Un delitto quasi perfetto

Risultati immagini per un delitto quasi perfetto

Titolo: Un delitto quasi perfetto

Autore: Jane Shemilt

Editore: Newton Compton

Anno: 2016

Pagine: 317

Prezzo: 9,90 euro per il formato cartaceo – 2,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 6

SINOSSI:

Emma e Adam Jordan sono due medici all’apice della carriera, così quando viene loro offerta l’opportunità di trascorrere un anno in Africa, con i tre figli, per collaborare a un progetto di ricerca, accettano con entusiasmo, convinti sia l’occasione che aspettano da sempre. E sarà di certo un’esperienza che non dimenticheranno, ma non per le ragioni che i Jordan immaginano. Quando una sera Emma torna a casa e trova vuota la culla del piccolo Sam, il più piccolo dei loro figli, la famiglia capisce che il sogno si è trasformato nel peggiore degli incubi. Un anno dopo, a migliaia di chilometri di distanza, Emma è ancora ossessionata dall’immagine di quella culla vuota, e continua a isolarsi sempre di più dal resto della famiglia. Che ne è stato di Sam? È ancora vivo? Si è trattato di un rapimento o di qualcosa di più inquietante? Cos’è successo davvero quella notte?

LA RECE DELLA KATE:

Per un medico che voglia fare carriera il tempo è tutto.

Bisogna battere il ferro fino a quando è ancora caldo e, se necessario, sacrificare tutto. Vale questa regola anche per Emma e Adam: ore in ospedale, turni pesantissimi e il sogno di comparire sulle più famose riviste internazionali.

Quando ad Adam viene proposto un incarico per un progetto di ricerca in Africa, però, la tensione sale. In Africa? Con due bambine ancora piccole? Emma ha paura, ma è anche arrabbiata. Come può Adam dirglielo così, come se fosse la cosa più normale ed entusiasmante al mondo? Lei ha il suo lavoro, le sue ricerche, i suoi studi; perché dovrebbe rinunciare a tutto per seguirlo?

Chi l’ha deciso?

Chi ha deciso che il suo lavoro di ricercatore è più importante e nobile del suo?

Eppure partiranno. Nonostante tutto Emma accetterà di stravolgere la sua vita e trasferirsi in Africa, in mezzo al niente, lontana da alberghi e negozi, ospedali degni di essere chiamati tali e amici. Sceglierà di partire nonostante Sam, nato da poco e concepito proprio nel mezzo della loro battaglia rimaniamo a casa/andiamo in Africa. Solo loro cinque per ripartire da lì, da quella terra arsa dal sole. O almeno questo è quello che credeva Emma. La verità è che attorno a loro graviteranno molte persone (tutte utili ai fini di un thriller, ovviamente): un anziano giardiniere, una bambinaia, un insegnante privato… la casa è molto più affollata di quanto non avessero voluto e creduto, ma tutto sommato la vita scorre, le bambine sembrano felici e Sam cresce sereno, anche se Emma, quel bambino, proprio non riesca ad amarlo del tutto. Sarà per quello che rappresenta, sarà per quella terribile voglia rossa che ha su tutto un lato del viso, ma Emma si sente madre a metà.

Ma una madre, per quanto a metà sia, sarà sempre una madre.

La culla vuota e i vetri infranti fanno crollare le fondamenta della famiglia: Sam è sparito. Qualcuno lo ha preso. Qualcuno lo ha voluto e lo ha preso. Qualcuno ha strappato un bambino dalle braccia della sua mamma e del suo papà. In Africa. Potrebbero averlo già ucciso. Potrebbero averlo ucciso per vendere i suoi organi. Potrebbero averlo venduto. Adozioni a pagamento. Un bambino bello e bianco fa tanta gola a chiunque. Le indagini vanno al rallentatore, tra Emma e Adam si forma un solco sempre più profondo e difficile da superare. Tutto sta andando a rotoli. Niente sarà più come prima.

Ma una madre, per quanto a metà sia, sarà sempre una madre.

Emma deve trovare Sam. A ogni costo.

Perché gli ho dato 6?

Gli ho dato 6 perché il titolo non ha niente a che vedere con la trama del romanzo.

Gli ho dato 6 perché è inutilmente prolisso.

Gli ho dato 6 perché alla fine tutto sembra finire in una partita di Cluedo alla viva il prete. Come se ci fosse una lista di persone e si stesse tutto il tempo a tracciare linee orizzontali sopra ai nomi. Allora… il pediatra… vai, non può essere lui, ciao. La governante… non può essere lei, ciao. La parrucchiera… cancella pure, ha l’alibi di ferro. Sarà il maggiordomo, è sempre il maggiordomo.

Sembra un compitino delle elementari svolto nemmeno poi così bene. A me come sempre è piaciuta molto di più la prima parte, pre-partenza per l’Africa. Ho trovato molta più suspance lì che non dopo, a crimine commesso. Peccato anche per le atmosfere africane rese non benissimo: potevano essere una buonissima arma per rendere il romanzo molto, molto più interessante. Invece di blaterare sulla macchia di tuo figlio, fammi sapere cosa hai attorno a casa, dimmi del caldo che fa (quello lo dice, ogni tanto), dimmi come sono vestiti, dimmi cosa mangiano… quello sì che poteva dare un’aura diversa e particolare al thriller.

Siamo sempre lì: al lettore scafato la soluzione arriverà dritta in fronte molto presto. Per tutti gli altri potrebbe anche esserci il fatidico colpo di teatro, invece.

Ma avendo appena fatto da lettrice beta e, in parte, da editor a un romanzo giallo, e avendo quindi da poco avuto l’occasione di confrontarmi con lo scrittore sui metodi per sviare l’attenzione del pubblico, devo dire che questa volta nemmeno io ero del tutto impreparata.

Non gli ho dato una insufficienza perché la prima metà a me è piaciuta molto (grazie alla presenza di un personaggio) e perché faccio fatica a dare dei 5. Sarei stata una professoressa, come si dice, di manica molto larga  😉

In conclusione? Da leggere se siete molto amanti dei thriller ma solo se torna ancora in offerta a 0,99 euro.

Anemone al buio

 

anemone-al-buio-light

Titolo: Anemone al buio

Autore: Maria Silvia Avanzato

Editore: Fazi

Anno: 2016

Pagine: 287

Prezzo: 14,00 euro per il formato cartaceo – 6,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 6/7

SINOSSI:

Gloria si risveglia dopo un incidente stradale e non vede nulla. I suoi occhi non funzionano più, e anche la testa funziona male. Ha problemi di memoria e non riesce più a distinguere i sogni dalla realtà. Confusa e in preda a quelle che sembrano allucinazioni, vive una lenta convalescenza nella casa di sempre, assistita dall’amica d’infanzia Licia. Ma qualcosa non torna. Troppe cose strane attorno a lei, troppe persone che non ricorda ma di cui ora sente meglio la voce.
Quando, in questa nuova dimensione, iniziano a consumarsi drammi e persino omicidi, Gloria decide che è arrivato il momento di fare un viaggio e ripercorrere i luoghi del passato alla ricerca di sé. Man mano che la memoria comincia a tornare, restituendole frammenti perduti, gli occhi riacquistano la vista, anche se lei preferisce non farne parola con nessuno, nemmeno col fidanzato, in cerca solo della verità. All’insaputa di tutti, vedrà finalmente la realtà che la circonda e scoprirà qualcosa di sconvolgente e insieme inaspettato: un complotto minuziosamente costruito attorno alla sua infermità con risvolti a dir poco raccapriccianti.

LA RECE DELLA KATE:

Non ricorda niente, non vede niente.

Le dicono sia stata vittima di un incidente stradale, che la vista tornerà, che la sua situazione è temporanea.

Le dicono che deve riposare. Licia è lì per quello. Si è trasferita a casa sua, la sua amica di sempre, l’unica persona che le sia rimasta, l’unica persona a cui importi davvero qualcosa, l’unica persona che ha conservato ancora un minimo di amore e che, con pazienza, prova a spiegarle le cose.

Sì, deve mangiare. No, non è più fidanzata. Sì, lui non vive più in Italia. No, lei un lavoro non lo ha più. Sì, deve lavarsi, puzza. Sì, dietro tutte quelle cicatrici e quei capelli tagliati c’era, una volta, una ragazza molto bella. Sì, tutto tornerà come prima, ma adesso lei deve fidarsi e ascoltare gli altri, come se essere momentaneamente ciechi e senza memoria significasse essere stupidi o avere anche le gambe, ferme, oltre agli occhi e ai ricordi.

