La piccola casa dei ricordi perduti

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Titolo: La piccola casa dei ricordi perduti

Autore: Helen Pollard

Editore: Newton Compton

Anno: 2017

Pagine: 338

Prezzo: 7,90 euro per il formato cartaceo – 2,99 per il formato digitale

Il voto della Kate: 7

SINOSSI: 

Emmy Jamieson arriva a La Cour des Roses, una bella pensione nella campagna francese, con l’intenzione di trascorrere due settimane di relax in compagnia di Nathan, il suo fidanzato. Tra loro c’è qualche problema, ma Emmy è certa che questa vacanza risolverà tutto. Si sbaglia… Neanche il tempo di disfare le valigie e Nathan se l’è già svignata con Gloria, la moglie di Rupert, il proprietario della pensione. L’uomo è scioccato ed Emmy, sentendosi in parte responsabile dell’accaduto, si offre di aiutarlo a gestire la pensione. Emmy ha il cuore a pezzi, ma si trova all’improvviso in una dimensione nuova, circondata da tanti amici. E anche da qualche uomo interessante: Ryan, il provocante giardiniere, e Alain, il ragazzo che si occupa dell’amministrazione, irritante ma bellissimo. Mentre Emmy si riappropria del proprio tempo e del contatto con la natura comincia a sentirsi a casa. Ma sarebbe una follia lasciare amici, famiglia e tutto ciò per cui ha sempre lavorato… O no?

Perché gli ho dato 7?

Sì, lo so. Sto correndo. Il punto è che ci troviamo davanti a un romance molto leggero, molto frivolo e molto estivo che non ha bisogno poi di MOLTISSIME parole. La sinossi dice già tutto quello che c’è da sapere e voi non avete bisogno di sapere altro se non che questo romanzo è sì frivolo, viene sì da una casa editrice che non cura molto il prodotto finale, ma viene anche da una scrittrice che in qualche modo il fatto suo lo sa, perché descrive in maniera così dolce e perfetta il paesaggio francese che sembra di essere lì, accanto a lei, a osservare i prati molto verdi, bere te fresco. Sembra di sentire le cicale e quel calore sulla pelle che non fa sudare ma che profuma di estate e di libertà e di crema solare. Sarà perché amo la Francia – me ne sono innamorata molto tempo fa e l’ho anche scelta come meta (on the road) per il mio viaggio di nozze – ma questo romanzo mi ci ha fatto tornare. Profumi, accenti, sorrisi, tutto. La corte delle rose, la pensione nella campagna francese nella quale arrivano Emmy e il suo fedifrago fidanzato, è così ben dipinta che sognerete di poterla prenotare su Airbnb; ve lo giuro, croce sul cuore. Ho sentito il profumo del caffè, la croccantezza del pane caldo, ho sentito l’acquolina in bocca per i piatti di Rupert. Ho sorriso, anche. Molto.

E’ vero ciò che viene detto in copertina; è vero che leggere questo libro è come fare un viaggio in un posto nel quale si è sempre voluti andare. E’ esattamente così. Ne esistono di posti così? Se sì, voglio andarci. Adesso. Ora.

Voglio il mio Rupert, voglio incontrare Emmy. Voglio essere loro amica. Voglio cenare con loro e litigare con Rupert. Voglio svegliarmi alla mattina e sentirmi a casa. Voglio essere felice come Emmy.

Certo, ci scappa un po’ di sesso qui e lì ma sempre descritto con grazia e senza risultare scabroso.

Il tutto risulta invece brioso, allegro, molto estivo, molto romantico.

Ve lo dico?

Io ho già prenotato su Kindle il seguito, che uscirà a fine mese. Lo dico un po’ vergognosa ma… devo vergognarmi? Ma no, no. Leggetelo anche voi, se avete voglia di Francia, di odori, di buona cucina, di amicizie vere e di riscatto. Io ve lo consiglio di cuore, è davvero ideale per questo momento dell’anno.

Provate, mi saprete dire!

The gift

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Titolo: The gift

Autore: Rebecca Daniels

Editore: Dunwich

Anno: 2017

Pagine: 226

Prezzo: 12,90 euro per il formato cartaceo – 3,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Katie Corfield ha un dono: riesce a entrare nella mente delle persone in coma, a guidarle in sogno e infine a riportarle in vita. Con l’aiuto di Matt O’Brien, suo amico e assistente, è riuscita a salvare molte persone. La fama è però un’arma a doppio taglio e Katie lo scopre sulla sua pelle quando viene rapita dal boss Alexander Mancini. L’uomo, incurante delle guerre tra clan che stanno dividendo Boston, ha il solo obiettivo di salvare il figlio Daniel, caduto in coma dopo un tentato omicidio. Mentre Katie è costretta a intervenire da sola in una situazione in cui fallire equivale a morire, Matt cercherà in tutti i modi di raggiungerla nel disperato tentativo di salvarle la vita. Rischiando di perdere se stessa nei violenti ricordi di Daniel Mancini, Katie scoprirà che l’aggressore del giovane è molto più vicino di quanto creda.

