Il suo bosco

cover

Titolo: Il suo bosco

Autore: Catia Pieragostini

Editore: Delos digital – collana Horror story

Anno: 2017

Pagine: 55

Prezzo: disponibile solo in formato digitale a 1,99 euro su Kindle store

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Dietro la chiesa di San Crispino, su per il Monte della Luna, puoi giocare tra gli alberi e fingere di essere un Cavaliere dell’Apocalisse. Ma in quel bosco non sarai solo. Qualcuno, qualcosa, è già stato lì. Quello è il suo bosco. E adesso vuole giocare con te…

LA RECE DELLA KATE:

Nei primi anni Ottanta io ero solo una bambinetta, che, avendo sorelle molto più grandi, era praticamente figlia unica. Mia madre non si faceva scrupolo a invitare molte amiche o, al contrario, a lasciarmi andare a casa loro. Capiva da sé che avevo bisogno di giocare con gente della mia età e che, se lo avessi fatto, avrei lasciato in pace lei. C’erano meno sport da fare, meno compiti da svolgere… era un’altra epoca, insomma. Adesso invitare un amichetto a casa diventa una vera impresa. Molto spesso i bambini hanno tutti i pomeriggi impegnati da calcio/nuoto/danza/flauto/violino/basket/judo/karate/briscola/rimpiattino/poker/nuotosincronizzato/pallamedica/diosolosacosa.

Tempo. Manca tempo.

Manca la noia.

Ma non è sempre stato così. Ho passato intere estati chiedendomi sgomenta: “Cosa faccio?”. Ricordo che avevo un’amica che abitava in una grande casa in campagna, una di quelle di una volta, non come quelle di adesso, tutte fighine e da ricchi. Era una casa di campagna vera. Erba di qua, di là, cani di qua, cani di là, gatti lasciati al loro destino, attrezzi da campagna, trattori, rimesse, balloni di fieno. Si chiamava Cinzia, lei. Io e Cinzia passavamo interi pomeriggi sotto un sole bastardo a giocare a una specie di caccia al tesoro. Facevamo la mappa del tesoro (a casaccio) e poi la seguivamo, vagando per il vasto giardino. Queste erano le nostre estati.

Tutto sommato, l’estate dei quattro protagonisti di questo racconto non è poi così diversa. I quattro evangelisti, come li chiama il don, sono diventati amici loro malgrado, si potrebbe dire. Hanno tutti quattordici anni, e ognuno di loro, a suo modo, è un disperato. Una disperazione del cuore. Profonda.

Si trovano senza cercarsi, passano insieme il loro tempo, si danno il nome dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse, perché chiamarsi Marco, Matteo, Giovanni e Luca è un po’ da sfigati, mentre chiamarsi Morte, Pestilenza, Carestia e Guerra è decisamente meglio. Il bosco è la loro casa, fino a quando in quel bosco non trovano un braccio. E poi un altro. E un altro ancora. Braccia senza corpi, braccia senza altre braccia o gambe o chissà che altro. Solo braccia.

Sono brividi di paura ma anche di quella eccitazione bambina e priva di limiti che solo un adolescente può provare. L’eccitazione di chi pensa di avere le risposte a tutto, di chi pensa di essere più furbo, più bravo, più intelligente, più spavaldo.

Loro sono i quattro Cavalieri e scopriranno cosa c’è dietro quegli arti sepolti nel bosco.

Almeno fino all’arrivo di Liliana Torresi.

Quando arriva Liliana Torresi tutto cambia.

Per sempre.

Perché gli ho dato 8?

Gli ho dato 8 perché, ancor più della storia in sé e per sé, a colpirmi è stato il modo di raccontare. Catia sa scrivere. Scrive in maniera fluida, corretta, forbita, utilizzando i termini adatti, pensandoli e soppesandoli senza però risultare forzata o troppo studiata.

Il racconto in questione, che nel suo incipit mi ha ricordato vagamente il famoso e a suo modo romanticissimo film Stand by me, è un buon lavoro e un buon risultato generale. Perché parlo di lavoro “generale”?

Perché più del dettaglio, ciò che rimane impresso (se non altro alla qui presente) è l’idea nel suo complesso, l’atmosfera nel suo complesso, l’atmosfera dell’oratorio parrocchiale nel suo complesso.

Per dirla tutta io SO che questo racconto funziona, ma non saprei dire in che modo o perché. Mi capite? Forse no, eh?

