Il potere curativo delle emozioni. Interpretare il linguaggio dei sintomi.

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Titolo: Il potere curativo delle emozioni. Interpretare il linguaggio dei sintomi.

Autore: Debora Selmi – Eleonora Giordano

Editore: Sperling&Kupfer

Anno: 2020 (Data di uscita – 3 marzo 2020)

Pagine: 480

Genere: Saggistica

Prezzo: 18,90 euro

Il voto della Kate: 8

 

SINOSSI: 

La salute è il risultato dell’equilibrio tra corpo, mente ed emozioni. Quando si crea una disarmonia appare la malattia, il modo che il nostro corpo ha per segnalarci che c’è qualcosa che non va. Ci sono emozioni che ci indeboliscono? La malattia contiene un messaggio? Cosa possiamo fare per ritrovare l’armonia? In questo libro Debora Selmi ed Eleonora Giordano, esperte di tecniche bionaturali, raccontano tutto ciò che hanno appreso e verificato nel corso degli anni lavorando con migliaia di persone: disturbi e patologie hanno una causa emotiva e ogni organo è collegato a una particolare emozione. Confrontandosi con altri esperti e condividendo riflessioni e studi, spiegano come imparare ad ascoltare i sintomi e soprattutto qual è il collegamento tra l’organo in cui si manifesta la malattia e l’emozione che li ha scatenati. Questo libro riesce quindi, in modo semplice e accessibile a tutti, a interpretare uno dei linguaggi più controversi e misteriosi, quello del corpo. Una lettura che ci permette di acquisire una nuova consapevolezza, e ci mostra la strada della comprensione e della guarigione.

LA RECE DELLA KATE: 

Prima di cominciare, come si usa dire, mi corre l’obbligo di salutare tutti voi e di darvi di nuovo il benvenuto sul blog che, per molto tempo, ho lasciato a sé stesso preferendo dare spazio ad altri canali comunicativi (ricordo che mi trovate anche su Facebook e su Instagram e trovate lì tutte le mie recensioni sia di libri che di serie che di film  🙂  Insomma, sembro sparita ma… ci sono eccome!)

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Ho un’altra cosa da dire, prima di cominciare a parlare davvero di questo testo: sono nipote (di nonno e di zia), figlia e sorella e cugina di farmacisti. Una stirpe familiare che ha dato la stura a una spirale di lauree in farmacia delle quali io sono estremamente grata, visto che ho più problemi di salute io di un’intera puntata di “E.R. Medici in prima linea” con la differenza che nella mia vita non c’è quel gran manzo di Clooney e men che meno telecamere disposte a riprendermi (cosa della quale sono immensamente grata, sia chiaro).
Faccio questa premessa perché? Perché nessuno si aspetterebbe da me la recensione a un libro di questo tipo. Perché ho sempre guardato con sospetto alla medicina alternativa. Mi sono sempre scagliata contro i “santoni dell’ultima ora”, ho sempre guardato con rimprovero malcelato le mie amiche reikiane e, per ogni volta che qualcuno mi consigliava qualcosa di alternativo/olistico/orientaleggiante io prendevo, giusto per sfregio, un Brufen600 solo per dimostrare che la medicina tradizionale conta ben più di qualsiasi seduta di qualunque cosa con chiunque.

Poi, Kate? Poi sono successe due cose: la prima cosa è che ho cominciato a soffrire pesantemente di cervicalgia e la seconda è che sono invecchiata. Forse la seconda cosa dovrebbe venire prima della prima. Invertitele voi, è uguale. Comunque. Poiché la mia vita era divenuta un inferno e gli antidolorifici facevano in tutto e per tutto parte della mia dieta mediterranea, non potendone assolutamente più di passare le notti a piangere invece di dormire (piangevo dal dolore, sia chiaro) e non sapendo più cosa fare di me stessa, feci (mi feci fare) un ciclo di riflessologia plantare. Non contò assolutamente a niente – anche perché la mia non era cervicalgia ma emicrania anche di un certo livello (cosa che ho scoperto grazie al Centro Cefalee). Ma a una cosa è sicuramente contata:

io

sono

cambiata.

In che senso? Beh io… io mi sono aperta alla possibilità, immagino. Immagino si possa dire che, per la prima volta nella mia vita, mi sono detta: <<Non ci credo granché, ma offro la mia fiducia, smetto di essere sempre così scettica e ci provo!>>.

Poi c’è stata l’agopuntura.

Poi la moxa.

Poi lo yoga.

Poi reiki.

Poi… loro. Eleonora e Debora.

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“Il potere curativo delle emozioni” racchiude tutto il loro lavoro, tutto il loro amore, tutta la loro passione, tutte le persone che hanno incontrato, tutte le esperienze che hanno vissuto, i loro dolori, ciò che erano e ciò che sono in questo loro meraviglioso presente.

E’ che quando uno dice “saggio” subito viene in mente qualcosa di molto noioso e didattico che piuttosto che leggerlo mi taglio un attimino la gamba poi arrivo. Ma questa è una cosa diversa. Strutturato su più livelli, diventa saggio ma anche narrativa ma anche biografia e tanta pura vita che scorre. Le prime pagine (probabilmente le più emozionanti, devo dirvi) raccontano la loro storia personale. E se pensate che sia facile raccontare la propria vita a sconosciuti che leggono il vostro libro, beh… vi sbagliate. Raccontarsi è un dono. E i doni bisogna saperli meritare.

Da lì in avanti è tutta in discesa, perché le autrici hanno cercato di “comprimere” il loro sapere e il loro know-how, ma non solo: lo hanno reso fruibile a chiunque. Non esiste un target di riferimento. Non è necessario essere medici, praticare reiki o essere degli esperti di medicina alternativa. Il linguaggio è semplice, la prosa lineare, i tecnicismi spiegati in maniera precisa ma senza quel sussiego a volte fastidioso e ridondante che tanto stona alle orecchie dei neofiti. Patologia dopo patologia, insieme alle due autrici compirete un viaggio attraverso il corpo umano che non diventa solo carne, ma soprattutto:

il vestito della nostra anima, e in quel vestito dobbiamo stare bene, sentirci a nostro agio”. Il corpo deve calzarci a pennello. Invece, quando qualcosa non va, inizia a “deformarsi” e smette di starci bene addosso.

