Jericho

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Titolo: Jericho

Autore: Marcello Gagliani Caputo

Editore: Delos Digital

Anno: 2017

Genere: Horror

Pagine: 44

Prezzo: 1,99 euro – disponibile solo in formato digitale

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

La vita di Jericho, killer della malavita romana, viene stravolta dall’apparizione di una mostruosa creatura che si cela sotto le spoglie della sua ultima vittima. Chi sarà? E perché è alla ricerca di una misteriosa e antica scatola di legno che Jericho ha consegnato al suo capo?

LA RECE DELLA KATE:

C’è stato un tempo – forse nemmeno tanto lontano – in cui il nome Jericho provocava brividi di terrore e faceva deglutire a vuoto anche coloro i quali non conoscevano il significato della parola paura.

Oppure no.

La realtà (a volte scomoda) è che nulla sappiamo, se non ciò che vediamo (che ci fa vedere l’autore). Per quello che ci riguarda Jericho è il rimasuglio di un uomo a cui deve essere successo qualcosa di non bellissimo. Beve. Sta perdendo la fiducia del capo. Fors’anche di sé stesso. Vedere il fantasma di un uomo morto non aiuta la sua fragile psiche, il suo umore traballante e il suo ego distrutto.

Eppure accade. E accade ancora.

Colangelo, quello è il nome dell’uomo che lui stesso ha ucciso e che adesso riposa diversi metri sotto terra.

Eppure è lì.

E, Iddio lo salvi, vuole qualcosa.

La stretta della sua mano gelida sul polso di Jericho è stritolante e agghiacciante. Il sangue si ferma nelle vene. Un killer è pronto a tutto, anche a morire.

Soprattutto a morire.

Ma se morire per mano di un altro uomo è accettabile e onorevole, così non è se a ucciderti è un uomo morto dentro una bara.

I cenobiti sono sulla terra, e la loro missione è recuperare il cubo e chiudere la frattura che unisce il loro mondo al nostro.

Jericho è il loro tramite.

Perché gli ho dato 7?

Intanto facciamo ordine. Scopro solo ora che il racconto ideato da Gagliani Caputo per Delos prende origine e si offre come omaggio ai film Hellraiser tratti dai libri di Clive Barker.  Se così non fosse, però, mi scuso. Io l’ho scoperto facendo una breve e concisa ricerca sul web.

Questo per dire che magari sarebbe stato opportuno fare una premessa iniziale per i lettori “ignoranti” come me, facendo quindi comprendere e inquadrare la genesi di questo bel racconto.

Ma torniamo sul pezzo: Jericho è un racconto breve (su Amazon un altro utente lo definisce racconto lungo; per me è breve) a tema demoniaco che per quanto mi riguarda trova il suo punto di forza non tanto nei personaggi (in linea con il genere e non nuovi), non tanto nel contesto ambientale (anche quello piuttosto classico e descritto non ampiamente) quanto nei dialoghi.

I dialoghi creati dall’autore fanno essi stessi da ambientazione ideale, cullando la storia tra braccia sicure e accompagnando il lettore in un mondo “altro” a prescindere dal contesto ambientale-paesaggistico (anche questa volta Gagliani Caputo sceglie Roma) che comunque non necessita di essere tirato in ballo.

In conclusione: poco meno di un’ora di lettura per questo nuovo lavoro dell’autore che sceglie di farci conoscere i Cenobiti e il loro magico cubo. Certamente horror, sono d’accordo, ma anche molto altro. Un genere, insomma, che piacerà anche a chi con l’horror non va poi così d’accordo.

Buon lunedì, amici miei!

 

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Un passo oltre

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Titolo: Un passo oltre

Autore: Olga Gnecchi – Gianluca Ingaramo

Editore: Delos Digital

Anno: 2017

Pagine: 43

Genere: Horror

Prezzo: 1,99 euro – disponibile in formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Antonio è legato alla moglie da un sentimento indissolubile. Loretta adesso è molto cambiata ma, riprendendone le parole, “l’amore è doloroso: ti abbatte, ti fa strisciare, ma è in questo modo che fa girare il mondo e rimette a posto ogni cosa”. Per difenderlo è disposto a tutto.

LA RECE DELLA KATE:

A volte si vedono. Sempre meno spesso, ma si vedono. Sono anziani, a volte così curvi da sfidare le leggi della gravità. Camminano per mano in silenzio, senza dir nulla, perché tutto è stato detto e ripetuto. Non c’è bisogno di parole che colmino vuoti, non più. Immagino che a un certo punto della vita, anzi, quel silenzio sia come un nettare prezioso, una culla deliziosa nella quale lasciarsi andare. Che cosa meravigliosa essersi detti tutto ciò che era importante! Che cosa meravigliosa essere sereni e tranquilli che, nel corso degli anni, l’amore sia stato urlato, sussurrato, ansimato e graffiato e che adesso non resti altro che farsi compagnia, dolcemente, amabilmente, sottilmente. Quando li vedo sorrido triste. Triste perché? Non lo so. Ma li invidio anche di un’invidia buona e senza rancore, perché hanno avuto la fortuna più grande: trovare l’Amore.

Io li vedo Antonio e Loretta.

Li vedo come se li avessi qui davanti.

Lei che sorride civettuola, lui che non perde il piacere di carezzarle un fianco o baciarle il collo non più morbido e teso, lei che finge di arrabbiarsi e gli tira addosso una presina. Vedo anche i loro bisticci, sempre per le stesse cose da tanti anni, da quando si sono sposati. Antonio che fa il caffè e poi lascia tutto in giro, lei che dimentica di staccare la presa del ferro da stiro, lui che non si pulisce bene le suole delle scarpe prima di entrare in casa. Piccole, innocenti scaramucce da innamorati che svaporano in un battito di ciglia.

E adesso? Adesso Loretta è a letto. Sola. Legata. Antonio deve legarla, non può fare diversamente. E deve sedarla. Loretta ha bisogno di farmaci, di cure, di amore. Antonio non smette di amarla, anche se ormai della sua amata poco è rimasto. La pelle grigia, l’odore di malattia che impregna ogni centimetro della camera… tutto gli ricorda che ciò che è stato non tornerà mai più.