Io credo che ci siano cose corrette e giuste e buone delle quali non sapremmo parlare poi molto nel dettaglio. Ci sono cose belle giuste e buone… perché sì.

Questo racconto è un esempio di “perché sì” anche se credo che il bosco (come è giusto che sia, visto anche il titolo del racconto) sia il vero protagonista. Lui, i suoi rumori, i suoi segreti, i suoi abitanti. Quel gufo molto grosso, quel lupo straordinariamente grande. Un bosco che non accoglie, che non fa giocare. Una natura matrigna che si chiude per intrappolare, soffocare, schiacciare.

Probabilmente il penultimo capitolo lo avrei voluto un filo diverso, forse più chiaro ed esplicativo, ma questa è una caratteristica tutta mia: io voglio finali che dicano FINE a chiare lettere, che mi spieghino per bene tutto, il perché ed il percome. Mi piace chi fa spesso il punto della situazione per evitare che qualche lettore si perda per strada, ecco.

Ad ogni buon conto, a partire dalla cover, passando per la storia e finendo con un buonissimo editing, questo racconto è consigliabile proprio a tutti.

A meno che non abbiate paura dei boschi.

The gift

the gift

Titolo: The gift

Autore: Rebecca Daniels

Editore: Dunwich

Anno: 2017

Pagine: 226

Prezzo: 12,90 euro per il formato cartaceo – 3,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Katie Corfield ha un dono: riesce a entrare nella mente delle persone in coma, a guidarle in sogno e infine a riportarle in vita. Con l’aiuto di Matt O’Brien, suo amico e assistente, è riuscita a salvare molte persone. La fama è però un’arma a doppio taglio e Katie lo scopre sulla sua pelle quando viene rapita dal boss Alexander Mancini. L’uomo, incurante delle guerre tra clan che stanno dividendo Boston, ha il solo obiettivo di salvare il figlio Daniel, caduto in coma dopo un tentato omicidio. Mentre Katie è costretta a intervenire da sola in una situazione in cui fallire equivale a morire, Matt cercherà in tutti i modi di raggiungerla nel disperato tentativo di salvarle la vita. Rischiando di perdere se stessa nei violenti ricordi di Daniel Mancini, Katie scoprirà che l’aggressore del giovane è molto più vicino di quanto creda.

LA RECE DELLA KATE:

Dal giorno dell’incidente niente per Katie più è stato come prima. Probabilmente il suo carattere è cambiato drasticamente, trasformandola in una donna rigida e poco incline al contatto fisico, seriosa e timida. Ma Katie, proprio grazie a quell’incidente stradale, ha sviluppato un dono a dir poco incredibile: riesce a risvegliare le persone dal coma. Come ci riesca non lo sa nemmeno lei, ma ci riesce. Si mette a fianco della persona addormentata, chiude gli occhi e… si addormenta di botto. Entra nei sogni del malato e tenta di riportarlo in superficie, tenta di riportarlo indietro. La percentuale di successi è del 100%. Katie è conosciuta da molte persone e tollerata dai medici che, pur non capendoci proprio niente (da bravi scienziati) non possono però che alzare le mani davanti a quella serie di risvegli inspiegabili ma molto più che reali.

E il romanzo comincia proprio in medias res, con Katie e l’amico Matt (un tostissimo e credo bellissimo irlandese) dentro ai sogni di una ragazza molto giovane vittima di un incidente stradale. Un altro successo. Ma se Katie non chiede tributi, la sua mente ne chiede molti, moltissimi. Katie è stanca, spenta, i suoi sogni sono sempre più brutti, le sue notti sempre più agitate. Salvare il prossimo è sempre un dispendio di energie al di sopra delle sue possibilità. Ma per fortuna c’è Matt, amico fedele e collaboratore instancabile che ha come compito quello di accompagnare Katie nei sogni e tenerla “legata” al mondo esterno, al mondo vero, per impedire che la ragazza venga fagocitata dai sogni e dai mondi altrui.

Un dono del genere fa gola a molti. Sicuramente fa gola a Mancini, boss mafioso potente e senza scrupoli che rapisce Katie e la porta in un rifugio segreto ai margini della città. Suo figlio è in coma. Katie deve a tutti i costi riportarlo in vita. Se non lo farà, morirà.

Una corsa contro il tempo, una lotta contro il suo fisico e la sua mente. Un viaggio incredibile dentro la psiche umana.