Il lavoro come speaker in radio non c’è più, ora c’è Alessio al suo posto. Alessio che entra in casa, si fa il caffè e si fa spiegare come funziona il suo lavoro, quali sono le cose che deve dire, come si deve comportare. Certo, è imbarazzante, ma lui deve raccogliere un testimone piuttosto pesante e non vuole sbagliare niente. Alessio che è timido e impacciato ma anche protettivo e tenero. Lei non può vedere lui, ma lui vede lei, ogni sua mossa, ogni suo sentimento. Alessio la capisce, tollera i suoi malumori, la fa ridere. Da quanto tempo non rideva? Troppo. Ha bisogno di cose normali, Gloria. Di andare fuori a cena, essere un pochino corteggiata, vestirsi e lavarsi. Ha bisogno del braccio di Alessio, del suo calore di uomo, di quella voce flautata e serena vicino all’orecchio.

Ma Gloria ha bisogno anche di capire chi era, cosa ne è stato di lei e perché, prima dell’incidente, si era rivolta a una maga. Che razza di donna può pagare una maga per fare un malocchio? Chi era davvero la vecchia Gloria? Una speaker radiofonica bella e snob o una pazza scatenata assetata di vendetta?

E mentre i ricordi di Gloria cominciano a riaffiorare come da un mare molto molto profondo anche i suoi occhi, prima inutili, ora, piano piano, guariscono. Solo ombre all’inizio, poi, lentamente, sempre di più. Una luce qui, una sagoma là. Gloria non ne fa parola con nessuno, come se fosse un sesto senso, come se avesse capito che quello che lei è, la sua interezza e la sua salute, almeno quelle, devono essere preservate.

La fine arriverà, poi ne arriverà una seconda, perché in ogni thriller che si rispetti quella che sembra la fine, fine non è.

Perché gli ho dato 6/7?

Gli ho dato un voto tendenzialmente non altissimo (secondo i miei standard) perché, nonostante io sia una grande amante del genere thriller e – tutto sommato – possa dire di averne letti parecchi e, in aggiunta, io avessi grosse aspettative, non posso dire di essermi strappata i capelli dall’incredulità e dalla gioia.

Ma perché?

Intanto, ripeto, avevo aspettative MOLTO alte, e questo credo sia sempre deleterio e nei confronti del romanzo, e di noi stessi e dell’autore.

Ma, tornando a bomba: cosa mi ha fatto scegliere di non dare un voto molto alto nonostante questo sia uno dei miei generi preferiti?

Lo stile.

E questa è una cosa meramente e tragicamente personale, state bene attenti.

Il punto è che la cover dice bene. La Avanzato travalica il genere. Il che vuol dire, in soldoni e a casa mia, che lo distorce un pochettino. E come lo fa, nel caso specifico? Di cosa sto parlando? Sto parlando (adesso arrivo al punto, tranquilli) di uno stile di scrittura vagamente… aulico. Anemone al buio non ha il ritmo serrato che ci aspettiamo da un thriller con una copertina così e con un titolo così. Ha un ritmo lento, quasi ipnotico. Il ritmo di una persona che non ci vede e che niente ricorda. Ovattata lei, ovattati noi. Il cuore non batte alla velocità della luce, non si clicca freneticamente sul bordo del Kindle per voltare pagina e scoprire cosa diamine succederà dopo.

Ci si lascia andare, come fa Gloria. Vagamente ottenebrati da questo buio e da questa assenza di ricordi e quindi di personalità, rimaniamo anche noi un po’ schiavi e vittime della situazione.

Starete pensando che non è poi così male, tutto sommato. Che non è semplicissimo passare certe sensazioni da protagonista principale a lettore come in un trasfert letterario.

Avete ragione, l’idea non è male. Poi però mi devi dare la carica, perché è un thriller e non un giallo di inizio ‘800 con i tempi dilatati portati da indagini lentissime ed elucubrazioni filosofiche. Se parliamo di un thriller (e questo lo è) io voglio azione. Colpi di scena. Tensione palpabile.

La tensione arriverà nell’ultimo quinto del romanzo, all’80% di lettura, volendo proprio essere precisi. Il ritmo aumenta, la tensione cresce, ma viene l’istinto di cercare il pedale dell’acceleratore per valorizzare ancora di più certe atmosfere, alla ricerca spasmodica di quella passione e di quella irrequietezza che io, personalmente, cerco.

Mi verrebbe da usare una parola che non ha molto senso e che va presa per quello che è: a questo romanzo manca un po’ di “zin”. Quel qualcosa in più, quella luce, quel bagliore, che ti fa chiudere il libro con un sospiro, come se si fosse appena terminata una lunga corsa.

Da non leggere, dunque?

Non direi. Da leggere senza troppe aspettative e con la voglia di imparare uno stile di scrittura nuovo.

LA CITAZIONE:

Licia sospira. «Cosa vuoi sapere? Se hai un naso, una bocca, due occhi?».

«Perché una parte del mio viso è gonfia? Ho delle bende sulle gambe e sulle braccia. Perché tutta la parte destra della mia faccia è gonfia e dura?», mi trema la voce, vorrei saperlo davvero. Non vorrei saperlo davvero.

«Perché hanno ricostruito, Gloria. Hanno ricostruito una parte della tua faccia. Chirurgia plastica. Tutto tornerà a posto.», sembra spossata, stare con me deve averle fatto perdere il sonno.

L’ingrediente a sorpresa

51s-m99ItrL

Titolo: L’ingrediente a sorpresa

Autore: Cinzia Piantoni

Editore: Self

Anno: 2016

Pagine: 274

Prezzo: 11,34 euro per il formato cartaceo – 1,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 7 ½

SINOSSI:

Cosa succede quando sei a un passo dal realizzare il tuo più grande sogno, e all’improvviso crolla tutto?

Gaia, 28 anni, ha sempre desiderato diventare una pasticciera affermata, e Big Bakery, famoso talent show dedicato ai dolci, sembrava essere la sua grande occasione.
Purtroppo però qualcosa è andato storto, costringendola a tornare nel piccolo paese in riva al lago dove è nata e cresciuta, arruolata nella pasticceria di sua zia per darle una mano durante la stagione dei matrimoni.
Sarà proprio lì, tra torte multistrato, familiari strampalati, baci rubati e ritorni inattesi, che Gaia imparerà una lezione importante: non tutte quelle che sembrano sconfitte in realtà lo sono per davvero.

LA RECE DELLA KATE:

La vita di Gaia, dopo una iniziale ascesa, è attualmente ridotta a un mucchio di fango; vero è che ha vinto l’ultima edizione di Big Bakery Italia, ma la sua storia d’amore con uno dei giudici e uno dei cuochi più famosi al mondo (fidanzatissimo e in procinto di diventare padre) ha gettato sulla sua persona e sulla sua recente vincita, un’ombra piuttosto tetra. Ora Gaia è costretta a tingersi i capelli e andare in giro coperta da capo a piedi per non farsi riconoscere e quindi facilmente linciare dai telespettatori del programma. Andarsene da Milano e dai paparazzi sarebbe, in effetti, la cosa migliore. Quando la zia, proprietaria di una pasticceria, richiede la sua presenza al paese natio, la ragazza non ci pensa due volte. Saranno solo pochi mesi, ma forse quei pochi mesi daranno modo alla gente (e a lei) di dimenticare.

E così Gaia torna a casa, coccolata dalla sua famiglia e dagli amici di un tempo, felici di riaverla tra le loro braccia e felici di poter gustare le sue dolci prelibatezze.

Ovviamente, però, i guai sono dietro l’angolo.

E il guaio, in questo caso, si chiama Alex.

Che non solo è il garzone di sua zia in pasticceria, ma è anche il bellissimo fratellino minore della sua migliore amica. Per fratellino minore, capirete, si intende comunque un marcantonio alto quasi due metri, spalle perfette, fisico perfetto, sorriso da svenire e capelli selvatici. Lo stesso che giocava con lei tutti i pomeriggi ai giochi elettronici e che la prendeva in giro. Lo stesso che lei ha visto crescere. Lo stesso che, adesso, la turba come non mai.

Resistergli sarà difficilissimo, soprattutto se di mezzo ci si mette anche Michele, ex storico che l’ha praticamente piantata sull’altare e che rappresenta ancora, per Gaia, una enorme e imbarazzante e dolorosa spina nel fianco.

Perché gli ho dato 7 ½?

Ma la domanda giusta dovrebbe essere: perché lo hai scaricato?

Oh, amici, io resisto a molte cose (non è vero) ma mai resisto ai programmi televisivi che parlano di cucina. Hell’s kitchen, Masterchef di ogni Paese et cultura, Il boss delle torte, Bake off di ogni Paese et cultura, Cucine da incubo di ogni Paese et cultura… andate avanti voi, suvvia, avete capito.

