Per il sabba sempre dritto

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Titolo: Per il sabba sempre dritto

Autore: Andrea Brando

Editore: Self

Pagine: 268

Prezzo: 0,99 euro in formato digitale

Il voto della Kate: 6

SINOSSI:

Diego Martinez, giovane agente assicurativo milanese, decide per curiosità di partecipare a una messa nera. Mal gliene incoglie, perché nel corso del satanico rito perde i sensi e, quando riprende coscienza, si trova catapultato indietro di quattro secoli, nel 1613, in piena epoca di caccia alle streghe. Convinto che siano proprio le adepte di Satana a possedere la chiave per farlo tornare nel suo tempo, Martinez diventa così un cacciatore di streghe. Il suo obiettivo è di costringerle ad aiutarlo in cambio della libertà. Tutte le sue prigioniere si rivelano però essere innocue millantatrici. Solo quando si recherà in missione a Benevento, incontrerà finalmente una vera strega in grado di riportarlo nella sua epoca. Il prezzo che dovrà pagare sarà però molto alto.

LA RECE DELLA KATE

Mi chiamo Diego Martinez e attualmente faccio il cacciatore di streghe.
Prima che alziate un sopracciglio, ci tengo a chiarire che non ho sempre svolto ’sta professione di merda. In effetti, prima facevo un mestiere ancora più di merda, l’agente assicurativo.

Ex agente assicurativo ora cacciatore di streghe, Diego Martinez svolge la sua bizzarra professione nell’anno del Signore 1614.

Lì, le streghe, non mancano di certo.

E insieme a loro tutto l’ambaradan. Scope, trucchetti, magia nera, demoni e tutto quanto altro la vostra fervida fantasia vi suggerirà. Le streghe, in questo libro, sono streghe vere. Non belle gnocche con tette da paura, niente bacchette di faggio o saggina o quel cavolo che è, niente castelli incantati con soffitti che imitano un cielo stellato, nessun cappello parlante. Anzi, queste streghe tendono a essere bruttine, vecchie, molto crudeli e abbastanza puzzolenti. Insomma, niente di sexy. Cancellate ogni immagine sexy dalla vostra mente.

Ma torniamo a bomba.

Il problema di Diego è grave: dal 2013 al 1614 in un Amen. Anzi, in una messa nera. Cosa gli sia saltato in mente di partecipare a una messa nera, non lo saprà mai. O forse sì: la figa. Sempre quella. Gli avevano detto che c’erano anche molte belle donne completamente nude e lui… oh, be’, lui è pur sempre un uomo. Ma non solo l’occasione ha fatto l’uomo ladro, ma pure fesso. E pure cornuto e mazziato, tanto per entrare ancora un poco nel mood del romanzo. Sì perché l’unica cosa che è riuscito a ottenere dalla sua messa nera è stata quella di essere catapultato nel bel mezzo del Diciassettesimo secolo. Tempi bui. Niente tecnologie. Niente auto. Niente treni. Niente aerei. Niente cellulari. Niente di niente. E insomma, di qualcosa bisognerà pur vivere e se qualcosa sapeva era che le streghe pullulavano. E allora perché non il cacciatore di streghe?

Ma, tra un rogo e l’altro, il punto rimane sempre e solo uno: tornare a casa. E alla svelta. Prima però bisogna recuperare il… pisello di un amico. Sì, cioè… il suo membro. Oh, insomma, avete capito no? Una strega gliel’ha rubato e ora quello giustamente lo rivuole indietro. Sulla strada per il pisello l’incontro con la strega Apollonia (ventenne e gnocca) risulta fatale. Impudente e cattiva ma mai crudele e a tratti umana, tra i due verrà stipulato un patto. Prima il pisello, poi la liberazione delle zie della strega dal rogo e poi il ritorno al futuro. Semplice, no?

No.

Perché gli ho dato 6?

Intanto, amici, scusate l’assenza.