Ma pare ci sia una cura. Costosa, ma c’è. E Antonio è disposto davvero a tutto pur di provarci, tentare, fare quello che è in suo potere per salvare il suo amore, la sua Loretta. Anche uccidere.

Perché gli ho dato 8?

Ho dato 8 a questo racconto perché è un BELLISSIMO racconto che, per quanto mi riguarda, come spesso dico, poteva benissimo diventare un racconto lungo o un romanzo breve. Io non so cos’abbiano ‘sti scrittori che hanno fretta di pubblicare e liquidano così dei plot che invece sono tanto interessanti. Non so davvero cos’abbiano. Che fretta c’era, maledetta primavera???

Vabbè.

Comunque.

Prima di tutto: non avevo assolutamente capito fosse un horror.

Non è che non l’avessi capito: non me ne importava niente. Ho visto il racconto pubblicizzato su Facebook e ho messo a disposizione il mio blog, perché lo sapete, se c’è della roba bella in giro IO LA VOGLIO. Per me e per voi che leggete!

Conoscendo gli autori non è che mi sia posta il problema, sapevo che non potevo sbagliare di molto, quindi l’ho preso e basta, senza andare a leggere recensioni e sinossi e bla bla bla.

E… che sorpresa!

Ok. Della trama non posso parlare: svelerei troppo.

Sappiate solo che è un bellissimo racconto horror che si legge in pochissimo tempo, dalla bellissima cover, dal prezzo secondo me un filo esagerato (si legge davvero in mezz’ora) e caratterizzato da un senso del ritmo molto buono e – cosa ancora più importante – molto efficace. Il ritmo sinusoidale (lento-veloce-lento) si è mostrato adattissimo per questo tipo di storia, una storia che, prima di tutto, parla d’amore. Il lettore sarà quindi felice di seguire l’andamento della scrittura adattandosi perfettamente alle sue regole in un crescendo di emozioni che poi, sul finire, vanno a svanire dolcemente; quasi come addormentarsi, quasi come morire.

Assolutamente consigliato.

 

The gift

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Titolo: The gift

Autore: Rebecca Daniels

Editore: Dunwich

Anno: 2017

Pagine: 226

Prezzo: 12,90 euro per il formato cartaceo – 3,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Katie Corfield ha un dono: riesce a entrare nella mente delle persone in coma, a guidarle in sogno e infine a riportarle in vita. Con l’aiuto di Matt O’Brien, suo amico e assistente, è riuscita a salvare molte persone. La fama è però un’arma a doppio taglio e Katie lo scopre sulla sua pelle quando viene rapita dal boss Alexander Mancini. L’uomo, incurante delle guerre tra clan che stanno dividendo Boston, ha il solo obiettivo di salvare il figlio Daniel, caduto in coma dopo un tentato omicidio. Mentre Katie è costretta a intervenire da sola in una situazione in cui fallire equivale a morire, Matt cercherà in tutti i modi di raggiungerla nel disperato tentativo di salvarle la vita. Rischiando di perdere se stessa nei violenti ricordi di Daniel Mancini, Katie scoprirà che l’aggressore del giovane è molto più vicino di quanto creda.

LA RECE DELLA KATE:

Dal giorno dell’incidente niente per Katie più è stato come prima. Probabilmente il suo carattere è cambiato drasticamente, trasformandola in una donna rigida e poco incline al contatto fisico, seriosa e timida. Ma Katie, proprio grazie a quell’incidente stradale, ha sviluppato un dono a dir poco incredibile: riesce a risvegliare le persone dal coma. Come ci riesca non lo sa nemmeno lei, ma ci riesce. Si mette a fianco della persona addormentata, chiude gli occhi e… si addormenta di botto. Entra nei sogni del malato e tenta di riportarlo in superficie, tenta di riportarlo indietro. La percentuale di successi è del 100%. Katie è conosciuta da molte persone e tollerata dai medici che, pur non capendoci proprio niente (da bravi scienziati) non possono però che alzare le mani davanti a quella serie di risvegli inspiegabili ma molto più che reali.

E il romanzo comincia proprio in medias res, con Katie e l’amico Matt (un tostissimo e credo bellissimo irlandese) dentro ai sogni di una ragazza molto giovane vittima di un incidente stradale. Un altro successo. Ma se Katie non chiede tributi, la sua mente ne chiede molti, moltissimi. Katie è stanca, spenta, i suoi sogni sono sempre più brutti, le sue notti sempre più agitate. Salvare il prossimo è sempre un dispendio di energie al di sopra delle sue possibilità. Ma per fortuna c’è Matt, amico fedele e collaboratore instancabile che ha come compito quello di accompagnare Katie nei sogni e tenerla “legata” al mondo esterno, al mondo vero, per impedire che la ragazza venga fagocitata dai sogni e dai mondi altrui.

Un dono del genere fa gola a molti. Sicuramente fa gola a Mancini, boss mafioso potente e senza scrupoli che rapisce Katie e la porta in un rifugio segreto ai margini della città. Suo figlio è in coma. Katie deve a tutti i costi riportarlo in vita. Se non lo farà, morirà.

Una corsa contro il tempo, una lotta contro il suo fisico e la sua mente. Un viaggio incredibile dentro la psiche umana.

Perché gli ho dato 8?

Gli ho dato 8 perché, nonostante alcuni difetti (io l’ho trovato eccessivamente verboso) The gift è un romanzo in bilico tra thriller e paranormal che mi ha inchiodato alle sue pagine.

Come dicevo sulla pagina Facebook del blog (l’avete piacizzata? No??? Vi muovete???) molto prima di rendermene conto ero già arrivata al 40%. Poi, in un altro boccone, ero all’80%. Poi, a malincuore, ho dovuto leggere le ultime pagine.

Katie non è certo di una simpatia travolgente, ammettiamolo. Ombrosa e tristanzuola, non molto ricettiva verso il bel Matt, non è proprio una fucina di battute scoppiettanti e dialoghi brillanti. A fare il possibile ci prova Matt, ma soprattutto il pericoloso boss Mancini che, non si sa bene come, alla fine riesce a risultare più simpatico degli stessi protagonisti. Proprio lui, il villain di turno. Ma forse non c’è molto di cui stupirsi. Spesso i cattivi si trovano ad avere più fascino dei buoni, a essere più tridimensionali.