Ma perché il vestito dell’anima non ci sta più bene? Perché comincia a cambiare? E’ qualcosa che ha a che fare con qualcosa che viviamo? Sono queste le domande da cui bisogna partire per leggere il corpo e le sue disarmonie.

Vi invito quindi a mettere da parte ogni sovrastruttura. Vi invito a leggere senza pre-giudizio. Vi invito a leggere le tante testimonianze che rendono questo volume l’emozione che è.

Vi invito a provare a farvi cambiare.

Qualcosa magari non lo condividerete, qualcosa invece sì.

Qualcosa non lo condividerete ora, ma poi il pensiero tornerà a quelle parole, a quel libro, e lo andrete a ripescare e risfogliare nuovamente.

Qualcosa vi colpirà in un punto non molto preciso tra cuore e stomaco.

Non abbiate paura: è solo vita che scorre.

Buona lettura. Non solo del libro, ma anche di voi stessi   😉

“V” – il cortometraggio

Ben ritrovati, amici lettori!

Poiché non di soli libri e McDonald’s vive l’uomo, oggi vi lascio un linkino preso da Youtube.

Si tratta di “V”, un cortometraggio BELLISSIMO realizzato ormai qualche tempo fa da Piernicola Arena, abile regista, con la collaborazione di Luca Toni (per la musica), Massimiliano Belloi (per gli effetti speciali) e Claudio Vergnani (per la sceneggiatura).

Il cortometraggio che vedrete (io ve lo consiglio CALDAMENTE) è liberamente ispirato al primo libro della trilogia vampirica scritta da Claudio Vergnani, Il 18° vampiro, libro che ha stregato, fin dalla sua prima uscita, lettori provenienti da tutta Italia.

Buona visione e buon divertimento,

K.

“V” – IL CORTOMETRAGGIO

 

A volte si muore

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Titolo: A volte si muore

Autore: Claudio Vergnani

Editore: Dunwich

Anno: 2016

Pagine: 402

Prezzo: 14,90 euro in formato cartaceo acquistabile qui – 3,99 euro per il formato digitale acquistabile qui 

Il voto della Kate: No, non ve lo dico, poi vi spiego perché

SINOSSI:

In una città dove intere aree erano preda di criminali e maniaci, di bande mascherate, di stupratori seriali e pazzi sbandati, e sotto il controllo di gangster in doppiopetto, si muoveva un assassino misterioso e invisibile chiamato il Bisbiglio. La leggenda voleva che solo i morti che si lasciava dietro – straziati e oltraggiati – potessero vederlo. Infliggeva una fredda violenza e una studiata crudeltà, muovendosi con astuzia nel buio e nel silenzio. Colpiva quando le sue vittime erano ignare, indifese o deboli. Oppure, al contrario, quando erano certe di essere al sicuro. E, quel che era peggio, non comprendevamo nemmeno perché lo facesse. Non eravamo un passo indietro, eravamo proprio anni luce distanti. Eppure, in qualche modo, sentivamo che il cerchio ci si stava stringendo intorno, che alla fine, in un modo o nell’altro, lo avremmo visto anche noi…

LA RECE DELLA KATE:

“Se rispetti la legge non avrai mai giustizia. Una volta compreso questo, il resto viene da sé.”

Molto bene, amici.

Alzi la mano chi conosce Claudio e Vergy.

Ho detto chi CONOSCE!

Ok.

Tutti gli altri, fuori.

Ahahahahha, scherzo, scherzo!!! Fermi lì. Non muovete un muscolo. Continuate a leggere. Ci siamo tutti? Ho la vostra attenzione? Proseguiamo nell’ennesimo delirio, alors.

Visto che qualcuno, là in fondo, non ha alzato la mano, faccio una piccola (davvero piccola altrimenti stiamo qui fino a Pasqua e io avrei da fare giusto due o tre cosine) premessa a tema personaggi principali.

Claudio e Vergy sono due ex militari. Amici sin dai tempi della mattanza vampirica (vedi romanzi Il 18° vampiro, Il 36° giusto e L’ora più buia) non hanno mai smesso di frequentarsi e dividere fortune (poche) e disgrazie (abbastanza da stremarli nel fisico e nella mente). Entrambi sulla cinquantina, entrambi abbastanza grossi da far paura, entrambi senza… be’, diciamo che nessuno dei due naviga nell’oro. Claudio, a onor del vero, una casa ce l’ha. Ma in questo momento storico è affittata a un gruppo di persone la cui nazionalità è sconosciuta e comunque non molto importante. Sostiene che potrebbe sfrattarli e tornare a casa sua, e noi siamo d’accordissimo con lui, ma poi riflette anche sul fatto che se li sfrattasse sarebbero loro gli infelici e i senzatettto e questo non fermerebbe certo la spirale di miseria che permane nella situazione attuale. Insomma, Claudio è fatto così e ce lo teniamo così.

Vergy una casa l’aveva, ma attualmente è nelle mani del Comune perché inagibile. Potrebbe riprendersi casa sua solo pagando delle spese accessorie e lui non è che ne abbia molta voglia. Ma, voglia a parte, quei soldi non li ha, il che rende tutto molto più chiaro. La casa di Vergy, quando era in piedi, era anche un bel bocconcino. Una villa antica. Sapete no, soffitti alti, finestre ampie, caminetti, giardini un po’ inselvatichiti. Quella roba lì. Poi vabbè il tempo, la consunzione, i vampiri, i terremoti, i vandali, e lo stesso Vergy hanno contribuito a renderla… ehm… pittoresca e creepy vi può andar bene? Ma della casa di Vergy non occupiamoci più, non è agibile, quindi il problema non si pone.

Claudio, oltre a essere un inguaribile sentimentale e a soffrire di depressione e a imbottirsi di antidepressivi e ansiolitici si è anche sparato in bocca. O almeno. Voleva spararsi in bocca, poi però ha preso la guancia e adesso è un tantinello sfregiato, ma anche di questo non ci deve interessare, e se volete sapere tutta la storia, o miei dolcissimi e ignorantissimi amici, dovrete per forza cominciare dall’inizio e leggervi almeno qualcuno dei libri precedenti a questo.

