L’abbandonatrice

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Titolo: L’abbandonatrice

Autore: Stefano Bonazzi

Editore: Fernandel

Anno: 2017

Pagine: 145

Genere: Narrativa

Prezzo: 15,00 euro per il formato cartaceo – 6,49 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 7 e mezzo

SINOSSI:

Durante l’inaugurazione della sua prima mostra fotografica, Davide riceve una chiamata: Sofia, l’amica di cui aveva perso le tracce anni prima, si è tolta la vita. Al funerale, Davide conoscerà Diamante, figlio di Sofia. Un sedicenne scontroso e instabile che insieme al dolore si porta appresso un fardello di domande: che relazione c’era tra Davide e Sofia? Perché sua madre è scappata dall’Italia troncando ogni rapporto con amici e famigliari? Perché il suicidio? Tornato a Bologna insieme a Diamante, Davide si ritroverà a vivere una complicata convivenza a tre che coinvolge anche Oscar, il suo compagno, e grazie alla quale riemergerà la storia di Sofia, colei che lascia per paura di essere lasciata: una storia di abbandoni e di fughe, di silenzi e di madri dai comportamenti irrazionali e inspiegabili. “L’abbandonatrice” è un romanzo che racconta gli attacchi di panico e la droga, l’adolescenza e il disagio. Un romanzo sulle responsabilità che ogni scelta comporta e sulla difficoltà ad accettarne le conseguenze, a qualunque età, qualunque ruolo la vita ci abbia riservato.

LA RECE DELLA KATE:

Se fate un secondo di silenzio devo mettere le mani avanti e fare una figura di merda epocale. Niente, non so cosa sia successo ma il mio Kindle ha cancellato il file de L’abbandonatrice, ciò significa, in soldoni, che non posso riportare la citazione che volevo riportare e che molto fa capire e che non potrò essere precisa al dettaglio come avrei voluto. Ok, finito di arrampicarmi sugli specchi. Voi perdonatemi, se potete. Anche le blogger casiniste a volte smaronano. Anzi, soprattutto le blogger casiniste. 

Torniamo a noi. Anzi, torniamo a Davide, Oscar e Sofia facendo un piccolo passo indietro e collocandoli nello spazio e nel tempo e in un contesto socio-culturale. Siamo a Bologna nel 2000, più o meno. Davide vorrebbe diventare un fotografo di successo, iscriversi al Dams e fare qualcosa di grande. Per farlo e provare a essere felice, però, deve uscire di casa, perché la sua manifesta omosessualità mette in imbarazzo (anche se nessuno glielo direbbe mai apertamente) la sua famiglia. Quindi, bolognese di Bologna, si mette in cerca di un appartamento da condividere. E trova Oscar. Bellissimo e dannato, ricco e voluto dalla sua famiglia, Oscar vuole invece diventare un pianista di successo. Apertamente omosessuale, intreccia sin da subito un rapporto d’amore con il complessatissimo Davide che passa la sua vita da ventenne tra un attacco di panico e l’altro. Sofia non è omosessuale, vorrebbe fare l’artista ed è amica sia dell’uno che dell’altro. Figlia di una donna con gravissimi problemi di depressione che ha mandato in rovina la famiglia, Sofia si porta dietro un passato di dolore e di rabbia che, lentamente, le corrode ogni fibra rendendo il suo dolore quasi tangibile, quasi vero, quasi visibile.  Facile capire quindi quanto il loro rapporto sia ammalato ma non per questo meno vero. Non si capisce chi aiuti e chi venga aiutato, chi dei tre abbia più irrisolti, più ferite, più insuccessi. Oscar fallisce la sua vita da musicista, Sofia scompare, Davide tenta di rimettere insieme i cocci della sua esistenza e di quella di Oscar, ormai ombra del ragazzo sensuale e affascinante di un tempo.

E poi, la chiamata. Quella chiamata. Quella che forse ci si sarebbe dovuti aspettare da molto tempo. Sofia è morta. Anzi, non proprio morta-morta e basta; morta suicida. Sofia è diventata sua madre, o sua madre è diventata Sofia; o la malattia ha messo radici inestirpabili. Come se il dolore fosse come un raffreddore, che starnutisci e lo attacchi in giro sulla metro, a scuola, in sala d’aspetto. Come se ci volesse una mascherina per il dolore, per non contagiare gli altri. E’ che secondo me il dolore ha un livello di contagio altissimo, porca miseria. Io lo vedo, come viaggia il dolore. E’ per questo che combatto a colpi di sorrisi e di preghiere, perché il dolore ha una forza sovrumana. Ma anche la gioia, se è per questo. E sempre per questo (e qui spiego il 7 e mezzo, non temete)

Perché gli ho dato 7 e mezzo?

Eccomi, dicevo.

Qui spiego il 7 e mezzo che non è diventato 8. No perché il romanzo è bello, dico davvero. Forse anche da 9. L’editing è pressoché perfetto (con Fernandel non si sbaglia mai) la prosa fluida, i personaggi tutto sommato credibili (basta farsi un giretto alla Montagnola di Bologna e si capisce che non si parla di casi limite, ma di vita, solo vita. Che per qualcuno va di merda) e una Bologna multiculturale e dannata come solo lei sa essere. Amo Bologna, la amo profondamente. Non la conosco come vorrei, perché ogni centimetro di portico sarebbe da calpestare, ogni persona sarebbe da fermare, ogni negoziante sarebbe da intervistare e allora ancora non si saprebbe nulla di nulla. Bologna è una vecchia signora lardosa, bolsa e stanca, appena inclinata verso il basso, prostrata dalla moltitudine di vite che la attraversano, agitata dai tanti giovani che camminano sopra le sue antiche pietre. E Bonazzi la descrive bene questa Bologna universitaria e alternativa, vecchia ma con i dreadlocks e una canna smangiata in bocca, una hippie dagli abiti colorati ma sporchi.

Un po’ drammone giovanile anni Settanta e un po’ Andrea De Carlo con i suoi rapporto uomo-uomo-donna, L’abbandonatrice non è riuscito però a farmi commuovere. Cosa che immagino non volesse comunque fare. Ma anche voi: non commuovetevi. Non provate pietas umana. Nessuno di loro merita la vostra pietà. Sono tre abbandonatori, in realtà, non solo uno. Non solo lei. Sono tre abbandonatori di vita, di Fede, di speranza, di sogni. E non è accettabile. Sarà perché mi hanno insegnato che la vita è il dono più grande dell’amore, sarà perché per me la salute è sacra. Sarà quello che sarà, ma per me loro sono tre perdenti alla stessa maniera, anche se Davide, alla fine della fiera, ne esce facendo la parte del leone. Parte del leone ampiamente telefonata, tra l’altro, perché non poteva che andare a finire così e perché almeno lui doveva uscirne pulito e perché la ventata di speranza doveva esserci.