LA RECE DELLA KATE:

Dal giorno dell’incidente niente per Katie più è stato come prima. Probabilmente il suo carattere è cambiato drasticamente, trasformandola in una donna rigida e poco incline al contatto fisico, seriosa e timida. Ma Katie, proprio grazie a quell’incidente stradale, ha sviluppato un dono a dir poco incredibile: riesce a risvegliare le persone dal coma. Come ci riesca non lo sa nemmeno lei, ma ci riesce. Si mette a fianco della persona addormentata, chiude gli occhi e… si addormenta di botto. Entra nei sogni del malato e tenta di riportarlo in superficie, tenta di riportarlo indietro. La percentuale di successi è del 100%. Katie è conosciuta da molte persone e tollerata dai medici che, pur non capendoci proprio niente (da bravi scienziati) non possono però che alzare le mani davanti a quella serie di risvegli inspiegabili ma molto più che reali.

E il romanzo comincia proprio in medias res, con Katie e l’amico Matt (un tostissimo e credo bellissimo irlandese) dentro ai sogni di una ragazza molto giovane vittima di un incidente stradale. Un altro successo. Ma se Katie non chiede tributi, la sua mente ne chiede molti, moltissimi. Katie è stanca, spenta, i suoi sogni sono sempre più brutti, le sue notti sempre più agitate. Salvare il prossimo è sempre un dispendio di energie al di sopra delle sue possibilità. Ma per fortuna c’è Matt, amico fedele e collaboratore instancabile che ha come compito quello di accompagnare Katie nei sogni e tenerla “legata” al mondo esterno, al mondo vero, per impedire che la ragazza venga fagocitata dai sogni e dai mondi altrui.

Un dono del genere fa gola a molti. Sicuramente fa gola a Mancini, boss mafioso potente e senza scrupoli che rapisce Katie e la porta in un rifugio segreto ai margini della città. Suo figlio è in coma. Katie deve a tutti i costi riportarlo in vita. Se non lo farà, morirà.

Una corsa contro il tempo, una lotta contro il suo fisico e la sua mente. Un viaggio incredibile dentro la psiche umana.

Perché gli ho dato 8?

Gli ho dato 8 perché, nonostante alcuni difetti (io l’ho trovato eccessivamente verboso) The gift è un romanzo in bilico tra thriller e paranormal che mi ha inchiodato alle sue pagine.

Come dicevo sulla pagina Facebook del blog (l’avete piacizzata? No??? Vi muovete???) molto prima di rendermene conto ero già arrivata al 40%. Poi, in un altro boccone, ero all’80%. Poi, a malincuore, ho dovuto leggere le ultime pagine.

Katie non è certo di una simpatia travolgente, ammettiamolo. Ombrosa e tristanzuola, non molto ricettiva verso il bel Matt, non è proprio una fucina di battute scoppiettanti e dialoghi brillanti. A fare il possibile ci prova Matt, ma soprattutto il pericoloso boss Mancini che, non si sa bene come, alla fine riesce a risultare più simpatico degli stessi protagonisti. Proprio lui, il villain di turno. Ma forse non c’è molto di cui stupirsi. Spesso i cattivi si trovano ad avere più fascino dei buoni, a essere più tridimensionali.

Probabilmente avrei fatto a meno di qualche passaggio e di qualche personaggio, ma sono piccole cose che non vanno assolutamente a inficiare una storia che è comunque molto coinvolgente. The gift si legge in un fiato, pagina dopo pagina, anche quando si è ormai stanchi, anche quando l’ora della sveglia si avvicina, anche quando gli occhi minacciano di chiudersi. E’ un viaggio dentro la mente umana, un curioso trattato di parapsicologia, una storia di amicizia, un thriller piuttosto serrato. Se la descrizione degli ambienti e alcuni dialoghi non risultano proprio indimenticabili, i personaggi (anche quelli molto secondari come la mamma di Matt) sono però sempre a loro modo azzeccati e funzionali (anche se gli amici di Matt… insomma… anche di loro avremmo forse fatto a meno pur comprendendo la loro funzione nel contesto).

Se amate il thriller e non disdegnate il paranormal… leggetelo.