Quasi un mese, a dirla tutta.

Mi spiace, mi spiace davvero. Mi siete mancati, mi è mancato il blog, mi è mancato scrivere. Ma sono successe delle cose, non tutte belle. E comunque è successa la vita e la vita spesso ti tiene lontana, e di scrivere non hai nessuna voglia, e di leggere ancora meno. Capitano, periodi così. A me soprattutto in estate. Questa volta è successo ora, e per riprendere in mano il Kindle ho dovuto farmi una violenza esagerata. Ma dovevo tornare. Per voi e per me. Mi sembrava giusto. E non me ne pento!

Ma torniamo al nostro Per il sabba sempre dritto!

Gli ho dato 6 perché ho le idee molto confuse.

7 per me è un voto già altino.

5 è un voto troppo basso.

Ma troppo basso per cosa, esattamente?

Mettiamola così: ogni due pagine pensavo: “Dai, su andiamo avanti!” e sbuffavo un po’ annoiata. La pagina dopo ero totalmente presa dal racconto. Tempo dieci pagine e di nuovo sbuffavo. Tempo tre pagine ed ero di nuovo assolutamente concentrata e divertita.

Sono stata sulle montagne russe per molte ore. È stato… strano. Non capivo mai se stessi leggendo una cavolata o una genialata. Non l’ho ancora capito.

E dire che io leggo. Eccome se leggo. Ma, prima di tutto, io di streghe non me ne intendo. Poi, non leggo romanzi storici e non sono appassionata di storia, quindi non so dire se l’aspetto ambientale/culturale/paesaggistico sia stato rispettato a puntino.

I personaggi non sempre sono riprodotti in maniera lucida. Non si capisce se Martinez sia un dritto o, in definitiva, un mezzo sfigato. Siamo davanti a un eroe moderno o a un mezzo spiantato? Credo la seconda. Credo, però. Non si capisce se la strega Apollonia sia appena appena umana e vagamente buona o meno. Credo sia un po’ cattiva e un po’ buona. Credo, però. Ma Apollonia è simpatica. Irriverente. Grezza come il fango. Cattiva come una vera strega eppure affascinante come una fata. Apollonia sfugge alla mia umana (e limitata) comprensione. Mi è sgusciata via dalle mani come un pesce molto abile. Non sono riuscita, insomma, a inquadrarla in una categoria.

La domanda è: è sempre necessario farlo? Bisogna per forza inquadrare e incasellare qualcuno/qualcosa?

Probabilmente no.

Io sono un’amante delle ambientazione. Su di me fa molto più presa una bella ambientazione pennellata con cura e sapienza che mille dialoghi da fiato sospeso. Sempreché qualcuno sappia ancora scrivere dialoghi da fiato sospeso, ovviamente. Comunque ecco, qua l’ambientazione – che pure poteva essere interessante – è stata lasciata vagamente da parte per dare spazio sicuramente a molti dialoghi (alcuni dei quali simpatici e azzeccati) e ad Apollonia, la giovane strega furbetta, personaggio irrinunciabile e, almeno secondo me, geniale.

Una chiusa da strangolamento. Non si terminano i libri con quella violenza, cribbio. Non mi puoi tenere inchiodata a un libro per quattro o cinque ore e poi svaporarmi tutti i personaggi i due righe due. È da delinquenti. Ora, io non voglio l’addio alle armi con tanto di trombe e musica funeraria, ma bisogna che il lettore venga soddisfatto.

Ecco.

A volte mi è sembrato che non si scrivesse per un lettore, ma per sé. Che l’autore, insomma, scrivesse per puro esercizio ginnico. E cavolo, è vero che bisogna fare le cose che ci rendono felici perché ci rendono felici, è verissimo! Guai se non fosse così! Ma uno scrittore che vuole scrivere e che pubblica (sia pure in self, porca miseria) deve tenere conto che qualcuno (fosse anche la moglie e la suocera) lo leggeranno. E queste due lettrici esigono e devono ottenere il MASSIMO.