Un appunto: la sinossi dice che è un romanzo che racconta gli attacchi di panico e la droga. Se volete parlare di attacchi di panico e di droga magari rivolgetevi a uno psichiatra e non fatevi fuorviare, perché qui non si parla di attacchi di panico e di droga. Detta così secondo me suona malissimo. E’ un romanzo di formazione (o involuzione per qualcuno) che tenta di descrivere come si possa stare a galla quando la vita ti volta le spalle.

Poi, ripeto, secondo me nessuno è tenuto a suicidarsi o drogarsi o andare nei matti per nessuna ragione. Siamo al mondo per essere felici e rendere felici il prossimo, non per suicidarci. I drammoni sono orrendi, è vero. Ma sono dei fallimenti individuali, non della società. O non sempre della società. No perché sembra colpa di qualcuno se Sofia si è suicidata. Sofia si è suicidata per colpa di Sofia. E Diamante ha ben ragione a essere incazzato nero.

Ok.

Ok.

Ho finito.

Mi sono lasciata trascinare.

Nemmeno la rileggo.

Grazie per essere arrivati fino a qui.

Vi amo.

P.s. COVER MERAVIGLIOSA.

 

Crash

CRASH

Titolo: Crash

Autore: Barbara Poscolieri

Editore: Dunwich

Anno: 2017

Pagine: 200

Prezzo: 12,90 euro per il formato cartaceo acquistabile qui  – 3,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

SINOSSI: 

Alessandro Alari è un giovane pilota romano della scuderia Speed-Y, in corsa per il titolo mondiale del Grand Race. Durante il Circuito di Roma rimane vittima di un incidente in cui perde entrambe le gambe. Il mondo dei motori è sconvolto, così come tutte le persone vicine al pilota. Solo Alessandro crede che un ritorno alle gare sia ancora possibile, con o senza gambe. Inizia quindi un percorso di accettazione e di riabilitazione, supportato dalla fidanzata Federica, dai genitori e dagli amici, con l’obiettivo di riguadagnarsi il posto che merita nella vita e in pista. Ma nel frattempo la Speed-Y ha trovato un nuovo pilota e sembra non credere nel suo recupero. La fiducia di Alessandro vacilla e anche il rapporto con Federica ne risente. Si rifugia quindi nel suo piccolo paese d’origine, dove ritrova la serenità in una vita semplice. Ma il Grand Race invoca il suo nome e, per quanto Alessandro cerchi di ignorarne il richiamo, le corse restano parte di lui.

LA RECE DELLA KATE: 

Se fossimo negli anni Novanta il poster di Alessandro Alari sarebbe sicuramente finito dentro uno o più numeri della famosa rivista per signorine Cioè. Quasi a grandezza naturale, tuta da pilota, capello spettinato, casco sotto il braccio sinistro, sorriso malandrino. Alessandro Alari è un nome. In Italia, in Francia, in Inghilterra. Sospirano le donne, esultano gli uomini, gridano il suo nome i bambini. Giovane abbastanza da essere alla mano, grande abbastanza da aver già percorso svariati chilometri e aver seminato, dietro di sé, svariati avversari, Alessandro è il nuovo mito, la promessa avverata, l’eroe dalla lucente armatura che gareggia sui circuiti più importanti del pianeta. Ma anche gli eroi, a volte, conoscono la sconfitta, il dolore e l’inganno. A ingannarlo, questa volta, proprio la sua auto, proprio la sua bella e lucente e moderna armatura che, accartocciandosi come una carta di cioccolatino, intrappola le sue gambe e non le fa uscire più. Di loro, solo un ricordo.

E il romanzo comincia così, con una doppia amputazione sotto al ginocchio, una carrozzina facilmente manovrabile, il cordoglio degli amici e l’amore della sua fidanzata di sempre, Federica.

Alessandro deve reinventarsi. Non importa come, non importa con che mezzi. Deve uscire da quell’ospedale e deve ricominciare una nuova vita. Che non sarà migliore o peggiore, ma solo… diversa.

Alessandro è giovane, non ha neppure trent’anni, e dalla sua ha una grande fiducia in sé stesso; è sicuro che le cose andranno bene e che, molto presto, tornerà in pista, tornerà a far parlare la gente, tornerà a sentirsi così terribilmente vivo, potente, libero. Non ha bisogno delle sue gambe per guidare come faceva. Michele, l’amico ingegnere, gli costruirà una macchina fatta apposta per lui; comandi al volante, maneggevolezza, velocità assoluta. Tutto tornerà come prima. Tutto!

La realtà gli si schianta addosso come se un’altra volta fosse vittima di un incidente. La realtà arriva alla velocità della luce. Crash. Crash. Non ha più le sue gambe. Le protesi fanno male. Camminare è difficilissimo. Il suo manager non è poi così sicuro che le cose andranno a posto. Federica… sì, lei è lì. Ma per quanto? Per quanto tempo può tenere legata una bella e giovane ragazza un uomo senza le gambe?

Troppo. È tutto troppo.

Alessandro lascia un biglietto a Federica e torna al suo lago, dai suoi genitori, a gustare buon cibo, lavorare nell’officina del padre, a chiacchierare con la gente del posto e dimenticare chi è. Il grande Alessandro Alari. Adesso, a casa sua, è solo Ale. Figlio, amico, carrozziere. Null’altro. Nessuno gli chiede di salire su un’auto, di gareggiare, nessuno gli può dire che non è più in grado. Chiude gli occhi, non pensa a niente, si lascia andare. Al diavolo anche la fisioterapia, al diavolo tutto. Non gareggerà più.

Sarà un piccolo uomo di sette anni a cambiare le cose.

Crash.

Il suono della rottura. Ma non c’è il suono per le cose che si riaggiustano. Non c’è il suono della rinascita. Un vero peccato. Bisogna inventarlo. Inventatelo voi.

Perché gli ho dato 8?

