Un passo oltre

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Titolo: Un passo oltre

Autore: Olga Gnecchi – Gianluca Ingaramo

Editore: Delos Digital

Anno: 2017

Pagine: 43

Genere: Horror

Prezzo: 1,99 euro – disponibile in formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Antonio è legato alla moglie da un sentimento indissolubile. Loretta adesso è molto cambiata ma, riprendendone le parole, “l’amore è doloroso: ti abbatte, ti fa strisciare, ma è in questo modo che fa girare il mondo e rimette a posto ogni cosa”. Per difenderlo è disposto a tutto.

LA RECE DELLA KATE:

A volte si vedono. Sempre meno spesso, ma si vedono. Sono anziani, a volte così curvi da sfidare le leggi della gravità. Camminano per mano in silenzio, senza dir nulla, perché tutto è stato detto e ripetuto. Non c’è bisogno di parole che colmino vuoti, non più. Immagino che a un certo punto della vita, anzi, quel silenzio sia come un nettare prezioso, una culla deliziosa nella quale lasciarsi andare. Che cosa meravigliosa essersi detti tutto ciò che era importante! Che cosa meravigliosa essere sereni e tranquilli che, nel corso degli anni, l’amore sia stato urlato, sussurrato, ansimato e graffiato e che adesso non resti altro che farsi compagnia, dolcemente, amabilmente, sottilmente. Quando li vedo sorrido triste. Triste perché? Non lo so. Ma li invidio anche di un’invidia buona e senza rancore, perché hanno avuto la fortuna più grande: trovare l’Amore.

Io li vedo Antonio e Loretta.

Li vedo come se li avessi qui davanti.

Lei che sorride civettuola, lui che non perde il piacere di carezzarle un fianco o baciarle il collo non più morbido e teso, lei che finge di arrabbiarsi e gli tira addosso una presina. Vedo anche i loro bisticci, sempre per le stesse cose da tanti anni, da quando si sono sposati. Antonio che fa il caffè e poi lascia tutto in giro, lei che dimentica di staccare la presa del ferro da stiro, lui che non si pulisce bene le suole delle scarpe prima di entrare in casa. Piccole, innocenti scaramucce da innamorati che svaporano in un battito di ciglia.

E adesso? Adesso Loretta è a letto. Sola. Legata. Antonio deve legarla, non può fare diversamente. E deve sedarla. Loretta ha bisogno di farmaci, di cure, di amore. Antonio non smette di amarla, anche se ormai della sua amata poco è rimasto. La pelle grigia, l’odore di malattia che impregna ogni centimetro della camera… tutto gli ricorda che ciò che è stato non tornerà mai più.

Ma pare ci sia una cura. Costosa, ma c’è. E Antonio è disposto davvero a tutto pur di provarci, tentare, fare quello che è in suo potere per salvare il suo amore, la sua Loretta. Anche uccidere.

Perché gli ho dato 8?

Ho dato 8 a questo racconto perché è un BELLISSIMO racconto che, per quanto mi riguarda, come spesso dico, poteva benissimo diventare un racconto lungo o un romanzo breve. Io non so cos’abbiano ‘sti scrittori che hanno fretta di pubblicare e liquidano così dei plot che invece sono tanto interessanti. Non so davvero cos’abbiano. Che fretta c’era, maledetta primavera???

Vabbè.

Comunque.

Prima di tutto: non avevo assolutamente capito fosse un horror.

Non è che non l’avessi capito: non me ne importava niente. Ho visto il racconto pubblicizzato su Facebook e ho messo a disposizione il mio blog, perché lo sapete, se c’è della roba bella in giro IO LA VOGLIO. Per me e per voi che leggete!

Conoscendo gli autori non è che mi sia posta il problema, sapevo che non potevo sbagliare di molto, quindi l’ho preso e basta, senza andare a leggere recensioni e sinossi e bla bla bla.

E… che sorpresa!

Ok. Della trama non posso parlare: svelerei troppo.

Sappiate solo che è un bellissimo racconto horror che si legge in pochissimo tempo, dalla bellissima cover, dal prezzo secondo me un filo esagerato (si legge davvero in mezz’ora) e caratterizzato da un senso del ritmo molto buono e – cosa ancora più importante – molto efficace. Il ritmo sinusoidale (lento-veloce-lento) si è mostrato adattissimo per questo tipo di storia, una storia che, prima di tutto, parla d’amore. Il lettore sarà quindi felice di seguire l’andamento della scrittura adattandosi perfettamente alle sue regole in un crescendo di emozioni che poi, sul finire, vanno a svanire dolcemente; quasi come addormentarsi, quasi come morire.

