I clown bianchi – 13 storie d’autore

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Titolo: I clown bianchi – 13 storie d’autore

Autore: AA. VV.

Editore: Clown bianco

Anno: 2017

Pagine: 176

Prezzo: 6,49 euro in formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

 

SINOSSI:

Ci sono un vecchio amico di Fellini e un killer di mafia innamorato. Due gemelle difficili e una scelta che potrebbe salvare il mondo. Bambini stregoni e tatuaggi che spaventano. E si parla di una coppia stanca, di una curva assassina e di qualcosa che vive là sotto. Tredici autori importanti si divertono a raccontarci storie dove avere paura diventa un piacere.

 

LA RECE DELLA KATE:

Quando la giovanissima casa editrice ravennate mi ha proposto questa antologia mi sono, istintivamente, leccata le labbra. Non c’è niente di più bello, soddisfacente e godurioso per un recensore come me che essere presi in considerazione per un progetto tanto bello e divertente. Al netto dell’horror, del crime e dei clown (in parte protagonisti di questa raccolta) vale la pena fare un rapido download anche solo per rendere omaggio e godersi i roboanti nomi che hanno prestato la loro arte alla casa editrice Clown bianco e che hanno quindi contribuito a dare al progetto la visibilità e lo spessore che merita.

Ed ecco, quindi, accomodatevi in poltrona, mettetevi ben comodi, prendete pure qualcosa da mangiare, se vi va. Tanto non mangerete niente, vi dimenticherete anche di bere, e di pensare e dimenticherete alfine anche di esserci. Il viaggio sarà breve, quasi un film messo a velocità doppia. Una storia, un’altra ancora, un’altra ancora in un corsa che diventa sempre meno elegante, sempre meno pensata, sempre meno controllata. Perché un racconto finisce ma voi avrete bisogno di altra adrenalina e altra ancora e altra ancora. Un’altra dose. Sono brevi e belli proprio perché minimali, perché essenziali. Sono semi di paura che vengono piantati nel cervello e germogliano pagina dopo pagina, divertendo ma anche creando atmosfere ogni volta diverse e sempre studiate ad hoc per intrattenere il lettore con misura e sapienza.

Un battito di ciglia e si è a bordo di una Fiat vecchia e puzzolente, tra curve pericolose e il veloce blaterare di una donna non più giovane e piuttosto bolsa.

Un altro battito di ciglia. Siamo piccoli, siamo al buio, siamo nelle mani di ragazzini come noi, siamo folli.

Un altro ancora. Siamo in un vicolo, la pistola in mano, il freddo morso della morte che stringe in un abbraccio il caldo pulsare di un amore sbagliato.

Un altro ancora e, nel buio della notte, appeso a un arco, la tetra figura di un uomo di nero vestito, impiccato, il corpo oscillante in balia dei venti della sera.

E poi il tentativo di combattere il male compiendo, in extremis, altro male. Un male grande per un bene ancor più grande. Quello dell’umanità.

Perché gli ho dato 7?

I clown bianchi è un’antologia molto ricca in tutti i sensi. Ricca di nomi “importanti” ma anche ricca di contenuti molto diversi, variegati e tutti – senza nessuna distinzione – moderni, freschi e agili.

Una prosa snella e senza fronzoli e uno stile pulito e minimale contribuiscono a far scorrere la lettura senza nessun intoppo, rendendo l’esperienza un vero e proprio divertimento “al minimo sforzo”. È quasi – pare – come un binge watching di puntate di una serie tv decisamente ben riuscita.

Molti di questi racconti hanno come protagonisti proprio loro, i clown. Da sempre al centro della scena horror (ne abbiamo già parlato su questo blog), il clown fornisce il perfetto archetipo per un racconto da brivido a qualunque latitudine ci troviamo, qualunque sia la nostra età. Credo di saperlo bene: odio i clown. Non che mi abbiano mai fatto niente, sia chiaro. Nessun tombino e nessun naso rosso nei miei incubi, ma insomma… non mi piacciono, mettiamola così. Quel sorriso dipinto non mi convince. Quei ciuffi di capelli rossi ancora meno. Il sudore che deve esserci sotto quel costume poi… non ne parliamo. C’è una foto che mi ritrae insieme a un clown. Non so se faccia più paura la mia pettinatura (maledetti anni Novanta), il simpatico clown o la mia faccia (quella era colpa del clown).

E se quindi tutti i tasselli di questo macabro puzzle sono andati al loro posto (autori, stili e temi trattati) è pur vero che io, da lettrice, ho sentito sin troppo il senso di velocità. La sensazione è che la tastiera di questi scrittori scottasse e che a un certo punto si siano tutti trovati a dover concludere la loro storia in quattro e quattro otto per portare a termine il loro lavoro e andare a mettere la punta delle dita sotto l’acqua fredda. Ed ecco spiegato il 7 invece che un bell’8 pieno.

Ovviamente amici, sia chiaro: questa è la mia personale opinione, tra l’altro dopo aver chiarito che a me, in linea generale, la fluidità e la velocità piacciono (Iddio solo sa quanto sono stanca di narrazioni-pipponi) ma, ecco, in certi casi qui mi sono sentita un pochino sopra un ottovolante.

Ah, certo. Volete sapere i miei preferiti. Allora correte subito a leggere “Dietro ogni curva” della Avanzato, “Malabimbi” di Bonazzi per il terrore cieco, “Brusco risveglio per la famiglia Buzzone” di De Marco per le stupende atmosfere notturne, “La terza via” per l’interessante quesito iniziale (e la mia risposta è sì) e “L’ultimo sorriso del clown bianc0” di Padua.

Un sentito ringraziamento agli amici della casa editrice e i miei più vivi complimenti per il progetto molto ben riuscito, dunque.

Buona lettura!