Nasce, con questo romanzo, una nuova collana per la bellissima e prolificissima casa editrice romana Dunwich: Life. Life si occuperà di tutto il genere relativo alla narrativa contemporanea e comincia il suo viaggio proprio con il romanzo vincitore del concorso, Crash. Crash ha commosso e ha stupito ed è riuscito a sbaragliare – così come il suo protagonista – tutti gli avversari che hanno gareggiato (più di cento).

E come non dare ragione agli amici della Dunwich?

Certo, non siamo abituati a leggere d’amore o di auto o di terribili incidenti stradali, quando prendiamo in mano un lavoro di questa casa editrice, quindi un minimo di senso di straniamento, in effetti, c’è. Ma lo straniamento viene presto sostituito da un senso di completo abbandono alla storia che mai tralascia particolari anche molto tecnici che, si scopre, sono frutto di una grossa passione per l’automobilismo e di una laurea in medicina sportiva.

La Poscolieri è stata quindi brava a usare le sue tante competenze per dar vita a un romanzo che è sicuramente di genere – possiamo dire – “leggero”, di narrativa, ma che non dimentica di essere molto preciso e curato.

La precisione e la cura, ricordiamolo, servono certamente per convincere il lettore e per rendere più autorevole lo scrittore, ma servono anche (e talvolta forse soprattutto) per rendere anche la storia più credibile e, dunque, più coinvolgente. Certo, non tutti siamo medici sportivi, e in pochi possono davvero dire: “Ehi, Poscolieri, hai detto una bestialità, lo sai?” Ma c’è una cosa che non va sottovalutata: il vero lettore, il lettore attento e coinvolto e dinamico, ha la capacità di riconoscere se ciò che sta leggendo è possibile o poco credibile. In questo caso tutto ciò che ho letto non solo è possibilissimo, non solo è credibilissimo ma suppongo sia anche preciso al dettaglio. Si tratta di semplice buon senso, quello che non manca mai a un buon lettore   🙂

Nonostante, grazie a tutta questa precisione e alla cura dei dettagli, abbia dato a questo romanzo un voto piuttosto alto, devo però riconoscergli un piccolo difetto stilistico, qualche scivolata di troppo in un territorio limaccioso e impervio fatto di frasi vagamente trite e molto stucchevoli che tolgono “potere” al romanzo. Penso a frasi come “Con l’universo negli occhi” e “La voce di Federica era un bisbiglio nella notte”, frasi che abbiamo letto e riletto ottomilioni di volte nella nostra vita e che, in un romanzo carino e godibile come questo avrei fatto a meno di vedere.

Ma Crash è e rimane un buon lavoro, un lavoro fatto – si vede benissimo – con cuore, anima e vera passione. Crash è la voglia di farcela, la vita che combatte la morte, la primavera dopo l’inverno, la rinascita, quella vera.

Non serve essere un campione per vivere momenti neri, vero? Non serve avere due gambe amputate per pensare “Non ce la farò mai”, vero? Quante volte lo avete pensato? Quante volte sul lavoro, a casa, in mezzo alla gente, nella vostra vita di tutti i giorni avete pensato: “Lasciatemi qui, non ce la farò mai”? Io lo penso spesso. Lo scoramento mi attanaglia la gola sul luogo di lavoro ma anche, ancor più spesso, nella mia vita di madre. Non ce la farò mai a fare di lei una brava persona, una donna responsabile, leale, competente, amabile, sincera. Troppo arduo, troppo difficile, lasciatemi qui. E poi? Poi la vita ha una cosa, di bello: va avanti anche senza di noi. E ci troviamo ancora in sella, ancora a cavalcare e alla fine facciamo tutto. Faticando, a volte piangendo, a volte sbattendo il pugno, ma facciamo tutto.

Crash non è un romanzo solo per chi ama le auto e lo sport. Crash è per chiunque si sia mai trovato a dire “Non ce la farò mai, lasciatemi qui.”

Buona lettura, amici.

Il libro dei Baltimore

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Titolo: Il libro dei Baltimore

Autore: Joël Dicker

Editore: La nave di Teseo

Anno: 2016

Pagine: 592

Prezzo: 22 euro per il formato cartaceo – 9,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 9

SINOSSI:

Sino al giorno della Tragedia, c’erano due famiglie Goldman. I Goldman di Baltimore e i Goldman di Montclair. Di quest’ultimo ramo fa parte Marcus Goldman, il protagonista di La verità sul caso Harry Quebert. I Goldman di Montclair, New Jersey, sono una famiglia della classe media e abitano in un piccolo appartamento. I Goldman di Baltimore, invece, sono una famiglia ricca e vivono in una bellissima casa nel quartiere residenziale di Oak Park. A loro, alla loro prosperità, alla loro felicità, Marcus ha guardato con ammirazione sin da piccolo, quando lui e i suoi cugini, Hillel e Woody, amavano di uno stesso e intenso amore Alexandra. Otto anni dopo una misteriosa tragedia, Marcus decide di raccontare la storia della sua famiglia: torna con la memoria alla vita e al destino dei Goldman di Baltimore, alle vacanze in Florida e negli Hamptons, ai gloriosi anni di scuola.
Ma c’è qualcosa, nella sua ricostruzione, che gli sfugge. Vede scorrere gli anni, scolorire la patina scintillante dei Baltimore, incrinarsi l’amicizia che sembrava eterna con Woody, Hillel e Alexandra. Fino al giorno della Tragedia. E da quel giorno Marcus è ossessionato da una domanda: cosa è veramente accaduto ai Goldman di Baltimore? Qual è il loro inconfessabile segreto?

LA RECE DELLA KATE:

Ciao, miei cari amici.

Prima o poi doveva arrivare.

Arrivare cosa?

Il libro non recensibile, bimbi.

Lo giuro, non so da dove iniziare, ma devo farlo, devo recensirlo, ci ho messo troppo per leggerlo e mi è piaciuto troppo per abbandonare la partita ancor prima di averla giocata. Ma non so, onestamente, cosa ne verrà fuori. La mia speranza è che voi che mi conoscete saprete leggere oltre le parole, capire oltre le frasi, emozionarvi come mi sono emozionata io anche senza troppi spiegoni (come si fa a riassumere un libro lungo 600 pagine… un libro… cos?) e che poi, sfiniti, corriate a comprarlo.