Potevo, quindi, resistere a un romanzo ambientato non solo nel mondo della cucina ma che trova il suo inizio proprio dietro le telecamere di un programma televisivo chiaramente ispirato a Bake off?

No, eh.

Ovviamente no.

L’ingrediente a sorpresa è un self senza pretese, non adatto ai puristi, agli snob, o a tutti coloro che “No, per me il self non va scaricato, letto e nemmeno scritto”. E se è vero per alcune tipologie di self, devo ammettere che in questo marasma di scrittori dell’ultimo momento, la categoria romance e chick lit ne esce decisamente bene. Sarà perché forse i lettori di questa categoria sono meno pretenziosi, sarà perché è un genere che presuppone mero divertimento e le pulci, insomma, si fanno un pochino meno, sarà perché (ti amo nanananaa sempre più in alto si va… ehm) servono un pochino meno conoscenze tecniche, ma prendo molte meno cantonate con i self della categoria romance che con altre.

Stiamo parlando di capolavori? Ovviamente no, amici. Stiamo parlando di intrattenimento e divertimento. Un romanzo che mi ha tenuto buona compagnia nel fine settimana e che mi ha fatto dimenticare la mia emicrania almeno per qualche ora (ho anche un dente che fa i capricci, a dire tutta la verità).

Stiamo parlando di una scrittura semplice e pulita, nessun refuso (anche se ho letto senza farci troppo caso) e personaggi stereotipati ma mai noiosi. Il finale è chiaramente telefonato (ma lo è sempre), i dialoghi sono talvolta banali, ma nel complesso, miei cari… nel complesso io mi sono sinceramente divertita! Ecco.

Fosse stato per me lo avrei ambientato proprio tutto davanti e dietro le telecamere del programma, ma anche Gradare si è rivelato essere una buonissima location. Io, amante dei laghi, ho sentito sotto al naso quell’odore salmastro e sulla pelle l’arietta freschina della sera.

Ah. Disclaimer per le patite del sesso: non ne troverete. Niente dettagli scabrosi, pochissima pelle esposta, molti baci e poco altro.

Consigliato a tutte le amanti dei dolci e degli zuccheri, a tutte coloro che amano sognare e a tutte le non-snob della letteratura   😉

(Menzione d’onore per la cover, molto bella e molto simile alle cover di romanzi ben più “blasonati”.)

Vampiro tossico

513TDa6aVRL

Titolo: Vampiro tossico

Autore: Stefano Tevini

Editore: La Ponga

Anno: 2013

Pagine: 114

Prezzo: 9,00 euro per il formato cartaceo – 2,49 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 7/8

SINOSSI:

Qual è il prezzo per una bruciante sete di vita? Chi sei quando non esisti più per nessuno? Chiedetelo a Nico, a Celeste, a Bindi e a Cesarino, che hanno pagato la sciocchezza di una sera con il bisogno di nutrirsi di sangue per vivere, una dipendenza stringente che li porterà lontano da tutto e da tutti, vomitati in un cesso di quella sbornia allucinata che è stata l’Italia degli anni ’80.

LA RECE DELLA KATE:

Sono quattro ragazzi troppo giovani e vagamente esaltati da un’estate magica, dalla libertà e da quella voglia di provare emozioni nuove che, prima o poi, colpisce tutti. E poi c’è Mario, che se lo paghi bene ti fa provare l’ebbrezza della trasgressione, quella vera, quella che ti fa sballare. Dai, lo fanno tutti, ormai non c’è quasi più niente di male! Dai figli di papà agli ultimi tra gli ultimi, ormai in tanti pagano per farsi mordere da quelli-che-bevono-sangue. La sensazione è quella di una sniffata di coca o di una pera di ero, ma (se tutto andasse bene) è un filo meno pericolosa. Basta trovare uno di loro e farsi mordere. Piano piano, con delicatezza. Pare che sia la loro saliva la vera responsabile di quello sballo fuori dal comune, di quell’ottenebramento dei sensi, di quella sensazione di benessere diffusa che ti fa rilassare e poi ridere e poi ballare e poi sorridere come se non si avesse un problema al mondo.

Ma quella notte qualcosa va storto: Mario, il loro contatto, non smette di succhiare. E di succhiare. E di succhiare. Quel morso che doveva essere il morso dello sballo diventa il morso della morte e la vita dei quattro ragazzi cambierà drasticamente, tragicamente e per sempre.

Non possono esporsi alla luce del sole e hanno tanta, tanta sete. Le sacche di sangue rubate agli ospedali sono la soluzione migliore, ma le forze dell’ordine stanno loro con il fiato sul collo. La vita, per un emodipendente, è durissima. Furti e furtarelli, lavori in nero per procurarsi una bottiglia di sangue umano mischiato a sangue di vacca, e la città che sempre di più lascia loro il vuoto attorno. Sono emarginati, sono sporchi, sono un abominio. Drogati ma non solo: drogati di sangue. Sangue che sempre più spesso viene tagliato e allungato con le cose più schifose e pericolose, le strade della città che sempre più spesso, di notte, si popolano di ombre caracollanti e smunte, timide ombre di ciò che erano un tempo, prima del morso.

L’unico modo per sopravvivere, quando la famiglia ti abbandona e la società ti volta le spalle, è restare uniti.

Nico, Celeste, Bindi e Cesarino ce la metteranno tutta, ma proprio tutta, per resistere. Insieme.

Perché gli ho dato 7/8:

Non è che io abbia letto la sinossi molto bene, prima di cominciare il romanzo; pensavo, a dirla tutta, che fosse una cosina un ciccinin più scanzonata, una sorta di presa in giro del vampiro moderno, ecco. Oppure ho voluto leggere nella sinossi qualcosa che non c’era. Oppure il titolo mi ha tratta in inganno. Non saprei, amici. Fatto è che ho preso una cantonata epocale.

Vampiro tossico è un romanzo che sfrutta il tema del vampirismo per parlare di una cosa affatto fantasy e affatto romanzata. Vampiro tossico e i suoi emodipendenti sono estremamente realistici, grotteschi, dolorosi. Una piaga moderna dai tratti ancor più terribili perché lascia tracce di sangue, quello vero. Lascia un odore inconfondibile, una solitudine infinita. E tra sangue e cocaina ormai non c’è più differenza. Vai a rota, vieni spedito al Ser.T., vieni disintossicato, vieni seguito da un team di medici e psicologi, ci ricadi, vai di nuovo a rota, di nuovo rubi, di nuovo ti prostituisci per una sacca di sangue marcio e puzzolente. Se torni a casa, trovi le porte chiuse. Se cerchi lavoro, non lo trovi. L’asticella della decenza crolla verso il basso e tu rimani solo un mucchietto di stracci che rifugge la luce del sole, che è vita e crescita. Ma a te non importa più vivere, per quello è troppo tardi.

Il romanzo risente purtroppo di un editing impreciso (come mi piacerebbe metterci le mani!) ma è e rimane un romanzo molto interessante, un esperimento ben riuscito con un’idea di base davvero centrata e, purtroppo, sempre moderna. Le atmosfere che si fanno via via più cupe rimandano a un’Italia devastata e impreparata, a una gioventù abbandonata completamente a se stessa e un problema troppo grande da gestire per tutti. Qualcuno tende una mano con i mezzi che ha. A tutti gli altri non resta che voltarsi e fingere di non vedere.

Una buona prosa arricchita da una buonissima capacità descrittiva e la voglia di dire qualcosa fanno di Vampiro tossico un nuovo e inedito Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino.

Buona lettura a tutti!

K.

La coppia perfetta

Paris_La coppia perfetta.jpg

Titolo: La coppia perfetta

Autore: B.A. Paris

Editore: Nord

Anno: 2016 (Dal 1 settembre 2016)

Pagine: 406

Prezzo: 16,90 euro per il formato cartaceo – 9,99 per il formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Chiunque avesse l’occasione di conoscere Jack e Grace Angel penserebbe che sono la coppia perfetta. Lui un avvocato di successo, affascinante, spiritoso. Lei una donna elegante e una padrona di casa impeccabile. Chiunque allora vorrebbe conoscere meglio Grace, diventare sua amica, scoprendo però che è quasi impossibile anche solo prendere un caffè con lei: non ha un cellulare né un indirizzo email, e comunque non esce mai senza Jack al proprio fianco. Chiunque penserebbe che in fondo è il classico comportamento degli sposi novelli, che non vogliono passare nemmeno un minuto separati. Eppure, alla fine, qualcuno potrebbe sospettare che ci sia qualcosa di strano nel rapporto fra Grace e Jack. E chiedersi per esempio perché, subito dopo il matrimonio, Grace ha lasciato un ottimo lavoro sebbene ancora non abbia figli, perché non risponde mai nemmeno al telefono di casa, perché ci sono delle sbarre alle finestre della camera da letto. E a quel qualcuno potrebbe venire il dubbio che, forse, la coppia perfetta in realtà è la bugia perfetta…

LA RECE DELLA KATE:

Grace ha trentacinque anni, Jack ha superato da poco la quarantina.