Credo (forse da qualche parte viene detto, ma non ne sono sicura e non posso rileggermi adesso tutti i libri di Vergnani) che Vergy sia alto sui due metri e pesi sui centoventi chili. Di muscoli, eh. Solidi muscoli italici sviluppati sul campo, irrobustiti a forza di calci in culo dati ai disonesti, ai cattivi, alla feccia dell’umanità. Le hanno viste tutte, i nostri due amici. Tutte. Mostri di ogni genere, non necessariamente di fantasia. I mostri peggiori che i loro occhi hanno visto erano umani come loro. Avevano due braccia, due gambe, due occhi. Uomini privati ormai di tutto. Non solo del cuore, ma anche del coraggio e dell’umanità stessa.

Claudio e Vergy vivono alla giornata, mangiano cinese di dubbia qualità, si allenano, bevono una quantità imbarazzante di caffè, di uova e di salame. Non disdegnano un bicchierino di qualcosa di forte e, non si sa bene come, finiscono sempre immischiati in una valanga di guai. Sempre.

Le cose, da quando sono tornati da Lovecraft’s Innosmouth (vedi romanzo omonimo), non sono molto migliorate, anzi. La città è sempre più abbandonata a sé stessa, sempre più in mano a bande di criminali senza paura e senza umanità. Un viluppo di gang pericolosissime che, senza più controllo delle autorità, sono ormai allo sbando più completo. Sembra quasi che tutto il terrore e il disgusto per lo stato attuale delle cose e per tutta la merda che è stata vista in passato sia sfociata in atti vandalici, uccisioni e violenze di ogni tipo. Certo, ne sono successe di cose. E forse era inevitabile che la situazione finisse al collasso più completo. Ma fa male, tutto questo. Fa male soprattutto ai nostri due protagonisti, senza casa, con pochi soldi in tasca (quelli ricevuti come compenso da Brandellini) e nessuna speranza per il futuro. Una vecchia stazione militare nei pressi di un cimitero sembra essere l’unica soluzione (almeno provvisoria) per la loro situazione. Ma non è semplice. Claudio sta malissimo, la depressione è ormai conclamata, l’oblio tenta di risucchiarlo e niente sembra potergli ridare un barlume di vita. Vergy ci prova a scuoterlo, ma a poco conta. Sa che il suo amico si riprenderà. Forse. Col tempo. Loro hanno bisogno di fare, di esserci, di combattere. Forse non lo sanno nemmeno loro, forse è un’idea solo mia, forse sto anche sbagliando. Ma le cose stanno così: per quanto loro si ribellino all’idea di uccidere, scappare, rincorrere, seguire, sparare, ricucire ferite, seppellire amici… loro trovano forza vitale in questo. Tornano a respirare come pesci ributtati nel loro acquario. Ho detto acquario, non mare. È pur sempre una prigionia. Ma una prigionia che ti tiene in vita.

Fino a quando gli eventi non precipitano. No, nessun mostro. Nessun vampiro. Solo un sussurro nell’ombra, di notte, in un cimitero. Dicono si chiami Bisbiglio, dicono che sia senza pietà. Dicono se la prenda con chi la coscienza sporca. Dicono faccia cose terribili. Dicono che anche i più cattivi temono il Bisbiglio. Fa paura. Sta nell’ombra, è invisibile, sussurra, è presagio di morte imminente. Di lui, solo una sagoma nel buio, una figura nera e incappucciata. Silenziosa come la morte stessa. Le cose precipitano ulteriormente (è il minimo) quando un ricco signore di nome Verda li convoca nella sua villa. Verda vuole vendetta (e chi non la vuole?). Qualcuno ha ucciso suo figlio in maniera atroce e quel qualcuno deve essere ucciso. Deve sparire dalla faccia della terra. Quel Bisbiglio, quello che uccide gli uccisori, deve essere fatto fuori, e subito. Deve pagarla cara, e subito. Claudio, Vergy e Matt (il nano ivoriano caro ai lettori di Vergnani) lo hanno visto. Il Bisbiglio, a loro, del male non ne ha mai fatto. Ma perché? E chi è questo terribile assassino? Perché continua a gravitare attorno ai nostri senza mai palesarsi ma senza nemmeno far loro del male? Il cerchio si stringe sempre di più.

Nel buio e nel freddo della notte, nel caldo afoso del giorno, tra le macerie di una città una volta prospera e bellissima, Claudio e Vergy tentano di rimanere ai margini di una storia che però non fa altro che avvilupparli pagina dopo pagina, passo dopo passo, ipnotizzandoli quasi, sussurrando il loro nome come a incantarli. Molto presto, invece che ai margini, si troveranno proprio in mezzo a una tempesta di proporzioni gigantesche, in mezzo a un turbinio di orrore che non potrà lasciarli indifferenti, perché loro, lo abbiamo detto, un pochino hanno bisogno di queste cose. E queste cose hanno bisogno di loro, noi lo sappiamo.

Perché non gli ho dato un voto?

Mi è stato detto (pur scherzando) che poiché tra me e l’autore c’è un forte rapporto di amicizia, la mia recensione sarebbe stata sicuramente positivissima. La frase, voi capirete, mi ha messo un filo di pepe al culo e io, da Novembre a oggi, il libro non l’ho recensito apposta. Ne avrei proprio voluto stare fuori, da questa storia. Ignorare questo libro e lasciar perdere tutto. Tanto, la mia voce non sarebbe stata autorevole. Poi ci ho pensato. Ho pensato che a me sarebbe piaciuto recensirlo. Che ci tengo, a questo libro. Che lo hanno recensito tutti e perché io no? Chi sono? La figlia della serva? Io l’avrei recensito eccome. Dunque, l’ho riletto. Lo avevo già letto in bozza, e poi ancora e ancora. Lo sapevo quasi a memoria, ma l’ho riletto, ho voluto farlo, ne avevo bisogno per poter scrivere qualcosa che fosse interessante e giusto. Non gli darò un voto. Non mi interessa e non deve interessare a voi. Il mio voto sarebbe comunque giudicato. Se fosse alto: “Ah ma figurati, col rapporto che hanno!”. Se fosse basso: “L’ha fatto per depistarci, perché il voto alto sarebbe stato giudicato!”. Non sono prevenuta, credetemi.