Perché gli ho dato 8?

Gli ho dato 8 perché, nonostante alcuni difetti (io l’ho trovato eccessivamente verboso) The gift è un romanzo in bilico tra thriller e paranormal che mi ha inchiodato alle sue pagine.

Come dicevo sulla pagina Facebook del blog (l’avete piacizzata? No??? Vi muovete???) molto prima di rendermene conto ero già arrivata al 40%. Poi, in un altro boccone, ero all’80%. Poi, a malincuore, ho dovuto leggere le ultime pagine.

Katie non è certo di una simpatia travolgente, ammettiamolo. Ombrosa e tristanzuola, non molto ricettiva verso il bel Matt, non è proprio una fucina di battute scoppiettanti e dialoghi brillanti. A fare il possibile ci prova Matt, ma soprattutto il pericoloso boss Mancini che, non si sa bene come, alla fine riesce a risultare più simpatico degli stessi protagonisti. Proprio lui, il villain di turno. Ma forse non c’è molto di cui stupirsi. Spesso i cattivi si trovano ad avere più fascino dei buoni, a essere più tridimensionali.

Probabilmente avrei fatto a meno di qualche passaggio e di qualche personaggio, ma sono piccole cose che non vanno assolutamente a inficiare una storia che è comunque molto coinvolgente. The gift si legge in un fiato, pagina dopo pagina, anche quando si è ormai stanchi, anche quando l’ora della sveglia si avvicina, anche quando gli occhi minacciano di chiudersi. E’ un viaggio dentro la mente umana, un curioso trattato di parapsicologia, una storia di amicizia, un thriller piuttosto serrato. Se la descrizione degli ambienti e alcuni dialoghi non risultano proprio indimenticabili, i personaggi (anche quelli molto secondari come la mamma di Matt) sono però sempre a loro modo azzeccati e funzionali (anche se gli amici di Matt… insomma… anche di loro avremmo forse fatto a meno pur comprendendo la loro funzione nel contesto).

Se amate il thriller e non disdegnate il paranormal… leggetelo.

In ogni caso, però, leggetelo.

Anche se non vi piace il paranormal. Il thriller vi piace, ne sono sicura. Magari pensate che sia una cosa troppo astrusa per voi. Ripensateci. Scaricate l’anteprima e dategli una possibilità.

E poi… ehi… non vi fidate di me?

😉

A disabilandia si tromba

a-disabilandia-si-tromba

 

Titolo: A disabilandia si tromba

Autore: Marina Cuollo

Editore: Sperling&Kupfer

Anno: 2017

Pagine: 169

Prezzo: 14,90 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 9,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

 

SINOSSI:

“Sono una microdonna, alta un metro e una mentina, che ha bisogno di mostrarsi sempre un po’ incazzata con il mondo per dire la sua. Ma in fondo sono come una crème brûlée: quando rompi la crosta, sotto c’è il morbido. Ho trentasei anni, e quando sono nata nessuno ci avrebbe scommesso mille lire che ci sarei arrivata. Sono venuta al mondo con una sindrome genetica molto rara: la Melnick Needles, che non è una marca di siringhe ma un’osteodisplasia scheletrica che conta un centinaio di casi in tutto il mondo. Uso la sedia a rotelle e di notte dormo abbracciata a un ventilatore polmonare, ma rompo ancora le scatole in giro. Capirai, dunque, che quando mi presento a qualcuno il taglio di capelli non è la prima cosa che si nota.” Dalla sedia a rotelle Marina vede e ascolta cose sulla disabilità impossibili da immaginare per idiozia e insensibilità. Racconta situazioni, comportamenti, battute del normodotato medio quando si relaziona con il disabile per strada, al lavoro, negli uffici pubblici, al ristorante. Convinta che ridere di qualcosa di brutto aiuti a liberarsi da stereotipi e ipocrisie, Marina strappa tutte le etichette che spesso incolliamo su ciò che ci spaventa o che non conosciamo, e spazza via con la sua penna tabù e preconcetti.