Probabilmente avrei fatto a meno di qualche passaggio e di qualche personaggio, ma sono piccole cose che non vanno assolutamente a inficiare una storia che è comunque molto coinvolgente. The gift si legge in un fiato, pagina dopo pagina, anche quando si è ormai stanchi, anche quando l’ora della sveglia si avvicina, anche quando gli occhi minacciano di chiudersi. E’ un viaggio dentro la mente umana, un curioso trattato di parapsicologia, una storia di amicizia, un thriller piuttosto serrato. Se la descrizione degli ambienti e alcuni dialoghi non risultano proprio indimenticabili, i personaggi (anche quelli molto secondari come la mamma di Matt) sono però sempre a loro modo azzeccati e funzionali (anche se gli amici di Matt… insomma… anche di loro avremmo forse fatto a meno pur comprendendo la loro funzione nel contesto).

Se amate il thriller e non disdegnate il paranormal… leggetelo.

In ogni caso, però, leggetelo.

Anche se non vi piace il paranormal. Il thriller vi piace, ne sono sicura. Magari pensate che sia una cosa troppo astrusa per voi. Ripensateci. Scaricate l’anteprima e dategli una possibilità.

E poi… ehi… non vi fidate di me?

😉

Il burattinaio

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Titolo: Il burattinaio

Autore: Alessandra Pepino

Editore: Nero Press

Anno: 2017

Pagine: 63

Prezzo: 0,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Mindy Iannaccone è un commissario molto particolare. In perenne lotta con la sua linea in sovrappeso, è un tipo schietto e verace, che non bada alle buone maniere quando c’è da lavorare. Il ritrovamento del corpo di un bambino sulla spiaggia di Acquamorta, a Monte di Procida, vicino Napoli, dà inizio alle indagini. Quando, la mattina dopo, si presenta in questura don Giulio, un prete che un tempo lei aveva conosciuto e stimato, confessando di essere l’assassino del piccolo, lei stenta a crederci. Don Giulio sembra però convinto di ciò che dice e Mindy, che vuole vederci chiaro, comincia a indagare sul suo passato, scoprendo che, tanti anni prima, l’uomo si era spretato dopo aver fatto visita, in carcere, a un detenuto di nome Carmine Incoronato, che aveva a sua volta ucciso un ragazzino. Ma che legame c’è tra i due?  E Incoronato sarà disposto a collaborare? Mindy non si fermerà davanti a niente pur di scoprire la verità.

LA RECE DELLA KATE:

Non c’è giallo classico senza un commissario e non c’è commissario degno di tal nome (o perlomeno, ma questa è la cosa più importante, che piaccia a me) che non abbia una forte caratterizzazione del personaggio.

Mindy (che – attenzione – non è il diminutivo di Melinda) Iannaccone non fa differenza. Quasi (quasi!) quarant’anni, otto chili in più, un grande e spasmodico amore per il cibo che la sua dietologa non approva, troppe, troppe mele e verdurine da sgranocchiare, un gatto e nessun marito, è piuttosto burbera senza essere aggressiva e possiede quella dolce schiettezza partenopea che le impedisce di sembrare una gran maleducata. Ama il suo lavoro ma sui pasti non transige. Forse perché non transige la sua dietologa, pensiamo noi. Comunque insomma, essere disturbata dopo una lunga giornata di lavoro proprio quando si sta accingendo a mangiare tonno in scatola e due o tre verdurine dall’aspetto nosocomiale proprio no, non va bene.

Ma la cena aspetterà, almeno questa volta.

Si chiamava Luca Sollo, aveva appena dodici anni ed era un bravo ragazzino. Un bravo ragazzino che è stato malmenato, stuprato e affogato. E a comparire davanti a Mindy chi è? Il suo vecchio parroco, un uomo buono che ha sempre amato i bambini e che (ci mancherebbe altro) li ha sempre rispettati. Uno di quei preti di provincia che tutti amano, che diventano parte della cittadinanza, che tutti chiamano col nome di battesimo invece di “signor parroco”, capito come? E qell’uomo, adesso, invecchiato certamente ma sempre quell’uomo, sta dicendo a Mindy che è stato a lui a compiere quelle efferatezze sul corpo del povero Luca. E adesso chi lo dice alla famiglia? Ma soprattutto: chi riesce davvero a convincersi che l’autore dell’omicidio sia proprio il buon don Giulio?

Mindy non ci sta. Bisogna parlare con Padre Salvatore, il decano dei preti, uno che sa tutto. E lui ha delle cose interessanti da dire a Mindy. Primo: Giulio si era spretato, di fatto non è più un uomo di chiesa. Secondo: questo è avvenuto dopo che il prete aveva incontrato un famoso assassino in prigione, dodici anni prima. Si chiamava Incoronato. Carmine Incoronato. Quel Carmine Incoronato che aveva violentato e bruciato vivo un bambino della provincia di Napoli. Da quell’incontro Giulio non è stato più lo stesso. Poi, all’improvviso, ha deciso di rompere il voto.

Mindy adesso ha un solo obiettivo: scoprire cosa sia successo dentro quella cella dodici anni fa. Cos’ha detto l’Incoronato al buon parroco? Cosa è avvenuto tra di loro? Quale segreto nascondono i due uomini? Se non è stato Giulio a uccidere il ragazzino… chi è stato? Dove si nasconde? Come risolvere il caso?

Ad aiutarla, l’anziano commissario Pintus e il fedelissimo vice Egidio Molinari.

Perché gli ho dato 7?

Il burattinaio ha, secondo me, un nome non che non gli rende giustizia. Ho dovuto leggere la sinossi più volte, ho dovuto fidarmi, ho dovuto af-fidarmi e poi… poi, grazie a Dio, non mi sono pentita. Ma è merito della Iannaccone, avessi dovuto scaricarlo io, con quel nome e quella cover no, non lo avrei fatto.

È una cosa soggettiva? Assolutamente sì, amici. Quindi, se non siete interessati a questo genere di cose (io tantissimo) potete proseguire nella lettura della recensione senza troppe preoccupazioni.

Questo è un racconto di poche pagine che ha due incredibili pregi stilistici:

  1. Sembrare molto, molto più lungo
  2. Sembrare più lungo perché non manca niente

C’è tutto. Compresso certamente perché le pagine non sono nemmeno settanta, ma c’è tutto e non si sente la mancanza di niente.