Il libro dei Baltimore è una saga familiare ampia ma non complessa che viene raccontata da Marcus, uno dei tre cugini Goldman. Uno è Hillel, alto, magro, dinoccolato, ben vestito, troppo intelligente per essere compreso e assolutamente inadatto a ogni attività sportiva e ogni amicizia normale, di gruppo, infantile e giovanile. Lo potremmo definire, usando un linguaggio moderno, un nerd? Forse, sì. Il secondo è Woody, che pur non essendo un Goldman di sangue lo è diventato guadagnandosi la medaglia sul campo diventano uno di loro a tutti gli effetti, praticamente adottato da una delle famiglie più ricche, generose e ambiziose della città. Il terzo è proprio la nostra voce narrante, Marcus, il cugino lontano, quello di famiglia non ricca, quello che abita in una casa normale e non in una villa fantastica, quello che per sognare e diventare ricco almeno per un fine settimana deve spostarsi in treno e raggiungere i cugini lasciando a casa una mamma e un papà attenti e affettuosi ma… ma non Goldman di Baltimore. Marcus è solo un Goldman di Montclaire, quelli che i nonni considerano un po’ meno degni di considerazione, con la casa meno adatta ad ospitare tutti, quelli meno luccicanti, quelli che non brilleranno mai, ma che, al limite, potranno forse godere di qualche timido barlume di luce riflessa.

Sono loro gli unici e soli protagonisti della nostra storia. Tutti i riflettori sono puntati su tre bambini che diventano ragazzi e poi adulti. Tutti i riflettori splendono per loro. Tutta la vostra attenzione sarà per loro, per i delicati e profondi equilibri che tengono insieme tre personaggi meravigliosi e indimenticabili.

Per loro e per la Tragedia, con T maiuscola.

Un giorno specifico, un solo giorno, in cui la vita di tutti è cambiata, e per sempre. Cosa sia successo lo verrete scoprire presto ma, come sempre accade per i libri di Dicker, sono le ultimissime pagine che chiuderanno definitivamente e decisamente un cerchio molto ampio cominciato a pagina 1.

Perché gli ho dato 9?

Intendiamoci, 600 pagine sono tante, tantissime.

Io di solito rifuggo da libri così lunghi; ho sempre l’impressione che ci stia girando troppo attorno, che qualcuno, insomma, mi voglia infinocchiare. Se hai una cosa da dire dilla, no? Quanto dobbiamo continuare con questo giochetto sfiancante?

Non giungere mai alla fine, personalmente, mi stanca.

Sarà perché ho davvero tantissimi libri da leggere, sarà perché ho sempre una certa bramosia di arrivare alla soluzione dell’arcano e tirare le fila (sono così anche nella vita di tutti i giorni), sarà perché appunto mi sembra che chi scrive non trovi le parole giuste per spiegarsi ma sì… l’ho preso in mano varie volte senza mai comprarlo. Con varie volte intendo varissime volte. Non so quante, ma molte. Perché – ebbene sì – io faccio parte di quella schiera di lettori che ha amato Harry Quebert. Certo, lungo e lambiccoso e con una chiusa abbastanza bruttina… ma continuo ad averne un ricordo sereno e consolatorio. I libri lunghi di bello hanno quello: alla fine ti ci affezioni.

Ci si affeziona alla voce narrante, ai personaggi, alla storia. E un po’ si sbuffa perché non si conclude mai, un po’ si vorrebbe non arrivare mai all’ultima pagina.

Ma torniamo – santa pace – al nostro libro.

Gli ho dato 9. Mi è piaciuto, questo è chiaro no? Mi è piaciuto nonostante le lungaggini, mi è piaciuto nonostante il finale sia un filo telefonato, mi è piaciuto anche se non ho amato tutti i personaggi allo stesso modo. Marcus sembra (credo volutamente) scomparire davanti a figure ben più possenti come quelle di Hiller e Woody. Alexandra (la ragazza che minaccerà di dividere il fantastico trio) è insopportabile, spocchiosa, egocentrica ed egoriferita; al suo personaggio non mi sono minimamente affezionata. Hillel e Woody sono due figure magnifiche, di una poesia e di una tridimensionalità tali che stenterete a capire se li avete conosciuti davvero oppure no. Esistono? Non esistono? Alzi la mano chi non vorrà, poi, due amici come loro. Alzi la mano chi potrà dire di aver avuto, almeno una volta nella vita, degli amici come loro. Non vedrò nessuna mano alzata. Woody e Hillel, con i loro difetti e le loro idiosincrasie, sono tutto quello che vorrete e vi accorgerete di non aver mai avuto.

Marcus, che si trova nel tempo presente, è uno scrittore di successo. I suoi ricordi, i ricordi della sua infanzia e della sua adolescenza ci permettono di rivivere tutto quello che lui ha già vissuto, Tragedia compresa. Nonostante ben si sappia in cosa consiste questa tragedia, l’impulso a leggere e ancora leggere e ancora leggere è irresistibile. Avanti, avanti, avanti. Fino a che gli occhi non si chiudono, fino a che non entrano anche nei sogni, fino a che tutto, un poco, si confonde.

Ma di cosa parla, insomma?

Non parla di niente, parla di tutto. Parla di una famiglia uguale a tante altre, più fortunata per alcuni versi, più sfortunata per altri. Parla dell’amicizia speciale e irripetibile di tre ragazzi, parla della smania di successo, parla della voglia di riscatto, parla di amore, parla di vendetta e di odio.

Detta così, sembra un libro come tanti altri, me ne rendo conto. Ve lo avevo detto che non sarei stata in grado. Non sono in grado.

Ma credetemi, credetemi! Hillel, Woody e Marcus vi terranno incollati dalla prima all’ultima pagina. Se i salti temporali a volte vi lasceranno perplessi subito vi renderete conto che tutto fila come l’olio. Se qualcosa non vi è chiaro, vi sarà spiegato. Se qualcosa vi puzzerà, probabilmente avrete ragione.

È un romanzo triste?

Sì, un pochino sì. Ma nel complesso non lo è. Lo è e non lo è. Lo è come triste può e sa essere la vita. Succedono delle cose belle, succedono delle cose brutte. Dice bene Zio Saul (anche lui un personaggio meraviglioso):

Ci sono state delle tragedia, e ce ne saranno altre – e bisognerà continuare a vivere, nonostante tutto. Le tragedie sono inevitabili. In fondo, non hanno molta importanza. Ciò che conta è riuscire a superarle.