Grace è la donna della porta accanto; non bella, non ricca, non particolarmente dotata.

Jack, invece, è il classico uomo-copertina; bello e affascinante, è un avvocato di successo il cui nome compare da sempre a fianco dei casi di cronaca più famosi e più conosciuti. Jack non ha mai perso una causa, mai. È solido, affidabile, sicuro di quello che fa e di come lo fa. Si occupa, per dovere morale (così parrebbe) dei più crudeli ed efferati casi di violenza domestica. I suoi occhi e la sua mente sono pieni di immagini terrificanti; lividi, tagli, occhi pesti, lacrime silenziose. Ma Jack è un uomo che non perde smalto, savoire faire, eleganza. Si muove per il mondo come se il mondo fosse la sua personale passerella, sa farsi ascoltare da una giuria e dall’ultimo dei garzoni, il suo sorriso farebbe sciogliere come neve al sole anche la donna più algida. Ma, soprattutto, Jack ama Grace. La ama da quando, un paio di anni prima, l’ha notata in un parco con Millie, la sua sorella minore, purtroppo affetta dalla sindrome di Down. Millie e Grace sono legatissime e Jack ha presto compreso che per arrivare al cuore di Grace doveva prima arrivare al cuore di Millie, allegra, vivace e piena di vita.

E così ha fatto. Jack si è prostrato ai piedi delle due sorelle offrendo tempo, denaro, attenzioni e tanto, tanto amore.

Piombiamo nelle vite di Jack e Grace in medias res, e li troviamo nel pieno di una cena tra amici. Respiriamo aria di ricchezza ovunque. Grace è ben vestita, i suoi movimenti sono eleganti e misurati, il dialogo è vagamente affettato, di quell’educazione che si confà a una certa categoria di persone. Niente barbecue e birra, insomma, ma solo le carni migliori e i migliori vini, in casa Angel. I vini migliori, le carni migliori, la moglie migliore, il marito migliore. Fanno vacanze da sogno in luoghi costosi, dalla casa al giardino tutto rispecchia buongusto e finezza, nulla è ostentato, tutto è naturale e sciolto. Tutto, ma proprio tutto è perfetto in casa Angel. Santo cielo, anche il cognome pare essergli cucito addosso! Jack Angel: chi non darebbe la sua libertà e la sua vita in mano a quest’uomo stupendo, innamorato, ricco e gentile? Solo un pazzo, no?

Ma che qualcosa non vada lo si capisce fin dall’inizio. Qualcosa suona sinistro, in casa Angel. Nelle orecchie dei lettori trilla, insistente, un campanello di allarme. Va tutto troppo, troppo bene. E Grace è troppo, troppo strana. E perché Jack continua a seguirla, perché pare pilotare i discorsi a tavola? Perché pare proprio metterle le parole in bocca?

Cosa c’è che non va in casa Angel?

Chi sono, davvero, Jack e Grace?

PERCHÉ GLI HO DATO 8:

Quando la CE Nord mi ha mandato il comunicato stampa relativo a questo romanzo che uscirà il 1 settembre ho risposto di impulso, dicendomi interessata a recensirlo. Dalla sinossi alla cover, sino ad arrivare al titolo, tutto urlava “LEGGIMI!”.

Grazie alla CE Nord (che quindi ringrazio di tutto cuore) ho potuto leggere e quindi recensire per voi, amici lettori del mio cuore, questo incredibile (e direi stranissimo) thriller.

La coppia perfetta è un thriller decisamente anomalo e fuori dagli schemi, probabilmente il primo thriller del genere che io abbia mai letto nella mia vita… anche se, a causa della mia memoria da pesce rosso non posso esserne certa al cento percento. Rimane il fatto che credo sia un caso più unico che raro.

Il punto focale dei thriller classici è che la trama, il plot, si sviluppa molto piano, fino ad arrivare al suo culmine, al punto massimo della parabola, verso la fine. Solo allora tutti i nodi cominciano a venire al pettine, riusciamo a capire perché al capitolo dodici la protagonista ha fatto quelle determinata cosa, perché al capitolo due il tizio ne ha fatta un’altra, eccetera eccetera. No? Non è così?

Mi viene in mente un’altra coppia celebre, quella di L’amore bugiardo, acclamatissimo libro e ancor più acclamato film (lasciate perdere il film e leggetevi il libro, ve lo ordino!) nel quale lo scioglimento della trama è anch’esso anomalo ma comunque appena più classico di questo caso di cui stiamo parlando.

Dove voglio arrivare?

Voglio arrivare a dire che qui tutti sappiamo che Jack e Grace NON sono AFFATTO perfetti. Lo so io, lo sapete voi. Altrimenti il libro NON si chiamerebbe La coppia perfetta.

Fino a qui ci siamo?

Molto bene.

Ma cosa li rende particolari? Cosa fa di questo libro un thriller? Questa domanda, in un libro “normale” troverebbe risposta a tre quarti della sua lunghezza. Facendoci mormorare: “Vabbè, lo sapevo…”.

Ma a B.A. Paris non importa nulla del pathos iniziale tanto caro ai giallisti e ai thrilleristi. A B.A. Paris importa tenere alta la tensione SEMPRE. Dalla prima pagina (proprio dalla prima) fino all’ultima riga (proprio l’ultima, l’ultima battuta). Questo importa. Importa farmi leggere 400 pagine in boh… tre ore? Tre ore e mezzo? Click, click, click. Il mio dito continuava a pigiare sul bordo del Kindle senza sosta, fino alle due di notte, fino a non poterne più, fino a che non si chiudevano gli occhi, fino ad arrivare al 97% di lettura e pensare: “No. No, la fine domattina”.

Continuavo a pensare che fosse strano aver saputo tutto subito, continuavo a pensare che non so se poi, alla fin fine, questa cosa mi piacesse o meno, ma continuavo a leggere, leggere, leggere. E non riuscivo a smettere in nessun modo, perché DOVEVO SAPERE. A tutti i costi.

Era sete di giustizia, di vendetta, di verità.

Dovevo spegnere il Kindle e cancellare il libro con un sospiro di sollievo. Dovevo avere ciò che volevo.

L’ho avuto?

In parte amici, solo in parte.

Fosse per me Jack sarebbe prima stato torturato a sangue per giorni e giorni e poi, solo poi, messo in galera con millanta ergastoli addosso.

Ad ogni buon conto, se anche altre blogger hanno parlato di questo romanzo in termini ben più chiari e precisi, dando ai loro followers tutte le informazioni del caso, io scelgo invece di tenervi in sospeso e di non raccontarvi proprio tutto-tutto-tutto. Non mi pare, sinceramente, il caso. Tanto non vi preoccupate, tutto vi verrà svelato poche pagine dopo aver iniziato a leggere, giuro! E la scoperta vi farà rabbrividire.

Credo che La coppia perfetta ci possa far riflettere molto su ciò che i nostri occhi vedono, possono vedere o vogliono vedere. Guardiamo davvero chi ci sta vicino? Riusciamo a scorgere, nel nostro prossimo, il segno del dolore interiore? Riusciamo e vogliamo vedere la sofferenza altrui? E qualora la vedessimo, saremmo capaci di fare davvero qualcosa?

Ma ancora: cosa vogliamo far vedere, di noi stessi, agli altri? Davvero vogliamo far credere a tutti di non avere nessun problema al mondo? Mi capita di conoscere gente che non fa che lamentarsi tutto il santo giorno, anche del, come si dice a Modena, brodo grasso. Lamentarsi quindi di situazioni che viste dal di fuori sono affatto terribili. Ma mi è capitato anche la situazione opposta: gente che nasconde agli altri ogni dolore, ogni problema. Per riservatezza, timidezza oppure, cosa più grave, per rimandare al mondo un’immagine perfetta. Il mio matrimonio è perfetto. La mia famiglia è perfetta. I miei amici sono perfetti. La mia intera vita è perfetta. Guardatemi.

Ma noi, sappiamo vedere al di là del muro?

Gli avevo già dato 7. Ho cambiato poco fa, ho messo un 8.

Mi sono resa conto che, nonostante il plot sia anomalo, questo romanzo mi è piaciuto molto. E che sì, mi mancherà. Mi sono resa conto che ha una buona chiusa, non telefonata. Mi sono resa conto che se anche tutto viene chiarito fin dall’inizio i restanti fatti (suddivisi in capitoli alternati tra presente e passato) vengono concessi al lettore con maestria. Mi sono resa conto che se pure la prosa è elementare, il romanzo non perde di ritmo. Mi sono resa conto, insomma, che tutto sommato lo consiglierei.