Che amo i racconti già lo sapete. Che amo i racconti scritti bene è inutile dirlo. E questo, nella sua limpidezza, chiarezza ed esaustività, è un raccontino giallo scritto bene. Certo, si potrebbe dire che il colpo di teatro è un pochiiino stiracchiato, e sicuramente i puristi avranno qualcosa da ridire, da correggere, da appuntare. Se ci ho fatto caso io che purista non sono… del resto, vedete, la mente umana è davvero molto complessa e basta guardare un tiggì o leggere un giornale per rendersene conto. Questa attuale spirale di follia dà la possibilità agli scrittori dei giorni nostri di avere molto margine per la loro inventiva. Niente è davvero incredibile (nel senso di poco credibile) e tutto è, alla luce dei fatti, possibile. Se possono tentare di rubare il corpo di Mike Bongiorno o di Enzo Ferrari, se possono tagliare tutti gli alberi di un parco immenso per far posto ai fans di Vasco Rossi, se possono ammazzare di botte un ragazzino dopo una banale lite fuori da un locale… c’è davvero limite a quello che può accadere nella realtà?

No.

Figuriamoci nella fantasia.

In definitiva un buon racconto con un buonissimo incipit che invoglia alla lettura, un personaggio principale che avrebbe potuto dire ancora molto, una chiusa esaustiva e che, tutto sommato, non lascia l’amaro in bocca sono tutti elementi che mi fanno giudicare positivamente il lavoro della Pepino.

Buona lettura, amici!

Com’è giusto che sia

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Titolo: Com’è giusto che sia

Autore: Marina Di Guardo

Editore: Mondadori

Anno: 2017

Pagine: 233

Prezzo: 18,00 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 9,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7½

SINOSSI:

Bellissima e sensibile nel fulgore dei suoi vent’anni, Dalia potrebbe possedere il mondo. Invece, la sua fiducia nell’umanità è già gravemente compromessa: abbandonata dal padre prima ancora di nascere, è stata cresciuta dalla madre in completa solitudine, rotta soltanto dalla relazione con un uomo violento, delle cui aggressioni Dalia è stata testimone fin da piccola. Tormentata da incubi ricorrenti e con l’anima annerita dai lividi, la ragazza cova un desiderio inesprimibile, una sete di riscatto e vendetta che la brillante carriera di studentessa in medicina non basta a placare. Il volontariato in un centro per donne vittime di violenza le conferma ogni giorno quanto gli uomini possano macchiarsi di atrocità rimanendo impuniti. Finché il gelo che ha dentro finalmente deflagra, e decide di vendicare, una per una, tutte le donne abusate che ha incontrato sulla propria strada, a cominciare dalla madre. Si trasforma così in un angelo sterminatore che sceglie le sue prede con metodo e somministra loro l’estremo castigo con un calcolo e una freddezza che sfidano l’ingegno dei poliziotti incaricati di indagare sugli omicidi.

E mentre la Dalia serial killer agisce indisturbata, la Dalia timida studentessa si imbatte in Alessandro, laureando in filosofia e barman introverso, che la corteggia con gesti premurosi e pensieri gentili. Tra i due si instaura una connessione profonda fatta di silenzi, slanci trattenuti, ferite condivise, che schiude una crepa nella corazza che Dalia si è cucita addosso per mettersi al riparo dall’amore. Ma ciò che non immaginerebbe mai è che, proprio adesso, dal suo passato possa tornare a braccarla il più spaventoso degli incubi.

LA RECE DELLA KATE: 

 

 

Dalia, come ogni mattina, si guarda allo specchio.

Lo fa per necessità, non per vanto.

In effetti del suo aspetto non sembra importarle molto; non adesso, almeno. Certamente si rende conto di essere parecchio più bella della media delle sue coetanee, certamente si rende conto degli sguardi degli uomini, certamente deve rendersi conto di quel suo corpo esile ma pieno di curve golose. Sorride, Dalia. E quel sorriso, che potrebbe essere scambiato per puerile vanteria, non è altro che lucida soddisfazione. La natura è stata buona con lei, le ha donato un aspetto divino, indimenticabile. Somiglia a un’attrice, Dalia. A una Madonna. A un angelo. I tratti delicati di un dipinto, gli occhi grandi e verdi, le labbra piene e turgide fanno di lei una donna di incredibile ma al medesimo tempo discreta bellezza. Pantaloni jeans, scarpe basse e comode per l’università, appena un velo di trucco per sentirsi in ordine. Questo l’armamentario di Dalia. Ma, nonostante la semplicità ricercata e studiata, spicca in mezzo alle altre donne come la luna nel cielo scuro della notte.

A volte la bellezza rende algidi, tutti protesi a non farsi troppo guardare o toccare; se è pur vero che a Dalia gli uomini non interessano, così come non le importa l’amore, trova però intima soddisfazione (ma anche profonda sofferenza) nell’aiutare le donne vittime di violenze in un centro di aiuto. Ed è proprio lì che conosce Lara, fragile e insicura, vittima di un uomo che la picchia ferocemente e dal quale – lei dice – non potrebbe mai separarsi. Manca una rete familiare, mancano i soldi, manca il coraggio. Scappare significherebbe essere braccata. Essere braccata significherebbe essere scoperta. Essere scoperta significa, con molta probabilità, essere ammazzata di botte. Dalia freme di sdegno, chiude gli occhi disgustata. Vorrebbe fare, fare, fare. Vorrebbe cambiare il mondo, vorrebbe cambiare la testa di quella donna, vorrebbe proteggerla, Ma più di ogni altra cosa, Dalia vorrebbe ucciderlo con sue mani. Ucciderlo guardandolo negli occhi, mormorando il suo nome, vedendo la vita scivolare via dal suo corpo come un sudario.

E lo fa.

Bella come un angelo, vendicativa come un demone, Dalia è convinta di essere l’unica in grado – anche grazie a quella sua bellezza delicata – di rendere giustizia a tutte quelle donne. Lara, Roberta, Benedetta… e Maria, sua madre. La vendetta più dolce, più succosa, più goduta sarà proprio quella, quella per la sua bella mamma ormai ridotta a una larva, lontana mille anni luce da lei, ombra tra le ombre, non più donna e non più (quanto dolore e quanta mancanza) nemmeno madre.