Nel complesso?

Assolutamente da leggere se amate le streghe e tutto quello che gira loro attorno.

Talvolta un filo confusivo e non sempre centratissimo, riesce però a divertire e a catturare l’attenzione del lettore grazie ai due personaggi principali divertenti e totalmente a fuoco.

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La bottega degli incanti

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Titolo: La botte degli incanti

Autore: Giulia Anna Gallo, Eleonora Della Gatta, Ornella Calcagnile

Editore: Dunwich

Anno: 2016

Pagine: 138

Prezzo: 9,90 per il formato cartaceo – 2,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 9

SINOSSI:

A pochi giorni da Natale, la piccola cittadina di Veneficio è in fermento: bancarelle, luci, colori, musica e allegria riempiono le strade… ma c’è un luogo nascosto e all’apparenza anonimo che non rientra nello sfondo natalizio. La Bottega degli Incanti è il negozio da cui tutto ha inizio per le protagoniste di questi tre racconti: Ambra è alla ricerca del proprio posto nel mondo, Giada ha sete di vendetta e Lucy ha un compito da portare a termine. Tre vite, tre destini, tre racconti che si intrecciano indissolubilmente. Giulia Anna Gallo, Eleonora Della Gatta e Ornella Calcagnile vi danno il benvenuto a Veneficio: godetevi il viaggio e buon Natale!

LA RECE DELLA KATE:

A Veneficio, paese non molto distante da Milano, sorge la Bottega degli incanti. Non un’insegna, non una tendina, niente. La bottega, vista da fuori, è molto poco interessante.

Ma è ciò che contiene al suo interno che fa della bottega ciò che è REALMENTE.

Un luogo magico.

Un luogo magico che sa di spezie e di aromi, di esotico e di proibito.

Poco illuminata e un filo impolverata, la bottega serve solo ed esclusivamente persone che appartengono al mondo della magia. Non che i non-magici non possano vederla; la vedono eccome. Ma se un umano qualunque entrasse a chiedere qualunque cosa, il burbero Elia lo caccerebbe fuori a pedate e rimbrotti. Non c’è spazio per gli esseri umani “normali”, lì.

Dal negozio passa Ambra, che vuole solo che una piccola creatura si salvi dalla morte. Dal negozio passa Giada, che ha qualche conticino da sistemare con persone brutte fuori e ancor più brutte dentro. Dal negozio passa Lucy, che non è lì per se stessa ma per aiutare una donna che ha molto bisogno di imparare le regole fondamentali per vivere una vita piena e gioiosa.

Tre storie, tre autrici, tre modi di intendere la magia, tre mondi fantastici e indimenticabili.

Perché gli ho dato 9?

Perché non gli ho dato 10, semmai, amici:-)

Non gli ho dato 10 perché io sono come quelle professoresse antipatiche che hanno il braccino corto, uno di quei recensori che il 10 lo danno al libro che devono ancora leggere, il libro perfetto, l’assoluto capolavoro. Ammesso che esista. Forse 10 lo darei solo ad alcune saghe o a libri come La storia infinita o Il giardino segreto o insomma avete capito. Libri imperituri e scolpiti nella memoria collettiva, diventati capolavori non in quanto libri vecchi, ma in quanto libri belli. Potrei annoverare, tra i possibili “voto 10” anche Il petalo bianco e il cremisi. Non fatevi spaventare dal numero di pagine, leggetelo, siate felici e leggetelo.

Oh, come mi dilung0!

Insomma. Quindi si capirà che 9 (l’ho dato ben poche volte) è un voto molto, molto alto. Potremmo dire, sorridendo di sbieco, che il 9 è il nuovo 10.

Capirete allora, adesso, che questo libro

deve

essere

letto

Sono stata abbastanza chiara?