Buona lettura, amici miei, e bentornati!

Brew

51-sbjzXyiL._SX331_BO1,204,203,200_

Titolo: Brew

Autore: Bill Braddock

Editore: Dunwich

Anno: 2016

Pagine: 296

Prezzo: 3,99 euro in formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Siete mai stati in una cittadina universitaria di sabato sera quando c’è la partita di football? Ubriachi affollano le strade, facendo gli spacconi in gruppi rumorosi e festanti, come marinai in licenza. Quelle notti pulsano di un’energia oscura perché sotto tutti i cori e le risate si cela un sostrato di malizia.
Da questo suolo spoglio nasce Brew, una vicenda che si svolge in una sola notte apocalittica in cui gli abitanti di College Heights si trovano a sostituire birra e karaoke con incendi, omicidi e cannibalismo. Un attimo prima, tutti si stanno divertendo, facendo festa come dopo ogni vittoria della squadra di casa, quello successivo, l’intera città sembra una distesa infernale.
Un cast di improbabili eroi – tra cui un carismatico spacciatore, un veterano dell’esercito e una ragazza dura come il cuoio – lotta per sopravvivere, mentre Herbert Weston, il brillante sociopatico che ha progettato l’intera catastrofe, si gode il caos, realizzando le sue sadiche fantasie.

LA RECE DELLA KATE:

Provate a seguirmi… ci siete?

Eccoci.

Ci troviamo in una delle tante città italiane, una a caso, scegliete voi. Scegliete la vostra città, sceglietene una diversa che vi piaccia… fate come volete. Siamo in estate, fa caldo, i vestiti si appiccicano anche un pochino addosso, nonostante il sole sia calato da un pezzo. Ovunque, sotto i portici e lungo le strade, dalle finestre aperte e dai finestrini abbassati, si sentono arrivare grida di gioia e di giubilo, a volte anche un pochino esagerati. Trombe da stadio, clacson, pentole… qualunque cosa. Cosa sta succedendo, secondo voi? Lo riuscite a fare, questo sforzo di fantasia?

Ma certo, l’Italia ha vinto gli Europei!

Io di calcio non ne so nulla, non sto guardando nemmeno una partita, né mai ne ho guardata una. Ma so quello che succede quando si vince: caroselli, urla, musica, piazze colme di giovani e meno giovani, donne e bambini, alcolici e via che si festeggia sino al mattino. Fa parte del gioco, della festa, dell’allegria. Poi ci sono quelli che si chiudono in casa, come me. E ci sono quelli che brontolano, dicendo che gli italioti scendono in piazza solo per il calcio.

Ma torniamo dai nostri amici eccitati e allegri, d’accordo? Mettiamoci in un angolino e osserviamo. Tutto a un tratto, in mezzo alla musica, si alza un grido. Quasi non si sente, in molti nemmeno ci fanno caso. Poi, però, eccone un altro. Un altro. Un altro ancora. No, non è gioia. Non è adrenalina. Sono grida di paura, anzi no… di terrore. Di dolore. Molto prima di poter pronunciare anche solo un’intera frase, nell’aria si diffonde un odore acre, di ferro, che prende la gola. Gli occhi saettano sulla folla ma faticano a mettere a fuoco e ad accettare ciò che sta succedendo: centinaia, migliaia di persone si stanno letteralmente massacrando le une con le altre; picchiano, mordono, strappano, calpestano. Le vittime non si contano, i sanpietrini sotto le nostre scarpe si fanno scivolosi, lordati dal sangue. La città è nel caos. Salvarsi è impossibile.

La sentite la paura?

Tutto questo (e molto di più) è Brew.

È una sera come tante altre, o almeno così sembrerebbe, quando all’improvviso il caos prende piede. Succede così, come succedono sempre le cose, all’improvviso. Ci sono Steve – uno spacciatore perbene – e Cat -una giovane e cazzuta signorina. Ci sono Lizzie e Gabbie in vena di divertimenti serali. C’è Joel, che gestisce un sito porno. Ci sono Charles – un professore ritirato dall’insegnamento – e sua moglie, malata di cancro allo stadio terminale. C’è Demetrius, un ex militare.

Ogni capitolo, un modo diverso di vedere e di affrontare ciò che sta accadendo, di gestire le tante informazioni che arrivano al cervello, di controllare la paura, di difendere la propria vita da tutte quelle persone che, là fuori, sembrano aver perso completamente il senno.Si uccidono, là fuori. Si fanno fuori come bestie al macello. Non c’è limite allo schifo, al disgusto, alle aberrazioni. Non c’è un perché, non c’è una ratio, non c’è un solo diavolo di motivo per cui tutto questo debba accadere proprio lì, proprio in quella piccola cittadina universitaria, proprio a loro. Eppure sta accadendo e l’unica cosa da fare è tenersi lontani dai guai, da tutti quelli che sono impazziti e che schiumano roba verde dalla bocca e che vanno in giro martoriando chiunque passi loro accanto.

Poi c’è lui: Herbert. Nemmeno trent’anni ma ne dimostra quaranta, dita ingiallite dalla nicotina, denti sporchi, occhiali enormi e quintali di forfora. Una specie di nerd molto sporco, molto brutto e molto, molto cattivo. Il classico sfigato che nessuno vuole, uno di quei geni che non sa stare al mondo e che, da sempre, è preso di mira. L’ultimo a essere invitato, quello che nessuno vede, nessuno sente. Lo sguardo acquoso e bovino, i movimenti viscidi della preda che sta per trasformarsi in terribile predatore. Un’intelligenza fuori dalla norma e una voglia matta di vendetta. Sta lì, in un angolo, a godersi lo spettacolo.

Salvarsi, ve l’ho detto, è impossibile.

PERCHÉ GLI HO DATO 8:

Dalle atmosfere molto simili (leggendo le altre recensioni su Amazon vedo che non sono l’unica a pensarlo) a quelle del celebre film horror La notte del giudizio che tanto ho amato, questo romanzo sale di diritto nel mio personale Olimpo horror-splatter.

Brew, signori miei, è tutto quello che avete sempre desiderato leggere e che nessuno ha mai scritto.

Ha un ritmo invidiabile, personaggi sorprendentemente azzeccati, atmosfere da paura che prendono vita attraverso le pagine del libro per dispiegarsi davanti ai vostri occhi come se fosse davvero un film. Sarete voi stessi a camminare lungo le vie della città, sarete voi stessi a essere braccati, sarete voi stessi a pregare di non essere uccisi da quei… mostri che camminano lungo la strada. E quei mostri non sono zombie, non sono cani rabbiosi, non sono alieni; sono i vostri vicini di casa, i vostri compagni di università, la segretaria, o i vostri stessi genitori. Perché loro sì e voi no? Correrete, spinti da Braddock, ma intanto proverete a risolvere l’arcano: cosa sta succedendo? Che strana notte del giudizio è mai quella?

Brew è un concentrato di sangue, orrore, violenza e roba così splatter da far vomitare. Ma ragazzi, vi giuro che è… fenomenale. Ed è fenomenale perché io (lo sapete), che non guardo sempre con occhio benevolo questo genere di letteratura proprio perché tante volte mi pare che la vita sia già abbastanza angosciante, paurosa, violenta e che proprio non ci voglia anche un libro a rendere tutto ancor più difficile, non l’ho trovato per niente disturbante. E se vi parlo di me e di come io l’ho vissuto è perché voglio mostrarvi la conclusione alla quale sono giunta: Brew è vincente perché l’autore ha dosato ogni ingrediente del suo romanzo con una precisissima bilancia e questa precisione, questa cura maniacale, questa attenzione hanno fatto in modo che non ci sia mai un effetto “ridondanza”, che non ci si trovi mai di fronte a quel senso di fasullo e di esagerato che tante volte invece di dare potenza a una storia ne piuttosto toglie veridicità.

Avrei forse voluto meno personaggi in giro per la città e quindi meno storie da seguire (anche perché alcune non sono poi interessantissime) ma rimane il fatto inconfutabile che si tratta di un romanzo molto buono che diverte e che intrattiene, che sconvolge e che talvolta colpisce per certe immagini davvero bellissime, un po’ da film e un po’ da videogioco.

Consigliatissimo.

LA CITAZIONE:

“«Scappa», gli disse, la voce affaticata e ruvida. «Burt è impazzito.»