Ma questo bellissimo angelo vendicatore è pur sempre una giovane donna che cresce e che vive nel mondo e che, in maniera inaspettata, si innamora del suo giovane barista, Alessandro, occhi cortesi e sorriso imperfetto, sfuggente ma attento, premuroso ma pieno di dolore e di segreti. E mentre le morti si susseguono e giustizia, notte dopo notte, viene fatta, i due ragazzi cominciano a percorrere insieme un pezzettino di strada che li porterà poi – insieme – a un epilogo da mozzare il fiato.

Sarà l’ispettore Caruso (insieme al suo anziano ma vispissimo papà) a indagare su questa inquietante scia di morte e a tentare di far luce su una questione che sembra portare verso un’unica e incredibile soluzione.

Perché gli ho dato 7½?

La violenza contro le donne è fenomeno ampio e diffuso. 6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni: il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Sono 652 mila le donne che hanno subìto stupri e 746 mila le vittime di tentati stupri.

I partner attuali o ex commettono le violenze più gravi. Il 62,7% degli stupri è commesso da un partner attuale o precedente. Gli autori di molestie sessuali sono invece degli sconosciuti nella maggior parte dei casi (76,8%).

SEIMILIONISETTECENTOTTANTOTTOMILA.

Gli ultimi dati Istat – benché segnalino un miglioramento del fenomeno – sono e restano annichilenti.

Com’è giusto che sia, l’ultimo romanzo della scrittrice Marina Di Guardo uscito da poco sugli scaffali per la casa editrice Mondadori, “sfrutta” quindi un tema caldissimo per continuare a parlarne (smettere sarebbe anch’essa violenza) e per parlare – con l’aiuto del mezzo – a tutte quelle donne che, in questo momento, si trovano in una situazione di difficoltà.

Chiaramente, essendo un romanzo ed essendo un thriller non ha velleità altre se non quelle di intrattenere il suo pubblico, sia chiaro; come deve essere chiaro che in nessun modo si inneggia alla violenza e alla giustizia fai-da-te (o DIY, per dirla come piace ai social). Certamente questo romanzo può essere però veicolo di un certo numero di informazioni importanti, primo dei quali è: chiedere aiuto. Sempre.

Ma torniamo al romanzo!

Com’è giusto che sia è un thriller dal plot e dallo svolgimento tipici che presenta però un ritmo davvero molto sincopato, agilissimo, come… messo avanti a doppia velocità da un registratore.

E va bene così.

Le parole scorrono una via l’altra come inseguite dalla penna della scrittrice, senza pause, senza tentennamenti di sorta. La velocità di scrittura si misura (entrando in stretto contatto con essa) con l’urgenza della nostra bella protagonista, Dalia, che non attende oltre, che non ha più bisogno di prove, che non può più aspettare e che deve agire, distruggere, pulire il mondo da tutte le brutture che i suoi occhi vedono e che il suo cuore sente.

La collisione tra lo stile di scrittura e il veloce susseguirsi degli eventi ha il potere di rendere Dalia un personaggio molto tridimensionale, molto vero, poco costruito anche se, a mio parere, non molto amabile. Nonostante la ragazza faccia quello che noi tutti ci troviamo a pensare (è così) quando veniamo a conoscenza dell’ennesima tragedia ai danni di una donna, non sono riuscita ad entrare in sintonia con lei. Non muove empatia. A me? A tutti? Non devo stupirmene? È voluto? Probabilmente sì, è voluto. Perché Dalia è di questo mondo (fa volontariato, ha una mamma, mangia e dorme come tutti, va a scuola, ha delle amiche) ma allo stesso tempo a questo mondo non appartiene più, perché ha visto troppo, ha sofferto troppo, ha dovuto sopportare troppo.

Un thriller costruito nella giusta maniera che del thriller rispetta i canoni e che scopre tutte le sue carte solo nelle ultimissime pagine riuscendo sicuramente a cogliere di sorpresa anche i lettori più smaliziati (nonostante avessi annusato che qualcosa nell’aria c’era, non avevo proprio anticipato il colpo di teatro finale, accidenti!).

Una nuova buona prova per la Di Guardo, quindi, che vi consiglio chiunque voi siate. Femministe convinte, appassionati di thriller, giovani donne alla ricerca di un filo di brivido? Buona lettura a tutti, bimbi!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A volte si muore

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Titolo: A volte si muore

Autore: Claudio Vergnani

Editore: Dunwich

Anno: 2016

Pagine: 402

Prezzo: 14,90 euro in formato cartaceo acquistabile qui – 3,99 euro per il formato digitale acquistabile qui 

Il voto della Kate: No, non ve lo dico, poi vi spiego perché

SINOSSI:

In una città dove intere aree erano preda di criminali e maniaci, di bande mascherate, di stupratori seriali e pazzi sbandati, e sotto il controllo di gangster in doppiopetto, si muoveva un assassino misterioso e invisibile chiamato il Bisbiglio. La leggenda voleva che solo i morti che si lasciava dietro – straziati e oltraggiati – potessero vederlo. Infliggeva una fredda violenza e una studiata crudeltà, muovendosi con astuzia nel buio e nel silenzio. Colpiva quando le sue vittime erano ignare, indifese o deboli. Oppure, al contrario, quando erano certe di essere al sicuro. E, quel che era peggio, non comprendevamo nemmeno perché lo facesse. Non eravamo un passo indietro, eravamo proprio anni luce distanti. Eppure, in qualche modo, sentivamo che il cerchio ci si stava stringendo intorno, che alla fine, in un modo o nell’altro, lo avremmo visto anche noi…

LA RECE DELLA KATE:

“Se rispetti la legge non avrai mai giustizia. Una volta compreso questo, il resto viene da sé.”

Molto bene, amici.

Alzi la mano chi conosce Claudio e Vergy.

Ho detto chi CONOSCE!

Ok.

Tutti gli altri, fuori.

Ahahahahha, scherzo, scherzo!!! Fermi lì. Non muovete un muscolo. Continuate a leggere. Ci siamo tutti? Ho la vostra attenzione? Proseguiamo nell’ennesimo delirio, alors.