Nessun voto, ma qualche considerazione, dunque.

A volte si muore è il primo vero giallo di Claudio Vergnani che ha deciso di spostarsi su altri piani narrativi per suo puro divertimento e per mettersi, ancora una volta, alla prova. Rimane un maestro dell’horror e l’horror viene fuori, prepotente, qui e lì. Nelle magnifiche atmosfere, nelle scene violente, in questa Modena che, noi ricordiamo, ha ancora dei vampiri che vagolano nelle Concimaie. L’horror non può staccarsi da Vergnani, noi lo sappiamo e ne godiamo in ogni singola espressione narrativa lui voglia donarci.

Nonostante il suo stile migliori di libro in libro, io continuo a ravvisare una tendenza alla prolissità che seguita a impensierirmi. Voi lo sapete: i mappazzoni non mi piacciono più. Ho poco tempo, poca pazienza, poco stupore. Ma questa, che lo si voglia (io no) o no (lui sì) è parte della sua cifra stilistica. Pare che aggiungere parole alle parole convalidi un’idea e pare che questa cosa convinca anche i suoi editor. Ma non convince me, che avrei tolto almeno una cinquantina di pagine. Almeno. Ma attenzione. Non sto dicendo che quelle cinquanta pagine siano inutili. Nulla lo è, perché lui è uno scrittore troppo capace e professionale e scafato per sprecare parole inutili e per rincoglionire con giri di parole. Ma se è pur vero che niente verrà sprecato o gettato o che per nessun episodio ci sarà da sbuffare, è altresì vero che le molte parole, almeno per quanto mi riguarda, distraggono.

Dei personaggi principali poco dirò: sono tra i migliori personaggi che il panorama letterario italiano conosca. Il fatto che non siano conosciuti dal grandissimo pubblico e dalle major non ha nessuna importanza e non toglie un briciolo di splendore a questi due capolavori. Presenti, lucidamente folli, colti, autoironici. Sono i migliori amici che tutti vorremmo. I nemici che mai vorremmo avere alle nostre spalle.

I personaggi secondari, anche quelli che arrivano e subito sembrano scomparire (come l’astuto e malvagio Dottor Schweitzer) sono perfettamente caratterizzati e inseriti sapientemente nella storia. Prova è che, nonostante gli episodi siano abbastanza brevi, non vi dimenticherete di nessuno di loro perché anche loro, come tutti gli altri, contribuiscono a fare di questo libro quello che è.

Il plot è quello di un giallo classico che Vergnani si annoiava a tenere troppo lineare. A dare quel pizzico di pepe in più, quello zick in più a cui l’autore ci ha abituati, tante situazioni al limite del paradossale, moltissimi nemici bizzarri (gente simpatica che va in giro vestita da coniglio con orecchie che sono lame e fiori che spruzzano acido, tanto per dirne solo una) molti amici ritrovati (non tutti graditi dalla sottoscritta) e tanta, tantissima adrenalina. Topica, a mio avviso, la scena dentro la villa di Verda. Un esempio di lucidità e abilità narrativa che ha continuato a deliziarmi anche dopo molto letture.

Tema portante del romanzo è quello della giustizia, tema molto caro all’autore che, attraverso i suoi ormai molti romanzi trova il modo di parlarci di sé stesso, dei suoi ideali e dei suoi valori spingendoci a forza verso varie riflessioni sulla vita e su noi stessi che non sempre si rivelano essere piacevoli. Oserei dire quasi mai.

Ma la firma di Vergnani si ritrova ancora una volta verso la fine, nelle ultime pagine, in una chiusa dalla bellezza commovente che, posso dirlo senza sembrare celebrativa, mi ha portato alle lacrime. Ma del resto ci siamo abituati, a questo, con lui. Dopo il casino, dopo la morte, dopo tutto quel sangue arriva sempre il momento che sembrerebbe discensivo e che invece si rivela essere tutto il succo del romanzo, tutto quello che bisogna sapere, tutto quello che si vuole sapere dopo aver finito un libro del genere.

Ci dev’essere una differenza fondamentale tra chi muore e chi non muore. E non credo che si tratti sempre di una morte fisica, quanto di quella morale. C’è una differenza fondamentale tra chi muore piano ogni giorno, lasciandosi vivere e chi decide di non morire, vivendo davvero, facendo davvero, ogni secondo di ogni minuto. Bisogna solo capire da che parte stiamo, se vogliamo morire oppure no.

È così difficile morire

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Titolo: È così difficile morire?

Autore: Fabrizio Cavazzuti

Editore: Artestampa

Anno: 2017

Pagine: 256

Prezzo: 16,00 euro per il formato cartaceo disponibile qui – 7,49 per il formato digitale disponibile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Un cimitero al tramonto, una ragazza, un assassino. Ecco i tre classici ingredienti con cui può cominciare un buon horror. Ma c’è un problema: lo scrittore non riesce a buttare giù nemmeno una riga e continua a mangiare compulsivamente caramelle alla liquirizia. La ragazza, a dire il vero, non è molto carina, e il cimitero è più un poetico camposanto di montagna che un luogo sinistro e spettrale come vorrebbe il genere. Bisogna accontentarsi. Siamo a Lotta di Fanano, un piccolo borgo dell’Appennino modenese, all’inizio del Novecento. Sembra tutto abbastanza normale, a parte quella cosa che luccica nella mano di un losco figuro apparso all’improvviso, e che colpisce ripetutamente la ragazza, senza pietà. Lei non urla però, nemmeno un’invocazione d’aiuto, mentre l’assassino continua a infierire su di lei, senza colpirla a morte, sembra quasi che aspetti un suo grido…

LA RECE DELLA KATE:

Fabrizio Cavazzuti è, prima di tutto, un amico.

Nel 90% dei casi sono gli altri a chiedermi una recensione, ma con gli amici devo chiedere IO di poter recensire. Sapete, credo sia una questione di pudore. Siamo amici, sfrutto l’amicizia per una recensione (che pur essendo, appunto, mia, comodo fa sempre)? Nahhh, la gente non lo fa, di solito. Gli amici-amici, dico. Gli amici normali lo fanno eccome (e fanno benisssssssimo!). Ma con gli amici-amici devo essere io a propormi. E lo faccio sempre con immenso piacere, soprattutto quando SO di essere in buonissime mani.

