; Afareen deve diventare il nuovo principe, deve essere il nuovo Imperatore, il nuovo Dio, prima di Roma e poi del mondo. Partendo dalla musica, sono certi, riusciranno a conquistare l’anima di tutti coloro i quali incroceranno il loro cammino, e tutta questa gente, prima o poi, volente o nolente, chinerà il capo e le ginocchia, toccherà la terra con la propria fronte e benedirà il loro passaggio mormorando preghiere smozzicandole tra le labbra. E se da qualcosa bisogna cominciare, allora loro cominceranno là dove tutto, da che mondo è mondo, ha inizio: mamma Rai. Conquistata la televisione, conquistato il popolo bovino e kitsch. L’assalto ha inizio.

Ed è in quella stessa Roma ipnotica e ipnotizzata che si muove anche Alfredo Vanacura, ex maresciallo. Ex, perché adesso è “solo” un esperto di fenomeni… come dire… paranormali. Che poi lo faccia con uno spirito piuttosto scanzonato, pensando qui e là anche anche alle tette della sua collega medico legale non ha nessuna importanza, anzi, questo lo rende mille volte più umano e tridimensionale, meno serioso, meno calato nel ruolo. E in questa Roma c’è molto bisogno di “Red” Vanacura. Questa Roma implora Red Vanacura. Questa Roma piange e grida, e Red Vanacura, confuso e piuttosto infelice, risponde.

Perché gli ho dato 7?

Prima di tutto due considerazioni:

  1. Mi sono presa il disturbo di andare a consultare le ultime statistiche di Novembre 2016 in merito alle città più vivibili d’ Italia. 110 città in totale. Al primo posto la vicina (a me) Mantova (ci abitassi io, sarei già morta dal mal di testa con tutta quell’acqua e quell’umidità). L’ultima? Poveri crotonesi. E Roma? Roma dove sta? No perché è quello che volevo vedere, eh. 88esimo posto, signori e signore. 88 su 110. Come si dice… potrebbe andare decisamente meglio, per una delle città più belle del mondo, no? Santo cielo, stiamo parlando di Roma! Roma! Il Colosseo, Campo de’ Fiori, il Vaticano, il Papa, la Fontana di Trevi, il Gianicolo, la dolce vita, la Vespa (inserire altri luoghi comuni a scelta)! Insomma: se anche le classifiche ufficiali lo dicono, sarà vero. Roma sta scivolando all’indietro senza possibilità di appiglio. E se questo fa un gran male alla città, al turismo, al commercio e ai romani, gran bene fa alla letteratura, che in questi anni ha trovato culla adatta per i migliori horror e pulp, che trovano contesto adatto e credibile per avventure d’ogni sorta.
  1. Io, di splatterpunk, non so niente. Niente.

Il fatto che io di splatterpunk non sappia niente conduce a una sola e univoca considerazione: la mia opinione non sarà tecnica, ma sarà basata unicamente sulla mia sensibilità di lettrice navigata (in ambito horror e non solo).

Il morso dello sciacallo si auto-proclama thriller sovrannaturale. La mia mente bacata, senza volerlo, ha tradotto il tutto in HORROR.

La risposta, cara la mia Kate, è più sbagliata di un gatto in autostrada.

Il morso dello sciacallo non è un horror (ma non è nemmeno un thriller, bimbi). Ma cosa fa di un horror un horror? Secondo me un horror deve fare accapponare la pelle. Deve fare, in qualche modo, paura. Certamente è solo un libro, certamente sono solo delle lettere scritte su un foglio ma… cavolo… un vero horror spaventa. Eccome. Mi vengono in mente Io sono Helen Driscoll, Giro di vite, i racconti a tema ghost di William Hope Hodgson. Quelli, letti nel buio della casa, nel silenzio più totale, un qualche brivido lo mettono. Assicurato.

Be’, certo. Il romanzo in questione di brividi ne mette parecchi. Ma i brividi che sentirete non saranno di paura. Sarà quello splatterpunk che io non conosco. Sarà raccapriccio, sdegno, puro stupore. Come può la mente umana partorire certe immagini? Come si può leggere senza arricciare il naso nemmeno un pochino? Io non ci sono riuscita, non all’inizio. All’inizio ho stretto il libro tra le mani, le nocche che diventavano appena più chiare per la forza che imprimevo sulla pagina. Sorridevo imbarazzata, sorridevo sdegnata, scuotevo le spalle per auto-rassicurarmi. “Sono qui, va tutto bene”. E se pensate che io stia esagerando, provate a leggerle, le prime pagine. Provate a tuffarvi in quell’orrore, in quel lago di sangue, feci, vomito, paura. Provate a uscirne senza macchia. Non sono riuscita a fare nemmeno quello. Ho dovuto alternare la lettura con qualcosa di appena più scanzonato, meno sanguinoso, meno carnale, meno viscerale. Ho cercato di affondare il meno possibile nel mondo di Paolo Di Orazio, mi sono tenuta aggrappata ai bordi rassicuranti del mio mondo, ma poi… poi la curiosità ha prevalso. La seconda metà l’ho letta tutta in un botto. Paginapaginapaginapagina, frushfrushfrush. Ho bevuto a grandi sorsi quel suo mondo brutto e spaventevole, dovevo sapere, capire, rendermi conto. E avevo già capito, già sapevo, già mi ero resa conto, ma avevo bisogno di quelle parole, di quello stile.

Afareen e Murnau sono delle star. Del web, del mondo e anche di questo libro. Poco riesce a scalfire l’attrazione che il lettore prova per loro. Per quanto folli siano, per quanto odiosi siano, per quanta cattiveria e pochezza possano esprimere, loro vincono. Vincono per un punto anche sull’altro protagonista di questo romanzo, Red Vanacura. La sua presenza è grande, ingombrante, abbastanza leggera  e reale da attenuare tutto il male letto in sua assenza. Ma la sua grandezza viene comunque resa meno grande da Afareen e Murnau. Nemmeno Vanacura riesce a distrarre il lettore dalle vere splatter-star di questo libro. E forse non erano le intenzioni dell’autore, ma va benissimo lo stesso. Ogni pollaio diventa troppo piccolo, alla fine dei giochi. Qualcuno deve perire.

Se dovessi trovare un difetto, per quello che è il mio gusto personale, lo troverei in uno stile un po’ troppo hippie chic, troppo poco legato a un certo concetto di ordine. Ma questa sono io: ho bisogno di ordine. I troppi cambi di POV e di ambientazione un po’ mi destabilizzano ma, soprattutto, deconcentrano. La sensazione è quella di essere dentro una grossa scatola scossa fortissimamente dall’esterno. Un po’ di nausea, molto spaesamento, la ricerca continua di un punto di riferimento che cambia ogni pochi secondi.

Tra orrori senza fine e senza pietà, una piccola star folle e un sensitivo – per fortuna – credibile e molto umano, Il morso dello sciacallo si fa leggere senza sforzo.

Consigliatissimo agli amanti dell’horror più spietato, non leggetelo se siete troppo sensibili e/o di stomaco debole.

Ciao, amici!

K.