Visto che qualcuno, là in fondo, non ha alzato la mano, faccio una piccola (davvero piccola altrimenti stiamo qui fino a Pasqua e io avrei da fare giusto due o tre cosine) premessa a tema personaggi principali.

Claudio e Vergy sono due ex militari. Amici sin dai tempi della mattanza vampirica (vedi romanzi Il 18° vampiro, Il 36° giusto e L’ora più buia) non hanno mai smesso di frequentarsi e dividere fortune (poche) e disgrazie (abbastanza da stremarli nel fisico e nella mente). Entrambi sulla cinquantina, entrambi abbastanza grossi da far paura, entrambi senza… be’, diciamo che nessuno dei due naviga nell’oro. Claudio, a onor del vero, una casa ce l’ha. Ma in questo momento storico è affittata a un gruppo di persone la cui nazionalità è sconosciuta e comunque non molto importante. Sostiene che potrebbe sfrattarli e tornare a casa sua, e noi siamo d’accordissimo con lui, ma poi riflette anche sul fatto che se li sfrattasse sarebbero loro gli infelici e i senzatettto e questo non fermerebbe certo la spirale di miseria che permane nella situazione attuale. Insomma, Claudio è fatto così e ce lo teniamo così.

Vergy una casa l’aveva, ma attualmente è nelle mani del Comune perché inagibile. Potrebbe riprendersi casa sua solo pagando delle spese accessorie e lui non è che ne abbia molta voglia. Ma, voglia a parte, quei soldi non li ha, il che rende tutto molto più chiaro. La casa di Vergy, quando era in piedi, era anche un bel bocconcino. Una villa antica. Sapete no, soffitti alti, finestre ampie, caminetti, giardini un po’ inselvatichiti. Quella roba lì. Poi vabbè il tempo, la consunzione, i vampiri, i terremoti, i vandali, e lo stesso Vergy hanno contribuito a renderla… ehm… pittoresca e creepy vi può andar bene? Ma della casa di Vergy non occupiamoci più, non è agibile, quindi il problema non si pone.

Claudio, oltre a essere un inguaribile sentimentale e a soffrire di depressione e a imbottirsi di antidepressivi e ansiolitici si è anche sparato in bocca. O almeno. Voleva spararsi in bocca, poi però ha preso la guancia e adesso è un tantinello sfregiato, ma anche di questo non ci deve interessare, e se volete sapere tutta la storia, o miei dolcissimi e ignorantissimi amici, dovrete per forza cominciare dall’inizio e leggervi almeno qualcuno dei libri precedenti a questo.

Credo (forse da qualche parte viene detto, ma non ne sono sicura e non posso rileggermi adesso tutti i libri di Vergnani) che Vergy sia alto sui due metri e pesi sui centoventi chili. Di muscoli, eh. Solidi muscoli italici sviluppati sul campo, irrobustiti a forza di calci in culo dati ai disonesti, ai cattivi, alla feccia dell’umanità. Le hanno viste tutte, i nostri due amici. Tutte. Mostri di ogni genere, non necessariamente di fantasia. I mostri peggiori che i loro occhi hanno visto erano umani come loro. Avevano due braccia, due gambe, due occhi. Uomini privati ormai di tutto. Non solo del cuore, ma anche del coraggio e dell’umanità stessa.

Claudio e Vergy vivono alla giornata, mangiano cinese di dubbia qualità, si allenano, bevono una quantità imbarazzante di caffè, di uova e di salame. Non disdegnano un bicchierino di qualcosa di forte e, non si sa bene come, finiscono sempre immischiati in una valanga di guai. Sempre.

Le cose, da quando sono tornati da Lovecraft’s Innosmouth (vedi romanzo omonimo), non sono molto migliorate, anzi. La città è sempre più abbandonata a sé stessa, sempre più in mano a bande di criminali senza paura e senza umanità. Un viluppo di gang pericolosissime che, senza più controllo delle autorità, sono ormai allo sbando più completo. Sembra quasi che tutto il terrore e il disgusto per lo stato attuale delle cose e per tutta la merda che è stata vista in passato sia sfociata in atti vandalici, uccisioni e violenze di ogni tipo. Certo, ne sono successe di cose. E forse era inevitabile che la situazione finisse al collasso più completo. Ma fa male, tutto questo. Fa male soprattutto ai nostri due protagonisti, senza casa, con pochi soldi in tasca (quelli ricevuti come compenso da Brandellini) e nessuna speranza per il futuro. Una vecchia stazione militare nei pressi di un cimitero sembra essere l’unica soluzione (almeno provvisoria) per la loro situazione. Ma non è semplice. Claudio sta malissimo, la depressione è ormai conclamata, l’oblio tenta di risucchiarlo e niente sembra potergli ridare un barlume di vita. Vergy ci prova a scuoterlo, ma a poco conta. Sa che il suo amico si riprenderà. Forse. Col tempo. Loro hanno bisogno di fare, di esserci, di combattere. Forse non lo sanno nemmeno loro, forse è un’idea solo mia, forse sto anche sbagliando. Ma le cose stanno così: per quanto loro si ribellino all’idea di uccidere, scappare, rincorrere, seguire, sparare, ricucire ferite, seppellire amici… loro trovano forza vitale in questo. Tornano a respirare come pesci ributtati nel loro acquario. Ho detto acquario, non mare. È pur sempre una prigionia. Ma una prigionia che ti tiene in vita.

Fino a quando gli eventi non precipitano. No, nessun mostro. Nessun vampiro. Solo un sussurro nell’ombra, di notte, in un cimitero. Dicono si chiami Bisbiglio, dicono che sia senza pietà. Dicono se la prenda con chi la coscienza sporca. Dicono faccia cose terribili. Dicono che anche i più cattivi temono il Bisbiglio. Fa paura. Sta nell’ombra, è invisibile, sussurra, è presagio di morte imminente. Di lui, solo una sagoma nel buio, una figura nera e incappucciata. Silenziosa come la morte stessa. Le cose precipitano ulteriormente (è il minimo) quando un ricco signore di nome Verda li convoca nella sua villa. Verda vuole vendetta (e chi non la vuole?). Qualcuno ha ucciso suo figlio in maniera atroce e quel qualcuno deve essere ucciso. Deve sparire dalla faccia della terra. Quel Bisbiglio, quello che uccide gli uccisori, deve essere fatto fuori, e subito. Deve pagarla cara, e subito. Claudio, Vergy e Matt (il nano ivoriano caro ai lettori di Vergnani) lo hanno visto. Il Bisbiglio, a loro, del male non ne ha mai fatto. Ma perché? E chi è questo terribile assassino? Perché continua a gravitare attorno ai nostri senza mai palesarsi ma senza nemmeno far loro del male? Il cerchio si stringe sempre di più.