E con Fabrizio SONO in buonissime mani.

Fabrizio è un giallista che ama aggirarsi, come piace a me, nel suo territorio. Conosce e ama la sua città, Modena, e conosce e ama le sue montagne, che ama frequentare e godere in tutta la loro bellezza. Avete presente il Cimone? Andate a vedere qualche foto su Google, su, correte.

Io lo vedo, il Cimone, alla mattina. Quando c’è bel tempo si vede benissimo, nonostante io sia molto lontana da lui. Senza foschie e senza nubi quasi si può vedere a occhio nudo l’osservatorio posto sulla sua cima. Si può vedere tutto, anche i singoli accumuli di neve. Sembra rosa, da lontano e col sole messo in quella posizione. Quasi è bello abitare in pianura quando ti svegli e puoi ammirare uno spettacolo del genere.

Io, poi, ho anche una casetta sull’Appennino tosco-emiliano, ve ne avevo già parlato. Il paesino (il più grande dell’Appennino, direi, ma forse dico una str…) si chiama Pievepelago. Caratteristico, piccino, incastrato tra le montagne, abbastanza lontano da Modena da sentirsi in vacanza, abbastanza vicino a Modena da poterci andare comodamente facendo solo due orette di auto. Questo per dire, insomma, che conosco bene le atmosfere, se non i luoghi, nei quali Cavazzuti ambienta i suoi romanzi e quindi altrettanto bene riesco a lasciarmi le più sfruttate location cittadine alle spalle per tuffarmi di testa nelle sue sempre bellissime storie.

Appena partita e sto già facendo confusione. Ma voi mi capirete: non solo sono le 9 del mattino di sabato, non solo ho dormito malissimo, ma questo romanzo è anche MOLTO particolare. E se sarete così buoni da scaricare almeno un estratto del romanzo da Amazon vi accorgerete che recensirlo non è affatto semplice.

Calma.

La storia.

La storia è presto detta, siamo pur sempre in un giallo.

Siamo a Lotta di Fanano, un piccolissimo paese di montagna. Chiudete gli occhi. Lo immaginate no? No, però aspettate. Siamo nel 1910. Adesso sì che, forse, potete immaginarlo bene. Quante case? Quindici? Forse venti? Facciamo trenta, ma non credo ce ne saranno state molte di più. Una piccolissima piazza? Può essere. Sicuramente una chiesa. Le panchine c’erano? Non saprei, forse qualche sedia piazzata sotto gli alberi più frondosi e comunque non adesso, visto che non è estate. Insomma, un bus, un buco, come diciamo noi da queste parti. Tutti conoscono tutti. C’è un medico, c’è un prete, c’è la matta del paese, ci sono i ragazzi annoiati che ancora non sanno che a pochi chilometri c’è Modena, che anche nel 1910 doveva essere una figata ma loro sono lì a marcire.

No, aspetta.

Non marciscono.

Muoiono. Tutti.

Eh sì, a Lotta di Fanano accade questo. I ragazzi muoiono.

Tutto ha avuto inizio con l’aggressione a Giliola nel cimitero cittadino. Tagli e ferite e lei nemmeno un fiato. Così poca soddisfazione che l’aggressore si è dileguato nella notte senza finirla definitivamente. Ma lei non ha urlato mica per non dargli soddisfazione, è che è sordomuta. Ma insomma, lei se non altro è sopravvissuta. Certo, per star bene sta mica bene. Ha un problema di tagli ovunque. Ma è viva. Lo stesso non può dire Rosa, la figlia di Ulrico. Lo stesso non può dire Luigina. Lo stesso non può dire la madre di Luigina. Lo stesso non può dire Fulvio. O Olmo. Insomma, c’è un po’ di caos. Ci sarebbe caos anche se si trattasse della città, ma trattandosi di un bus, di un buco, le cose si complicano un tantino anche per quelle più gnocche, più semplici. Tutta ‘sta gente è da portare a Pavullo, per dire, e di macchine non è che ce ne siano tante, anzi. C’è da organizzare i trasporti e poi, naturalmente, cercare di capire chi si sta divertendo a falcidiare alcuni ragazzi del paese.

A farsi carico – per amore della sua bella Giulietta-la-pazza – delle indagini, il medico del paese. Che non dev’essere una bellezza, ma ha se non altro un gran cuore e un certo spirito investigativo.

Insomma, niente commissari, niente detective, niente CSI.

Qui siamo a inizio ‘900, essere vivi è già un miracolo, un pericoloso assassino si aggira o tra le case o tra i boschi, fatto sta che nessuno dice che il prossimo non potresti essere tu e insomma… le cose non vanno benissimo.

In mezzo a questo calderone di informazioni, sangue e morti, c’è anche un narratore suonato come una campana che non sa bene come raccontare le cose per rendere l’idea e che continua a spostarsi da un personaggio all’altro per modificare il POV (il punto di vista, ormai dovreste saperlo) a vantaggio del lettore. Le difficoltà sono quindi due: tenere a bada ‘sto narratore sui generis e riuscire a capire come dipanare anche solo un pochino la nebbia che aleggia nelle nostre menti semplici (la mia, perlomeno).

Perché gli ho dato 7½?

Anche in questo caso mi sento di fare due discorsi ben distinti.

Il primo deve per forza riguardare la scelta narrativa, sicuramente se non nuova, almeno coraggiosa.

Il secondo deve riguardare invece il plot narrativo.

Il plot narrativo è classico (la gente muore -> ollallà chi sarà mai stato?), ma la soluzione arriva con molta fatica. Personalmente avrei preferito, a vantaggio di chi i gialli non li mangia per colazione, più chiarezza. Vero è che vengono fatti molti riassunti a beneficio del lettore, ma questo volta nemmeno quelli mi sono stati sempre sempre di aiuto. Talvolta sembra che ci fosse una vera urgenza di scrivere senza però tenere conto del fruitore finale del prodotto. Il cliente, il lettore.