Proseguiamo, adesso, per piacere.

Nemmeno questa volta il mio istinto ha sbagliato. Copertina, titolo… tutto gridava a gran voce LEGGIMI, KATE. Non ho esitato un solo secondo. Una volta arrivato il comunicato stampa ho accettato di recensirlo al volo. E poi l’ho scaricato e poi l’ho letto, anzi no, divorato in un paio d’ore. E ho sognato, e ho tremato, e ho sorriso.

Non ho sempre amato il Natale. Il vero senso del Natale è nato insieme a mia figlia. Grazie a lei le luci si sono accese, i sorrisi spuntati sinceri, le musichette di Natale hanno cominciato a rimbalzare lungo le pareti di casa. Adesso posso dire senza ombra di dubbio di amare il Natale. Io amo il Natale. Sì. Sì, l’ho detto. Amo il Natale. Odio chi brontola per i negozi troppo pieni, odio chi smonta il mio entusiasmo, amo camminare con il naso all’insù per guardare le lucine delle luminarie.

Essere sotto Natale e leggere libri come questo che vi sto (faticosamente direte voi) presentando, fa dire Grazie. Fa saltellare di gioia. Fa venire voglia di correre in tondo. Fa venire voglia di fermare la gente per strada e dire: “Lo legga, lo legga!”. Lo farei leggere a tutti, lo farei leggere a ognuno di voi.

C’è tutto, in questi tre racconti. C’è un po’ del mondo magico di Harry Potter, ci sono famigli e pozioni, c’è amore, c’è odio e risentimento, vendetta e passione, desiderio di cambiare e resistenza al mutamento, c’è il mondo fantastico di Dickens e licantropi affamati.

Le nostre tre amiche autrici, partendo da uno stesso luogo incantato, ci hanno permesso, con semplicità e simpatia, di compiere un viaggio bellissimo – e dunque sempre troppo breve – in un mondo stupendo nel quale, se vogliamo, possiamo credere che in ognuna delle nostre città esista una bottega degli incanti. Un mondo magico che si intreccia al nostro, fatto di maghi burberi e un po’ ruvidi, negozi che profumano di incanto e di strane pozioni, persone che, se solo lo vogliono, possono cambiare le cose e far realizzare sogni.

Questa è la bottega degli incanti, un luogo magico e meraviglioso nato dalla fantasia di tre autrici italiane molto brave che hanno creato qualcosa di godibilissimo, adatto a tutti i tipi di lettore, perfetto per questo periodo dell’anno, perfetto per tutti coloro che, come me, amano avvolgersi da capo a piedi in quella morbida e super coccolosa coperta chiamata Natale.

Racconti semplici adatti anche ai lettori più giovani, una prosa semplice ma ricca di atmosfera, il giusto mix tra fantasia, amore e un pizzico di horror (la presenza del racconto horror può essere, a seconda dei gusti personali, un plus o un difetto. Personalmente ne avrei forse fatto a meno preferendo – almeno questa volta – qualcosa di più soft ma ho comunque apprezzato il plot e il POV del racconto) rendono questa brevissima antologia una vera chicchina natalizia, un auto-regalo da farsi senza ombra di dubbio.

Questo libro mi ha chiamato. Sono certa che stia chiamando anche voi.

Harry Potter e la maledizione dell’erede (Versione brevissima)

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Titolo: Harry Potter e la maledizione dell’erede

Autore: Basato su una storia originale di J. K. Rowling

Editore: Salani

Anno: 2016

Pagine: 368

Prezzo: 19,80 euro per il formato cartaceo – 14,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 5

SINOSSI:

Basato su una storia originale di J.K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne, un nuovo spettacolo di Jack Thorne, Harry Potter e la Maledizione dell’Erede è l’ottava storia della serie di Harry Potter e la prima a essere rappresentata a teatro. La premiere mondiale si è tenuta nel West End di Londra il 30 luglio 2016.