Ed è così che Saul ha dato una grossa lezione anche a me: le cose brutte succedono. Non può andare diversamente. Bisogna andare avanti. Abbiamo il dovere, anzi, di andare avanti e viverla davvero, questa vita, senza restare continuamente ancorati al passato. Senza continuare a voltare il viso indietro. Indietro non c’è niente. Ci sono i ricordi, che però sono come le sirene: ci richiamano con il loro canto magico e ci impediscono di proseguire il nostro cammino.

Insomma, che dire?

Leggetelo.

Ma solo se le lungaggini non vi danno noia, solo se non siete di fretta, solo se amate le saghe familiari.

Ciao, bimbi!

L’imperfetta meraviglia

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Titolo: L’imperfetta meraviglia

Autore: Andrea De Carlo

Editore: Giunti

Anno: 2016

Pagine: 271

Prezzo: 18,00 euro per il formato cartaceo – 9,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 5

SINOSSI:

Succede in Provenza, d’autunno, stagione che mescola le prime umide nebbie con un lungo strascico di calore quasi estivo. I borghi e le ville si stanno vuotando di abitanti e turisti.
Ancora un grande evento però si prepara. Quasi a sorpresa, sul locale campo di aviazione, si terrà il concerto di una celebre band inglese, i Bebonkers, un po’ per fini umanitari un po’ per celebrare il terzo matrimonio di Nick Cruickshank, vocalist del gruppo e carismatico leader. I preparativi fervono, tutti organizzati dal piglio fermo di Aileen, futura moglie di Nick.
In paese c’è una gelateria gestita da Milena Migliari, una giovane donna italiana che i gelati li crea, li pensa, li esperimenta con tensione d’artista. Un rovello continuo che ruota attorno all’equilibrio instabile del gelato, alla sua meraviglia imperfetta perché concepita per essere consumata o per liquefarsi, per non durare. Milena ha detto addio agli uomini e convive da qualche anno con Viviane. Un rapporto solido, quasi a compensare l’evanescenza dei gelati, l’appoggio di una donna stabile e forte, al punto che, tra qualche giorno, Milena si sottoporrà alla fecondazione assistita. Eppure, in fondo, Milena non ha voglia di farlo davvero questo passo che forse non ha proprio deciso. Incerta senza confessarselo, Milena. Come Nick, che si domanda da quando il suo rapporto con Aileen ha perso l’incanto dei primi tempi. Così, una rockstar inglese e una ragazza italiana incrociano i loro destini e nel giro di tre giorni, dal mercoledì al venerdì, tutto accelera e precipita in un vortice inevitabile ed esilarante.

LA RECE DELLA DELLA KATE: 

Lui è la voce di un famoso gruppo rock. Lo sapete, io di musica non ne so assolutamente niente, ma possiamo dire che sia una specie di Bono degli U2. Forse meno. Ok, un po’ più affascinante di Bono e un po’ meno famoso di Bono. Poi fatevi voi la vostra idea perché io, davvero, non ce l’ho. Però sì, è gente che deve camuffarsi per sfuggire all’assalto dei fans, gente che viene riconosciuta per strada, gente che può avere ville sparse a destra e a sinistra, alpaca che girano liberi per un immenso giardino e donne molto belle, molto intelligenti e molto capaci.

Lei è è una gelataia, è italiana ed è – non da moltissimo – lesbica. Lo dico non per puntualizzare, ma perché è uno dei fulcri della storia, sempreché ce ne sia uno o più di uno, di fulcri.

Insomma, Nick è in Provenza per due ragioni: la prima è che deve sposarsi, la seconda è che lui e il suo gruppo faranno un grande concerto. La loro villa immersa nel verde è immersa nei preparativi e occupata da alcuni membri della band. Il tempo sembra non passare mai e i suoi ospiti (che pure conosce da anni) gli sembrano sempre più gretti e maleducati.

Lei, invece, è in Provenza perché ha provato ad aprire la sua gelateria – L’imperfetta meraviglia, appunto – proprio lì. Il suo gelato è chiacchierato e osannato in egual misura: più che un gelato, un’esperienza sensoriale. In questo momento storico, la vita della gelataia Milena è a un bivio; da una parte la sua innata voglia di libertà e di libertà di espressione, dall’altra l’amore per Viviane e il desiderio di Viviane di diventare madre. Il primo colloquio con il ginecologo francese per iniziare le procedure di fecondazione gettano un’ombra sull’imperfetta serenità di Milena.

I due si incontrano nel modo più banale possibile: Milena porta del gelato alla villa di Nick. Il gelato non lo ha assolutamente ordinato lui, ma poco importa. Si incontrano e qualcosa accade. Accade che il gelato è buonissimo, il gelato più buono che Nick abbia mai sentito. Accade che lui è molto più reale di quanto non ci si potrebbe immaginare, molto meno vip e molto meno rock di quanto lei avrebbe voluto. Non è per niente scostante, anzi. Ha una luce bella che gli viene da dentro e che attira Milena come mai le era accaduto per un uomo.

E mentre le cose alla villa si fanno sempre più ottuse e complicate, il rapporto tra Milena e Viviane si deteriora e quello tra Aileen e Nick si scioglie come gelato, tra la rockstar e la gelataia nasce qualcosa di simile a una meraviglia perfetta.

Perché gli ho dato 5?

Altri due personaggi uguali a tutti gli altri. Altre due anime belle e perfette che si incontrano. Altri due esseri umani diversi dagli altri, a spiegarti che il modo giusto di vivere è quello lì, e che se non sei così sei un po’ inferiore, un po’ poco interessante, hai poco colore e la tua vita è un po’ spenta. E se per certi personaggi (soprattutto protagonisti dei suoi romanzi più vecchi) poteva anche essere affascinante e poteva anche indurre a un certo tipo di riflessione, dopo un pochino non funziona più. Anche perché, sinceramente, Nick e Milena mi sono sembrati gustosi come due ernie del disco.

Lui che giudica tutto e tutti, lei la contessina del gelato, che il suo sembra fatto di oro e non di latte. Ma che è? Ma da dove venite? Ma cosa volete? Questa che vuole che il suo gelato venga mangiato in un certo modo, con una certa ratio, con certi strumenti, che deve avere una certa temperatura e bla bla bla. Dev’essere una donna noiosa da morire, maniacale ed egoriferita fino all’osso. Lui che si crede chissà chi quando invece, con molta probabilità, è perfettamente uguale a tutti gli altri. Cinque figli sparsi per il mondo e chissà quante pippate di cocaina. E tu vorresti giudicare quelli che ti sono accanto? Davvero? Mio caro Nick, ma ciao proprio, eh?