Di sopra, Burt si appoggiò alla finestra dalla quale aveva lanciato la moglie e ululò di nuovo. Charles battè gli occhi. Cosa si faceva quando il vicino aveva un episodio psicotico? Gli si parlava fino a farlo tornare in sé? Charles lo osservò mentre si affacciava alla finestre rotta, con i frammenti di vetro che gli spuntavano dalle mani come denti. Aveva gli occhi spalancati che roteavano nelle orbite.[…] Quindi si lanciò in aria, a braccia aperte come una pantera che balzasse sulla roccia. Charles si tirò indietro e Burt atterrò al suolo e lì rimase accasciato, respirando ma senza muoversi.”

La notte in cui ci siamo ascoltati

Notte in cui ci siamo ascoltati_Esec.indd
LA NOTTE IN CUI CI SIAMO ASCOLTATI

Titolo: La notte in cui ci siamo ascoltati

Autore: Albert Espinosa

Editore: Salani

Anno: 2016

Pagine: 103

Prezzo: 12,90 in formato cartaceo – 9,99 euro in formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Dani sta per compiere diciotto anni e parte con la scuola per la Repubblica Dominicana. Intuisce, anzi vuole che quel viaggio sia importante, ma ancora non sa perché. Forse è l’occasione giusta per farsi ammettere, finalmente, nel gruppo dei ragazzi più popolari e ammirati della scuola, capeggiati da David, il Numero uno, l’irraggiungibile. Forse.
Con la voce di Dani, Albert Espinosa dimostra ancora una volta la sua inarrivabile capacità di dire nel modo più semplice le cose più profonde; di raccontare con sensibilità, umorismo e – perché no – senza peli sulla lingua l’educazione sentimentale di un adolescente, il suo viaggio alla ricerca di se stesso, della propria identità sessuale e dell’autenticità delle emozioni.

LA RECE DELLA KATE: 

Ricordate l’ultima gita scolastica delle scuole superiori? Ricordate quel senso di inesplorato e di infinite possibilità? Quel senso di sottilissima angoscia al pensiero di ciò che sarebbe accaduto dopo?

Io sì. Eccome. Non sapevo assolutamente cosa ne sarebbe stato di me dopo tutto l’ambaradan del Liceo. Probabilmente non lo so nemmeno adesso. Ho dei sogni, come li hanno tutti; ma che io sappia cosa “farò da grande”… no, quello ancora no.

Ma se c’è una cosa meravigliosa dei diciotto anni (a trentacinque la storia cambia) è la limpida spensieratezza con la quale si affronta la vita. Un passo alla volta. Con curiosità e incoscienza.

Anche Dani è un curioso. Ma, soprattutto, ha dei sogni. E i suoi sogni urlano più forte della madre, lo spingono più lontano delle sberle che gli dà in aeroporto, davanti a tutti. Perché certi adulti sono così, pensano che se urli e spintoni e magari dai qualche schiaffo i ragazzi ti ascoltano e comunque è tuo diritto urlare, perché sei un genitore e i genitori urlano. Punto e stop. Ma Dani dentro ha una tempesta, e sorride. Non gli importa di nulla, vuole solo salire su quell’aereo con i suoi amici, volare in Repubblica Dominicana e accarezzare l’idea di essere visto dalle persone giuste, da quei ragazzi popolari che (come sempre) si siedono in fondo, fanno chiasso e vengono guardati dalle ragazze.

David è uno di loro. Bello, sportivo, simpatico, pieno di amici e di ragazze. Praticamente inarrivabile per uno come Dani che sparisce in mezzo alla folla e che non è mai riuscito a conquistarsi la simpatia di quelli “giusti”.

Ma in quel Paese caldo e lento, molle come certe serate estive, Dani scoprirà che le emozioni si nascondono nei posti più impensati, che crescere si può anche lontani da casa, anche senza sberle, anche senza urla.

Dani, insieme a David, scoprirà che certe cose sono impossibili ma che altre, semplicemente, non lo sono. Sono lì, attendono solo di essere viste, comprese, afferrate, godute.

PERCHÉ GLI HO DATO 8:

Ebbene sì, sono una fan sfegatata di Braccialetti rossi, la fortunata e lacrimevole serie televisiva targata RAI basata sui romanzi di Espinosa che però, colpevolmente, ammetto di non avere ancora letto (ma lo farò!).

Grazie alla casa editrice Salani (che ringrazio di cuore) ho però avuto l’opportunità di leggere questo romanzo, l’ultimo. E l’ho fatto in un fiato, in nemmeno due ore, click dopo click dopo click, stupendomi di come la storia scorresse leggera, di come Dani, il nostro narratore, riuscisse ad attirare l’attenzione anche di un adulto come me pur usando un lessico assolutamente in linea con la sua età. Risulta veloce e scorrevole, giovane e fresco senza però essere stucchevole e troppo “young”. Parla d’amore ma anche di un tema ben meno comodo e popolare: l’omosessualità.

L’omosessualità del protagonista viene mostrata e non descritta. Un caso perfetto di “show dont’ tell” spontaneo e divertente, proprio come lui, come Dani. Ed è Dani l’unico narratore possibile, l’unico che riesce a dare a tutta la questione (vagamente delicata) quella fluidità indifferente di chi ha preso atto della cosa per poi, con serenità, accettarsi definitivamente.

La serenità che permette di archiviare l’argomento e proseguire oltre.

Si percepiscono tutta una serie di cose, dietro le parole e in mezzo alle pagine. Il caldo di un Paese lontano ed esotico, l’amicizia, la complicità, la sensazione che si prova a essere sempre un pochino diversi dalla massa, l’emozione che nasce da un nuovo e inaspettato amore, la consapevolezza che crescere significa un milione di cose e che crescere significa anche dover scegliere. Senza se e senza ma. Ma è proprio la possibilità di scegliere che fa di noi quelli che siamo: impauriti e talvolta sbalestrati ma anche coraggiosi e unici.

LA CITAZIONE:

” Sapete qual è la mia teoria? Be’, che la gente dovrebbe avere orecchie da cane; così sapremmo se uno è triste o contento. Con i cani te ne accorgi subito, se le tengono dritte vuol dire che sono molto felici, se le tengono basse sono tristi… Sarebbe perfetto se avessimo tutti le orecchie del pastore tedesco.”

Vertigine. Le stelle di Noss Head Vol. 1

vertigine-Jomain

Titolo: Vertigine

Autore: Sophie Jomain

Editore: Fazi – LainYa

Anno: 2016

Pagine: 300

Prezzo: 13,50 euro in formato cartaceo – 4,99 euro per il formato e-book

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

All’alba dei diciotto anni, Hannah è semplicemente furiosa all’idea di lasciare Parigi per trascorrere un’altra vacanza estiva a Wick, la piccola cittadina a nord della Scozia dove vive la nonna. Per una ragazza della sua età, abituata alla frenesia della metropoli, non esiste posto più noioso. A risollevarle il morale, per fortuna, ci sono le vecchie amicizie ma anche le nuove conoscenze, fra cui il misterioso Leith, dalla bellezza statuaria e dal fascino irresistibile. Non importa se su di lui circolano strane voci: l’attrazione è immediata, reciproca e incontenibile. Per Hannah sembra che stia iniziando la storia d’amore che tutte le ragazze sognano, ma ogni fiaba che si rispetti ha il suo lato oscuro, e quella della giovane si sta per trasformare in un incubo.

LA RECE DELLA KATE:

Buongiorno amici, e buon lunedì!

Vediamo, vediamo… dove eravamo rimasti?

Eravamo rimasti nel 2008, anno in cui uscì l’ultimo libro di una saga fantasy che sconvolse per sempre l’immagine intoccabile, ingessata e piuttosto sanguinolenta del vampiro così come era conosciuto sino ad allora. Sì, sto parlando proprio di Twilight. Bella, Edward e i luccichini sulla pelle di Edward. Ebbene sì, Twilight, volenti o nolenti, ha segnato un’epoca e qualcosina, per piccolo che sia, è cambiato per sempre. I veri vampiri se la sono vista brutta, molto brutta.

Ma accidenti, se all’epoca tutte le ragazzine perdevano la testa per Edward e la sua pelle diafana e ghiacciata, il mio cuore ha sempre battuto (il mio batte, sì!) per l’abbronzatissimo e muscolosissimo Jacob. Chi se ne importa di Edward! Chi vorrebbe mai poggiare la mano sopra un bicipite che sembra uscito da una cella frigorifera? Ridateci il calore umano, ridateci il sangue (dentro le vene possibilmente), ridateci i veri uomini di una volta, perbacco! La mia amica Sara se lo ricorderà, forse. Al cinema, ogni volta che compariva Jacob sullo schermo, io venivo presa da una specie di convulsione nervosa. I suoi lunghi capelli di seta, la sua pelle tonica e scura, i suoi muscoli guizzanti… aehm… sì, certo. Proseguiamo. Insomma, io ero (e sono) una vera licantropo-addicted, e per questo motivo Vertigine non poteva in nessun modo sfuggire alla mia curiosa attenzione. Grazie alla Fazi, che mi ha spedito una copia del romanzo, ho passato un fine settimana mooolto romantico e adrenalinico tra le braccia dell’affascinante e caldissimo Leith.

