Tutto inizia da O

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Titolo: Tutto inizia da O

Autore: AA.VV.

Editore: Wild Boar – Collana Mondi Incantati

Anno: 2016

Pagine: 196

Prezzo: 10 euro per il formato cartaceo

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

“TUTTO INIZIA DA O e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” è la quattordicesima uscita della collana Mondi Incantati, curata da sempre dall’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare. Il volume raccoglie quindici racconti di genere fantastico, premiati nei concorsi letterari di sei paesi: il Trofeo RiLL e SFIDA, per l’Italia, e poi il James White Award (Gran Bretagna), l’Aeon Award Contest (Irlanda), il premio Visiones (Spagna), il Nova Short-Story Competition (Sud Africa), la Short-Story Competition dell’Australian Horror Writers Association (Australia). Quindici storie: fantasy, horror, di fantascienza e, in generale, “al di là del reale”. Quindici racconti per esplorare la letteratura fantastica, scritti da autori italiani e stranieri. Illustrazione di copertina: Valeria De Caterini. Per ulteriori informazioni si rimanda al sito dell’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare, che ha curato il libro: http://www.rill.it

LA RECE DELLA KATE: 

Ciao amici, bentornati!

Oggi vi voglio parlare dell’ennesima antologia. Dico ennesima perché me ne stanno capitando sotto mano davvero tante, tantissime! E, lo sapete, stavo anche cercando di smettere  🙂  Ma il destino ha voluto che proprio quando ho pensato “Adesso le antologie non le prendo più, almeno per un po’.” io abbia ricevuto richieste di recensione per ottomilioni di antologie BELLISSIME. Oh, santa polpetta, al diavolo i buoni propositi e datemi questa benedetta antologia, su, su , su!

Tutto inizia da O non è un’antologia. Ma sembra essere L’antologia. Il punto zero di ogni antologia italiana del fantastico. Mi ero eccitata così solo per le due raccolte di racconti (sempre Rill, tra l’altro) di Luigi Musolino, Oscure regioni. Poco da fare: Rill c’è. Sul pezzo, moderna, oculata, precisa. Non mi sono mai e dico mai pentita di aver accettato uno dei loro libri. Mai. La scelta dei racconti è pregevole, l’armonia tra gli stessi incredibile, la qualità degli scritti stupefacente. Chiaro, qui c’è anche qualcosa che viene da fuori ma… molti dei miei preferiti sono tutti nostrani, tutti italianissimi e tutti – penso – geniali.

Si vede che mi è piaciuta? Sì, eh?

Ok, torniamo a bomba e andiamo a parlare con un pochino più di precisione di questo bel progetto.

L’antologia è divisa in tre parti. Nella prima parte (che va da pagina 13 a pagina 63) troverete i primi quattro classificati al XXII Trofeo RiLL; nella seconda parte (che va da pagina 64 a pagina 133) troverete i racconti del RiLL World Tour, racconti premiati nei concorsi letterari di sei Paesi; nella terza parte (che va da pagina 134 a pagina 185) troverete invece alcuni dei racconti che hanno partecipato a SFIDA, il concorso gratuito che RiLL riserva dal 2006 a chi è giunto, una o più volte, in finale al Trofeo RiLL.

Se vi sentite confusi niente paura: è molto più facile leggere l’antologia che cercare di comprendere i miei spiegoni ahahahaha!

I racconti, lo dice la sinossi, sono quindici. I miei preferiti in assoluto, quattro. Due italiani e due provenienti dall’estero.

Mi sono innamorata di Prova di recupero. In un mondo distopico cinico e terrifico, i ragazzi che non superano le prove di recupero scolastico vengono, semplicemente, uccisi.  Il terrore del nostro protagonista stilla dalle pagine di carta come resina velenosa e appiccicosa che afferra la gola e il cuore.