LA RECE DELLA KATE:

La prefazione è di Mara Maionchi. Perché proprio Mara Maionchi lo ignoro. Probabilmente perché anche la Maionchi, come la Cuollo, è una che non ha paura di parlare, di essere un po’ sboccata, di dare filo di torcere ai benpensanti e che se ne frega del politically correct. Immagino sia proprio per quello, sì. E la Maionchi lo ammette: si è sentita un po’ obbligata a fare questa prefazione. Avrà pensato: “Si può dire di no a una persona diversamente abile che, poverina, ha provato a scrivere un romanzo?”. La risposta è ovviamente negativa. Con i disabili bisogna andarci piano, usare i guanti di velluto, sorridere molto, magari alzare anche un pochino la voce e scandire bene le parole. Con tutte le sofferenze che passano vuoi anche dire di no a una pulciosa prefazione? E insomma la Maionchi ha letto il libro.

E non ha smesso di ridere.

Come me.

Come te, ne sono certa.

Altro che disabilità!

Qui siamo noi abili a sentirci disabili!

Io ho avuto la netta impressione di avere il cervello atrofizzato. Io che a volte mi sento brillante, carina, di compagnia, con la battuta pronta… dovrò rivedere DI MOLTO l’idea che ho di me stessa. La Cuollo è un vulcano, è pura energia, humor dissacrante, risata spontanea.

Sì ma di cosa si parla, santa pazienza?

A disabilandia si tromba è un manuale irriverente sulla disabilità. Capitolo dopo capitolo la Cuollo descrive i vari tipi di disabili (lo stracciapalle, l’ apocalittico, il decadente, il leader etc etc), i vari tipi di ausili per disabili, la disabilità nella storia (“Nel periodo nazista una buona parte della medicina venne afflitta dalla sindrome dell’allegro chirurgo; non essendo ancora state inventate le pile per far accendere il naso del noto giocattolo, c’era bisogno di fare pratica su corpi veri”), offre consigli di viaggio (il TripAdvisor del disabile), ci parla delle opportunità di lavoro, ci parla della famiglia, degli affetti, degli amici e del sesso.

Se siete dei politically correct NON leggete questo libro, pensereste male della Cuollo che, invece, è una trentaseienne con i controcoglioni, una mente brillante, una studiosa capace, una scienziata meravigliosa.

Digitate il suo nome su Google, selezionate Immagini e guardatela. Poi pensate se voi, in quelle condizioni, sapreste scrivere così.

C’è chi non sa scrivere così bene e far divertire così tanto da normodotato, con i milioni in banca e con la scrittura come unica cosa con cui passare il tempo.

Meditiamo gente, meditiamo.

Perché gli ho dato 8?

Perché ho riso.

Ma di gusto, eh?

Ho proprio riso.

Vorrei la Cuollo come amica (dice che conviene essere amici di un disabile, che non si paga mai da nessuna parte e che spingere una carrozzina con una disabilità grave attira partners), ma anche solo conoscerla per suggere da lei un po’ di cultura e di “buona scrittura”.

Divertente e chiara non diventa mai macchietta e non scade mai nel troppo che stroppia e che fa storcere il naso. Tra le righe si legge la verità: la vita è una merda. Barriere architettoniche, gente che ti tratta come se fossi un mentecatto, uomini che spariscono, famiglia che vorrebbe tenerti sotto una campana di vetro. Ma tra le righe si legge anche molto, molto altro: la voglia di vivere, di viaggiare, di studiare, di continuare a tenere convegni, di informare, di volersi bene anche così, anche in formato mignon, anche con i tratti del viso sformati, anche con la vocetta stridula, anche con i pregiudizi che fioccano a destra e a manca che se non stai attento inciampi e sbatti il cranio.

La vita è bella quando incontri qualcuno che la prende in ridere come te, che ti tratta come una studiosa e non come una donna handicappata, quando qualcuno spinge la tua carrozzella senza prima chiedertelo, quando qualcuno ride con te senza pensarti diversamente abile ma solo e soltanto Marina. La vita è bella quando puoi salire su un aereo e viaggiare, quando puoi combattere le tue battaglie, quando sai che sarà breve (spesso i diversamente abili muoiono prima) ma molto, molto intensa.

Questo è un romanzo breve dal costo molto (troppo) alto. Il prezzo forse vi farà desistere dal comprarlo in libreria o dallo scaricarlo. Ma fateci un pensiero, dico davvero. La Cuollo va conosciuta. Perché è lei ma soprattutto perché insegna un paio di cose interessanti. Ho tanto, troppo da leggere. Ma ho deciso di scaricare, ultimamente, cose scelte da me. Ne ho un disperato bisogno. Di messaggi forti e chiari, di persone belle, di scelte difficili, di persone combattive, di persone intelligenti e brillanti. Ho bisogno di speranza, di gioia, di amore. E’ come aver sete o aver fame: non si può ignorare.