Assolutamente consigliato.

 

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Non volevo morire vergine

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Titolo: Non volevo morire vergine

Autore: Barbara Garlaschelli

Editore: Piemme (Voci)

Anno: 2017

Pagine: 199

Prezzo: 17,00 euro in formato cartaceo acquistabile qui – 9,99 euro in formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

Sinossi:

La vita di Barbara è cambiata all’improvviso a poco più di quindici anni, quando per un tuffo in acqua troppo bassa è rimasta tetraplegica. Quindici anni è l’età delle prime cotte, delle prime schermaglie, dei batticuori. E del sesso. Di tutte le perdite che l’incidente ha portato con sé, la più insopportabile è proprio il pensiero di restare vergine per sempre. Vergine non solo nel corpo, ma di esperienze, di vita, di sbagli, di successi, di fallimenti, di viaggi, di sole.
Armata di coraggio, ironia e molta curiosità, Barbara affronterà tutte le rivoluzioni imposte dalla nuova condizione, fino a ritrovare se stessa in un corpo nuovo. In una girandola di situazioni tragicomiche e di ragazzi e uomini impacciati, generosi, a volte teneri, a volte crudeli, Barbara compie la sua iniziazione al sesso e all’amore. Con gli stessi slanci, le delusioni, gli entusiasmi che tutte le donne, anche quelle con le gambe, conoscono molto bene.

La rece della Kate:

3 agosto 1981.

Barbara, sedici anni, è al mare insieme agli amici. Giochi, scherzi, risate. Barbara prende la rincorsa e si tuffa.

L’acqua è troppo bassa.

Barbara rimane tetraplegica.

Dopo dieci mesi di ospedale riuscirà a recuperare solo l’uso del collo e delle braccia. Nel resto del corpo la sensibilità si diffonde a macchia. In un punto preciso ha sensibilità, un centimetro più in là non ha più sensibilità. Un centimetro a destra sente, un centimetro ancora verso destra e non sente più nulla.

Questa è la sua storia, una storia che parte da quel 3 agosto e che arriva sino ai giorni nostri, sino a una affascinante cinquantunenne che ha imparato ad amarsi, ad amare e a farsi amare. Una cinquantenne che si è rifiutata di morire vergine in tutti i sensi e che ha sfruttato il tempo che aveva per vivere davvero e nonostante tutto.

Perché gli ho dato 8:

Gli ho dato 8 perché è una lettura – nonostante il tema tragico – molto divertente e lieve. Perché la Garlaschelli (scrittrice di razza) ha saputo trasformare la sua sfortuna in una opportunità senza finzioni. No, essere tetraplegici non insegna a essere migliori. No, la malattia non è una fortuna. Essere malati fa davvero molto, molto schifo. Come dice lei, la lista delle cose che non si riescono più a fare è drammaticamente lunga e imbarazzante. La lista delle cose che si riescono a fare, anche dopo più di trent’anni, rimane sempre più corta. Ma se la malattia fa schifo è la vita a essere una opportunità, e non bisogna lasciarsela scappare. Non voleva morire vergine, Barbara. Troppo giovane per non conoscere l’amore, il sesso, il godimento, le mani di un uomo attorno al suo prosperoso seno. Troppo giovane per non sentire più le labbra di un uomo attorno alle sue. Barbara a un certo punto decide: quella sedia con le ruote non sarà il suo decubito. Sarà solo un suo prolungamento. Se le gambe sono immobili lei allora punterà tutto su seno, viso, mani. Sarà sexy, sarà sensuale, sarà irrimediabilmente donna.

E la verginità da perdere non sarà solo fisica, ma anche mentale. Barbara non vuole morire vergine di Vita, di esperienze, di gioia, di amore.

Questo sarà il suo mantra. Questo sarà il suo obiettivo.

Il linguaggio è colloquiale, il tono sempre pacato di chi ha fatto pace con le circostanze, la prosa alimentata da un senso dell’umorismo graffiante e dissacrante nei confronti di una malattia che non perdona quasi mai. L’incontinenza e la necessità di pannoloni sono solo un breve excursus che si sente di fare ma sul quale non insiste: la vita non è un pannolone, lei non è un pannolone. La sua vita è stata ed è amore, scrittura, parole, sorrisi e risate.

Io lo consiglio a tutti coloro i quali a volte si sentono un po’ sfigatelli, a chi come me per un raffreddore vanno in paranoia e a chi fatica a prendersi un po’ per i fondelli.

Parola d’ordine: vivere.