Ho perso la testa per L’arca di Pandora, una nave che viaggia nello spazio con a bordo quella che pare essere l’ultima donna vivente. Struggente fino al midollo, bello come un film, visionario come un sogno. L’ho adorato in ogni sua riga, mi sono commossa sul finale, ho la pelle d’oca anche adesso che ne scrivo. Una di quelle cose per cui penso “Quand’è che mia figlia cresce, così può leggere questo splendore???”.

Con Carta, sasso e incisivi mi sono indignata, ho esultato, ho gridato nell’arena, ho fatto il tifo per questi esseri umani mutanti obbligati a combattere per risolvere le controversie dei loro popoli. Sacrifici umani in pasto alla violenza altrui. Ho immaginato il chiasso, la polvere, le grida l’odore del sangue e della paura. Ho visto i due eroi, le loro mutazioni, la loro vita, i loro dolori. Sulla chiusa ho sorriso, beata.

Il tocco di Roscia, che arriva poco prima del finale, è la ciliegina su una torta che era già meravigliosa, buonissima e appagante di suo. Un critico enogastronico famoso in tutto il mondo, un vino cassato e un vino che sembra essere il nettare degli dei, qualcosa in grado di surclassare qualunque altro sapore, qualunque altra cosa. La rovina di un uomo.

Perché gli ho dato 8?

Non credo che servano altre spiegazioni, ve ne ho già date tante e sono stata sin troppo prolissa.

Sapete cosa sto per dirvi, vero?

Chi mi segue, lo sa.

Ditelo insieme a me.

LEGGETELO.

Fattore Z

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Titolo: Fattore Z

Autore: Alessandro Casalini

Editore: Sillabe di Sale

Anno: 2016

Pagine: 196

Prezzo: 15,00 euro in formato cartaceo

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Una stanza bianca, quattro insoliti personaggi ed un contatore appeso al muro da cui prende vita uno strano conto alla rovescia. Sono Padre Sandro – un prete missionario alla disperata ricerca delle risposte che solamente la fede può dare, Nick – una ex rockstar oramai fusa di testa con evidenti problemi di sesso dipendenza, Pam – uno scienziato in odore di Nobel piena di sé con misure e curve da top model, ed infine Zoe – una malata terminale di AIDS. Questi gli improbabili compagni di viaggio catapultati all’interno di un mondo monocromatico scandito dal susseguirsi di numeri apparentemente senza senso. E’ solamente un gioco, oppure un altro stupido reality show ? E se fosse un esperimento “psico-qualcosa” ?! Ne resterà solamente uno ?! Inutile continuare con domande senza risposta, così i quattro cominciano a raccontare se stessi gli uni agli altri, andando a scavare sempre più a fondo, e riportando alla luce vecchi scheletri nascosti in armadi oramai dimenticati. Il tempo passa, i ricordi affiorano, mentre i numeri marciano inesorabili verso lo zero. Con in passare delle ore qualcuno del gruppo si perde per strada. Zoe invece ha qualcosa di speciale. Lei sa vedere attraverso quell’apparente successione di numeri senza senso. Numeri Primi, Ipotesi di Riemann, congetture mai dimostrate. Forse c’è qualcosa oltre quelle pareti bianche. Zoe chiude gli occhi e vede.

LA RECE DELLA KATE:

Quando – pochi giorni dopo averlo aperto – ho aggiornato il blog e ho comunicato che accettavo anche richieste di emergenti, qualcuno si è sentito di darmi l’estrema unzione. In effetti, in questi mesi, ho ricevuto decine e decine e decine (e decine e decine!) di richieste, non tutte accettate. Non posso recensire tutti, non ho né il tempo né la competenza; inoltre, se annuso “puzza” di bruttura, dico no sin dall’inizio. Non trovo davvero il senso nell’accettare a priori un libro se so di dovergli dare un 2, un 4 o un inclassificabile. Se questa cosa ha uno scopo è quello di consigliare letture liete, carine, divertenti, autori che potrebbero fare della strada, autori che magari non rileggeremo mai più ma che, ameno una volta, ci hanno donato belle emozioni.