 

Voglio solo te

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Titolo: Voglio solo te

Autore: Susy Tomasiello

Editore: La sirena edizioni

Anno: 2017

Pagine: 250

Prezzo: 2,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 6½

SINOSSI:

Samantha è bella, ricca e appartiene a una famiglia potente. Dylan è un ragazzo solare, ha un cuore d’oro e una gran forza d’animo. Il loro sembra un amore da favola, ma nella loro favola sembra non essere previsto un lieto fine. E lei lo abbandona. Dopo quattro anni però Samantha bussa alla sua porta e tutte le convinzioni di Dylan svaniscono perché lei torna con una bambina che giura essere anche sua figlia. Anche per lei non è facile. Nasconde un grande segreto dietro la sua scelta di lasciare Dylan ed è convinta di meritare tutto il suo risentimento, ma non può fare a meno di sperare che la presenza della piccola Mary addolcisca l’uomo e lo renda più disponibile nei loro confronti. Perché lui è l’unico che possa salvarle.

LA RECE DELLA KATE:

Tutto Dylan si sarebbe aspettato dalla vita tranne che rivedere Samantha. Tutto si sarebbe aspettato fuorché gli dicesse che ha una figlia, che si chiama Mary e che ha urgente bisogno di un rene. Un battito di ciglia e la vita di Dylan viene gettata a gambe dall’aria proprio dall’unica donna che lui abbia mai amato in vita sua, la stessa donna che, quattro anni prima, lo ha lasciato di punto in bianco con una cattiveria e una freddezza che gli hanno ghiacciato il sangue nelle vene e che hanno fatto di lui un uomo molto diverso. Perdonarla non è facile; gli ha rovinato la vita, lo ha abbandonato, lo ha ferito, lo ha distrutto. Ma adesso non è tempo di recriminazioni puerili, adesso è tempo di pensare alla piccola Mary e di fare tutto ciò che è necessario per farla stare meglio e per farla tornare a essere una normale bambina di quattro anni.

Ma mentre l’uomo s’innamora ogni giorno di più della piccola, non può sfuggirgli il fatto che della vecchia Sam poco sia rimasto; magra, scavata, stanca, senza un soldo. Che ne è stata della reginetta della scuola? Che ne è stato della ricca figlia di papà, il magnate dal cuore di ghiaccio? Cosa sta succedendo alla sua bellissima Samantha?

Perché gli ho dato 6½?

Cominciamo col dire, per brevità e chiarezza d’intenzioni, che Voglio solo te è un romance nudo e crudo. Quindi, se non amate le svenevolezze e le frasi un pochino mielose, chiudete qui e dedicatevi ad altro (a casa mia ci sarebbe da stirare, se qualcuno ha tempo).

Se invece siete delle vere romanticone e tutto quello che volete dalla vita è una bella storia d’amore piena di zucchero… mettetevi comode e leggete.

Sapete cosa mi ha ricordato? Certi giornali che leggevo da ragazzotta. Tipo Intimità o Love story. Sì, esistono anche ora. Sì… a volte li leggo. Sì… sono vecchissima. Sì, li leggo solo io e l’anziana ottantenne che va a farsi i capelli turchini dalla parrucchiera il sabato mattina. Insomma, in questi giornali vengono riportati dei racconti d’amore spacciati per storie vere e firmati con il nome di chi racconta. “Vera F.” o “Stefania R.”… presente il genere, no? Ecco, questo romanzo mi ha ricordato la mia fanciullezza da ragazzina antica come l’arca di Noè. Perché questo è un romance così romance da perderci la vista.

Ma andiamo con calma.

Cominciamo dai contro. Ci state? Ok, ci state. Non potete fare altro.

I contro sono, certamente, alcune frasi che risultano stucchevoli come una manciata di marshmallow e un editing che definire fantasioso è insultare il concetto stesso di fantasia.

La sirena edizioni, se leggete, VI SUPPLICO, investite soldi nei vostri editor, vi supplico.!!! Diventa un imperativo, a un certo punto della vita!!!

I pro sono un personaggio maschile molto interessante (seppur un poco stereotipato e “principesco” – ma siamo in un romance e ci sta) e la volontà dell’autrice (piuttosto giovine) di dare un twist alla storia inserendo un elemento thriller che regala al romanzo un effetto sorpresa di cui, a dirla tutta, si sentiva proprio il bisogno e che, sempre per dirla tutta, è abbastanza inedito in un romanzo rosa.

Apprezziamo (ma apprezziamo chi? Apprezzo!) quindi davvero di cuore lo sforzo della Tomasiello di uscire almeno per un attimo dai normali canoni del genere e di dirci qualcosina in più, forzare un pochino il gioco e fare una breve (brevissima eh) scivolata in un altro tipo di scrittura, dando prova di sapersi destreggiare anche in cose diverse e meno scontate. Un guizzo di fantasia che non è passato inosservato.

Consigliato se siete a corto d’ammmmmore e volete scoprire un’autrice italianissima.

Buona lettura, bimbi!

 

I misteri di Chalk Hill

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Titolo: I misteri di Chalk Hill

Autore: Susanne Goga

Editore: Giunti

Anno: 2015

Pagine: 416

Prezzo: 6,90 euro in formato cartaceo – 4,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 9

SINOSSI:

La prima volta che Charlotte si trova davanti alla splendida tenuta di Chalk Hill, sulle verdi colline del Surrey, rimane senza fiato: l’imponente villa, sormontata da una torretta e circondata da alberi secolari, è il luogo più affascinante che abbia mai visto. Qui potrà finalmente iniziare una nuova vita, dopo aver lasciato Berlino a causa di uno scandalo che ha compromesso la sua reputazione di istitutrice. Chiamata a occuparsi della piccola Emily, Charlotte si rende subito conto che una strana atmosfera aleggia sulla casa: la quiete è quasi irreale, il papà di Emily è gelido e altezzoso, la bambina è tormentata ogni notte da terribili incubi e dice di vedere la madre, scomparsa un anno prima in circostanze misteriose. L’affetto per Emily spinge Charlotte a voler capire cosa stia succedendo a Chalk Hill, ma nessuno dei domestici osa rompere il silenzio imposto dal vedovo sulla morte di Lady Ellen. Solo con l’aiuto dell’affascinante giornalista Thomas Ashdown, Charlotte si avvicina alla verità, una verità sconvolgente, sepolta tra quelle antiche mura. Un romanzo pieno di mistero e romanticismo. Una storia che alle atmosfere di Jane Eyre unisce una suspense unica ed elettrizzante.