Va bene il thriller, va bene l’horror, va bene tutto. Giuro. Ma a un certo punto il mio cuore ha bisogno di riposo, la mia anima di esempi, la mia mente di cultura sana.

Vi bacio e vi auguro buona lettura!

 

7 note nere

9788825402568-7-note-nere

Titolo: 7 note nere

Autore: Maico Morellini

Editore: Delos Digital

Anno: 2017

Pagine: 58

Prezzo: 2,49 euro per il formato digitale (unico disponibile) acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Cosa vuole il demone che vive al di là dello specchio? Chi si nasconde dietro gli efferati delitti di un serial killer? Quale terribile potere hanno quei vecchi ferri da maglia?

Sette note oscure, sette storie nere. Un viaggio dal quale tornerete profondamente cambiati.

LA RECE DELLA KATE:

Nonostante Amazon si ostini a chiamarlo romanzo breve questo non è un romanzo breve ma, essendo voi tipini intelligenti, scommetto che lo avrete capito anche solo leggendo il titolo. 7 note nere è infatti una raccolta di racconti scritti dall’amico Maico Morellini nel corso degli anni; racconti che hanno partecipato e vinto concorsi, probabilmente tutti, a loro modo, simbolo di uno stile o di un momento specifico o di un pezzetto di strada fatto dal bravissimo autore reggiano. Un excursus – tenebroso – nella sua anima e nel suo stile, nel mondo horror italiano ma anche in un’Italia che smette di essere soleggiata e profumata di pizza e allarga tentacoli neri e furibondi sulla terra fertile. Fertile come la mente del nostro caro autore che, raccogliendo queste sette storie ci fa partecipi del suo mondo incantato ed onirico e ci accompagna in un viaggio breve ma pur sempre intenso e stilisticamente interessante senza la minima intenzione di tenerci la mano. Ed ecco quindi che non siamo attorno a un fuoco con gli amici a raccontare storie dell’orrore; non c’è niente di goliardico, niente di neppure vagamente tollerabile. Mi verrebbe da fare paragoni sempre italiani ma non li farò. Quello che voglio dire è che ho letto raccolte di racconti che sembravano davvero storie raccontate dal nonno davanti al camino per creare atmosfera, fare un po’ paura, raccontare storie che altrimenti sarebbero destinate a scomparire nel vento.

Qui… qui la sensazione è un’altra.

Lo sapete quale?

Io mi sono sentita al buio, al centro di una stanza, nessun tappeto sotto di me, solo il nudo pavimento. Ho sentito il senso di solitudine, eppure sola non ero. Ed ecco infatti che una voce, nel buio, dava inizio alla sua danza. Un tono pacato ma deciso, una voce di uomo profonda e roca. Era con me ma non era con me. Né benigna né maligna. C’era, e basta. Raccontava queste storie, e basta. Ero sola. Dovevo ascoltare.

Si parla di bambini, si parla di demoni, si parla di grandi e possenti Titani, si parla di strani alberi, c’è l’estate e il caldo, c’è la nebbia fitta della Pianura Padana, c’è l’odore di corruzione, l’odore di dolore, di malattia. Un odore che ricondurrei solo a un ospedale, detta sinceramente. Non c’è ambiente esterno che mi riconduca a certe sensazioni. Fragilità, morte occultata, finta normalità.

Perché gli ho dato 8?

L’ho accennato prima: io non sto dicendo che l’horror, in un modo o nell’altro, sia pur sempre e solo horror. L’horror può essere tale in mille modi diversi, declinato in mille maniere diverse. Ne ho letto talmente tanto in questi anni che sono certa di dire la verità. E poi… cosa c’è di più horror di ciò che viviamo ogni giorno? Non sto parlando delle nostre vite private, sia chiaro. La mia è luminosa. Sto parlando del panorama mondiale, degli ultimi avvenimenti, della crudeltà, della sete di vendetta, della sete di potere. C’è qualcosa di più horror? Viviamo così circondati dall’orrore che sublimarlo non è affatto semplice. Nemmeno il più terribile mostro lovecraftiano riuscirebbe a sublimare tutto lo schifo nel quale siamo immersi noi e – accidenti – i nostri figli.