Cosa mi attira al primo impatto? Quello che attira tutti noi forti lettori: la copertina.

La copertina di Fattore Z, se mi permettete un po’ di slang, spacca. Ma spacca di brutto. E richiama senza pietà non solo l’argomento, ma anche l’atmosfera del romanzo intero. Finalmente una copertina che parla del libro! Ma cosa diavolo ci vuole? Quanti libri vediamo sugli scaffali con copertine che niente hanno a che fare con il contenuto? Copertine tutte uguali (soprattutto se si parla di romance), mani intrecciate, visi di ragazzi, capelli e berretti… basta, abbiate pietà! Va da sé, quindi, che io abbia perso immediatamente la testa per Fattore Z e che lo abbia accettato senza esitazioni.

Il volume ha un formato bizzarro. Compatto, piccino, leggerissimo. Prevale il bianco, che bene si accompagna con tutto il resto. Dietro la bellissima cover, il libro inizia con un certa inusuale violenza. Non vi è nessuna forma di introduzione, di formale accoglienza. Veniamo spinti con forza dentro una stanza completamente bianca. Al suo interno, i quattro individui più incredibili (e improbabili) che abbiamo mai conosciuto.

Padre Sandro, un prete missionario.

Nick, una ex rockstar di fama internazionale.

Zoe, una malata di AIDS allo stadio terminale.

Pam, una scienziata molto sexy.

Sopra le loro teste, un display fa comparire numeri che si fanno via via più piccoli in una corsa lenta ma inesorabile verso lo zero.

993.907

993.893

993.887

Scorrono i minuti, scorrono i numeri.

Ai nostri quattro bizzarri protagonisti non resta che sciogliere alcuni enigmi: chi sono? Cosa ci fanno in quella stanza spoglia e dal bianco accecante? E quei numeri, cosa significano?

Ma soprattutto: chi li ha messi lì dentro?

Pagina dopo pagina, numero dopo numero, l’adrenalina sfuma in angoscia. Per loro, chiusi lì dentro, ma anche per chi legge, impossibilitato a raggiungere la soluzione dell’enigma. Il tempo, richiamato dai numeri, assume allora un significato fondamentale, perché attraverso brevi viaggi nel tempo (a cura di un narratore onniscente parecchio onniscente) riusciremo a capire molto di più dei nostri quattro amici. Non tutto quello che sapremo ci piacerà. Non tutto quello che avranno da dire sarà piacevole. Il tempo è fondamentale anche per Zoe, che continua a tossire e tossire, col sangue che sporca le sue mani e che proviene dall’interno del suo corpo. Tossisce e diventa sempre più debole, il bianco sempre più abbacinante, i numeri sempre più piccoli, il tempo sempre più stretto.

Il libro, come la stanza, diventa luogo tridimensionale nel quale si accumulano presente, passato e futuro al rintocco esasperante di campane che sembrano proprio essere presagio oscuro di morte.

Qualcuno di loro è stato chiamato lì per un motivo.

Qualcuno di loro morirà.

GLI HO DATO 7 PERCHÉ:

Mettiamo subito in chiaro una cosa, così poi non ne parliamo più: ci sono un sacco di refusi. Bisogna che le case editrici comincino a fare un lavoro più preciso, o non andiamo bene.

Ma torniamo a bomba. Ho dato 7 a questo romanzo, ma se non avesse avuto (qui e là) qualche problemino di stile, gli avrei dato 8.

Cosa significa “qualche problemino di stile”?

Note a piè di pagina delle quali non avremmo mai sentito la mancanza (ma che sembrano voler essere virtuosismi), tecnicismi matematici nei quali sinceramente mi sono persa alla seconda parola e una chiusa così frettolosa da sembrare una porta sbattuta con forza inaudita sulle tre falangette di mezzo (anche se devo ammettere che quest’ultima ha un suo perché ed è tutto sommato utile e prodromica alla buona riuscita del romanzo).