LA RECE DELLA KATE:

Charlotte sa che la sua vita sta per cambiare per sempre. Abbandonata la Germania, ora il suo futuro e il suo destino sono tutti da scrivere. E Charlotte è assolutamente consapevole di dover essere lei a farlo. Certo, ha paura, come è normale che sia. Non solo è una donna in terra straniera, ma la casa nella quale è stata assunta come istitutrice, Chalk Hill, è… inquietante.

Tutti, a Chalk Hill, hanno dei segreti. Tutti, a Chalk Hill, nascondono qualcosa.

Qualunque cosa sia, Charlotte è determinata a scoprirlo, e in fretta, perché la sua protetta, Emily, continua a peggiorare.

I suoi incubi si fanno ogni notte più terribili, le sue urla più agghiaccianti, i suoi occhi sempre più vacui. Emily ha solo otto anni, e nessun fanciullo di otto anni può soffrire così. E perché il personale della tenuta sembra così restio a parlare di Lady Ellen, la signora di Chalk Hill? Certo, è morta, e i morti vanno rispettati. Ma perché il suo nome, in paese, fa subito abbassare gli occhi e la voce? Chi era, davvero, Lady Ellen? Quali segreti custodiva lei stessa?

Quando gli incubi e le visioni della piccola Emily diventano non più sostenibili, viene mandato a chiamare Tom Ashdown, londinese, giornalista e indagatore dell’occulto. Tom è un giovane dalla mente pronta, dalla fantasia pressoché sconfinata e già piuttosto famoso per le sue irriverenti recensioni sugli spettacoli teatrali più in vista della City. La sua penna è più agile ancora della sua mente e il suo umorismo delizia la buona società londinese.

Personaggio eccentrico e delizioso, Tom farà il possibile e l’impossibile per liberare la piccola Emily dai suoi tormenti e per fare luce sul più grande mistero che la sua breve carriera di indagatore dell’occulto abbia mai incontrato.

Perché gli ho dato 9?

Ho letto in camera. Di giorno e di notte. Ho letto davanti a fornelli. Ho letto davanti alla tv. Ho dimenticato di avere una figlia e dei doveri. Ho dimenticato di essere viva e di avere dei bisogni.

Ho letto e ancora letto.

E sapete che ci tengo sempre a dire questa cosa. Quando non si riesce a mollare un libro, per quanto sciocco sia , per quanto poco impegnativo sia, per quanto poco famoso sia… è comunque un segnale. Per me, un grosso, enorme segnale. Quel libro è il NOSTRO libro.

E questo è stato il MIO libro.

Non potevo iniziare meglio il 2017, decisamente.

I misteri di Chalk Hill è semplicemente A D O R A B I L E.

Per quanto io legga molto e cerchi di informarmi sempre al meglio, a volte le dritte migliori mi vengono date proprio da voi lettori! E io vi sono tanto, tanto debitrice per ogni consiglio che mi date, per ogni titolo che sottoponete alla mia attenzione. Non posso essere ovunque, non posso leggere tutto, ma quando siete voi a consigliarmi qualcosa, io smetto di fare quello che sto facendo e vi do ascolto.

Non sbaglio mai.

E non ho sbagliato nemmeno questa volta!  🙂

Questa è, prima di tutto, una ghost story. Una delle mie amate e adorate ghost story. Diviso tra The others, Jane Eyre, il famoso indagatore dell’occulto Carnacky e certe atmosfere alla Matheson, questo romanzo mi ha fatta prigioniera senza pietà.

Le atmosfere, gotiche e nebbiose.

I personaggi, sfaccettati, tridimensionali e credibilissimi.

Il linguaggio, azzeccato, mai affettato, mai costruito.

Il plot, classico ma sempiterno.

Ogni. singolo. elemento. è. meraviglioso.

Eppure Giunti non deve averlo tenuto in gran conto, per metterlo fuori a nemmeno 7 euro. Oh, certo, la gente legge i pornazzi e i chick lit da due soldi e poi magari non legge queste cosine così carine, tutto normale. E così roba assurda come quello che ho letto venerdì (Mai mettere il cuore nel ripostiglio o qualche baggianata del genere) viene letta e osannata e una ghost story con belle ambientazioni e bei personaggi non viene presa in considerazioni. Tsk tsk. Qualcosa non va.

Che dire, ancora, di questo libro?

A me sembra di aver già detto tutto quello che c’era da dire, dicendovi che l’ho letto in pochissime ore, che la mia vita si è completamente fermata per poter leggere, che ieri sera, al buio, mi è venuta la pelle d’oca. Che io adoro le storie di fantasmi e questa, pur non essendo una ghost story “firmata” da una grande penna, vale comunque la pena essere letta.

Ok, ok.

Un paio di aspetti vengono lasciati aperti. Volutamente? Non credo. Credo piuttosto sia stata una “svista” dell’autrice  😉 ma io spero spero spero che il signor Ashdown torni. Non credo succederà, a dire l’onesta verità, ma sperare non ha mai ucciso nessuno.

Tom Ashdown è un personaggio molto, molto interessante. Umano, poliedrico, ironico, intelligente. Impossibile, per me, non innamorarmene un pochino. Un eroe con macchia e con paura, Tom è un uomo che, pur non credendo, ammette che possa essere vero. Si apre al mondo, si apre alla parola FORSE, si apre alla possibilità. Non amo le persone come me. Non amo le persone rigide, focalizzate su un solo aspetto della vita. Amo chi si pone delle domande, amo chi vuole molte risposte, amo chi mette in conto l’errore. E Tom è esattamente così.

Charlotte è il personaggio principale ma forse anche quello verso il quale ho provato meno empatia in assoluto. Troppo rigida, troppo seriosa, troppo altezzosa (anche se per necessità). L’avrei preferita decisamente più femminile, più morbida e sì, anche più stereotipata. Più Jane Eyre e meno Lara Croft, insomma. Del resto in quella casa serviva qualcuno con le palle, e Charlotte era la candidata ideale.