Ogni quindici minuti

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Titolo: Ogni quindici minuti

Autore: Lisa Scottoline

Editore: Fanucci Timecrime

Anno: 2016

Pagine: 472

Prezzo: 14,90 euro in formato cartaceo – 1,99 euro in formato digitale

Il voto della Kate: 6 ½

SINOSSI:

Il dottor Eric Parrish dirige l’unità psichiatrica di un grande ospedale di Philadelphia. Separatosi da poco dalla moglie, vive con la figlia di sette anni e fa di tutto per essere un padre premuroso. Il lavoro sembra essere l’aspetto migliore della sua vita: il suo staff lo stima, i riconoscimenti professionali si susseguono. Ma il giorno in cui prende in cura un nuovo paziente, il suo mondo inizia a sgretolarsi. Max Jakubowski è un diciassettenne problematico, con pensieri violenti nei confronti di una ragazza da cui è attratto, Renée, e ossessionato da un rituale che deve ripetere ogni quindici minuti esatti, un lasso di tempo brevissimo che scandisce la sua giovane esistenza travagliata. La situazione precipita quando Renée viene trovata assassinata, mentre Max sembra essere sparito nel nulla. Nel contempo Eric Parrish viene accusato dal suo staff di molestie sessuali sul lavoro e si ritrova così al centro di una spirale di eventi pronti a precipitare da un momento all’altro. Ma è tutto frutto del caso o qualcuno sta tramando per distruggere la sua vita? E chi potrebbe mai essere in grado di manovrare tanti fili?

LA RECE DELLA KATE:

Eric è l’uomo della porta accanto; il vicino di casa buono, educato e impeccabile. Padre presente e primario di psichiatria, i suoi modi sono sempre pacati e gentili. La sua vita, però, sta prendendo una piega molto strana e per niente piacevole: la moglie ha chiesto il divorzio, lui riesce a vedere la figlia sempre meno e quella che poteva essere una separazione consensuale sta invece diventando una battaglia a colpi di avvocati e telefoni sbattuti in faccia. Come se non bastasse, nella vita lavorativa di Eric arriva lui, Max, un ragazzo con manie ossessivo-compulsive (da qui il titolo del romanzo) che presto farà precipitare la situazione in un enorme buco nero.

E mentre l’amato primario viene accusato di molestie sessuali ai danni di una sua sottoposta, la ragazza di cui Max è da sempre innamorato viene trovata sgozzata in un parco. E chi potrebbe essere stato, per i giudici e per la stampa, se non Max, il ragazzo disturbato e scosso dalla recente perdita della nonna? E di chi è colpa, se non di Eric Parrish, il suo psichiatra, che nemmeno vuole collaborare alle indagini avvalendosi del suo diritto al segreto professionale?

Attorno a Eric si scatena un vero inferno e, mentre il suo avvocato tenta di salvargli la pelle, lui continua a combattere per avere l’affidamento esclusivo dell’amata figlia Hannah e per convincere tutti che Max non può aver ucciso quella ragazza.

Ma chi è stato, allora?

Chi continua a muoversi attorno a Eric nel tentativo di rovinargli la vita?

Attenzione a tutti i personaggi di questo libro, non fatevi trarre in inganno.

Perché gli ho dato 6 ½?

Gli ho dato solo sei e mezzo per vari motivi.

Il primo è sicuramente la lunghezza. Se la prima metà è davvero molto avvincente e tiene il lettore incollato alle pagine, la seconda metà è prolissa e ripetitiva. Non nascondo di aver saltato parecchie pagine: il punto lo abbiamo capito, Scottoline, porca miseria.

Il secondo motivo è proprio lui, Eric Parrish. Così buono e così ligio che viene voglia di prenderlo per le spalle (che io immagino magroline e insulse) e scuoterlo fortissimo, urlandogli in faccia. Per essere un personaggio principale è davvero disturbante, umanamente insopportabile. Alla fine quasi speri che lo facciano fuori, insomma. Dai, su. Se una ragazzina di sedici o diciassette anni viene sgozzata senza pietà in un parco, tu e il tuo segreto professionale ve ne andate facilmente a quel paese, eh? No, niente. Lui non proferisce parola. Non collabora con la giustizia. E capisco quell’agente che a un certo punto perde le staffe, perché io gli avrei anzi messo le mani addosso. Le palle, il nostro amico, le tira fuori solo alla fine (fine fine fine), ma è troppo tardi perché io voglia e possa rivalutarlo. Too late, baby!