Ma se l’horror è horror e gli artisti (anche in Italia) sono molteplici, è vero quindi che per dire davvero qualcosa è necessario dirla nella maniera corretta. Morellini è un uomo che conosce la lingua italiana, che conosce le sue regole, che ha il puro piacere di esprimersi in un certo modo. La sua prosa è ricercata, studiata, calcolata. I suoi periodi, le frasi che scrive, non sono mai casuali, mai “di pancia”. Leggo, nel suo lavoro, un amore reale per il mondo della scrittura e per il lettore. Un vero rispetto per la lingua, per la letteratura di genere e per chi leggerà. La finezza di pensiero e di scrittura, allora, diventa chiave di volta per una narrazione sapiente, strutturata, elegante e mai banale. Anzi. Non scontata, ecco. Come diciamo noi scout, tra i due sentieri Morellini sceglie quello meno battuto. La ricercatezza.

Una raccolta interessante.

Cosa?

Il mio preferito?

Il Titano, ovviamente. Da brividi.

Buona terrificante lettura, amici.

Un imprevisto chiamato amore

 

un-imprevisto-chiamato-amore_8933_x1000.jpg

 

Titolo: Un imprevisto chiamato amore

Autore: Anna Premoli

Editore: Newton Compton

Anno: 2017

Pagine: 287

Prezzo: 9,90 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 5,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Jordan ha collezionato una serie di esperienze disastrose con gli uomini. Consapevole di avere una sola caratteristica positiva dalla sua parte, ovvero una bellezza appariscente e indiscutibile, è arrivata a New York intenzionata a darsi da fare per realizzare il suo geniale piano. Il primo vero progetto della sua vita, finora disorganizzata: sposare un medico di successo. Jordan ha studiato la questione in tutte le sue possibili sfaccettature e, preoccupata per le spese da sostenere per la madre malata, si è convinta di poter essere la perfetta terza moglie di un primario benestante piuttosto avanti con gli anni. Ma nel suo piano perfetto non era previsto di svenire, il primo giorno di lavoro nella caffetteria di fronte all’ospedale, ai piedi del dottor Rory Pittman. Ancora specializzando, per niente ricco, molto esigente e tutt’altro che adatto per raggiungere il suo obiettivo…

La rece della Kate:

Non è necessario io sprechi molte parole, perché la sinossi dice (secondo me in maniera scorretta) già tutto quello che c’è da dire. Faccio solo una doverosa premessa, che avrete comunque visto anche dal tag categoria: questo è un romance. Un romance spudorato. Gli elementi ci sono tutti: la Grande Mela, una ragazza bellissima, un ragazzo bellissimo. Un po’ Pretty woman, un po’ favola, Un imprevisto chiamato amore (un titolo più banale di così era quasi impossibile) è il classico lavoro di Anna Premoli, una italiana che da sempre ha saputo andare oltre oceano e ambientare i suoi riuscitissimi romanzi non nella nostra poco pittoresca (per i romance) Italia ma qui e là in giro per il mondo, riuscendo a confondersi e a confondere il lettore nel mare magnum di pubblicazioni romance soprattutto inglesi e americane che negli ultimi anni hanno spopolato (iniziando dalla famosa Kinsella) anche qui in Italia conquistandosi una grossa fetta del mercato letterario e vari scaffali delle librerie fisiche e virtuali.

Insomma, dicevo (mammina quanto sono prolissa quando voglio!) che in questo romance non manca niente di fondamentale. Jordan ha ventisei anni ed è molto più che bella, caratteristica che lei ha sempre sfruttato alla grandissima e in maniera sapiente per rendere la sua vita non proprio lieve un po’ più semplice da gestire. Ma adesso, a quasi trent’anni, è giunta l’ora di tirare i remi in barca e cominciare a fare due calcoli: servono soldi. Soldi sicuri e soldi per sempre. Si trasferisce a New York e trova lavoro davanti all’ospedale dove, se tutto andrà bene, conoscerà un medico pluridivorziato, molto impegnato e abbastanza vecchio da non darle noia ma darle abbastanza soldi da sopravvivere serenamente.

Peccato che sul suo cammino, anzi, sulla sua appendice, capiti Rory, un giovane specializzando bello come Derek (non sapete chi è Derek-il-medico??? Aggiornatevi, bimbe) che, con le buone e con le cattive, probabilmente cambierà il corso delle cose.

Probabilmente, ho detto?

Eddai… è un romance.

Ci siamo capite.

Perché gli ho dato 7?