Che dire, amici lettori?

Leggetelo se siete amanti dei romanzi storici, se amate le ghost story, se amate l’Inghilterra, se amate certe atmosfere da brivido, se adorate gli scones, se avete amato Jane Eyre, se avete apprezzato le atmosfere del film The Others, se avete scoperto Carnacky e non l’avete più mollato.

Leggetelo, e basta.

Il morso dello sciacallo

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Titolo: Il morso dello sciacallo

Autore: Paolo Di Orazio

Editore: Vincent Books

Anno: 2016

Pagine: 308

Prezzo: 11,90 euro per la versione cartacea

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Nel pieno della crisi economica, del declino sociale e del disincanto politico, approdano a Roma Atareen Tom, giovanissima popstar venuta dal web, e il suo manager senza scrupoli chiamato Murnau. Il loro scopo è conquistare il mondo della musica partendo dalla televisione di Stato. La prepotente propaganda mediatica della popstar non distrae l’ex maresciallo Alfredo Red Vanacura, esperto in casi paranormali, presto alle prese con un rebus che include sacrifici umani, violenza e connessioni sanguinose che legano alla rete del Male insospettabili individui dediti al crimine.

LA RECE DELLA KATE:

È ancora una volta Roma il palcoscenico di questa nuova e inedita tragedia che mette in piedi per noi l’abile Di Orazio. Una Roma abbruttita, molto grigia, molto violenta e altrettanto menefreghista nella quale, dal web, come un angelo (o un demone) cade Afareen Torn, dodicenne disincantato e inquietante. Torn è una vera star del web, uno dei tanti prodotti marcescenti creati ad arte da e per il popolo internettiano schiavo di filmati e false notizie. Afareen sa cantare, i suoi filmati amatoriali hanno milioni di visualizzazioni, ma lui e il suo manager (l’uomo col cilindro) vogliono molto di più, adesso. Del web non sanno che farsene; Afareen deve diventare il nuovo principe, deve essere il nuovo Imperatore, il nuovo Dio, prima di Roma e poi del mondo. Partendo dalla musica, sono certi, riusciranno a conquistare l’anima di tutti coloro i quali incroceranno il loro cammino, e tutta questa gente, prima o poi, volente o nolente, chinerà il capo e le ginocchia, toccherà la terra con la propria fronte e benedirà il loro passaggio mormorando preghiere smozzicandole tra le labbra. E se da qualcosa bisogna cominciare, allora loro cominceranno là dove tutto, da che mondo è mondo, ha inizio: mamma Rai. Conquistata la televisione, conquistato il popolo bovino e kitsch. L’assalto ha inizio.

Ed è in quella stessa Roma ipnotica e ipnotizzata che si muove anche Alfredo Vanacura, ex maresciallo. Ex, perché adesso è “solo” un esperto di fenomeni… come dire… paranormali. Che poi lo faccia con uno spirito piuttosto scanzonato, pensando qui e là anche anche alle tette della sua collega medico legale non ha nessuna importanza, anzi, questo lo rende mille volte più umano e tridimensionale, meno serioso, meno calato nel ruolo. E in questa Roma c’è molto bisogno di “Red” Vanacura. Questa Roma implora Red Vanacura. Questa Roma piange e grida, e Red Vanacura, confuso e piuttosto infelice, risponde.

Perché gli ho dato 7?

Prima di tutto due considerazioni:

  1. Mi sono presa il disturbo di andare a consultare le ultime statistiche di Novembre 2016 in merito alle città più vivibili d’ Italia. 110 città in totale. Al primo posto la vicina (a me) Mantova (ci abitassi io, sarei già morta dal mal di testa con tutta quell’acqua e quell’umidità). L’ultima? Poveri crotonesi. E Roma? Roma dove sta? No perché è quello che volevo vedere, eh. 88esimo posto, signori e signore. 88 su 110. Come si dice… potrebbe andare decisamente meglio, per una delle città più belle del mondo, no? Santo cielo, stiamo parlando di Roma! Roma! Il Colosseo, Campo de’ Fiori, il Vaticano, il Papa, la Fontana di Trevi, il Gianicolo, la dolce vita, la Vespa (inserire altri luoghi comuni a scelta)! Insomma: se anche le classifiche ufficiali lo dicono, sarà vero. Roma sta scivolando all’indietro senza possibilità di appiglio. E se questo fa un gran male alla città, al turismo, al commercio e ai romani, gran bene fa alla letteratura, che in questi anni ha trovato culla adatta per i migliori horror e pulp, che trovano contesto adatto e credibile per avventure d’ogni sorta.
  1. Io, di splatterpunk, non so niente. Niente.

Il fatto che io di splatterpunk non sappia niente conduce a una sola e univoca considerazione: la mia opinione non sarà tecnica, ma sarà basata unicamente sulla mia sensibilità di lettrice navigata (in ambito horror e non solo).

Il morso dello sciacallo si auto-proclama thriller sovrannaturale. La mia mente bacata, senza volerlo, ha tradotto il tutto in HORROR.

La risposta, cara la mia Kate, è più sbagliata di un gatto in autostrada.

Il morso dello sciacallo non è un horror (ma non è nemmeno un thriller, bimbi). Ma cosa fa di un horror un horror? Secondo me un horror deve fare accapponare la pelle. Deve fare, in qualche modo, paura. Certamente è solo un libro, certamente sono solo delle lettere scritte su un foglio ma… cavolo… un vero horror spaventa. Eccome. Mi vengono in mente Io sono Helen Driscoll, Giro di vite, i racconti a tema ghost di William Hope Hodgson. Quelli, letti nel buio della casa, nel silenzio più totale, un qualche brivido lo mettono. Assicurato.