Il terzo motivo è la chiusa. Il plot di questo libro non è male, a me i thriller psicologici piacciono molto e, come dicevo, la prima metà è davvero molto, molto bella. Ma il primo colpo di scena è fiacco da morire e la prima reazione è: “Ho letto fino a qui per questo colpino di scena??? Scherzi, vero, Scottoline?”. La chiusa è altrettanto fiacca e non convincente. Non posso ovviamente dirvi il perché, farei dello spoiler gratuito, ma ho trovato tutta la questione molto insipida, sinceramente. E decisamente mooolto vista e sentita.

Perché quindi la sufficienza piena? Perché la prima metà si salva con lode, perché alcuni personaggi sono incredibili (primo tra tutti Paul, il suo avvocato. Lo amo!!!!) e perché, comunque, è impossibile smettere di leggere.

Prova non del tutto superata, per quello che mi riguarda. Continuerò quindi a considerare Deaver come il vero e unico e solo Re del thriller psicologico senza troppi sensi di colpa.

MA.

Su Amazon gli danno voti altissimi!

Dunque, amici miei, se vi ho incuriosito, provate. Ha 500 pagine e un prezzo ridicolo, male che vada avrete passato due-tre sere in compagnia di uno psichiatra insopportabile!  😉

Mistero a Villa del Lieto Tramonto

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Titolo: Mistero a Villa del Lieto Tramonto

Autore: Minna Lindgren

Editore: Sonzogno

Anno: 2015

Pagine: 288

Prezzo: 16,50 euro per la versione cartacea – 9,99 euro per la versione digitale

Voto: 7

SINOSSI:

«Tic tac, tic tac, tic tac.» A Villa del Lieto Tramonto, ridente casa di riposo immersa nella foresta vicino a Helsinki, è l’ora del caffè e, come al solito, Irma e Siiri, due vivaci novantenni ospiti della residenza, amano trascorrere quel momento in perfetto relax. Dopo le partite a canasta, le lezioni di ginnastica dolce, il whiskino prescritto dal medico o le riunioni del gruppo per la memoria, un’oretta di svago ci vuole per scambiarsi ricordi di giovinezza o spettegolare sul funerale del giorno, che è pur sempre una festa e un avvenimento per curare il proprio look. Ma soprattutto, l’ora del caffè dà l’occasione per criticare il regolamento e l’incuria del personale specializzato, quello che fi gli e nipoti, per guarire i sensi di colpa, chiamano “servizi di eccellenza”. Per fortuna dalla Villa si può anche uscire, andare in giro in tram per rifarsi l’occhio con le bellezze della capitale finlandese, e così a Siiri, Irma e alla loro terza compagna, Anna-Liisa, capita di osservare, con bonario sarcasmo, le stranezze del mondo moderno che le circonda. A turbare la routine delle tre amiche è però un fatto terribile: la morte, in circostanze misteriose, del giovane cuoco, sempre gentile e pieno di allegria, accompagnata da una serie di episodi inquietanti che rivelano il lato sinistro di quel rifugio, ora non più così accogliente. Provette Miss Marple, Siiri, Irma e Anna-Liisa si trasformano in intraprendenti investigatrici per venire a capo degli enigmi nascosti tra le mura dell’amena residenza in un mistery arguto che tocca sapientemente le corde del giallo e della commedia, con un pizzico di suspense e molto, irresistibile, dark humor finlandese. 

LA RECE DELLA KATE:

Credo di aver preso in mano questo romanzo almeno dieci volte, in libreria. Lo afferravo, lo sfogliavo, lo saggiavo, leggevo e rileggevo la sinossi in attesa che mi svelasse qualcosa che non ancora non sapevo, che mi dicesse una volta e per tutte: “Sì, leggimi!”. Poi è arrivata la collaborazione con la Sonzogno e… avrei potuto forse scegliere diversamente, questa volta? No, questa volta proprio no, non mi sono fatta sfuggire l’occasione e mi sono fidata, mi sono lasciata guidare dall’istinto pensando anche a voi  🙂

Forse non tutti i romanzi di questa casa editrice, ma se non altro quelli che per adesso ho recensito io, sono tutti corposissimi, non certamente libri che leggi in un paio di sere tra uno sbadiglio e l’altro, ecco. Non solo corposi ma anche meritevoli della più totale attenzione e concentrazione soprattutto se, come in questo caso, la storia si svolge in un Paese pieno di nomi impronunciabili zeppi di consonanti e troppo esotici per le nostre orecchie. Quindi occhi spalancati e mente lucidissima, amici, vi prego.

Villa del Lieto tramonto è una residenza per anziani come ce ne sono tante: dolci vecchietti, amorevoli infermiere, cibo squisito e la possibilità di fare tante rilassanti e tonificanti passeggiate nel ver… ok, no.

Niente di tutto questo.