Comunque.

C’è un’idea. Una buonissima idea, anzi!!!

C’è una bella ambientazione, una bellissima atmosfera, quattro personaggi che – chi più chi meno – sanno attirare l’attenzione anche del lettore più distratto con dialoghi mai banali e con il loro passato, oscuro più che mai.

Succedono cose, tante cose. Inutile rilassarsi. Impossibile rilassarsi. Tutto ciò che sapevamo viene stravolto. Ogni volta, dopo un lungo sospiro, occorre riadattarsi.

Fattore Z ha quindi, dalla sua, una buonissima base di partenza e un colpo di scena finale davvero incredibile ed emozionante. Uno di quei colpi di scena che, per una fifona come me, significano incubi assicurati. Infatti, così fu.

Consigliato a tutti gli amanti del thriller, a tutti i curiosi, a tutti coloro che non si accontentano di leggere un solo genere letterario.

LA CITAZIONE:

“Nick e Zoe sono seduti in terra. Poco fa sono apparsi dal nulla un tavolo e quattro sedie tute rigorosamente di colore bianco. L’arredamento è letteralmente cresciuto dal pavimento cogliendo tutti di sorpresa.

«Negli ultimi trenta minuti abbiamo perso circa duemila punti…» fa notare Padre Sandro.

«Ma non abbiamo fatto nulla di male!», protesta Zoe.

«Ma neanche nulla di buono», ribatte Pam.”

Nero elfico

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Titolo: Nero elfico

Autore: Daniele Picciuti

Editore: Watson

Anno: 2015

Pagine: 278

Prezzo: 10,00 euro per il formato cartaceo – 1,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Ponte Spaccato è un villaggio sperduto di quattrocentocinquanta abitanti, un paese di fabbri, muratori, contadini, falegnami e artigiani, gente semplice che conduce una vita tranquilla. Finché non fa la sua apparizione Lacero, un mezz’elfo feroce e astuto, che nel giro di poco tempo riesce a diventare sceriffo. Lui e Violata, la sua donna, una spietata assassina, si trovano presto al centro di una serie di macabri e sanguinosi avvenimenti che sconvolgono la cittadina. Il Male stesso, nelle vesti di alcuni personaggi diabolici e perversi – il demone Scribacchio, la contessa Bianca, il mago Grimorio, il nano Toro-Dai, il Negromante – si abbatte su quella povera gente che, suo malgrado, dovrà fare affidamento, per la propria sopravvivenza, al “male minore” costituito dalla scanzonata coppia di criminali. Della partita saranno le terribili gemelle Coro, il Castigatore muto, il grosso Melmone e sua madre Poiana, e numerosi altri personaggi uno più improbabile dell’altro, fino a scomodare nientemeno che dei viaggiatori stellari. Presto, tutti comprenderanno che l’ago della bilancia in questo scontro è il Trono d’ossa, un antico artefatto che dà, a chi vi siede, il dominio sui morti.

LA RECE DELLA KATE:

Lo ammetto e mi mostro per quello che sono: non avevo mai sentito nominare, prima di questi giorni, il termine bizarro fiction (sul sito della Watson viene chiamato bizzarro fiction, con due zeta, cosicché io non so bene quante zeta ci vogliano, e voi vorrete, gentilmente, scusare la mia ignoranza), termine che viene utilizzato per definire il genere nel quale collocare questo ultimo e interessante lavoro di Daniele Picciuti, prolifico autore di genere (almeno sino a ora) horror. E poiché nulla posso e devo dare per scontato, vi dirò io, semmai non lo sappiate, di cosa si parla quando si usa la parola bizarro fiction:

Bizarro fiction è un termine, mutuato dalla lingua inglese, con il quale si indica un genere letterario i cui elementi dominanti sono l’assurdo, la satira, il grottesco e il surrealismo che si fa reale. La Bizarro fiction mischia fantasy, horror e fantascienza in proporzioni variabili a seconda dell’opera, quindi ogni romanzo può essere classificato come appartenente a un genere anziché a un altro.