Be’, certo. Il romanzo in questione di brividi ne mette parecchi. Ma i brividi che sentirete non saranno di paura. Sarà quello splatterpunk che io non conosco. Sarà raccapriccio, sdegno, puro stupore. Come può la mente umana partorire certe immagini? Come si può leggere senza arricciare il naso nemmeno un pochino? Io non ci sono riuscita, non all’inizio. All’inizio ho stretto il libro tra le mani, le nocche che diventavano appena più chiare per la forza che imprimevo sulla pagina. Sorridevo imbarazzata, sorridevo sdegnata, scuotevo le spalle per auto-rassicurarmi. “Sono qui, va tutto bene”. E se pensate che io stia esagerando, provate a leggerle, le prime pagine. Provate a tuffarvi in quell’orrore, in quel lago di sangue, feci, vomito, paura. Provate a uscirne senza macchia. Non sono riuscita a fare nemmeno quello. Ho dovuto alternare la lettura con qualcosa di appena più scanzonato, meno sanguinoso, meno carnale, meno viscerale. Ho cercato di affondare il meno possibile nel mondo di Paolo Di Orazio, mi sono tenuta aggrappata ai bordi rassicuranti del mio mondo, ma poi… poi la curiosità ha prevalso. La seconda metà l’ho letta tutta in un botto. Paginapaginapaginapagina, frushfrushfrush. Ho bevuto a grandi sorsi quel suo mondo brutto e spaventevole, dovevo sapere, capire, rendermi conto. E avevo già capito, già sapevo, già mi ero resa conto, ma avevo bisogno di quelle parole, di quello stile.

Afareen e Murnau sono delle star. Del web, del mondo e anche di questo libro. Poco riesce a scalfire l’attrazione che il lettore prova per loro. Per quanto folli siano, per quanto odiosi siano, per quanta cattiveria e pochezza possano esprimere, loro vincono. Vincono per un punto anche sull’altro protagonista di questo romanzo, Red Vanacura. La sua presenza è grande, ingombrante, abbastanza leggera  e reale da attenuare tutto il male letto in sua assenza. Ma la sua grandezza viene comunque resa meno grande da Afareen e Murnau. Nemmeno Vanacura riesce a distrarre il lettore dalle vere splatter-star di questo libro. E forse non erano le intenzioni dell’autore, ma va benissimo lo stesso. Ogni pollaio diventa troppo piccolo, alla fine dei giochi. Qualcuno deve perire.

Se dovessi trovare un difetto, per quello che è il mio gusto personale, lo troverei in uno stile un po’ troppo hippie chic, troppo poco legato a un certo concetto di ordine. Ma questa sono io: ho bisogno di ordine. I troppi cambi di POV e di ambientazione un po’ mi destabilizzano ma, soprattutto, deconcentrano. La sensazione è quella di essere dentro una grossa scatola scossa fortissimamente dall’esterno. Un po’ di nausea, molto spaesamento, la ricerca continua di un punto di riferimento che cambia ogni pochi secondi.

Tra orrori senza fine e senza pietà, una piccola star folle e un sensitivo – per fortuna – credibile e molto umano, Il morso dello sciacallo si fa leggere senza sforzo.

Consigliatissimo agli amanti dell’horror più spietato, non leggetelo se siete troppo sensibili e/o di stomaco debole.

Ciao, amici!

K.

 

Il libro dei Baltimore

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Titolo: Il libro dei Baltimore

Autore: Joël Dicker

Editore: La nave di Teseo

Anno: 2016

Pagine: 592

Prezzo: 22 euro per il formato cartaceo – 9,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 9

SINOSSI:

Sino al giorno della Tragedia, c’erano due famiglie Goldman. I Goldman di Baltimore e i Goldman di Montclair. Di quest’ultimo ramo fa parte Marcus Goldman, il protagonista di La verità sul caso Harry Quebert. I Goldman di Montclair, New Jersey, sono una famiglia della classe media e abitano in un piccolo appartamento. I Goldman di Baltimore, invece, sono una famiglia ricca e vivono in una bellissima casa nel quartiere residenziale di Oak Park. A loro, alla loro prosperità, alla loro felicità, Marcus ha guardato con ammirazione sin da piccolo, quando lui e i suoi cugini, Hillel e Woody, amavano di uno stesso e intenso amore Alexandra. Otto anni dopo una misteriosa tragedia, Marcus decide di raccontare la storia della sua famiglia: torna con la memoria alla vita e al destino dei Goldman di Baltimore, alle vacanze in Florida e negli Hamptons, ai gloriosi anni di scuola.
Ma c’è qualcosa, nella sua ricostruzione, che gli sfugge. Vede scorrere gli anni, scolorire la patina scintillante dei Baltimore, incrinarsi l’amicizia che sembrava eterna con Woody, Hillel e Alexandra. Fino al giorno della Tragedia. E da quel giorno Marcus è ossessionato da una domanda: cosa è veramente accaduto ai Goldman di Baltimore? Qual è il loro inconfessabile segreto?

LA RECE DELLA KATE:

Ciao, miei cari amici.

Prima o poi doveva arrivare.

Arrivare cosa?

Il libro non recensibile, bimbi.

Lo giuro, non so da dove iniziare, ma devo farlo, devo recensirlo, ci ho messo troppo per leggerlo e mi è piaciuto troppo per abbandonare la partita ancor prima di averla giocata. Ma non so, onestamente, cosa ne verrà fuori. La mia speranza è che voi che mi conoscete saprete leggere oltre le parole, capire oltre le frasi, emozionarvi come mi sono emozionata io anche senza troppi spiegoni (come si fa a riassumere un libro lungo 600 pagine… un libro… cos?) e che poi, sfiniti, corriate a comprarlo.

Il libro dei Baltimore è una saga familiare ampia ma non complessa che viene raccontata da Marcus, uno dei tre cugini Goldman. Uno è Hillel, alto, magro, dinoccolato, ben vestito, troppo intelligente per essere compreso e assolutamente inadatto a ogni attività sportiva e ogni amicizia normale, di gruppo, infantile e giovanile. Lo potremmo definire, usando un linguaggio moderno, un nerd? Forse, sì. Il secondo è Woody, che pur non essendo un Goldman di sangue lo è diventato guadagnandosi la medaglia sul campo diventano uno di loro a tutti gli effetti, praticamente adottato da una delle famiglie più ricche, generose e ambiziose della città. Il terzo è proprio la nostra voce narrante, Marcus, il cugino lontano, quello di famiglia non ricca, quello che abita in una casa normale e non in una villa fantastica, quello che per sognare e diventare ricco almeno per un fine settimana deve spostarsi in treno e raggiungere i cugini lasciando a casa una mamma e un papà attenti e affettuosi ma… ma non Goldman di Baltimore. Marcus è solo un Goldman di Montclaire, quelli che i nonni considerano un po’ meno degni di considerazione, con la casa meno adatta ad ospitare tutti, quelli meno luccicanti, quelli che non brilleranno mai, ma che, al limite, potranno forse godere di qualche timido barlume di luce riflessa.