Villa del Lieto Tramonto è, in effetti, una residenza per anziani, ma non tutto va come dovrebbe andare. Se ne accorgono presto le nostre tre eroine, tre signore sui 90 anni che cominciano a sentire puzza di bruciato quando il giovane e simpatico cuoco della residenza passa a miglior vita. Da lì in avanti, ovunque i loro occhi si posino, vedono solo cose che non quadrano. Dove va a finire il loro amico tipografo? Perché una di loro, la più allegra e vivace, comincia improvvisamente a perdere lucidità per poi, come il tipografo, sparire nel nulla? E poi quei soldi sul conto corrente che continuano a sparire e quelle medicine che invece si materializzano sotto i loro occhi… cosa sta succedendo? A 90 anni si ha moltissimo tempo da occupare, e le nostre amiche non si faranno certamente scappare l’occasione di fare luce sui troppi misteri e sulle troppe ombre che gravano sul luogo in cui vivono e sulle persone che lo dirigono in modo così (almeno apparentemente, certo) impeccabile.

Ma niente toni drammatici, niente investigatori in trench, niente pipe e occhiali, niente impronte di sangue qui e là. Qui ci sono solo loro, Siiri, Irma e Anna-Liisa, tre adorabili canaglie che, pur sapendo perfettamente di avere quasi tre secoli in tre, se ne infischiano. La vita è qui per essere vissuta e, giusto per non sbagliare, al ristorante si prenota per “circa” venti persone perché a questa età uno o due se ne potrebbero andare prima della cena di classe, no? Ma senza lacrime, senza spavento. Hanno visto ben di peggio, in 90 anni di vita, loro. Adesso l’importante è salvare Irma e scoprire chi, al Lieto Tramonto, ha cattive intenzioni. Se poi ad aiutarle arriva anche un simpatico “giovanotto”, ancora meglio, a patto che si tolga quei dannati scarponi pieni di neve prima di entrare nei loro lindi appartamenti, certo.

Sapete cosa? Tutto pare abbastanza straniante.

Siamo abituati a pensare alla vecchiaia come a una cosa terrorizzante, un tabù che, insieme alla morte, va tenuto sotto chiave, ben nascosto, ben celato, non se ne parla, non si tocca l’argomento, via via, sciò. La vecchiaia è la fine ancor prima che giunga la fine, la sconfitta dell’essere umano, il periodo della vita in cui si è troppo lenti, troppo goffi, un problema da risolvere con gli occhi alzati al cielo. Alla cassa le mani nodose non riescono ad afferrare quelle monetine troppo piccole, in mezzo alla strada le auto ti falciano, in bicicletta è pericoloso andare, il bastone sul ghiaccio scivola, in ospedale ti trattano come un imbecille e ti danno del “Tu” senza chiedere il permesso e tutto va troppo, troppo veloce.

Qui però leggiamo e, accidenti, le cose paiono proprio diverse. La vecchiaia non è più un tabù, qualcosa di cui vergognarsi, malattia e solitudine, ma una possibilità. Vi sembra assurdo? Provate a leggere questo romanzo, e vedrete con i vostri occhi, amici. La Lindgren è stata magistrale nel raccontare una storia che favola non è – se solo ci azzardiamo ad ascoltare qualche fatto di cronaca – ma che riesce a essere denuncia sociale travestita da commedia e impreziosita da personaggi che riusciranno a strapparvi parecchi sospiri. Le tre protagoniste sono indimenticabili, così come indimenticabili e pieni di poesia sono i tanti dialoghi che costellano questo lungo ma affascinante romanzo ambientato in una Helsinki che vi farà sognare tra strade innevate e tram affollati, ristoranti con i vetri appannati dal calore e parecchio vino rosso assunto nemmeno fosse una medicina salva-vita.

Anziani, un mistero da risolvere, humor… a me è venuto spontaneo provare a fare un parallelo con il nostro italico scrittore Malvaldi che usa gli stessi ingredienti ottenendo però un risultato completamente diverso: questo a riprova del fatto che non importa quello che si scrive, ma come lo si scrive.

La Lindgren ha un umorismo più sottile e una scrittura molto meno nervosa. Esattamente come i suoi anziani, non ha fretta di correre da nessuna parte e si prende tutto il tempo per raccontarci la sua storia. Lentezza di cui talvolta ho risentito, e che vale da giustificazione per aver dato solo 7 a questo bel romanzo. Non sempre sono nel mood giusto per essere accompagnata in maniera così precisa lungo le pieghe di un racconto.

Ideale per chi ama i climi freddi, il mistero e lo humor.

Buona lettura!