Lui è uno che gira per strada, vede dei ragazzi e pensa che probabilmente verrà picchiato. Magari perché è famoso. Dagli al vip.

Uno che vede della gente di colore e già pensa che verrà ucciso o rapito o chissà cosa. Un medioman terrificante, come mai se ne sono visti.

De Carlo ce la mette tutta per farci odiare questi due personaggi, così chiusi in loro stessi da risultare due figurine Panini, così uguali a tutti gli altri suoi personaggi già scritti, così stereotipati e resi ancor più infastidenti perché gli unici a essere chiamati per nome e cognome. Sempre. Dall’inizio alla fine. Aileen è sempre Aileen, Viviene è sempre Viviene. Ma niente, lui è sempre Nick Cruickshank (un cognome più leggibile no?) e lei è sempre Milena Migliari (sempre i suoi nomi non-nomi italiani). Da nervi a fior di pelle, proprio.

I due incappano nei difetti più macroscopici, non so se voluti o meno. Lei che critica l’essere uomo, il suo passato da eterosessuale, il modo che hanno gli uomini di sovrastarti (ma quando, poi?) e di essere padroni (mia cara Milena, hai conosciuto quelli sbagliati) per poi però, tornare alla braga (scusate il gergo da camionista). Ma sì, perché poi alla cara Milena di fare la fecondazione in vitro o quello che è frega una mazza. Non gliene frega più molto di essere lesbica, non gliene frega più molto della prevaricazione degli uomini, non gliene frega più molto delle coccole tra donne. Le basta un bacio sulla fronte e un abbraccio nella notte (un club degli abbracci in piena Provenza in una piazzetta di un paese sperduto, sì) per capitolare e decidere che ok, ok, forse è meglio essere etero. A proposito di banalità e di coerenza, eh.

Il romanzo è composto per il cinquanta percento da dialoghi infiniti e inutili e per il cinquanta percento da pipponi filosofici infiniti e inutili.

Il risultato è un romanzo spocchioso che nemmeno sembra un esercizio di stile ma un modo per essere diverso a tutti i costi ma finire, inevitabilmente, per essere diverso sì, ma nel modo sbagliato.

La chiusa è talmente troncata da risultare scioccante. Non si capisce se non avesse più voglia, più tempo, più carta, più batteria del pc o più idee. O se, Dio non voglia, se voglia scrivere un seguito.

Era partito da leader positivo, De Carlo. Sta terminando da leader negativo.

E lo dico da fan sfegatata, perché io l’ho molto amato e in parte lo amo ancora. Ma è snob, pieno di sé e troppo sicuro di quello che fa. Si ama, si ama da impazzire. Non metterebbe mai in discussione il suo tipo di scrittura. Ed è un peccato, perché dalla sua testolina di marmo sono usciti quattro o cinque romanzi che… wow. A parte i primissimi, sui quali direi che siamo tutti molto d’accordo, Villa Metaphora per me è qualcosa di unico nel suo genere. Pagine su pagine di un tomo che non finisce più che scorrono via come se fosse un libercolo da una novantina di pagine. Pura magia, proprio.

Qui, la magia, sta nel finire il libro senza saltare mazzetti di pagine.

Cosa che io ho fatto.

Scusate, ma a tutto c’è un limite. E dire che avrebbe potuto sfruttare il tema della musica per parlare un po’ più di sé stesso e del suo amore per la musica. Farsi conoscere un filino di più.

Peccato.

Averlo comprato, averlo letto, essere rimasta tanto delusa.

Unica nota positiva?

Anzi, facciamo due!

  1. Gelato, gelato, gelato ovunque.
  2. La location. Toccatemi tutto, ma non la Provenza. Protagonista del mio viaggio di nozze, non la dimenticherò mai.

La tristezza ha il sonno leggero

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Titolo: La tristezza ha il sonno leggero

Autore: Lorenzo Marone

Editore: Longanesi

Pagine: 384

Anno: 2016

Prezzo: 16,90 euro per il formato cartaceo – 9,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Erri Gargiulo ha due padri, una madre e mezza e svariati fratelli, È uno di quei figli cresciuti un po’ qua e un po’ là, un fine settimana dalla madre e uno dal padre, Sulla soglia dei quarant’anni è un uomo fragile e ironico, arguto ma incapace di scegliere e di imporsi, tanto emotivo e trattenuto che nella sua vita, attraversata in punta di piedi, Erri non esprime mai le sue emozioni ma le ricaccia nello stomaco, somatizzando tutto. Un giorno la moglie Matilde, con cui ha cercato per anni di avere un bambino, lo lascia dopo avergli rivelato di avere una relazione con un collega. Da quel momento Erri non avrà più scuse per rimandare l’appuntamento con la sua vita. E uno per uno deciderà di affrontare le piccole e grandi sfide a cui si è sempre sottratto: una casa che senta davvero sua, un lavoro che ama, un rapporto con il suo vero padre, con i suoi irraggiungibili fratelli e le sue imprevedibili sorelle. Imparerà così che per essere soddisfatti della vita dobbiamo essere pronti a liberarci del nostro passato, capire che noi non siamo quello che abbiamo vissuto e che non abbiamo alcun obbligo di ricoprire per sempre il ruolo affibbiatoci dalla famiglia. E quando la moglie gli annuncerà di essere incinta, Erri sarà costretto a prendere la decisione più difficile della sua esistenza …

LA RECE DELLA KATE:

È da molto tempo che Erri e sua moglie Matilde provano ad avere un figlio. Molto, molto tempo. La ricerca ha smesso di essere emozionante e ha cominciato a mostrare tutti i suoi lati oscuri e grotteschi soprattutto a Erri, che riesce a guardarsi indietro e a fotografare il tutto con sconcertante lucidità. I camici bianchi che ti obbligano a fare sesso a comando, la moglie che ti scambia per una macchina da riproduzione, posizioni obbligate, erezioni sempre meno convinte, giorni fertili, ansie e tristezze hanno creato, in cinque anni, un sedimento fatto di mestizia, umiliazione e disamore. Quando il sesso è comandato dal concepimento e la coppia è allo stremo delle forze ci si dimentica che sotto o sopra di noi non c’è un mucchietto di spermatozoi, ovuli e ormoni, ma quell’uomo e quella donna che abbiamo scelto, amato, venerato in ogni sua forma e contenuto.