Sono loro gli unici e soli protagonisti della nostra storia. Tutti i riflettori sono puntati su tre bambini che diventano ragazzi e poi adulti. Tutti i riflettori splendono per loro. Tutta la vostra attenzione sarà per loro, per i delicati e profondi equilibri che tengono insieme tre personaggi meravigliosi e indimenticabili.

Per loro e per la Tragedia, con T maiuscola.

Un giorno specifico, un solo giorno, in cui la vita di tutti è cambiata, e per sempre. Cosa sia successo lo verrete scoprire presto ma, come sempre accade per i libri di Dicker, sono le ultimissime pagine che chiuderanno definitivamente e decisamente un cerchio molto ampio cominciato a pagina 1.

Perché gli ho dato 9?

Intendiamoci, 600 pagine sono tante, tantissime.

Io di solito rifuggo da libri così lunghi; ho sempre l’impressione che ci stia girando troppo attorno, che qualcuno, insomma, mi voglia infinocchiare. Se hai una cosa da dire dilla, no? Quanto dobbiamo continuare con questo giochetto sfiancante?

Non giungere mai alla fine, personalmente, mi stanca.

Sarà perché ho davvero tantissimi libri da leggere, sarà perché ho sempre una certa bramosia di arrivare alla soluzione dell’arcano e tirare le fila (sono così anche nella vita di tutti i giorni), sarà perché appunto mi sembra che chi scrive non trovi le parole giuste per spiegarsi ma sì… l’ho preso in mano varie volte senza mai comprarlo. Con varie volte intendo varissime volte. Non so quante, ma molte. Perché – ebbene sì – io faccio parte di quella schiera di lettori che ha amato Harry Quebert. Certo, lungo e lambiccoso e con una chiusa abbastanza bruttina… ma continuo ad averne un ricordo sereno e consolatorio. I libri lunghi di bello hanno quello: alla fine ti ci affezioni.

Ci si affeziona alla voce narrante, ai personaggi, alla storia. E un po’ si sbuffa perché non si conclude mai, un po’ si vorrebbe non arrivare mai all’ultima pagina.

Ma torniamo – santa pace – al nostro libro.

Gli ho dato 9. Mi è piaciuto, questo è chiaro no? Mi è piaciuto nonostante le lungaggini, mi è piaciuto nonostante il finale sia un filo telefonato, mi è piaciuto anche se non ho amato tutti i personaggi allo stesso modo. Marcus sembra (credo volutamente) scomparire davanti a figure ben più possenti come quelle di Hiller e Woody. Alexandra (la ragazza che minaccerà di dividere il fantastico trio) è insopportabile, spocchiosa, egocentrica ed egoriferita; al suo personaggio non mi sono minimamente affezionata. Hillel e Woody sono due figure magnifiche, di una poesia e di una tridimensionalità tali che stenterete a capire se li avete conosciuti davvero oppure no. Esistono? Non esistono? Alzi la mano chi non vorrà, poi, due amici come loro. Alzi la mano chi potrà dire di aver avuto, almeno una volta nella vita, degli amici come loro. Non vedrò nessuna mano alzata. Woody e Hillel, con i loro difetti e le loro idiosincrasie, sono tutto quello che vorrete e vi accorgerete di non aver mai avuto.

Marcus, che si trova nel tempo presente, è uno scrittore di successo. I suoi ricordi, i ricordi della sua infanzia e della sua adolescenza ci permettono di rivivere tutto quello che lui ha già vissuto, Tragedia compresa. Nonostante ben si sappia in cosa consiste questa tragedia, l’impulso a leggere e ancora leggere e ancora leggere è irresistibile. Avanti, avanti, avanti. Fino a che gli occhi non si chiudono, fino a che non entrano anche nei sogni, fino a che tutto, un poco, si confonde.

Ma di cosa parla, insomma?

Non parla di niente, parla di tutto. Parla di una famiglia uguale a tante altre, più fortunata per alcuni versi, più sfortunata per altri. Parla dell’amicizia speciale e irripetibile di tre ragazzi, parla della smania di successo, parla della voglia di riscatto, parla di amore, parla di vendetta e di odio.

Detta così, sembra un libro come tanti altri, me ne rendo conto. Ve lo avevo detto che non sarei stata in grado. Non sono in grado.

Ma credetemi, credetemi! Hillel, Woody e Marcus vi terranno incollati dalla prima all’ultima pagina. Se i salti temporali a volte vi lasceranno perplessi subito vi renderete conto che tutto fila come l’olio. Se qualcosa non vi è chiaro, vi sarà spiegato. Se qualcosa vi puzzerà, probabilmente avrete ragione.

È un romanzo triste?

Sì, un pochino sì. Ma nel complesso non lo è. Lo è e non lo è. Lo è come triste può e sa essere la vita. Succedono delle cose belle, succedono delle cose brutte. Dice bene Zio Saul (anche lui un personaggio meraviglioso):

Ci sono state delle tragedia, e ce ne saranno altre – e bisognerà continuare a vivere, nonostante tutto. Le tragedie sono inevitabili. In fondo, non hanno molta importanza. Ciò che conta è riuscire a superarle.

Ed è così che Saul ha dato una grossa lezione anche a me: le cose brutte succedono. Non può andare diversamente. Bisogna andare avanti. Abbiamo il dovere, anzi, di andare avanti e viverla davvero, questa vita, senza restare continuamente ancorati al passato. Senza continuare a voltare il viso indietro. Indietro non c’è niente. Ci sono i ricordi, che però sono come le sirene: ci richiamano con il loro canto magico e ci impediscono di proseguire il nostro cammino.