È sempre stato difficile essere Harry Potter e non è molto più facile ora che è un impiegato del Ministero della Magia oberato di lavoro, marito e padre di tre figli in età scolare. Mentre Harry Potter fa i conti con un passato che si rifiuta di rimanere tale, il secondogenito Albus deve lottare con il peso dell’eredità famigliare che non ha mai voluto. Il passato e il presente si fondono minacciosamente e padre e figlio apprendono una scomoda verità: talvolta l’oscurità proviene da luoghi inaspettati.

Una nuova edizione, arricchita e definitiva, uscirà nel 2017 in data da definirsi.

LA RECE DELLA KATE:

Che Harry e Ginny si fossero sposati e avessero dei figli già lo sapevamo. E sapevamo anche che la stessa sorte era toccata ai due amici Ron ed Hermione. Già solo queste due cose avevano fatto girare le scatole a moltissimi lettori, ve lo ricordate? Vi ricordate quel senso di fosco smarrimento nell’apprendere che anche la Rowling era caduta nel tranello “facciamoli figliare”? La chiusa dell’ottavo film (la seconda parte del settimo libro, insomma) era da latte alle ginocchia già allora, figuriamoci adesso, dopo tot anni.

Ma torniamo a bomba.

Di cosa parla?

Parla, prima di tutto, di padri e di figli. Di un padre e di un figlio. Di Harry Potter – in persona – e di suo figlio. Harry è ormai quarantenne, Albus è un adolescente difficile e un tantino schizzato. Colpa sicuramente degli ormoni, ma colpa anche di suo padre. Essere figli di Harry-Potter-il-salvatore non dev’essere mica facile. Alla fine tutti si aspettano da te delle cose da pazzi mentre tu… be’, tu sei solo un ragazzino e pure un po’ nerd. Se poi il tuo caro paparino ti fa sentire utile come una sdraio a dicembre, allora il gioco è fatto. Ah no, non è fatto. Non ancora. Perché tu sei finito nei Serpeverde e il tuo migliore amico è il figlio di Draco. Insomma, un bel miscuglio di disgrazie, eh?

Comunque, giusto per fare il bastian contrario, Albus deciderà che impedire a Cedric di morire durante il torneo Tre Maghi è non solo una cosa fattibile, ma anche saggia, del resto è del tutto ingiusto che suo padre sia uscito vivo da quel gioco tra scuole e Cedric, invece, ne sia uscito morto e compianto da tutti.

Albus e Scorpius danno inizio quindi alla loro avventura attraverso il tempo alla ricerca di un modo intelligente e indolore per cambiare il corso del tempo e degli avvenimenti.

Ma chiunque abbia un grammo di sale in zucca ha ormai capito che non si può modificare il passato senza modificare anche il presente.

Perché gli ho dato 5?

Prima di tutto date un’occhiata al prezzo.

VENTI EURO.

L’ho comprato, certo.

Ho fatto il gioco delle case editrici e dell’editoria italiana. Mea culpa. Ma VENTI EURO per un libro che – tra l’altro – finisce in un soffio (colpa della struttura) non si può sentire. Soprattutto se penso che un rossetto della Mac costa 19 euro. Ma questa è una digressione assolutamente personale, che potete ignorare.

Il fattore economico (anche se non incide sulla qualità di un testo) è già abbastanza per farmi dare un voto basso.

Ma proseguiamo.

La lettura è stata faticosissima. So che non è stato così per tutti, ma io sono qui per dire la mia, e la mia è che la lettura è stata molto, molto faticosa. La struttura a copione teatrale ha messo decine e decine e decine di briglie alla mia fantasia, che pensavo invece molto elastica e allenata. Continuavo a vedere un palco, degli attori, un tecnico luci, un tecnico suoni. Non vedevo Harry, non vedevo un ragazzino con la divisa della scuola, non vedevo bacchette, non vedevo Ron e Hermione (quanto mi mancano!). Io continuavo a vedere adulti travestiti da maghi bolsi.