Quando una sera Matilde, dopo avergli morso il dito, gli comunica che ha una relazione – anzi che scopa – con un altro uomo, Erri capisce che la loro coppia è uguale a tante altre: non si sono salvati.

Non resta che prenderne atto, accettare che Matilde abbia perso la testa per un collega vagamente scialbo che naviga sulla cresta dei sessant’anni e cambiare casa. E vita. Il dramma familiare del nostro quarantenne protagonista è solo il mezzo per raggiungere un fine, o forse uno dei molti: parlare e ancora parlare, attraversando barriere del tempo, parlare dell’Erri bambino, ragazzo, adolescente, giovane uomo e di quell’Erri che adesso vive solo, per vicini una prostituta e uno spacciatore, attorniato da parte di quella amena e misera umanità che tanto si dà da fare per restare a galla mentre lui, invece, pare abbia passato la vita intera facendo null’altro che lasciarsi trascinare dalle correnti. Ora qui, ora là, purché non gli si richiedesse troppo sforzo o, non sia mai, di prendere una posizione netta.

Ma Erri, come tutti noi, non è un self-made man. Tutti noi siamo frutto di un’accurata selezione e trasformazione del prodotto che inizia proprio nella culla e, più precisamente, tra le braccia di quel nucleo di individui che si chiama famiglia e che, nostro malgrado, non possiamo scegliere su un catalogo patinato.

E se nella maggior parte dei casi una famiglia è ben più che sufficiente, a Erri ne sono state date in dono ben tre. E qui ci vuole della calma. Seguitemi. Erri è figlio di Raffaele Gargiulo e di Renata Ferrara. I due si separano. Renata si sposa con Mario, Raffaele con Rosalinda. Ci siamo? Raffaele e Rosalinda avranno un’altra figlia, Flor. Renata e Mario avranno Valerio e Giovanni. Mario, di suo, aveva già Arianna.

Capirete bene che se una famiglia dà qualche problema, tre famiglie possono dare molti, moltissimi problemi. Soprattutto se come madre hai una specie di comandante dell’esercito e come padre uno che non ha mai saputo fare il padre. Se i tuoi fratelli non di sangue sono il tuo opposto e se hai sempre amato la figlia del tuo patrigno. E se la tua sorellastra Flor rimane incinta senza sapere chi sia il padre e riesce comunque a festeggiare e tua moglie ti dice che sì, dopo cinque anni è incinta, e se tutte e tre le famiglie rischiano di finire gambe all’aria in meno di un amen c’è materiale bastevole per mettersi le mani nei (pochi) capelli e pregare che tutto finisca in fretta.

Perché si può ignorare la vita e lasciarsi trascinare dai flutti per un po’, anche per molto tempo se lo si desidera davvero, ma poi arriva un punto in cui bisogna cominciare a nuotare, nuotare fortissimo. Quel nuoto che significa vita, che significa assunzione delle responsabilità, che significa scelta consapevole, che significa presa di posizione. Tutto ciò, insomma, che Erri ha sempre scelto di non fare, in favore di un’esistenza sottotono, incolore ma sicura, perennemente in bilico tra ciò che vuole fare e ciò che alla fine fa per non creare confusione, rammarico o semplicemente disagio.

Se pure il plot e la storia colpiscono per personaggi e linguaggio, interessante è il continuo muoversi nei meandri della storia presente e passata di Erri e delle sue famiglie, un viaggio mai forzato, mai forzoso, mai troppo faticoso per il lettore che trova sempre il suo luogo, la sua nicchia sicura, la sua posizione privilegiata per assistere allo spettacolo senza perdersi nemmeno un passaggio (tutti importanti, tutti tasselli fondamentali della vita di Erri e mai casuali).

La tristezza ha il sonno leggero è un piccolo dramma raccontato col tono lieve di chi la vita, tutto sommato, la sa prendere anche un pochino così, come viene. Ed è bello che il messaggio finale sia comunque pregno di quella spiazzante positività e di quel luminoso colore che tanto spesso manca nei romanzi, come se dipingere una realtà cupa e mesta portasse più lettori, dovesse “svegliare” generazioni di giovani lettori e portarci a commiserarci ancora un attimo in più.

Marone con me ha fatto centro: mi ha raccontato la vita che voglio e che mi aspetto. Non facile, non leggera, non spensierata, ma sempre fortemente voluta e attesa. Anche quando non è certamente come la vorremmo.

Per recensire un romanzo bisogna prima di tutto ricordarlo molto bene, ed è per questo motivo che sono solita segnare con una piccola piega della pagina i punti fondamentali. Ma in questi giorni me ne sono completamente dimenticata, intrappolata com’ero nelle parole dell’autore, troppo occupata a sottolineare frasi bellissime, veri aforismi, passaggi indimenticabili che costellano tutto il romanzo e che, credetemi, non dimenticherete.

Un uso qualunque di te

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Titolo: Un uso qualunque di te

Autore: Sara Rattaro

Editore: Giunti

Anno: 2014

Pagine: 176

Prezzo: 12,00 euro per la versione cartacea – 3,99 euro per la versione digitale

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

È quasi l’alba di un giorno di primavera e Viola, madre e moglie inquieta e distratta, riceve una telefonata. È il marito che le dice di correre subito in ospedale. Ma Viola non è nel suo letto. Comincia a rivestirsi in fretta e, tra un reggicalze che non si chiude e le décolleté lasciate chissà dove, cerca di richiamare Carlo per sapere in quale ospedale andare e che cosa sia successo. E così sullo scolorare della notte, mentre i semafori si fanno sempre meno luminosi e i contorni delle strade diventano più netti, Viola arriva dove avrebbe dovuto essere da ore. Quella che ci racconta senza prendere mai fiato è una vita fatta di menzogne, passione, tradimenti, amore, sensi di colpa e rimpianti. Ma adesso non è possibile mentire, il terrore e la verità la aspettano in quella stanza d’ospedale dove le sue bugie non la potranno più aiutare.Una storia che esplode nella testa e nel cuore. Un’emozionante confessione femminile.

LA RECE DELLA KATE:

Da una decina di giorni non riesco a leggere. Mi succede quando sono molto stanca, molto triste o quando vengo da un periodo troppo pieno di letture. Cosa fa un recensore quando è affetto dal blocco della lettura?