Insomma, che dire?

Leggetelo.

Ma solo se le lungaggini non vi danno noia, solo se non siete di fretta, solo se amate le saghe familiari.

Ciao, bimbi!

La bottega degli incanti

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Titolo: La botte degli incanti

Autore: Giulia Anna Gallo, Eleonora Della Gatta, Ornella Calcagnile

Editore: Dunwich

Anno: 2016

Pagine: 138

Prezzo: 9,90 per il formato cartaceo – 2,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 9

SINOSSI:

A pochi giorni da Natale, la piccola cittadina di Veneficio è in fermento: bancarelle, luci, colori, musica e allegria riempiono le strade… ma c’è un luogo nascosto e all’apparenza anonimo che non rientra nello sfondo natalizio. La Bottega degli Incanti è il negozio da cui tutto ha inizio per le protagoniste di questi tre racconti: Ambra è alla ricerca del proprio posto nel mondo, Giada ha sete di vendetta e Lucy ha un compito da portare a termine. Tre vite, tre destini, tre racconti che si intrecciano indissolubilmente. Giulia Anna Gallo, Eleonora Della Gatta e Ornella Calcagnile vi danno il benvenuto a Veneficio: godetevi il viaggio e buon Natale!

LA RECE DELLA KATE:

A Veneficio, paese non molto distante da Milano, sorge la Bottega degli incanti. Non un’insegna, non una tendina, niente. La bottega, vista da fuori, è molto poco interessante.

Ma è ciò che contiene al suo interno che fa della bottega ciò che è REALMENTE.

Un luogo magico.

Un luogo magico che sa di spezie e di aromi, di esotico e di proibito.

Poco illuminata e un filo impolverata, la bottega serve solo ed esclusivamente persone che appartengono al mondo della magia. Non che i non-magici non possano vederla; la vedono eccome. Ma se un umano qualunque entrasse a chiedere qualunque cosa, il burbero Elia lo caccerebbe fuori a pedate e rimbrotti. Non c’è spazio per gli esseri umani “normali”, lì.

Dal negozio passa Ambra, che vuole solo che una piccola creatura si salvi dalla morte. Dal negozio passa Giada, che ha qualche conticino da sistemare con persone brutte fuori e ancor più brutte dentro. Dal negozio passa Lucy, che non è lì per se stessa ma per aiutare una donna che ha molto bisogno di imparare le regole fondamentali per vivere una vita piena e gioiosa.

Tre storie, tre autrici, tre modi di intendere la magia, tre mondi fantastici e indimenticabili.

Perché gli ho dato 9?

Perché non gli ho dato 10, semmai, amici:-)

Non gli ho dato 10 perché io sono come quelle professoresse antipatiche che hanno il braccino corto, uno di quei recensori che il 10 lo danno al libro che devono ancora leggere, il libro perfetto, l’assoluto capolavoro. Ammesso che esista. Forse 10 lo darei solo ad alcune saghe o a libri come La storia infinita o Il giardino segreto o insomma avete capito. Libri imperituri e scolpiti nella memoria collettiva, diventati capolavori non in quanto libri vecchi, ma in quanto libri belli. Potrei annoverare, tra i possibili “voto 10” anche Il petalo bianco e il cremisi. Non fatevi spaventare dal numero di pagine, leggetelo, siate felici e leggetelo.

Oh, come mi dilung0!

Insomma. Quindi si capirà che 9 (l’ho dato ben poche volte) è un voto molto, molto alto. Potremmo dire, sorridendo di sbieco, che il 9 è il nuovo 10.

Capirete allora, adesso, che questo libro

deve

essere

letto

Sono stata abbastanza chiara?

Proseguiamo, adesso, per piacere.

Nemmeno questa volta il mio istinto ha sbagliato. Copertina, titolo… tutto gridava a gran voce LEGGIMI, KATE. Non ho esitato un solo secondo. Una volta arrivato il comunicato stampa ho accettato di recensirlo al volo. E poi l’ho scaricato e poi l’ho letto, anzi no, divorato in un paio d’ore. E ho sognato, e ho tremato, e ho sorriso.

Non ho sempre amato il Natale. Il vero senso del Natale è nato insieme a mia figlia. Grazie a lei le luci si sono accese, i sorrisi spuntati sinceri, le musichette di Natale hanno cominciato a rimbalzare lungo le pareti di casa. Adesso posso dire senza ombra di dubbio di amare il Natale. Io amo il Natale. Sì. Sì, l’ho detto. Amo il Natale. Odio chi brontola per i negozi troppo pieni, odio chi smonta il mio entusiasmo, amo camminare con il naso all’insù per guardare le lucine delle luminarie.

Essere sotto Natale e leggere libri come questo che vi sto (faticosamente direte voi) presentando, fa dire Grazie. Fa saltellare di gioia. Fa venire voglia di correre in tondo. Fa venire voglia di fermare la gente per strada e dire: “Lo legga, lo legga!”. Lo farei leggere a tutti, lo farei leggere a ognuno di voi.

C’è tutto, in questi tre racconti. C’è un po’ del mondo magico di Harry Potter, ci sono famigli e pozioni, c’è amore, c’è odio e risentimento, vendetta e passione, desiderio di cambiare e resistenza al mutamento, c’è il mondo fantastico di Dickens e licantropi affamati.

Le nostre tre amiche autrici, partendo da uno stesso luogo incantato, ci hanno permesso, con semplicità e simpatia, di compiere un viaggio bellissimo – e dunque sempre troppo breve – in un mondo stupendo nel quale, se vogliamo, possiamo credere che in ognuna delle nostre città esista una bottega degli incanti. Un mondo magico che si intreccia al nostro, fatto di maghi burberi e un po’ ruvidi, negozi che profumano di incanto e di strane pozioni, persone che, se solo lo vogliono, possono cambiare le cose e far realizzare sogni.

Questa è la bottega degli incanti, un luogo magico e meraviglioso nato dalla fantasia di tre autrici italiane molto brave che hanno creato qualcosa di godibilissimo, adatto a tutti i tipi di lettore, perfetto per questo periodo dell’anno, perfetto per tutti coloro che, come me, amano avvolgersi da capo a piedi in quella morbida e super coccolosa coperta chiamata Natale.