Ma andiamo con ordine, d’accordo?

Non ancora diciottenne, Hannah è costretta a lasciare Parigi per le vacanze estive e raggiungere Wick, in Scozia. Certo, l’idea di rivedere la nonna la fa felice, ama molto Elaine, soprattutto ora che sta invecchiando velocemente e che ha perduto la vista, ma per una ragazza di quell’età lasciare la propria città e i propri amici è sempre piuttosto seccante. Per fortuna esistono gli sms e le e-mail per tenersi in contatto con l’amica del cuore e per fortuna, nonostante tutto, Wick ha un fascino innegabile, molto diverso da quello della vecchia Parigi. La sonnacchiosa cittadina scozzese assume un fascino ancora meno discreto quando all’orizzonte compare Leith. Riccioli scomposti sulla fronte, occhi di un verde luminoso, sorriso irresistibile e una pelle che scotta come in preda a una febbre incurabile, molto presto Hannah scoprirà di non poter più fare a meno della sua voce calda e sensuale, del suo tocco sicuro e di quel fare protettivo che farebbe sognare qualunque ragazza sana di mente sulla faccia della terra. L’impeccabile Leith entra quindi a far parte prepotentemente della vita di Hannah, cambiandola per sempre. L’amore non si sceglie, arriva. E Leith e Hannah sono destinati a stare insieme. Nonostante il segreto di Leith, nonostante la tensione sia altissima, nonostante la vita di Hannah sia costantemente in pericolo. I patti, infatti, sono chiari: un licantropo non può stare con un umano. O l’umano morirà.

Vertigine ha una struttura quanto più classica si possa desiderare:

  • Giovane donna decisa e sicura, belloccia e annoiata cambia città e conosce l’uomo più bello che Madre Natura abbia mai pensato di far cadere sulla Terra.
  • I due si innamorano ma si scopre che lui è un essere soprannaturale (alieno-vampiro-licantropo).
  • La ragazza non fa una piega e accetta questa curiosa stranezza biologica.
  • Arriva non solo il classico cattivo che vuole insidiare la ragazza, ma anche un problema di natura, diciamo, burocratica. Nel caso di Twilight c’erano i Vulturi ma anche il problema di farla diventare vampiro; qui abbiamo un licantropo di un’altra etnia e il problema che licantropi e umani in teoria (ma anche in pratica) non potrebbero avere rapporti affettivi perché, da una unione licantropo-uomo il più delle volte nasce non un licantropo ma un normale essere umano e, per forza di cose, la razza lupesca andrebbe a farsi friggere.

Insomma, io ci scherzo sopra, ma rimane il fatto che Vertigine ha spezzato un lungo silenzio in ambito fantasy YA e ci fa tornare a bomba su argomenti che stavamo quasi dimenticando ottenebrati dai romance YA e NA che da un po’ di tempo stanno spopolando in ogni scaffale dell’universomondo. Roba come After, per capirci. E allora, se il fantasy YA deve prendere il posto di After… ben venga. Ben vengano licantropi, atmosfere scozzesi, occhi verdi e luminosi, pelli calde e muscoli forti. Ben venga gente come Leith e il suo papà che, per quanto mi riguarda, fa più gola del giovane figlio (sono la Matusalemme delle blogger, io!), ben venga l’elegante Elaine e tutto il resto dell’allegra compagnia che, per due sere, mi hanno tenuta impegnata, concentrata e divertita.

Buona lettura!

Ringraziamo la Fazi per non aver messo in copertine l’ennesima ragazzina sensuale, l’ennesimo bacio adolescenziale o l’ennesimo lupo di profilo. Il libro andrebbe premiato anche solo per il coraggio grafico.

Ricordami così

ricordami-così.jpg

Titolo: Ricordami così

Autore: Bret Anthony Johnston

Editore: Einaudi

Anno: 2015

Pagine: 464

Prezzo: 21,00 euro – solo formato cartaceo

Voto: 8 in potenza

SINOSSI:

Sono trascorsi quattro anni da quando Justin è scomparso. Una tragedia che ha colpito l’intera cittadina del Texas nella quale viveva. È scappato? È stato rapito? È affogato nella baia? Mentre i Campbell non si dànno per vinti e continuano a cercare una risposta, quel che resta della famiglia sembra andare disperdendosi giorno dopo giorno. Poi, un pomeriggio, accade l’impossibile. Justin è stato ritrovato, dice la polizia, e pare stia bene. Ma le spiegazioni dietro il lieto evento sono tante, e talvolta non collimano. E dentro la famiglia restano ferite che difficilmente potranno rimarginarsi. Perché, forse, una volta che qualcosa ti è stato portato via non sarà mai più davvero tuo.

LA RECE DELLA KATE:

“Se una cosa può andare persa, pensò, significa che la sua perdita è sempre dietro l’angolo. È come se non ci fosse già più.”

Dare Rachele in braccio a qualcuno, per me, era una specie di violenza. Ricordo che venivo presa un pochino in giro, per questa cosa. Faticavo a separarmene come se, lontano dalle mie braccia, cessasse di esistere. Probabilmente il processo mentale è quello, comunque. Avevo terribili flash di me che, scendendo le scale di casa con lei in braccio, inciampavo, e mi sfracellavo a terra. L’idea di perderla, di perdere il contatto, di perdere il controllo intero mi terrorizzava. Certo, la mia vita funzionava sempre allo stesso modo, ma qualcosa dentro di me era cambiato per sempre. Si chiama maternità, e non ha una scadenza. Magari smetti di vederti stesa in fondo alle scale con il neonato in braccio, ma quel senso di dovere, quel senso profondo di responsabilità non cessa mai di esistere. Mai.

Ho sentito parlare di questo romanzo un po’ di tempo fa da un mio contatto Facebook (Dio benedica i social, sempre). Un amico di un amico, a dire la verità. Ne parlava con un entusiasmo così coinvolgente che ho immediatamente allungato la mano verso il mio portapenne e mi sono appuntata il titolo del libro sbuffando per il prezzo piuttosto alto e per l’assenza del formato digitale. L’ho acquistato subito dopo, ma tenuto sul comodino molto tempo, presa come sono sempre da altre decine di titoli, quintali di carta, miliardi di parole non mie.

Si parte dalla fine.

Il che, dico io, è già un bel punto di osservazione.

Nessuna scoperta di assenza, nessun letto vuoto, nessuna attesa. Nessuna ricerca, nessun detective, nessun comunicato stampa. Non ci perderemo in lunghi monologhi di vecchi detective, non ci lasceremo trascinare lungo dedali tortuosi fatti da una famiglia sfasciata e silenziosi pianti nella notte. Arriviamo, anzi, a storia conclusa. Justin, scomparso all’età di dodici anni, dopo quattro è stato ritrovato. La tranquilla cittadina del Texas nella quale vive esulta e giubila come se Justin fosse il figlio di ognuno di loro, come se ogni casa di quella sonnacchiosa cittadina avesse riavuto indietro un figliolo a lungo atteso e creduto, in fondo al cuore, già morto e mangiato dai pesci della baia. Justin è lì, davanti a loro. Dopo quattro lunghissimi ed estenuanti anni, è tornato a casa. È il day after che nessuno racconta. È quello che, di solito, non importa mai a nessuno. Dopo molte e molte pagine, una liberazione in grande stile da parte delle forze speciali e lunghi abbracci, il romanzo (solitamente colmo di action e imprecazioni) finisce.

Non questo.

Questo romanzo inizia proprio dall’abbraccio. Dal momento in cui una madre, un padre e un fratello stringono una persona che pensavano morta e sentono la loro vita cambiare profondamente. Come se qualcuno avesse acceso un interruttore dopo mesi di buio. E anche in questo caso la luce si rivela sì bellissima ma anche accecante e pericolosa. Tenere gli occhi aperti può risultare molto doloroso. Tornare alla vita normale dopo anni di buio necessita di abitudine, allenamento e sforzo.

Justin è parte di loro, ma è anche qualcosa di terribilmente diverso. Per quattro anni ha vissuto in un’altra casa, ha avuto una ragazza, degli amici. Vive di notte e dorme di giorno, abituato com’era a lavorare con il suo rapitore quando il sole scendeva sulla baia. Ha un serpente come animale da compagnia, molti silenzi e un senso di spaesamento da far tremare le pareti di quella casa che, ora che lui è tornato, sembra essere tornata in vita. Laura non piange più, non si procura più ferite, non sembra più vivere in uno stato perenne di catatonia. Eric non ha più bisogno di un’amante. La famiglia è riunita, il vaso della felicità è colmo.