Nel buio e nel freddo della notte, nel caldo afoso del giorno, tra le macerie di una città una volta prospera e bellissima, Claudio e Vergy tentano di rimanere ai margini di una storia che però non fa altro che avvilupparli pagina dopo pagina, passo dopo passo, ipnotizzandoli quasi, sussurrando il loro nome come a incantarli. Molto presto, invece che ai margini, si troveranno proprio in mezzo a una tempesta di proporzioni gigantesche, in mezzo a un turbinio di orrore che non potrà lasciarli indifferenti, perché loro, lo abbiamo detto, un pochino hanno bisogno di queste cose. E queste cose hanno bisogno di loro, noi lo sappiamo.

Perché non gli ho dato un voto?

Mi è stato detto (pur scherzando) che poiché tra me e l’autore c’è un forte rapporto di amicizia, la mia recensione sarebbe stata sicuramente positivissima. La frase, voi capirete, mi ha messo un filo di pepe al culo e io, da Novembre a oggi, il libro non l’ho recensito apposta. Ne avrei proprio voluto stare fuori, da questa storia. Ignorare questo libro e lasciar perdere tutto. Tanto, la mia voce non sarebbe stata autorevole. Poi ci ho pensato. Ho pensato che a me sarebbe piaciuto recensirlo. Che ci tengo, a questo libro. Che lo hanno recensito tutti e perché io no? Chi sono? La figlia della serva? Io l’avrei recensito eccome. Dunque, l’ho riletto. Lo avevo già letto in bozza, e poi ancora e ancora. Lo sapevo quasi a memoria, ma l’ho riletto, ho voluto farlo, ne avevo bisogno per poter scrivere qualcosa che fosse interessante e giusto. Non gli darò un voto. Non mi interessa e non deve interessare a voi. Il mio voto sarebbe comunque giudicato. Se fosse alto: “Ah ma figurati, col rapporto che hanno!”. Se fosse basso: “L’ha fatto per depistarci, perché il voto alto sarebbe stato giudicato!”. Non sono prevenuta, credetemi.

Nessun voto, ma qualche considerazione, dunque.

A volte si muore è il primo vero giallo di Claudio Vergnani che ha deciso di spostarsi su altri piani narrativi per suo puro divertimento e per mettersi, ancora una volta, alla prova. Rimane un maestro dell’horror e l’horror viene fuori, prepotente, qui e lì. Nelle magnifiche atmosfere, nelle scene violente, in questa Modena che, noi ricordiamo, ha ancora dei vampiri che vagolano nelle Concimaie. L’horror non può staccarsi da Vergnani, noi lo sappiamo e ne godiamo in ogni singola espressione narrativa lui voglia donarci.

Nonostante il suo stile migliori di libro in libro, io continuo a ravvisare una tendenza alla prolissità che seguita a impensierirmi. Voi lo sapete: i mappazzoni non mi piacciono più. Ho poco tempo, poca pazienza, poco stupore. Ma questa, che lo si voglia (io no) o no (lui sì) è parte della sua cifra stilistica. Pare che aggiungere parole alle parole convalidi un’idea e pare che questa cosa convinca anche i suoi editor. Ma non convince me, che avrei tolto almeno una cinquantina di pagine. Almeno. Ma attenzione. Non sto dicendo che quelle cinquanta pagine siano inutili. Nulla lo è, perché lui è uno scrittore troppo capace e professionale e scafato per sprecare parole inutili e per rincoglionire con giri di parole. Ma se è pur vero che niente verrà sprecato o gettato o che per nessun episodio ci sarà da sbuffare, è altresì vero che le molte parole, almeno per quanto mi riguarda, distraggono.

Dei personaggi principali poco dirò: sono tra i migliori personaggi che il panorama letterario italiano conosca. Il fatto che non siano conosciuti dal grandissimo pubblico e dalle major non ha nessuna importanza e non toglie un briciolo di splendore a questi due capolavori. Presenti, lucidamente folli, colti, autoironici. Sono i migliori amici che tutti vorremmo. I nemici che mai vorremmo avere alle nostre spalle.

I personaggi secondari, anche quelli che arrivano e subito sembrano scomparire (come l’astuto e malvagio Dottor Schweitzer) sono perfettamente caratterizzati e inseriti sapientemente nella storia. Prova è che, nonostante gli episodi siano abbastanza brevi, non vi dimenticherete di nessuno di loro perché anche loro, come tutti gli altri, contribuiscono a fare di questo libro quello che è.

Il plot è quello di un giallo classico che Vergnani si annoiava a tenere troppo lineare. A dare quel pizzico di pepe in più, quello zick in più a cui l’autore ci ha abituati, tante situazioni al limite del paradossale, moltissimi nemici bizzarri (gente simpatica che va in giro vestita da coniglio con orecchie che sono lame e fiori che spruzzano acido, tanto per dirne solo una) molti amici ritrovati (non tutti graditi dalla sottoscritta) e tanta, tantissima adrenalina. Topica, a mio avviso, la scena dentro la villa di Verda. Un esempio di lucidità e abilità narrativa che ha continuato a deliziarmi anche dopo molto letture.

Tema portante del romanzo è quello della giustizia, tema molto caro all’autore che, attraverso i suoi ormai molti romanzi trova il modo di parlarci di sé stesso, dei suoi ideali e dei suoi valori spingendoci a forza verso varie riflessioni sulla vita e su noi stessi che non sempre si rivelano essere piacevoli. Oserei dire quasi mai.