In ogni caso, però, leggetelo.

Anche se non vi piace il paranormal. Il thriller vi piace, ne sono sicura. Magari pensate che sia una cosa troppo astrusa per voi. Ripensateci. Scaricate l’anteprima e dategli una possibilità.

E poi… ehi… non vi fidate di me?

😉

A disabilandia si tromba

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Titolo: A disabilandia si tromba

Autore: Marina Cuollo

Editore: Sperling&Kupfer

Anno: 2017

Pagine: 169

Prezzo: 14,90 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 9,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

 

SINOSSI:

“Sono una microdonna, alta un metro e una mentina, che ha bisogno di mostrarsi sempre un po’ incazzata con il mondo per dire la sua. Ma in fondo sono come una crème brûlée: quando rompi la crosta, sotto c’è il morbido. Ho trentasei anni, e quando sono nata nessuno ci avrebbe scommesso mille lire che ci sarei arrivata. Sono venuta al mondo con una sindrome genetica molto rara: la Melnick Needles, che non è una marca di siringhe ma un’osteodisplasia scheletrica che conta un centinaio di casi in tutto il mondo. Uso la sedia a rotelle e di notte dormo abbracciata a un ventilatore polmonare, ma rompo ancora le scatole in giro. Capirai, dunque, che quando mi presento a qualcuno il taglio di capelli non è la prima cosa che si nota.” Dalla sedia a rotelle Marina vede e ascolta cose sulla disabilità impossibili da immaginare per idiozia e insensibilità. Racconta situazioni, comportamenti, battute del normodotato medio quando si relaziona con il disabile per strada, al lavoro, negli uffici pubblici, al ristorante. Convinta che ridere di qualcosa di brutto aiuti a liberarsi da stereotipi e ipocrisie, Marina strappa tutte le etichette che spesso incolliamo su ciò che ci spaventa o che non conosciamo, e spazza via con la sua penna tabù e preconcetti.

LA RECE DELLA KATE:

La prefazione è di Mara Maionchi. Perché proprio Mara Maionchi lo ignoro. Probabilmente perché anche la Maionchi, come la Cuollo, è una che non ha paura di parlare, di essere un po’ sboccata, di dare filo di torcere ai benpensanti e che se ne frega del politically correct. Immagino sia proprio per quello, sì. E la Maionchi lo ammette: si è sentita un po’ obbligata a fare questa prefazione. Avrà pensato: “Si può dire di no a una persona diversamente abile che, poverina, ha provato a scrivere un romanzo?”. La risposta è ovviamente negativa. Con i disabili bisogna andarci piano, usare i guanti di velluto, sorridere molto, magari alzare anche un pochino la voce e scandire bene le parole. Con tutte le sofferenze che passano vuoi anche dire di no a una pulciosa prefazione? E insomma la Maionchi ha letto il libro.

E non ha smesso di ridere.

Come me.

Come te, ne sono certa.

Altro che disabilità!

Qui siamo noi abili a sentirci disabili!

Io ho avuto la netta impressione di avere il cervello atrofizzato. Io che a volte mi sento brillante, carina, di compagnia, con la battuta pronta… dovrò rivedere DI MOLTO l’idea che ho di me stessa. La Cuollo è un vulcano, è pura energia, humor dissacrante, risata spontanea.

Sì ma di cosa si parla, santa pazienza?

A disabilandia si tromba è un manuale irriverente sulla disabilità. Capitolo dopo capitolo la Cuollo descrive i vari tipi di disabili (lo stracciapalle, l’ apocalittico, il decadente, il leader etc etc), i vari tipi di ausili per disabili, la disabilità nella storia (“Nel periodo nazista una buona parte della medicina venne afflitta dalla sindrome dell’allegro chirurgo; non essendo ancora state inventate le pile per far accendere il naso del noto giocattolo, c’era bisogno di fare pratica su corpi veri”), offre consigli di viaggio (il TripAdvisor del disabile), ci parla delle opportunità di lavoro, ci parla della famiglia, degli affetti, degli amici e del sesso.

Se siete dei politically correct NON leggete questo libro, pensereste male della Cuollo che, invece, è una trentaseienne con i controcoglioni, una mente brillante, una studiosa capace, una scienziata meravigliosa.

Digitate il suo nome su Google, selezionate Immagini e guardatela. Poi pensate se voi, in quelle condizioni, sapreste scrivere così.

C’è chi non sa scrivere così bene e far divertire così tanto da normodotato, con i milioni in banca e con la scrittura come unica cosa con cui passare il tempo.

Meditiamo gente, meditiamo.