Niente, aspetta.

E io ho aspettato, pregando che quell’orribile blocco se ne andasse così come era venuto, non tanto per ottemperare ai miei obblighi di blogger, quanto perché per me la lettura ha una funzione molto catartica. Dolori, preoccupazioni e tristezze trovano nella lettura il loro nemico più vero e più combattivo. Non c’è dolore che un libro non posso quietare. Certo, il dolore rimane lì, pronto ad aggredire alla gola non appena il libro viene chiuso, ma durante la lettura va a raggomitolarsi in un angolo, e il cuore riposa. Ecco perché per me leggere è così fondamentale. Non che io sia piena di dolori, beninteso. Sono una donna molto più fortunata di tante altre, ma immagino di non saper gestire le mie piccole grandi preoccupazioni. Il che mi rende, a tutti gli effetti, sempre prossima all’isteria.

Chi mi conosce lo sa: ho bisogno di leggere come gli altri esseri umani di respirare, ma in preda al blocco… mi blocco. Guardo il comodino, sfoglio i libri sul reader, sospiro affranta e non c’è niente che solletichi la mia curiosità: una tragedia. Poi una sera arriva lei, la mia amica M., a consigliarmi questo romanzo: «È breve, non ti porterà via molto tempo, ma credo ti piacerà, provalo!»

E l’ho fatto. L’ho affrontato di petto ieri sera e per due ore, dopo molti giorni, ho letto, letto e ancora letto. Ho dimenticato le mie preoccupazioni, la mia allergia, il mio raffreddore, non ho sentito il vento che ululava al di là dei vetri. Per due ore ho letto senza sosta, ho terminato il romanzo esausta, commossa e in parte svuotata di energie. Ho spento la luce incapace di farmi troppe domande e di mettere in piedi chissà quali mirabolanti riflessioni.

Un uso qualunque di te sfrutta un espediente letterario in parte già visto (mi verrebbe da citare la Mazzantini, giusto per fare un nome): il narratore è Viola, madre di Luce, una giovane donna che giace in ospedale tra la vita e la morte, in attesa di un trapianto al fegato. Proprio Viola parla a Luce, le racconta di lei, della sua vita, del suo essere donna, del suo essere madre, delle sue mancanze, del suo modo di amare, del suo modo di intendere l’amore. Viola è giovanissima quando incontra Carlo e se ne innamora. Carlo inquadrato, rigoroso, preciso, educato e folle d’amore per questa ragazza libera, indipendente, selvatica. Tanto selvatica e tanto incompleta, irrisolta e curiosa, che Carlo non le basta mai, e non le basterebbe mai nessun uomo, perché nessuno potrebbe mai farla sentire “aggiustata”, serena e in pace come paiono essere tutte le altre donne. La vita di Viola scorre davanti ai nostri occhi, inquietudine dopo inquietudine, anno dopo anno, intrappolata in una vita non sua, vittima di una suocera gelosa e incattivita, vittima delle sue stesse bugie, affascinata da uomini che non hanno merito se non quello di tenerla occupata e farla fuggire, almeno un poco, da quella realtà che tanto spesso minaccia di soffocarla. Ma Viola è attenta e intelligente, sa bene che la vita può stringersi al suo collo e mozzarle il respiro, quindi ha imparato a svicolare, a prendere troppo spesso quelle uscite d’emergenza che hanno fatto di lei l’unico e vero emblema dell’egoismo umano e che di fatto, nel corso degli anni, è riuscito a creare una famiglia nella famiglia: Carlo e Luce da una parte, Viola dall’altra.

Carlo e Luce sono un binomio indissolubile, coppia affiatata e quasi sensuale per via di quell’unione così profonda e perfetta che li lega da sempre. Amici, confidenti, complici, Viola è tenuta fuori da questo ménage, che non può fare altro che osservare dal buco della serratura, dolorosamente consapevole che è di Carlo che Luce ha bisogno, e non di lei, tanto misera e incompleta. Ma invece di combattere e di riappropriarsi del suo ruolo materno, Viola abdica e affida il comando al marito, scegliendo la via ben più facile dell’annullamento totale tra le braccia di uomini sconosciuti che mai le chiederanno più di quanto lei non sia disposta a dare.

Ma ora – proprio mentre la loro figlia adorata e bellissima è lì, in bilico tra la vita e la morte – Carlo la sta tenendo per il collo, e sta stringendo. Carlo stringe il collo di Viola e urla, urla con tutto il fiato che ha il gola. Stringe e usa così tanta violenza da sollevare il corpo della moglie da terra. Lo stesso Carlo dolce e raffinato, premuroso e innamorato, paziente e protettivo, è a un passo da uccidere la madre di sua figlia davanti a medici e infermieri, davanti alla camera della figlia morente. Cosa sta accadendo? Sono i pezzi di Viola che stanno cadendo a terra, ecco cosa. E dietro quei cocci? E dietro a quella vita fatta di bugie e omesse verità? Cosa ci sarà?

Immagino che ognuno si farà una sua idea in base alla sua morale, al suo concetto di giustizia, al suo concetto di amore.

Ho apprezzato lo stile veloce e sincopato che mi ha rimandato a certi film drammatici italiani (mi viene in mente la Buy), ho apprezzato quindi la mancanza di insistenza, di concetti ripetuti e ripetuti fino alla nausea che tanto poco tollero in certi scrittori (più spesso scrittrici).

Ho apprezzato meno il finale, vagamente apocalittico, sicuramente romanzato, che riesce a togliere pathos all’intero romanzo in un amen. Per fortuna, però, ci pensa l’epilogo a rimettere tutte le carte al loro posto e le lacrime sono libere di scendere, calde e copiose, sulle gote di noi donne sensibili e inclini al dramma.

Un uso qualunque di te è un romanzo sin troppo sincero, doloroso nella sua verità, difficile da affrontare perché ci mette davanti, per forza di cose, alle nostre idiosincrasie, ai nostri egoismi, al nostro modo di essere genitori, al modo in cui vediamo i nostri partners. Ci obbliga, insomma, a quel minimo di riflessione che tanto spesso non abbiamo assolutamente voglia di fare. O che, semplicemente, non siamo in grado di fare perché inquinati dal qui e ora, da tutte le piccole incombenze che ci distraggono dalla parte più vera di noi e che spesso non è poi così limpida come vorremmo fosse.