Ma la firma di Vergnani si ritrova ancora una volta verso la fine, nelle ultime pagine, in una chiusa dalla bellezza commovente che, posso dirlo senza sembrare celebrativa, mi ha portato alle lacrime. Ma del resto ci siamo abituati, a questo, con lui. Dopo il casino, dopo la morte, dopo tutto quel sangue arriva sempre il momento che sembrerebbe discensivo e che invece si rivela essere tutto il succo del romanzo, tutto quello che bisogna sapere, tutto quello che si vuole sapere dopo aver finito un libro del genere.

Ci dev’essere una differenza fondamentale tra chi muore e chi non muore. E non credo che si tratti sempre di una morte fisica, quanto di quella morale. C’è una differenza fondamentale tra chi muore piano ogni giorno, lasciandosi vivere e chi decide di non morire, vivendo davvero, facendo davvero, ogni secondo di ogni minuto. Bisogna solo capire da che parte stiamo, se vogliamo morire oppure no.

Terreno di sepoltura

cover

Titolo: Terreno di sepoltura

Autore: Davide Camparsi

Editore: Nero Press

Anno: 2016

Pagine: 59

Prezzo: 1,49 per il formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Una terra maledetta, un segreto che affonda le radici in un orrore antico come il mondo.
Harold lo sa bene e suo è il compito di proteggere questo segreto. Ma fino a che punto è lecito compiere il male a favore di un bene più grande? O sacrificare degli innocenti per salvare i propri cari?
Sono queste le domande che affliggono Harold mentre impugna la vanga contro il profilo tenebroso del Corno Nero. Interrogativi che ben presto tormenteranno anche suo figlio, Piccolo Jack, perché quello sotto la montagna è un dio volubile, primordiale e soprattutto affamato.
E qualcuno lo deve nutrire.

LA RECE DELLA KATE:

Lei è morta.

Lei. Sua moglie. La sua compagna. Tutto ciò che amava. L’ha vista con i suoi occhi. Divorata dai ratti, dilaniata dai loro denti, mangiata pezzo per pezzo. Ha sentito le sue grida troppo tardi, Harold. Ha trovato solo miseri e terribili resti, ha continuato a pronunciare il suo nome per minuti interi, cullandone il corpo maciullato e smangiucchiato senza pietà.

Lei. Sua madre. Il suo unico rifugio in un mondo troppo duro e troppo oscuro. Non ha visto, ma non conta. Il suo cuore SA. Sa che c’è una bestia, là sotto, appena sotto il punto di sepoltura. Sa quella bestia, quel loro dio personale e terribile ha bisogno di cibo, di carne fresca, ancora viva, dal sangue ancora pulsante. Sa che quel dio volubile e capriccioso non si accontenta mai, che non accetta mai un no come risposta, che non ama attendere troppo a lungo.

Quello è il loro destino, quello è il destino della loro stirpe maledetta dagli dei. Là sotto, sotto agli strati di terra, proprio dove loro posano i loro stanchi piedi, abita un essere disgustoso e così cattivo, ma così cattivo, da far impallidire ogni altro cattivo, da far impallidire la cattiveria stessa. Il punto è che… be’, ha bisogno di cibarsi. E non può esattamente farlo da solo. Non può certo uscire dalle profondità della terra e andare a mangiare qualcosa. No, non funziona così. È Harold a doverlo nutrire, è harold la madre riottosa e schifata, piena di dolore e di rabbia e di paura. Già, la paura. Perché lui ogni tanto ci ha provato a sottrarsi a tutto quel terrore. Ci ha provato a non portare carne fresca al dio là sotto; ma sono successe cose terribili. Terribili. Per una vita risparmiata, centinaia di vite spazzate via. No, così non può andare. Non può andare assolutamente.

Lo sa Harold, lo sa Piccolo Jack, quel bambino cresciuto troppo in fretta a latte e terrore. E il terrore cosa può fare a un essere umano? O lo annienta, o lo forgia.

Se cresci forgiato dal dolore, tu sarai un grumo di rabbia. Avrai vendetta liquida nelle vene al posto del sangue. Diventerai qualcuno che mai avresti voluto diventare perché avrai visto cose che mai avresti voluto vedere.

Perché gli ho dato 8?

Come dite? Sto diventando troppo buona?

🙂

Nah…

È che davvero mi stanno arrivando sotto le mani bei lavori, lavori fatti bene e fatti col cuore, con la voglia di raccontare, raccontarsi, emozionare e trasmettere sensazioni.

Terreno di sepoltura, che strizza l’occhio a un certo mondo Lovecraftiano, non deluderà nessuno di voi; che siate voi cultori di una certa letteratura o che siate invece totalmente ignoranti in materia.

Questo dio (potete immaginarlo come volete, per me sta in mezzo tra talpa, leone, orso e qualche altro animale. Grande come un tir, più o meno) vi spaventerà a morte. E più la vostra immaginazione sarà in grado di galoppare senza freni, più le permetterete di costruire questo dio così come i vostri incubi lo rappresenterebbero, tanto più darete modo all’autore di compiere ciò che si era – immaginiamo – prefissato: terrorizzare i vostri cuori e le vostre menti. Non ha molto tempo, è solo un racconto. Ha un pugno di pagine, che scorrono via senza lasciare nemmeno il tempo di prendere fiato. Ha un ritmo serratissimo, Camparsi, così come deve essere, così come vogliamo quando il tempo è poco. Chi ha tempo non aspetti tempo, noi vogliamo tremare sotto le coltri, noi vogliamo sapere e ancora sapere.

Noi vogliamo vendetta.

Camparsi costruisce un racconto breve ma molto intenso e molto oscuro (dai  che mai conosce la luce del sole, ma solo l’odore fitto della bruma e quello muschiato del sangue e della morte.

Non ci farà mancare niente, nemmeno qualche breve ma molto efficace incursione zombi, andando a pescare un altro simbolo horror per eccellenza, dando quindi modo proprio a ognuno di noi di trovare il nostro “feticcio” preferito.

Io, il mio, l’ho trovato in questo mostrone un po’ depresso e vagamente schizoide che si nasconde sotto metri di terra, capriccioso e volubile come una donna e senza pietà come il più terribile degli assassini. Chissà, forse cieco ma di certo non sordo, questo dio terrifico e spaventevole – pensiamo – ghigna sepolto nel suo terreno al pensiero della nostra sfrenata paura. Si ciba, di paura. E sì, ovviamente anche di essere umani vivi. Ma a quello ci pensa Harold.