Perché gli ho dato 8?

Perché ho riso.

Ma di gusto, eh?

Ho proprio riso.

Vorrei la Cuollo come amica (dice che conviene essere amici di un disabile, che non si paga mai da nessuna parte e che spingere una carrozzina con una disabilità grave attira partners), ma anche solo conoscerla per suggere da lei un po’ di cultura e di “buona scrittura”.

Divertente e chiara non diventa mai macchietta e non scade mai nel troppo che stroppia e che fa storcere il naso. Tra le righe si legge la verità: la vita è una merda. Barriere architettoniche, gente che ti tratta come se fossi un mentecatto, uomini che spariscono, famiglia che vorrebbe tenerti sotto una campana di vetro. Ma tra le righe si legge anche molto, molto altro: la voglia di vivere, di viaggiare, di studiare, di continuare a tenere convegni, di informare, di volersi bene anche così, anche in formato mignon, anche con i tratti del viso sformati, anche con la vocetta stridula, anche con i pregiudizi che fioccano a destra e a manca che se non stai attento inciampi e sbatti il cranio.

La vita è bella quando incontri qualcuno che la prende in ridere come te, che ti tratta come una studiosa e non come una donna handicappata, quando qualcuno spinge la tua carrozzella senza prima chiedertelo, quando qualcuno ride con te senza pensarti diversamente abile ma solo e soltanto Marina. La vita è bella quando puoi salire su un aereo e viaggiare, quando puoi combattere le tue battaglie, quando sai che sarà breve (spesso i diversamente abili muoiono prima) ma molto, molto intensa.

Questo è un romanzo breve dal costo molto (troppo) alto. Il prezzo forse vi farà desistere dal comprarlo in libreria o dallo scaricarlo. Ma fateci un pensiero, dico davvero. La Cuollo va conosciuta. Perché è lei ma soprattutto perché insegna un paio di cose interessanti. Ho tanto, troppo da leggere. Ma ho deciso di scaricare, ultimamente, cose scelte da me. Ne ho un disperato bisogno. Di messaggi forti e chiari, di persone belle, di scelte difficili, di persone combattive, di persone intelligenti e brillanti. Ho bisogno di speranza, di gioia, di amore. E’ come aver sete o aver fame: non si può ignorare.

Va bene il thriller, va bene l’horror, va bene tutto. Giuro. Ma a un certo punto il mio cuore ha bisogno di riposo, la mia anima di esempi, la mia mente di cultura sana.

Vi bacio e vi auguro buona lettura!

 

7 note nere

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Titolo: 7 note nere

Autore: Maico Morellini

Editore: Delos Digital

Anno: 2017

Pagine: 58

Prezzo: 2,49 euro per il formato digitale (unico disponibile) acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Cosa vuole il demone che vive al di là dello specchio? Chi si nasconde dietro gli efferati delitti di un serial killer? Quale terribile potere hanno quei vecchi ferri da maglia?

Sette note oscure, sette storie nere. Un viaggio dal quale tornerete profondamente cambiati.

LA RECE DELLA KATE:

Nonostante Amazon si ostini a chiamarlo romanzo breve questo non è un romanzo breve ma, essendo voi tipini intelligenti, scommetto che lo avrete capito anche solo leggendo il titolo. 7 note nere è infatti una raccolta di racconti scritti dall’amico Maico Morellini nel corso degli anni; racconti che hanno partecipato e vinto concorsi, probabilmente tutti, a loro modo, simbolo di uno stile o di un momento specifico o di un pezzetto di strada fatto dal bravissimo autore reggiano. Un excursus – tenebroso – nella sua anima e nel suo stile, nel mondo horror italiano ma anche in un’Italia che smette di essere soleggiata e profumata di pizza e allarga tentacoli neri e furibondi sulla terra fertile. Fertile come la mente del nostro caro autore che, raccogliendo queste sette storie ci fa partecipi del suo mondo incantato ed onirico e ci accompagna in un viaggio breve ma pur sempre intenso e stilisticamente interessante senza la minima intenzione di tenerci la mano. Ed ecco quindi che non siamo attorno a un fuoco con gli amici a raccontare storie dell’orrore; non c’è niente di goliardico, niente di neppure vagamente tollerabile. Mi verrebbe da fare paragoni sempre italiani ma non li farò. Quello che voglio dire è che ho letto raccolte di racconti che sembravano davvero storie raccontate dal nonno davanti al camino per creare atmosfera, fare un po’ paura, raccontare storie che altrimenti sarebbero destinate a scomparire nel vento.

Qui… qui la sensazione è un’altra.