Ci troviamo quindi di fronte a un romanzo che, per le sue caratteristiche peculiari e imprescindibili, ci fa viaggiare attraverso più generi che si fondono tra loro fino a rendere il romanzo lo sbalorditivo e apprezzabilissimo risultato di un melting pot letterario, cosa che, a tutti gli effetti, avviene, ma che mi è stato reso palese e comprensibile solo leggendolo e solo leggendolo tutto, sino all’ultima riga.

Quello di Picciuti è un mondo decisamente fantasy popolato da maghi, orchi, giganti, elfi e mezz’elfi, contesse e oscuri cavalli elfici. Il piccolo villaggio di Ponte Spaccato è uno dei tanti villaggi che abbiamo imparato a conoscere nelle nostre molteplici letture: piccole strade, piccole case, pochi abitanti dai nomi rassicuranti e un’esistenza fatta di quelle banali e oneste cose che rendono la vita degna di essere vissuta che tu sia un elfo, che tu sia un orco o che tu sia un mago. Se invece sei il sindaco di Ponte Spaccato e vieni brutalmente ucciso, le cose potrebbero complicarsi un pochettino. Tocca trovare un altro sindaco, e in fretta. Un torneo è quello che ci vuole e quando a vincerlo è un mezz’elfo brutale e affamato di sesso di nome Lacero, non tutti sono propriamente contenti a parte Violata, donna sensuale e pericolosissima che, infastidita dai continui tradimenti del marito, non ha esitato un secondo a fargli voltare i piedi all’uscio e che ora, accidenti, deve pure fare la parte della vedova sconsolata in quel villaggio popolato da esseri mediocri che poco hanno a che vedere con lei, quasi divina nel suo essere fatale e bellissima, tanto bella quanto mortale e che sceglie Lacero come suo nuovo compagno di avventure. La prima metà del romanzo è dedicata proprio a loro: lo scopo è quello di farceli conoscere e amare anche nella loro violenta cattiveria, nella loro sincera e disincantata voglia di sangue e il risultato è che presto ci dimentichiamo che gli assassini sono loro, che sarebbero loro (in un altro mondo) i nostri cattivi, o almeno che sono anche loro dei cattivi, una coppia che farebbe la gioia di tutte le Barbara D’Urso del regno fantasy, se esistessero (e per fortuna non esistono o, se esistono, sono state presto ridotte in cenere dalle fiammate di un plotone di draghi incazzati). Violata e Lacero festeggiano la morte altrui a colpi di sesso sfrenato, perché l’adrenalina a loro fa quell’effetto lì, e a noi piace, perché dopo tutto si amano e l’amore ce li rende più vicini e più umani, meno letali. Il che, ovviamente, è una grossa baggianata: sono molto più che letali e levare un occhio a qualcuno come se fosse null’altro che una briciola su di una tavola riesce a scatenare, tutt’al più, le loro scomposte risate. Non hanno moralità e non hanno senso del limite, ma quando i morti al villaggio un tempo tranquillo e sereno cominciano a non contarsi più, tocca che i nostri due inconsapevoli eroi si diano da fare.

Ed ecco che la bellissima cover di questo romanzo prende significato: il trono d’ossa sarà al centro di una disputa e di una lotta ben più grande di quello che Lacero avrebbe mai creduto. Il punto è che siamo parte di un disegno, ma non siamo il disegno stesso. Se ne accorgeranno presto tutti i nostri protagonisti, trascinati loro malgrado in una guerra che non ha mai avuto davvero inizio a Ponte Spaccato e che non avrà fine a Ponte Spaccato, ma che è cominciata molto tempo prima, molto lontano da lì, probabilmente più vicino a noi d quanto possiamo immaginare. Il trono d’ossa, in grado di richiamare in vita i morti, ha un potere immenso, che non conosce spazi e tempi e che è in grado di cambiare tutto il destino di quella umanità che Lacero e Violata hanno sempre considerato misera e priva di interesse.