E che dire del carattere dei personaggi? Ron è un mezzo imbecille, Harry un padre assente, con gravi lacune e un uomo spocchioso. Non sono questi i personaggi che sono entrati nel nostro cuore. Da Harry Potter mi aspetto di più. Certo. Non ha niente di diverso da altri padri e uomini, ma lui deve avere una marcia in più. Deve averla. Perché lui ha visto la morte molte volte, perché ha sentito su di sé molti dolori. Non può cadermi sulla genitorialità come un pirla qualunque.

Il plot non mi ha entusiasmata. Senza fare troppo spoiler ci sono molti viaggi su e giù per il tempo e l’argomento tende a darmi un pochino alla testa nei romanzi normali, figuriamoci in un copione teatrale pieno di “Tizio entra e Tizia esce”, “Tizio guarda Tizia che abbraccia Caio che sospira a Tizio”.

Niente, io sono andata nel pallone più totale.

È che per quante poche aspettative avessimo, un po’ di aspettative le avevamo. Poco da fare.

E basta chiamarlo ottavo libro. Non è l’ottavo libro.

Il circo dell’invisibile

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Titolo: Il circo dell’invisibile

Autore: Camilla Morgan Davis

Editore: Dunwich

Anno: 2016

Pagine: 192

Prezzo: 2,99 euro per la versione digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Clio è una ragazza di quindici anni, da un anno è scappata dalla sua famiglia e vive a Edimburgo in un vecchio spaccio del pesce, ormai abbandonato. Trova nel misterioso Circo dell’Invisibile la possibilità per cambiare nuovamente la sua vita, trasformandosi nella Ballerina Sirena.
Clio crede di vivere in un sogno che oscilla fra duri allenamenti, emozionanti spettacoli, strane amicizie e un dolce amore, ma il sogno nasconde una faccia oscura.
Quali misteri si celano sotto i tendoni dorati e turchesi che ha imparato a considerare la sua casa?
Clio proverà a scoprirlo sfidando la meraviglia con l’inganno dei suoi stessi desideri.

LA RECE DELLA KATE:

Posso resistere a quasi tutto (non è vero, non resisto a niente, non credetemi) fuorché a una cover come questa, con questi colori rétro e questa atmosfera leggera e seppiata. Vero è che spesso mi sono imbattuta in copertine molto brutte che celavano al loro interno storie belle e ben scritte, ma una buona cover è il biglietto da visita e della casa editrice e dell’autore; prescindere da una cover è quasi (quasi) impossibile, soprattutto per chi, come me, si vede passare sotto gli occhi e le mani decine e decine di libri alla settimana e necessita di un minimo e banale appiglio. Ho voluto leggere questo romanzo proprio partendo dalla cover: ero curiosa di capire. Si trattava di un caso di tutto-fumo-niente-arrosto? Andiamo a scoprirlo, venghino siori e siore!  😉

La Casa dei Pescatori, a Edimburgo, è una stamberga sporca e fatiscente che accoglie giovani vagabondi, ragazzi senza casa né famiglia che cercano riparo e rifugio dai lunghi e freddi inverni della capitale scozzese. La prossimità fisica, la povertà, la fame e il freddo rendono questo luogo poco meno inospitale di quello che c’è fuori: un vento gelido e una pioggia sferzante. Clio ha solo quindici anni e, per fortuna, non è sola: accanto a lei, l’amica Lilli, poco più grande, povera come lei, sola come lei ma, diversamente da lei, molto più cinica e disincantata. Sa bene che in un mondo come quello, con una vita come quella, avere dei legami è impossibile e l’amicizia e la vicinanza sono necessarie solamente per garantirsi la sopravvivenza. Insieme si può rubacchiare più facilmente in mezzo alle trafficate strade di Edimburgo, o fare accattonaggio e dividersi i pochi spiccioli per recuperare almeno un panino e qualcosa da bere. Questa è la loro vita: una estenuante e continua lotta.