Davvero?

Davvero riavere in casa una persona dopo quattro anni è così semplice? Davvero è così semplice convivere con la consapevolezza che quel figlio, in quei quattro anni, è stato nelle mani di un uomo pericoloso, che ha abusato di lui? Davvero è semplice accettare i suoi silenzi? Davvero è semplice provare a non ubriacarlo, aggredirlo di domande? Ti ha violentato? Come? Quando? Amavi quella ragazza? Eri felice? I tuoi amici ti volevano bene? Davvero è semplice convivere con l’idea che quel figlio che credevi morto è sempre stato nella tua stessa città? Davvero è semplice non soccombere al senso di colpa? Davvero è semplice non soccombere all’odio e alla vendetta?

Ricordami così è un romanzo molto lungo e molto lento, volutamente ipnotico, scandalosamente studiato. L’effetto è quello di trovarsi di fronte a un trattato sulle relazioni umane, sulla psicologia del “dopo” che, come detto, nessuno mai racconta. L’impressione è che sia un esperimento ben riuscito, giacché gli occhi non riescono a staccarsi dalla pagina. Poi arriva un senso di frustrazione abbastanza alto: nessuno ci parla davvero di Justin. Justin è solo Colui-Che-Torna, ma non potremo mai sapere quello che pensa, quello che prova, ciò che davvero gli è successo. Immagino non abbia importanza, ai fini del romanzo. Ma noi, noi che vogliamo sapere, rimaniamo sospesi a metà, in uno stato di limbo che lascia la bocca secca come dopo una lunga malattia. Ed ecco spiegato l'”8 in potenza” del mio voto. Come se mancasse qualcosa al nostro puzzle, come se la nostra fantasia, se la nostra voglia di scabroso non fossero state esaudite. Volutamente. Da un burattinaio sadico.

Ma è davvero affascinante, questo lungo romanzo. Un puntuale narratore onnisciente si premura di dirci molto di quello che vorremmo sapere; diventeremo parte dei personaggi, scandaglieremo i loro pensieri e le loro coscienze, frugheremo nei loro sentimenti più vergognosi e biechi. E chi saremo, noi, per giudicare tutti loro? Lo sappiamo, noi, cosa significa perdere un figlio per poi ritrovarlo? Lo sappiamo cosa significa condividere la propria abitazione con un figlio che non si conosce più, che ci è estraneo in tutto, se non per quell’odore di figlio che ce lo farebbe riconoscere ovunque, in mezzo ad altre migliaia di persone?

Consigliato.

E, in assenza di altre parole, concludo con un: leggetelo.

Anche il fuoco ha paura di me

Anche-il-fuoco

Titolo: Anche il fuoco ha paura di me

Autore: Gianluca Morozzi

Editore: Fernandel

Anno: 2015

Pagine: 144

Prezzo: 12,00 euro per la versione cartacea – 6,49 euro per la versione digitale

Voto: 7

SINOSSI:

Un uomo di cui conosciamo solo il nome, Theo, è legato a una sedia. Di fronte a lui, con una pistola in mano, Metello gli spiega perché sta per ucciderlo. E gli racconta la sua storia. Metello è nato e cresciuto a Lemuria, un singolare paese della Bassa emiliana reso celebre da un famosissimo poeta e da un cantante rock di successo. Metello è cresciuto deciso a diventare famoso a sua volta, per arricchirsi e conquistare Alice, fidanzata con Ulisse fin dal primo giorno delle elementari. C’è solo un problema: non ha nessun talento artistico. Ma la fortuna gli sorride quando scopre di essere il sosia di un attore hollywoodiano emergente, il volto nuovo del cinema mondiale, il grande Lando Krol. Metello inizia così una carriera come sosia di Lando Krol: ospitate televisive, una parte in una fiction, incontri con le sosia ufficiali di Rihanna ed Emma Stone. Fino a un’imprevista svolta del destino.

LA RECE DELLA KATE:

Se ti chiami Metello e abiti in un paesino sperduto tra le nebbie delle campagne ferraresi che si chiama Lemuria, il tuo destino, al novantanove percento, è segnato. Ed è segnato di un inquietante e profetico color marrone. E se poi, per pura botta di culo, ti trovi sulle montagne russe con la ragazzina che ti piace e hai il cattivo gusto di vomitare come la bambina de L’esorcista, allora diremo tutti (e a ragione) che il color merda è proprio il colore che ti si addice. Cominciano così tutte le storie peggiori: non importa chi tu sia, chi tu voglia diventare o chi diventerai: tu eri, sei e resterai sempre quello-che-ha-vomitato-sulle-montagne-russe. È il destino dei piccoli paesi, ma anche un pochino quello di chi ha a che fare con le persone sbagliate, quelle che studiano l’avversario per colpire esattamente laddove la pelle è più sottile e il fendente provoca più danno. Sono persone furbe ma cattive, calcolatrici e opportuniste, che godono nel guardare l’avversario a terra perché, da che mondo è mondo, e Lemuria non fa eccezione, gli equilibri si fondano tutti sulla legge eterna del mors tua vita mea. Metello, però, che sarà anche un attimo sfigato ma non ci sta a essere per sempre quello-che-ha-vomitato-sulle-montagne-stronze-russe, e ha un piano tanto lucido quanto preciso e lineare. Lui abbandonerà Lemuria, diventerà ricco, molto ricco, e tornerà a Lemuria vincitore, bello e irresistibile, edificherà la sua casa accanto a quella di Alice, e Alice non potrà che bramare il suo vecchio amante vomitatore come un cocainome brama la sua dose. Se ce l’ha fatta Gatsby, santo iddio, ce la farà anche lui, Metello di Lemuria. E Alice e tutti i lemuriani che negli anni lo hanno dileggiato allo sfinimento non potranno che prendere atto del loro fallimento e chiedergli scusa sospirando al suo passaggio.

Qualche volta, accidenti, i desideri si avverano. E si avverano proprio per le persone giuste, altro che Enalotto vinti da milionari, pupazzi vinti da bambini viziati con stanzette colme di peluches e viaggi premio vinti da casalinghe insoddisfatte! Quando Lando Krol sfonda con il suo nuovo film, è ormai chiaro a tutti che Metello è la sua copia spu-ta-ta. Mancano gli occhi verdi, ma le lenti a contatto colorate sopperiscono a questa estetica mancanza. Metello ha vinto al suo personale Enalotto.

Dalle ospitate in televisione alle soap-opera serali ai concerti in terra natia, Metello inizia la sua nuova vita da sosia di Krol. Poco importa che non sappia recitare, poco importa che debba scimmiottare il famoso attore hollywoodiano (“Anche il fuoco ha paura me!”), poco importa che gli occhi verdi lui non li abbia affatto: sta facendo molti soldi e sta diventando un personaggio. Un volto. Qualcuno che non si dimentica. O meglio: qualcuno che può far dimenticare una vomitata sulle montagne russe. Qualcuno che può soppiantare quel ricordo.

Perché poi si può scherzare fino a quando si vuole, qui, con Morozzi. Ma alla fine della fiera c’è un’idea molto precisa, anche un po’ cinica, volendo. Nell’era di Instagram, Twitter, Facebook e bla bla bla, quello che importa, Dio ci conservi, è apparire. Non importa quanto grama sia la nostra vita, quanto insopportabile sia nostro figlio, quanto noioso e monotono il nostro lavoro di ufficio, quanto poco vendano i nostri libri: la gente deve credere altro. Gli specchietti per le allodole devono essere ben posizionati, i riflettori accesi, il trucco steso con cura. Siamo attori sdruciti, ma pur sempre attori.

Poi, però, qualcosa si inceppa. E quando su Krol ricadono accuse pesantissime (e fondate) di pedofilia, la vita di Metello si mette a gracchiare come un vinile rovinato. Mani sulle orecchie e occhi stretti stretti, il nostro lemuriano doc, reso scaltro da anni spesi nel tentativo di sopravvivere, farà tutto ciò che è necessario fare per, ancora una volta, salvarsi.

Un thriller “in acido”, un’avventura tragicomica nella quale compare sicuramente una buona dose di humor e autoironia (così come ci ha abituati Morozzi nel tempo), ma nemmeno manca quell’occhio furbetto e sciolto da psicologo sociale che rende il romanzo uno specchio un po’ crudele della nostra realtà.

Un romanzo tutto sommato molto semplice e lineare, una lettura d’intrattenimento senza troppi fronzoli ma resa speciale da una prosa acuta e divertente, vaghi sfottò e un uso del linguaggio come sempre interessante.

Ah.

Una cover da pauuuuuuura.