Loro malgrado saranno costretti a essere, in mezzo a tanti antagonisti, quelli… un po’ meno antagonisti e a diventare, per una volta, quegli eroi che noi abbiamo sempre desiderato diventassero.

Nero elfico è un viaggio piuttosto psichedelico che si interrompe bruscamente davanti a un coup de theatre da applauso che farà prendere al romanzo tutt’altra piega, virando dal fantasy-horror alla fantascienza con una sterzata da rally che vi farà girare la testa e sollevare le labbra in un ghigno soddisfatto.

Veloce e sincopato, Nero elfico piacerà proprio a tutti, perché a tutti è dedicato, o se non altro a tutti coloro che non amano le banalità e che amano quella letteratura che, decisamente, non è mainstream. Ha forti tinte horror, ma anche spunti di sapiente erotismo, pennellate del fantasy più classico e della fantascienza più pura e dura, come vogliamo che sia.

È secco, è violento, è senza pudore, senza regole. Non gli importa di essere infiocchettato e colorato, vuole essere ed è nero, come la notte, come i pensieri, come il sangue.

Berlin – I fuochi di Tegel

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Titolo: Berlin – I fuochi di Tegel

Autore: Fabio Geda e Marco Magnone

Editore: Mondadori

Anno: 2015

Pagine: 201

Prezzo: 14,00 euro per la versione cartacea – 7,99 euro per la versione digitale

SINOSSI:

È l’aprile 1978: sono passati tre anni da quando un misterioso virus ha decimato uno dopo l’altro tutti gli adulti di Berlino. In una città spettrale e decadente, gli unici superstiti sono i ragazzi e le ragazze divisi in gruppi rivali, che ogni giorno lottano per sopravvivere con un’unica certezza: dopo i sedici anni, quando meno se lo aspettano, il virus ucciderà anche loro. Tutto cambia quando qualcuno rapisce il piccolo Theo e lo porta via dall’isola dove viveva con Christa e le ragazze dell’Havel. Per salvare il bambino, Christa ha bisogno dell’aiuto di Jakob e dei suoi compagni di Gropiusstadt: insieme dovranno attraversare una Berlino fantasma fino all’aeroporto di Tegel, covo del più violento gruppo della città. Là, i fuochi che salgono nella notte confondono le luci con le ombre, il bene con il male, la vita con la morte. E quando sorgerà l’alba del nuovo giorno, Jakob e Christa non saranno più gli stessi.

LA RECE DELLA KATE:

Non è che la morte sia un concetto che ci coglie poi così tanto impreparati. Il problema della morte è, semmai, quello di essere un ospite sempre indesiderato. Bistrattata e messa sotto silenzio, prima o dopo, riesce comunque a ghermirci.

Certamente chi scrive sa che prima o poi volterà – come si dice – i piedi all’uscio; ma quando? Non è dato saperlo, ovviamente. Ed è certamente molto meglio così.

I ragazzi di Berlino invece sanno. Sanno che non molto dopo i sedici anni un virus sconosciuto farà di loro dei verbi al passato. Sanno che qualcosa accadrà, che il respiro si farà più pesante, che le forze verranno meno, che la giovinezza smetterà di essere un vantaggio e diverrà una condanna a morte. Sedici anni, diciassette… poco più. Il tempo di farsi crescere la barba, di innamorarsi, di imparare a sopravvivere in un mondo sempre più avverso e pericoloso fino a quando, all’improvviso, tutto finirà.