Lo sapete quale?

Io mi sono sentita al buio, al centro di una stanza, nessun tappeto sotto di me, solo il nudo pavimento. Ho sentito il senso di solitudine, eppure sola non ero. Ed ecco infatti che una voce, nel buio, dava inizio alla sua danza. Un tono pacato ma deciso, una voce di uomo profonda e roca. Era con me ma non era con me. Né benigna né maligna. C’era, e basta. Raccontava queste storie, e basta. Ero sola. Dovevo ascoltare.

Si parla di bambini, si parla di demoni, si parla di grandi e possenti Titani, si parla di strani alberi, c’è l’estate e il caldo, c’è la nebbia fitta della Pianura Padana, c’è l’odore di corruzione, l’odore di dolore, di malattia. Un odore che ricondurrei solo a un ospedale, detta sinceramente. Non c’è ambiente esterno che mi riconduca a certe sensazioni. Fragilità, morte occultata, finta normalità.

Perché gli ho dato 8?

L’ho accennato prima: io non sto dicendo che l’horror, in un modo o nell’altro, sia pur sempre e solo horror. L’horror può essere tale in mille modi diversi, declinato in mille maniere diverse. Ne ho letto talmente tanto in questi anni che sono certa di dire la verità. E poi… cosa c’è di più horror di ciò che viviamo ogni giorno? Non sto parlando delle nostre vite private, sia chiaro. La mia è luminosa. Sto parlando del panorama mondiale, degli ultimi avvenimenti, della crudeltà, della sete di vendetta, della sete di potere. C’è qualcosa di più horror? Viviamo così circondati dall’orrore che sublimarlo non è affatto semplice. Nemmeno il più terribile mostro lovecraftiano riuscirebbe a sublimare tutto lo schifo nel quale siamo immersi noi e – accidenti – i nostri figli.

Ma se l’horror è horror e gli artisti (anche in Italia) sono molteplici, è vero quindi che per dire davvero qualcosa è necessario dirla nella maniera corretta. Morellini è un uomo che conosce la lingua italiana, che conosce le sue regole, che ha il puro piacere di esprimersi in un certo modo. La sua prosa è ricercata, studiata, calcolata. I suoi periodi, le frasi che scrive, non sono mai casuali, mai “di pancia”. Leggo, nel suo lavoro, un amore reale per il mondo della scrittura e per il lettore. Un vero rispetto per la lingua, per la letteratura di genere e per chi leggerà. La finezza di pensiero e di scrittura, allora, diventa chiave di volta per una narrazione sapiente, strutturata, elegante e mai banale. Anzi. Non scontata, ecco. Come diciamo noi scout, tra i due sentieri Morellini sceglie quello meno battuto. La ricercatezza.

Una raccolta interessante.

Cosa?

Il mio preferito?

Il Titano, ovviamente. Da brividi.

Buona terrificante lettura, amici.

Un imprevisto chiamato amore

 

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Titolo: Un imprevisto chiamato amore

Autore: Anna Premoli

Editore: Newton Compton

Anno: 2017

Pagine: 287

Prezzo: 9,90 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 5,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Jordan ha collezionato una serie di esperienze disastrose con gli uomini. Consapevole di avere una sola caratteristica positiva dalla sua parte, ovvero una bellezza appariscente e indiscutibile, è arrivata a New York intenzionata a darsi da fare per realizzare il suo geniale piano. Il primo vero progetto della sua vita, finora disorganizzata: sposare un medico di successo. Jordan ha studiato la questione in tutte le sue possibili sfaccettature e, preoccupata per le spese da sostenere per la madre malata, si è convinta di poter essere la perfetta terza moglie di un primario benestante piuttosto avanti con gli anni. Ma nel suo piano perfetto non era previsto di svenire, il primo giorno di lavoro nella caffetteria di fronte all’ospedale, ai piedi del dottor Rory Pittman. Ancora specializzando, per niente ricco, molto esigente e tutt’altro che adatto per raggiungere il suo obiettivo…

La rece della Kate:

Non è necessario io sprechi molte parole, perché la sinossi dice (secondo me in maniera scorretta) già tutto quello che c’è da dire. Faccio solo una doverosa premessa, che avrete comunque visto anche dal tag categoria: questo è un romance. Un romance spudorato. Gli elementi ci sono tutti: la Grande Mela, una ragazza bellissima, un ragazzo bellissimo. Un po’ Pretty woman, un po’ favola, Un imprevisto chiamato amore (un titolo più banale di così era quasi impossibile) è il classico lavoro di Anna Premoli, una italiana che da sempre ha saputo andare oltre oceano e ambientare i suoi riuscitissimi romanzi non nella nostra poco pittoresca (per i romance) Italia ma qui e là in giro per il mondo, riuscendo a confondersi e a confondere il lettore nel mare magnum di pubblicazioni romance soprattutto inglesi e americane che negli ultimi anni hanno spopolato (iniziando dalla famosa Kinsella) anche qui in Italia conquistandosi una grossa fetta del mercato letterario e vari scaffali delle librerie fisiche e virtuali.