Fino a quando, un giorno, accade qualcosa che cambierà tutto.

Il circo dell’Invisibile è arrivato in città. Prima gli operai, poi i carrozzoni, gli animali, gli artisti. Lilli è inquieta, ansiosa, sembra preda di una paura che le serra i fianchi e il respiro e quando la scimmietta del circo le consegna una lettera, la ragazza corre via dal circo, da Edimburgo e da Clio. Non ci sono legami, non c’è salvezza, non c’è amicizia: se il circo chiama, qualcuno morirà, e Lilli non vuole morire. Deve fuggire.

Quando la Casa dei Pescatori viene fatta sgomberare, a Clio non rimane altra scelta che afferrare la lettera e rispondere alla chiamata del circo fingendosi l’amica. Il suo è un disperato tentativo di salvarsi la pelle, ma non solo; quel circo la attira, la chiama, le promette un futuro splendente e la famiglia che ha perduto. È chiassoso, rumoroso, odoroso; ognuno ha il suo ruolo, la sua arte e il suo passato. Entrare in un circo è come entrare in una grande famiglia e, allo stesso modo, presenta non poche difficoltà. Bisogna imparare a tollerare, a fare silenzio ma anche a farsi rispettare. Clio, grazie alla sua abilità da nuotatrice, viene ingaggiata come Ballerina Sirena: ogni sera indossa il suo bellissimo costume e nuota leggera e senza peso nell’acqua, fluttuando davanti agli incantati spettatori del circo. Applausi, e ancora applausi, ovazioni e sorrisi; la gente la ama, la vuole e Clio si sente felice, realizzata, necessaria. Per la prima volta nella sua vita qualcuno ha davvero bisogno di lei e la ragazza sente di avere finalmente uno scopo e, soprattutto, un posto da poter chiamare casa. Ma Lilli aveva ragione: il circo è vivo, pulsante, ma i suoi fili dorati sono tirati da una presenza oscura e inquietante, nera come la notte e capace di spargere terrore. L’uomo a tre teste, anche questa volta, esige il suo tributo. Un nome, una morte, e il circo vivrà. Dovrà essere Clio a dargli quel nome. Un solo nome, una sola morte e il circo potrà continuare il suo eterno viaggio nella fantasia.

Leggendo questo romanzo mi è tornata alla mente una bellissima trilogia, Everlost di Neil Shusterman. Esattamente come Everlost, Il circo dell’Invisibile è una favola dai toni cupi e molto, molto creepy nella quale realtà e fantasia vanno a confondere i loro contorni per creare una terza dimensione in bilico tra bene e male e tra buio e luce. Sono proprio le atmosfere così creepy a dare a questo romanzo quel tocco in più di cui un lettore adulto non può fare a meno e senza le quali la narrazione rimarrebbe senza dubbio orfana di quel quid che segna il confine tra infanzia ed età adulta. E sono sempre le atmosfere, mai artefatte e faticose, che mi hanno fatto dare al romanzo della Davis un 8 pieno, convinto e tutto sommato molto soddisfatto.

Risente talvolta di qualche ingenuità (soprattutto nella prima metà del romanzo) ma riesce comunque, nonostante qualche breve difetto stilistico, a proseguire a testa alta gettando una efficacissima malia sul lettore che, trasportato dal racconto, dimentica molte cose. Io ho dimenticato che la Edimburgo di cui si parla è la Edimburgo dei giorni nostri, e non una Edimburgo in bianco e nero attraversata da rumorose carrozze; ho dimenticato che si trattava di ragazzini, poco più di bambini; ho dimenticato il mio odio per il mondo circense. Ho dimenticato tutto, tuffandomi insieme a Clio.