La Berlino ucronica di questo romanzo è una città colpita da un virus spaventoso che in pochissimo tempo ha falciato tutti gli adulti. Una Berlino abitata solo da ragazzi. Una Berlino grigia e post-apocalittica illuminata dai fuochi delle bande e sconvolta nel suo equilibrio. Nulla è più come prima. I ragazzi che prima andavano a scuola, correvano nei cortili, litigavano con i genitori, andavano nei cinema e passeggiavano nei parchi adesso sono solo un ricordo: al loro posto ci sono degli individui che hanno dovuto crescere all’improvviso e che hanno dovuto trovare metodi veloci e immediati per non morire di fame, di freddo o di malattia. E poiché l’uomo è, da sempre, animale sociale, la cosa più naturale e conveniente per tutti (per il singolo e per la collettività) è stata quella di riunirsi in gruppi. Le bande di ragazzi hanno invaso Berlino dividendosi equamente la città. Chi la zona dell’aeroporto, chi la zona dello zoo, chi la zona dell’isola.

Ed è proprio dall’isola, che un giorno, Theo viene rapito. Theo è un bambino speciale, è un Nato dalla Morte, un bambino cioè nato da una donna morta a causa del virus subito dopo. Quelli di Tegel i bambini così li collezionano. Vuoi per noia, vuoi per cattiveria, ma li rapiscono. Poco importa se, come nel caso di Theo, non siano soli e abbiano anzi qualcuno che si prende cura di loro e che li ama come dei figli. Non importa più nulla, in questa città grigia e pericolosa.  Una cosa però ancora importa alle ragazze dell’isola: riprendersi il bambino a tutti i costi, anche a costo di chiedere aiuto ai ragazzi di un’altra banda. Non importa cosa chiederanno in cambio, non importa se si rischierà la vita, non importa quanto pericoloso sia: Theo è l’unica cosa che Christa vuole.

Inizia quindi un viaggio da incubo tra le vie e i quartieri di una Berlino post-apocalittica e spettrale, solo pallido ricordo di una città vivace e vitale. Un freddo che punge la pelle come mille spade, la paura e la fame. Ma anche la grinta giovanile, l’amicizia e la solidarietà tra coloro che non si sono arresi e che hanno deciso di continuare a essere Uomini anche in piena Apocalisse. Uomini e Donne (maiuscole non casuali) che hanno deciso di essere il meglio di quello che possono essere perché se il virus è una terribile promessa, l’unico modo per arrivare alla morte è combattere e combattere per il Bene.

Un bel romanzo destinato agli adolescenti che ricorda l’importanza dell’onestà e della bontà e che, con una prosa davvero stupefacente, regala descrizioni molto ben costruite, personaggi sfaccettati e tridimensionali e tanti dialoghi assolutamente credibili e convincenti che, spesso, si sono rivelati fondamentali per la buona riuscita del libro.

Nuovissima anche la scelta di una città come Berlino che si presta magnificamente a una situazione di questo genere e che, per una volta (e proprio per mano italiana!) riesce a scalzare a mani basse le solite note ambientazioni USA.

Chi mi segue su Facebook avrà notato che ho fatto riferimento al fatto che la sinossi di questo romanzo fosse pericolosamente simile all’ultimo romanzo di Ammaniti, Anna.

Nonostante in effetti le premesse siano simili (un virus che uccide solo gli adulti e un bambino rapito) i due libri sono destinati a un pubblico del tutto differente perché differenti sono gli stili di partenza. Ammaniti è uno scrittore per adulti che cavalca l’onda horror e creepy; Geda si rivolge invece ai ragazzi dai 13 anni in avanti e si concentra maggiormente su altri aspetti che non quello tragico e vagamente orrorifico.

Si cammina in un territorio nebuloso tra la Via Pal e gli Hunger Games, territorio che non può, secondo me, risultare già letto e già visto, perché vede troppi stili e troppe situazioni miscelati con una certa astuta sapienza.

Nel complesso, quindi, voto pienamente positivo (nonostante una cover che, secondo me, avrebbe potuto essere molto di più).

Consigliato ai ragazzi fascia 13-16 anni (di entrambi i sessi) e agli adulti appassionati di distopia e ucronia.