Insomma, dicevo (mammina quanto sono prolissa quando voglio!) che in questo romance non manca niente di fondamentale. Jordan ha ventisei anni ed è molto più che bella, caratteristica che lei ha sempre sfruttato alla grandissima e in maniera sapiente per rendere la sua vita non proprio lieve un po’ più semplice da gestire. Ma adesso, a quasi trent’anni, è giunta l’ora di tirare i remi in barca e cominciare a fare due calcoli: servono soldi. Soldi sicuri e soldi per sempre. Si trasferisce a New York e trova lavoro davanti all’ospedale dove, se tutto andrà bene, conoscerà un medico pluridivorziato, molto impegnato e abbastanza vecchio da non darle noia ma darle abbastanza soldi da sopravvivere serenamente.

Peccato che sul suo cammino, anzi, sulla sua appendice, capiti Rory, un giovane specializzando bello come Derek (non sapete chi è Derek-il-medico??? Aggiornatevi, bimbe) che, con le buone e con le cattive, probabilmente cambierà il corso delle cose.

Probabilmente, ho detto?

Eddai… è un romance.

Ci siamo capite.

Perché gli ho dato 7?

Gli ho dato 7 perché è piacevole. Non bello, non bellissimo, non una roba da premio bancarella, ma piacevole. Si legge, si sogna, si parla d’amore, c’è un bell’uomo (troppo giovane e dunque non molto appetibile per me)… insomma, c’è tutto quello che volevo e che ho trovato. Capita spesso con la Premoli. Poco da fare, è brava. Certo questo è il suo campo, lei è la campionessa dei romance, gioca a mani basse. Ma è brava, e bisogna riconoscerglielo. Perché parlo così? Perché il romance viene bistrattato. Anche da me, sia chiaro.

Se dici che leggi romance lo sguardo della gente sarà misto compatimento misto schifo misto ribrezzo misto “Ho visto un cadavere”. Non si fa proprio bella figura, ecco.

Ma io lo dico e lo ridico: leggo tanto horror, tanto thriller, tanto noir. Io ho BISOGNO di leggere altro. Ho bisogno di sognare, di sorridere, di spegnere il cervello. E questo tipo di libro spegne il cervello in via quasi definitiva. Davvero un attimo dimenticarsi il proprio nome, di avere una famiglia, una figlia, delle esigenze fisiche. I romance fagocitano l’anima. O almeno… la mia.

E se non mi sento di parlarne come di un genere altissimo, altrettanto non mi sento di ghettizzarlo. Il romance è il romance e, nel suo ambito, questo è un buon romance dalle buone atmosfere. Gli ambienti interni sono molto meglio descritti di quelli esterni e non tutti i personaggi sono efficaci allo stesso modo, ma è un buon romance dal titolo osceno e banale, stucchevole e sciocchino. Se solo cominciassero a dare a questa tipologia di libro dei titoli più decenti io credo che le cose cambierebbero. Sarebbe un mondo migliore.

In definitiva: se amate i romance, avete voglia di evasione e non avete mai letto la Premoli… provate, scaricatelo, compratelo. ma se non avete mai letto la Premoli forse vale più la pena leggere Un giorno perfetto per innamorarsi o Come inciampare nel principe azzurro. 

Vi ho confuso le idee?

Ops… scusate.

🙂

Non volevo morire vergine

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Titolo: Non volevo morire vergine

Autore: Barbara Garlaschelli

Editore: Piemme (Voci)

Anno: 2017

Pagine: 199

Prezzo: 17,00 euro in formato cartaceo acquistabile qui – 9,99 euro in formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

Sinossi:

La vita di Barbara è cambiata all’improvviso a poco più di quindici anni, quando per un tuffo in acqua troppo bassa è rimasta tetraplegica. Quindici anni è l’età delle prime cotte, delle prime schermaglie, dei batticuori. E del sesso. Di tutte le perdite che l’incidente ha portato con sé, la più insopportabile è proprio il pensiero di restare vergine per sempre. Vergine non solo nel corpo, ma di esperienze, di vita, di sbagli, di successi, di fallimenti, di viaggi, di sole.
Armata di coraggio, ironia e molta curiosità, Barbara affronterà tutte le rivoluzioni imposte dalla nuova condizione, fino a ritrovare se stessa in un corpo nuovo. In una girandola di situazioni tragicomiche e di ragazzi e uomini impacciati, generosi, a volte teneri, a volte crudeli, Barbara compie la sua iniziazione al sesso e all’amore. Con gli stessi slanci, le delusioni, gli entusiasmi che tutte le donne, anche quelle con le gambe, conoscono molto bene.