La scelta narrativa è invece encomiabile, simpaticissima, unica nel suo genere. Il narratore di questa storia è un uomo del presente come noi che si ritrova, chissà mai perché (non viene specificato e a noi poco deve importare) nel 1910 e, per sua sfortuna, si trova a dover assistere alla prima aggressione. La ragazza è bruttina, non è certo quella gran gnocca da salvare, e comunque lui non può agire in nessun modo sulla storia ma… oh, insomma, intanto ha visto e adesso qualcosa deve fare. E cosa fa? Racconta. Più che narrazione diventa quindi una sorte di cronaca radiofonica scanzonata e a tratti imbranata che riesce perfettamente a far sì che questo romanzo non si prenda sul serio.

Ormai lo sapete come la penso, o lo sa chi è, con me, in rapporti stretti.

Il ruolo dello scrittore maledetto che si prende tanto sul serio a me sta stretto. Eppure ce ne sono davvero tanti. Voi non potete immaginare quanti. Il punto è che voi magari siete gente normale e non frequentate come me il mondo editoriale e quello degli scrittori. Ma io vi assicuro che là fuori c’è gente strana. Gente che vende due libri l’anno e quando gli viene chiesto Che lavoro fai cicciobello? Questo risponde, tronfio, Lo scrittore! Gente che si autocita su Facebook, manco citasse la Levi Montalcini. Gente che ti grattugia i maroni tutti i giorni e che (scusate il gergo) spamma ogni scoreggia che fa.

No no no no. Così non va bene.

Io ho bisogno di leggerezza. Ho bisogno di gente scanzonata. Ho bisogno di gente che scrive per divertirsi e per comunicare, non per diventare Lo scrittore. Ho bisogno di genuinità e questo libro, pur con tutte le sue imperfezioni (una cover secondo me molto migliorabile, un editing a volte un po’ troppo sbarazzino e qualche virgola ficcata qui e lì a caso) è GENUINO. E diverte. Diverte anche quando la soluzione al dilemma si fa difficile, anche quando il tutto diventa un po’ telenovela, diverte anche quando i personaggi sono abietti e non commentabili. Perché un po’ ti dimentichi che si sta parlando di una cosa seria, di molti morti, di una scia di sangue inquietante. Colpa di quell’imbecille del narratore, che ogni tanto parte per la tangente e si dimentica qual è il suo ruolo, accidenti a lui.

Insomma, tra una cosa e l’altra, un punto di demerito e molti di merito, io l’ho letto in un fiato e anche quando mi chiedevo “Maccccheccazz….???” comunque continuavo a leggere, perché la sua alchimia, la sua magia, questo libro la stava compiendo.

Se amate i gialli, se amate la scrittura sbarazzina, se non siete dei bacchettoni e vi piace divertirvi… scaricatelo, compratelo, fate quello che volete ma leggetelo.

E quando lo leggerete capirete anche che il titolo dato a questo romanzo è semplicemente geniale e adorabile.

Poi andate a recuperare anche gli altri libri di Cavazzuti, sempre gialli ma più tipici, meno visionari. Vale la pena.

Buon sabato, bimbiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!!!

Vincerò – L’ultima partita con Luciano Pavarotti

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Titolo: Vincerò – L’ultima partita con Luciano Pavarotti

Autore: Rocco Mastrobuono

Editore: Artestampa

Anno: 2016

Pagine: 151

Prezzo: 17,00 per il formato cartaceo

Il voto della Kate: 8/9

SINOSSI:

Cosa succederebbe se uno scrittore disperato in cerca di una storia di successo si imbattesse per caso in quattro vecchietti che giocano a carte in un bar e scoprisse che sono gli “amici della briscola” di Luciano Pavarotti? È ciò che accade a Rocco Mastrobuono, quarantenne ormai rassegnato al precariato, che si ritrova per le mani la storia che tutti vorrebbero raccontare: il dietro le quinte della vita di uno dei più grandi tenori di tutti i tempi, una star che ha calcato i più prestigiosi palcoscenici del mondo, un personaggio che ha riempito non solo i teatri ma anche i rotocalchi con la sua movimentata e controversa vita sentimentale. Mastrobuono per la prima volta si sente baciato dalla fortuna. Finalmente anche a lui si schiuderanno le porte delle librerie, dei milioni di copie, delle ribalte televisive. Basta offrire un ammazzacaffè ai placidi vecchietti, raccogliere un po’ di notizie di prima mano, trovare un editore e il gioco è fatto. Così comincia la storia di “Vincerò”, e così cominciano anche i problemi di Mastrobuono. La sua impresa, infatti, si rivela ben presto in tutta la sua difficoltà: il fatto è che gli amici di infanzia di “Lucianino” non si sognano neppure di venderlo per un Fernet al primo che passa. Fedeli compagni nella vita, sono ora gelosi custodi di innumerevoli segreti…

LA RECE DELLA KATE:

Nome: Rocco Mastrobuono.

Anni: quaranta.

Professione: Siam già fermi… non si sa bene. Giornalista. Scrittore. Basta che ci sia qualcosa da fare di decente e lui la farebbe, se ci fosse l’occasione. Solo come un cane, senza un lavoro, senza una famiglia, Mastrobuono si trova a Modena per caso e senza molta spinta. Il colloquio di lavoro è andato male e lui è pronto per tornare al sud, proporsi per l’ennesima biografia e tentare di andare avanti così, come si dice a Modena “tra il les e il frust“, tra il leso e il frusto, tra il rovinato e lo spacciato, ecco.

Guidato dall’istinto che è proprio degli animali e dei disperati Mastrobuono si trova a bere l’ultimo caffè in una delle tante polisportive della città. Sono tutte uguali; un po’ tristi, molto desuete, popolate da decine di anziani che passano la giornata in compagnia giocando a briscola o a bocce. Probabilmente queste cose qui succedono anche in altre città Italiane, ma noi modenesi, le nostre polisportive, le abbiamo nel cuore. E lui capita alla Polisportiva Invicta San Faustino, da non confondersi con l’altra, la San Faustino e basta, da un’altra parte di Modena.

E tutto, ma proprio tutto, comincia qui, alla polisportiva.