Racconti semplici adatti anche ai lettori più giovani, una prosa semplice ma ricca di atmosfera, il giusto mix tra fantasia, amore e un pizzico di horror (la presenza del racconto horror può essere, a seconda dei gusti personali, un plus o un difetto. Personalmente ne avrei forse fatto a meno preferendo – almeno questa volta – qualcosa di più soft ma ho comunque apprezzato il plot e il POV del racconto) rendono questa brevissima antologia una vera chicchina natalizia, un auto-regalo da farsi senza ombra di dubbio.

Questo libro mi ha chiamato. Sono certa che stia chiamando anche voi.

Tutto inizia da O

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Titolo: Tutto inizia da O

Autore: AA.VV.

Editore: Wild Boar – Collana Mondi Incantati

Anno: 2016

Pagine: 196

Prezzo: 10 euro per il formato cartaceo

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

“TUTTO INIZIA DA O e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” è la quattordicesima uscita della collana Mondi Incantati, curata da sempre dall’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare. Il volume raccoglie quindici racconti di genere fantastico, premiati nei concorsi letterari di sei paesi: il Trofeo RiLL e SFIDA, per l’Italia, e poi il James White Award (Gran Bretagna), l’Aeon Award Contest (Irlanda), il premio Visiones (Spagna), il Nova Short-Story Competition (Sud Africa), la Short-Story Competition dell’Australian Horror Writers Association (Australia). Quindici storie: fantasy, horror, di fantascienza e, in generale, “al di là del reale”. Quindici racconti per esplorare la letteratura fantastica, scritti da autori italiani e stranieri. Illustrazione di copertina: Valeria De Caterini. Per ulteriori informazioni si rimanda al sito dell’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare, che ha curato il libro: http://www.rill.it

LA RECE DELLA KATE: 

Ciao amici, bentornati!

Oggi vi voglio parlare dell’ennesima antologia. Dico ennesima perché me ne stanno capitando sotto mano davvero tante, tantissime! E, lo sapete, stavo anche cercando di smettere  🙂  Ma il destino ha voluto che proprio quando ho pensato “Adesso le antologie non le prendo più, almeno per un po’.” io abbia ricevuto richieste di recensione per ottomilioni di antologie BELLISSIME. Oh, santa polpetta, al diavolo i buoni propositi e datemi questa benedetta antologia, su, su , su!

Tutto inizia da O non è un’antologia. Ma sembra essere L’antologia. Il punto zero di ogni antologia italiana del fantastico. Mi ero eccitata così solo per le due raccolte di racconti (sempre Rill, tra l’altro) di Luigi Musolino, Oscure regioni. Poco da fare: Rill c’è. Sul pezzo, moderna, oculata, precisa. Non mi sono mai e dico mai pentita di aver accettato uno dei loro libri. Mai. La scelta dei racconti è pregevole, l’armonia tra gli stessi incredibile, la qualità degli scritti stupefacente. Chiaro, qui c’è anche qualcosa che viene da fuori ma… molti dei miei preferiti sono tutti nostrani, tutti italianissimi e tutti – penso – geniali.

Si vede che mi è piaciuta? Sì, eh?

Ok, torniamo a bomba e andiamo a parlare con un pochino più di precisione di questo bel progetto.

L’antologia è divisa in tre parti. Nella prima parte (che va da pagina 13 a pagina 63) troverete i primi quattro classificati al XXII Trofeo RiLL; nella seconda parte (che va da pagina 64 a pagina 133) troverete i racconti del RiLL World Tour, racconti premiati nei concorsi letterari di sei Paesi; nella terza parte (che va da pagina 134 a pagina 185) troverete invece alcuni dei racconti che hanno partecipato a SFIDA, il concorso gratuito che RiLL riserva dal 2006 a chi è giunto, una o più volte, in finale al Trofeo RiLL.

Se vi sentite confusi niente paura: è molto più facile leggere l’antologia che cercare di comprendere i miei spiegoni ahahahaha!

I racconti, lo dice la sinossi, sono quindici. I miei preferiti in assoluto, quattro. Due italiani e due provenienti dall’estero.

Mi sono innamorata di Prova di recupero. In un mondo distopico cinico e terrifico, i ragazzi che non superano le prove di recupero scolastico vengono, semplicemente, uccisi.  Il terrore del nostro protagonista stilla dalle pagine di carta come resina velenosa e appiccicosa che afferra la gola e il cuore.

Ho perso la testa per L’arca di Pandora, una nave che viaggia nello spazio con a bordo quella che pare essere l’ultima donna vivente. Struggente fino al midollo, bello come un film, visionario come un sogno. L’ho adorato in ogni sua riga, mi sono commossa sul finale, ho la pelle d’oca anche adesso che ne scrivo. Una di quelle cose per cui penso “Quand’è che mia figlia cresce, così può leggere questo splendore???”.

Con Carta, sasso e incisivi mi sono indignata, ho esultato, ho gridato nell’arena, ho fatto il tifo per questi esseri umani mutanti obbligati a combattere per risolvere le controversie dei loro popoli. Sacrifici umani in pasto alla violenza altrui. Ho immaginato il chiasso, la polvere, le grida l’odore del sangue e della paura. Ho visto i due eroi, le loro mutazioni, la loro vita, i loro dolori. Sulla chiusa ho sorriso, beata.

Il tocco di Roscia, che arriva poco prima del finale, è la ciliegina su una torta che era già meravigliosa, buonissima e appagante di suo. Un critico enogastronico famoso in tutto il mondo, un vino cassato e un vino che sembra essere il nettare degli dei, qualcosa in grado di surclassare qualunque altro sapore, qualunque altra cosa. La rovina di un uomo.

Perché gli ho dato 8?

Non credo che servano altre spiegazioni, ve ne ho già date tante e sono stata sin troppo prolissa.

Sapete cosa sto per dirvi, vero?

Chi mi segue, lo sa.

Ditelo insieme a me.

LEGGETELO.