La rece della Kate:

3 agosto 1981.

Barbara, sedici anni, è al mare insieme agli amici. Giochi, scherzi, risate. Barbara prende la rincorsa e si tuffa.

L’acqua è troppo bassa.

Barbara rimane tetraplegica.

Dopo dieci mesi di ospedale riuscirà a recuperare solo l’uso del collo e delle braccia. Nel resto del corpo la sensibilità si diffonde a macchia. In un punto preciso ha sensibilità, un centimetro più in là non ha più sensibilità. Un centimetro a destra sente, un centimetro ancora verso destra e non sente più nulla.

Questa è la sua storia, una storia che parte da quel 3 agosto e che arriva sino ai giorni nostri, sino a una affascinante cinquantunenne che ha imparato ad amarsi, ad amare e a farsi amare. Una cinquantenne che si è rifiutata di morire vergine in tutti i sensi e che ha sfruttato il tempo che aveva per vivere davvero e nonostante tutto.

Perché gli ho dato 8:

Gli ho dato 8 perché è una lettura – nonostante il tema tragico – molto divertente e lieve. Perché la Garlaschelli (scrittrice di razza) ha saputo trasformare la sua sfortuna in una opportunità senza finzioni. No, essere tetraplegici non insegna a essere migliori. No, la malattia non è una fortuna. Essere malati fa davvero molto, molto schifo. Come dice lei, la lista delle cose che non si riescono più a fare è drammaticamente lunga e imbarazzante. La lista delle cose che si riescono a fare, anche dopo più di trent’anni, rimane sempre più corta. Ma se la malattia fa schifo è la vita a essere una opportunità, e non bisogna lasciarsela scappare. Non voleva morire vergine, Barbara. Troppo giovane per non conoscere l’amore, il sesso, il godimento, le mani di un uomo attorno al suo prosperoso seno. Troppo giovane per non sentire più le labbra di un uomo attorno alle sue. Barbara a un certo punto decide: quella sedia con le ruote non sarà il suo decubito. Sarà solo un suo prolungamento. Se le gambe sono immobili lei allora punterà tutto su seno, viso, mani. Sarà sexy, sarà sensuale, sarà irrimediabilmente donna.

E la verginità da perdere non sarà solo fisica, ma anche mentale. Barbara non vuole morire vergine di Vita, di esperienze, di gioia, di amore.

Questo sarà il suo mantra. Questo sarà il suo obiettivo.

Il linguaggio è colloquiale, il tono sempre pacato di chi ha fatto pace con le circostanze, la prosa alimentata da un senso dell’umorismo graffiante e dissacrante nei confronti di una malattia che non perdona quasi mai. L’incontinenza e la necessità di pannoloni sono solo un breve excursus che si sente di fare ma sul quale non insiste: la vita non è un pannolone, lei non è un pannolone. La sua vita è stata ed è amore, scrittura, parole, sorrisi e risate.

Io lo consiglio a tutti coloro i quali a volte si sentono un po’ sfigatelli, a chi come me per un raffreddore vanno in paranoia e a chi fatica a prendersi un po’ per i fondelli.

Parola d’ordine: vivere.

Ladre di felicità

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Titolo: Ladre di felicità

Autore: Costagliola Milena

Editore: Fernandel

Anno: 2017

Pagine: 162

Prezzo: 15,00 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 6,49 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Due donne si incontrano per caso: Giulia abita nella periferia degradata di Napoli, è sposata e ha tre figli. Angela vive in centro, è libera e indipendente. Due mondi diversi, eppure basta un incontro, poche parole, a far vacillare le certezze di Giulia. Affiora in lei un sentimento di piacere e di imbarazzo a cui non sa dare un nome, ma che la costringerà ad abbandonarsi alla sua forza dirompente. A muovere le due donne è un amore fatto di passione e desiderio, una storia alimentata da mille sotterfugi che Giulia è costretta ad inventarsi, e che la fanno costantemente sentire in colpa. La fanno sentire una ladra di felicità, perché il loro è un amore proibito. Un giorno tutti i pregiudizi e l’arretratezza del quartiere in cui vive prendono corpo: Giulia e Angela vengono scoperte, e Giulia si troverà a dover scegliere tra i figli e l’amore…