Nel tavolo a fianco, quei quattro vecchietti, quelli che giocano a briscola concentrati e serissimi, stanno proprio parlando di lui. E ci vorrebbe la elle maiuscola per parlare di quel lui, che non è Dio ma che qui a Modena è quasi come se lo fosse. Il Maestro. Il più grande cantate di tutti i tempi. Il Nessun dorma più potente e famoso di ogni epoca. Lui, Luciano Pavarotti. Ma vuoi vedere che questi quattro qui lo conoscevano? Mastrobuono sente odore di occasione, di opportunità, di scrittura… di soldi! Dai che ci viene fuori una bella biografia un po’ nuova, di quelle un po’ intimistiche e da sfregamento di mani, dai!

Da quel giorno, ogni giorno, Mastrobuono tornerà in polisportiva per tentare di estorcere informazioni a due di quei quattro ottantenni. Una si chiama Colonnello, l’altro Bola. Soprannomi, ovviamente. Ma poco importa, perché loro SANNO. Certo… bisogna poi vedere se dicono tutto quello che sanno, se tutto quello che dicono è verità, se hanno voglia di parlare, se non si divertiranno a prenderlo per il culo ma… una cosa è certa: loro sanno qualcosa.

Perché gli ho dato 8?

Intanto partiamo da una premessa: credo fosse mia madre l’appassionata di Pavarotti. E credo che in casa mia si ascoltasse spesso e volentieri, intervallando il Nessun dorma con Andavo ai cento all’ora di Morandi. Insomma, se sono cresciuta confusa un motivo ci sarà. Ad ogni buon conto, quello che volevo dire è che non so con esattezza da dove nasca la mia simpatia per Luciano Pavarotti, ma deve avere le sue radici (e anche piuttosto profonde) da qualche parte, là, nel mio passato. Ad Artestampa, la casa editrice di questo romanzo, io avevo anche mandato il mio CV, nella speranza che un po’ di editing… magari anche un ruolo minore… magari anche per pulire i cessi… niente, non hanno bisogno. Ma siamo rimasti amici, almeno su Facebook. E qualche giorno fa, sulla loro pagina, hanno linkato l’intervista ai due signori di cui ho parlato prima, i co-protagonisti di questa storia. Le loro lacrime di commozione al ricordo del loro Lucianino e le loro voci limpide e così spiccatamente modenesi mi hanno spinta immediatamente in libreria. Dovevo avere quel libro, che è poi questo. L’ho letto in due ore, forse qualcosa di meno, bevendo le parole dell’autore come fosse nettare divino.

Mastrobuono riesce in un miracolo. Riesce, in pochissime pagine, a raccontarsi, a raccontare una città, a raccontare una popolazione e a raccontare il più grande tenore di tutti i tempi con una chiarezza, una lucidità e una simpatia da lasciare a bocca aperta.

Lui, giornalista disperato del sud, ha visto in Modena tutto quello che c’era da vedere; ha respirato ogni sanpietrino, ha compreso molto del passato e tanto del presente, ha sorriso bonariamente delle nostre idiosincrasie, si è fatto prendere in giro incassando da vero giocatore.

Mi sto dilungando, è vero? Mi viene spontaneo, quando parlo di qualcosa che mi ha appassionato, mi perdonerete.

Vincerò è una biografia ma è anche qualcosa di più, qualcosa che travalica il genere e arriva là dove certe cose non arrivano perché sporcate dalla rigidità e dal “si è sempre fatto così”. Mastrobuono ha trovato il modo di arrivare al lettore, a qualunque lettore, e di incantarlo. Ha trovato il modo di dire, ma senza dire troppo. Ha trovato il modo di raccontare senza “sparlare”. Gli è andato tanto vicino che più vicino di così forse non si potrebbe, senza sporcarsi da capo a piedi. Perché poi mettere le mani nelle vite di certi grandi significa quasi sempre uscirne sporchi di cacca. Perché certa gente ci gode, a nuotare nel torbido. Quello altrui, certo.

Vincerò, in primis, diverte. Poi insegna. Poi commuove.

Leggetelo.

LA CITAZIONE:

“Pensa mò che tra un tempo e l’altro dovevamo correre in camerino. C’era sempre una tavola apparecchiata e un tavolo da gioco con le carte pronte. Quando stavamo facendo una mano di gioco interessante, lui non riusciva a staccarsi, allora il personale di scena lo veniva a chiamare: “meno cinque”, “meno quattro”, “in scena, in scena” allora eravamo noi che gli dicevamo: dai, movet, vai a cantare, finiamo dopo, allora lui ci diceva: a  m’arcmand, non toccate mica le carte, lasciate tutto così; si alzava e andava in scena, e in due secondi passava dalla briscola alla ribalta.”

Nyctophobia: Mondo senza luce

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Titolo: Nyctophobia – Mondo senza luce

Autore: Carlo Vicenzi

Editore: Dunwich

Anno: 2016

Pagine: 282

Prezzo: 2,99 euro in formato digitale

Voto: 8

SINOSSI:

Le porte della città si sono chiuse alle spalle di Eliana, sul suo capo una sentenza di esilio che ha lo stesso sapore di una condanna a morte.
Nessuna luce. Il Buio ha nascosto il sole agli occhi degli uomini e ora il mondo è immerso nell’oscurità. In un futuro distopico gli esseri umani si sono rinchiusi nelle città, dove possono tenere a bada le Tenebre con il fuoco e l’elettricità. Ma l’ignoto ha sempre esercitato un ambiguo fascino sull’uomo e l’Oscurità sembra diffondere un irresistibile richiamo per coloro che le prestano orecchio. Gli sguardi si rivolgono all’esterno, là dove il Buio ha nascosto il mondo e lo ha plasmato a sua immagine: esseri privi di occhi strisciano dove la luce non arriva, creature sconosciute pronte a ghermire chiunque sia abbastanza pazzo da allontanarsi dalle zone illuminate.
Come può Eliana sopravvivere in quella nera realtà dove lo spegnersi della fiaccola significa morte certa? E, soprattutto, saprà resistere alla tentazione del Buio?

LA RECE DELLA KATE:

Ciao ragazzi!

A volte vi chiedo di chiudere gli occhi per meglio capire quello che la vostra fantasia vi suggerisce.

Lo chiedo anche questa volta. Chiudete i vostri occhi.

Non riapriteli più.

C’è buio, vero? Un buio nero e spaventoso, che diventa meno terrificante solo perché sapete con assoluta certezza che, una volta che li avrete riaperti, troverete il vostro computer, il vostro gatto, vostra moglie, il pavimento, il cielo e gli alberi. Chiudere gli occhi è un atto transitorio ma non meno disturbante. Non per niente tanti bambini hanno difficoltà a prendere sonno: il sonno è assenza di materia e di controllo. Spariscono mamma e papà, i pupazzi, spariscono i ricordi della giornata e si sparisce a propria volta. Chiudere gli occhi è morte apparente.

Ora immaginate che questo buio e questo nero entrino per sempre nella vostra vita. Di aprire gli occhi e non vedere nemmeno la vostra mano posta davanti agli occhi spalancati nell’oscurità. Immaginate di non vedere strade, monumenti, di non vedere il lucore dei marmi della Fontana di Trevi, della chiesa principale della vostra città, il vostro bel giardino, la vostra automobile. Poi amplificate questa sensazione orrenda in un tempo che va da qui all’infinito. Non riuscite a immaginare una vita senza luce, vero? Non riuscite proprio.

Ci ha pensato Carlo Vicenzi per voi, e vi ha regalato un romanzo IRRESISTIBILE. Lo vedete che gli ho dato un 8 pieno, no? Del mondo di Nyctophobia non riuscirete più a fare a meno, perché il Buio vi sorprenderà e vi ghermirà.

Sono passati circa sessant’anni da quando il sole è sparito, inghiottito dal Buio. Da allora molte cose sono cambiate. Un’involuzione planetaria ha preso il posto della gretta e pericolosa ondata di tecnologia degli anni che hanno preceduto l’arrivo del Buio. Le città si sono fortificate per proteggere i loro cittadini dai tremendi predatori che hanno fatto dell’oscurità la loro casa. Là fuori, fuori dalle città, nel buio più nero e meno affrontabile, gli animali hanno subito repentine mutazioni genetiche per sopravvivere in un mondo senza luce; hanno occhi giganteschi, denti come sciabole, proporzioni abnormi, propaggini luminose che spuntano dai corpi gibbosi e chitinosi. Sono esseri che si sono aggrappati alla vita e che per sopravvivere devono uccidere. A tutti i costi. Così come gli animali, anche le piante sono mutate. E anche gli esseri umani stessi. Li chiamano Scuoiatori. Hanno perso la parola e la loro umanità. Sono bestie senza freni, assetate di sangue. Vogliono ferire, uccidere, devastare. Attaccano carovane, viandanti, città. Nessuno, a meno che non sia molto coraggioso o molto fortunato, sopravvive a un attacco degli Scuoiatori. Ma è proprio in quel buio popolato da creature mostruose e bizzarre che si trova Eliana, tredici anni. Cacciata da Bologna, la sua città, Eliana dovrà trovare il modo di salvarsi la pelle e di mantenere intatta la sua dignità. Dovrà crescere in fretta, costruirsi a sua volta una corazza, mutare anche lei, come gli animali e le piante. Dovrà affrontare non solo i demoni reali che si nascondono nell’assenza di luce, ma anche i propri. Per fortuna, però, il Buio non ha inghiottito proprio tutto. Per fortuna qualcuno che ha conservato la luce ancora esiste. Si chiamano Glauco, Giona, Manno… sono tutti coloro che sono rimasti umani nonostante tutto, preservando il loro cuore, il loro coraggio, l’essenza stessa della loro anima. E mentre Eliana cerca di sopravvivere a tutto quel buio c’è qualcuno che non si arrende e che lotta per riavere il sole, perché Sole significa luce, luce significa vita e speranza, vita e speranza significano umanità e ripresa. Gli esseri umani non possono essere destinati a quella follia.

Nyctophobia è una distopia bellissima, scritta con maestria, coinvolgimento, amore, passione.

Nyctophobia fa accapponare la pelle. Come il dracco. Come le falene vampiro.

Nyctophobia è Buio che si materializza.

Nyctophobia è fantascienza, fantasy, horror tutto in un solo romanzo.

Ha ritmo, eccome se ne ha. Ha le parole giuste al momento giusto. Ha la speranza e la gioia ma non ha paura di dire alcune scomode (scomodissime) verità.

Vicenzi ha superato se stesso e il suo precedente lavoro, sempre di casa Dunwich, Ultima – La città delle contrade. Ha aggiunto molti tasselli in più alla sua bravura e gli auguro di cuore di avere il successo e il ritorno che merita, perché questo romanzo ha molto poco da invidiare a quelli di colleghi americani o inglesi.

Si dice sempre (io lo dico, e ci credo pure) che purtroppo i romanzi italiani ambientati in Italia non hanno lo stesso fascino di romanzi simili (o uguali) ambientati chessò io… in America. Una distopia ambientata a New York, insomma, è più figa. C’è poco da fare. Una certa filmografia e una certa letteratura ci hanno abituato a scenari post-apocalittici tra le enormi strade della Grande Mela, tra i su e giù di San Francisco, tra gli altissimi grattacieli di città enormi tragicamente svuotate, e adesso vogliamo quello.

Ok, facciamo un esempio pratico con un film che in tanti hanno visto.

28 giorni dopo. Ci siete?

Avrebbe lo stesso impatto, quel famoso frame, se alle spalle del protagonista non ci fosse una Londra evacuata ma non so… Pavia?

Siate sinceri.

La risposta è no. Non avrebbe lo stesso impatto.

Anche in questo caso leggere nomi (e avere queste città bene in mente) come Bologna, Modena, Reggio, Parma fa forse calare un poco la tensione. Ma porca miseria, ve lo giuro. Si dimentica tutto. E si legge. E basta.

Fatemi un piacere: scaricate questo ebook.

Lo sapete: in questo periodo rompo le palle con i titoli dei libri. Io avrei lasciato Nyctophobia e basta. Probabilmente esistevano altri romanzi con questo titolo e non si è potuto, ma per me è e rimarrà sempre e solo Nyctophobia.