La rece della Kate:

Non potrebbero essere più diverse, Giulia e Angela. Laddove la vita di una si trascina tra figli, casa, faccende domestiche, scuola, marito e pranzi da preparare, la vita dell’altra s’infiamma nel centro di Napoli tra gli alti palazzi, lo stile barocco, il cielo sempre blu, le amicizie più glam, un lavoro affascinante e un tenore di vita abbastanza alto da non doversi preoccupare del giorno che verrà. Le loro diversità si incontrano al parco grazie a Lupo, il cane di Angela. Niente, poi, sarà più lo stesso. Giulia continua a pensare a quello sguardo, poi scuote il capo… cosa sta facendo? Sta pensando a una donna? Lei, madre di famiglia? Cosa le sta succedendo? Ora basta scherzare, ora basta pensare a queste cose; è ora di cena, è ora di fare la donna, è ora di smettere di fantasticare!

Ma non è facile.

Qualcosa di Angela si è incastrato sotto la pelle di Giulia. Un odore, quello sguardo che le ha letto dentro, quel sorriso aperto e sincero, quella sua voce dolce e pulita.

A una prima telefonata ne seguiranno molte altre. E poi un’estate dolce e fresca come certe sere sulla spiaggia spiaggia.

E poi il dolore dell’abbandono, perché la vita chiama, le responsabilità chiedono conferme, i figli chiedono presenza.

L’amore, per certe persone, deve attendere. A volte per sempre.

Perché gli ho dato 8?

Gli ho dato 8 perché nonostante abbia dei macrodifetti (primo dei quali una prosa che talvolta rischia di scivolare pesantemente nel romance dimenticandosi di NON essere un romance), Ladre di felicità è un buon libro.

Se del romance ha certe frasi e certi dialoghi che mi hanno fatto arricciare il naso e che poco hanno a che vedere con la vita vera, del romance non ha però la voluta leggerezza. Questo è un romanzo studiato e amato. Non è solo la storia di due donne che scoprono di amarsi nonostante i figli, nonostante un matrimonio e nonostante le diversità; ma è soprattutto la storia di due donne normali alle prese con le loro fragilità, le loro insicurezze, i loro piccoli grandi gesti di coraggio che le trasforma, in un battito di ciglia, in due fiere leonesse.

Non sono una femminista. Non sono una di quelle che sventola il reggiseno e pensa che gli uomini in confronto alle donne siano nullità. Non sono una di quelle che pensano che senza gli uomini si starebbe meglio. Io, gli uomini, li amo. A dirla tutta sopporto molto meno le donne, proprio perché a volte si chiudono nel ruolo di “poverine” e “vittime del sistema”, ruolo nel quale mi si sono sempre ritrovata pochino. Mi piacciono gli uomini perché sono più liberi, perché sanno sbattersene, perché sanno ridere della vita, perché hanno amicizie più salde, perché soffrono (forse) un tantino meno di noi donne.

Senza voler quindi generalizzare, tendo a stimare di più gli uomini, ecco.

Ma questa è una bella storia d’amore.

D’amore romantico ma anche di amore verso sé stesse.

Perché diciamolo, a volte noi donne non ci vogliamo per niente bene.

Ci lamentiamo dei nostri mariti, dei nostri lavori, dei nostri figli e non muoviamo un solo dito per cambiare le cose. Continuiamo a raccogliere panni sporchi da terra, digitare bovinamente su una tastiera, dire sì sì e ancora sì per poi commiserarci nel fango della nostra vita grama senza fare cose concrete per essere felici. Forse dobbiamo ancora capire che la vita è una sola. Che non si torna indietro. Che nessuno, alla fine, ci dirà: “Ok, si rifà. Questa è la bella.” No.

Giulia e Angela, le due eroine della nostra storia, ci insegnano (con una bella favola) che vivere davvero e non sopravvivere è possibile.

Che la nostra vita è nelle nostre mani, solo nelle nostre.

Che si può essere felici senza rendere infelici il prossimo.

Che si può sorridere senza sentirsi egoisti.

Consigliato a tutte le donne che per carattere sono portate a sentirsi un po’ vittime, a tutte quelle donne che per non scontentare nessuno si dimenticano di avere delle esigenze, a tutte quelle donne che dicono sempre sì.

Buona lettura, amiche.

(Cover molto migliorabile. La cartolina da Napoli anni Novanta non mi entusiasma per niente, Giulia e Angela si sarebbero meritate di più.)