Gli ho dato 7 perché è piacevole. Non bello, non bellissimo, non una roba da premio bancarella, ma piacevole. Si legge, si sogna, si parla d’amore, c’è un bell’uomo (troppo giovane e dunque non molto appetibile per me)… insomma, c’è tutto quello che volevo e che ho trovato. Capita spesso con la Premoli. Poco da fare, è brava. Certo questo è il suo campo, lei è la campionessa dei romance, gioca a mani basse. Ma è brava, e bisogna riconoscerglielo. Perché parlo così? Perché il romance viene bistrattato. Anche da me, sia chiaro.

Se dici che leggi romance lo sguardo della gente sarà misto compatimento misto schifo misto ribrezzo misto “Ho visto un cadavere”. Non si fa proprio bella figura, ecco.

Ma io lo dico e lo ridico: leggo tanto horror, tanto thriller, tanto noir. Io ho BISOGNO di leggere altro. Ho bisogno di sognare, di sorridere, di spegnere il cervello. E questo tipo di libro spegne il cervello in via quasi definitiva. Davvero un attimo dimenticarsi il proprio nome, di avere una famiglia, una figlia, delle esigenze fisiche. I romance fagocitano l’anima. O almeno… la mia.

E se non mi sento di parlarne come di un genere altissimo, altrettanto non mi sento di ghettizzarlo. Il romance è il romance e, nel suo ambito, questo è un buon romance dalle buone atmosfere. Gli ambienti interni sono molto meglio descritti di quelli esterni e non tutti i personaggi sono efficaci allo stesso modo, ma è un buon romance dal titolo osceno e banale, stucchevole e sciocchino. Se solo cominciassero a dare a questa tipologia di libro dei titoli più decenti io credo che le cose cambierebbero. Sarebbe un mondo migliore.

In definitiva: se amate i romance, avete voglia di evasione e non avete mai letto la Premoli… provate, scaricatelo, compratelo. ma se non avete mai letto la Premoli forse vale più la pena leggere Un giorno perfetto per innamorarsi o Come inciampare nel principe azzurro. 

Vi ho confuso le idee?

Ops… scusate.

🙂

Voglio solo te

9788899549299_0_0_706_80.jpg

Titolo: Voglio solo te

Autore: Susy Tomasiello

Editore: La sirena edizioni

Anno: 2017

Pagine: 250

Prezzo: 2,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 6½

SINOSSI:

Samantha è bella, ricca e appartiene a una famiglia potente. Dylan è un ragazzo solare, ha un cuore d’oro e una gran forza d’animo. Il loro sembra un amore da favola, ma nella loro favola sembra non essere previsto un lieto fine. E lei lo abbandona. Dopo quattro anni però Samantha bussa alla sua porta e tutte le convinzioni di Dylan svaniscono perché lei torna con una bambina che giura essere anche sua figlia. Anche per lei non è facile. Nasconde un grande segreto dietro la sua scelta di lasciare Dylan ed è convinta di meritare tutto il suo risentimento, ma non può fare a meno di sperare che la presenza della piccola Mary addolcisca l’uomo e lo renda più disponibile nei loro confronti. Perché lui è l’unico che possa salvarle.

LA RECE DELLA KATE:

Tutto Dylan si sarebbe aspettato dalla vita tranne che rivedere Samantha. Tutto si sarebbe aspettato fuorché gli dicesse che ha una figlia, che si chiama Mary e che ha urgente bisogno di un rene. Un battito di ciglia e la vita di Dylan viene gettata a gambe dall’aria proprio dall’unica donna che lui abbia mai amato in vita sua, la stessa donna che, quattro anni prima, lo ha lasciato di punto in bianco con una cattiveria e una freddezza che gli hanno ghiacciato il sangue nelle vene e che hanno fatto di lui un uomo molto diverso. Perdonarla non è facile; gli ha rovinato la vita, lo ha abbandonato, lo ha ferito, lo ha distrutto. Ma adesso non è tempo di recriminazioni puerili, adesso è tempo di pensare alla piccola Mary e di fare tutto ciò che è necessario per farla stare meglio e per farla tornare a essere una normale bambina di quattro anni.

Ma mentre l’uomo s’innamora ogni giorno di più della piccola, non può sfuggirgli il fatto che della vecchia Sam poco sia rimasto; magra, scavata, stanca, senza un soldo. Che ne è stata della reginetta della scuola? Che ne è stato della ricca figlia di papà, il magnate dal cuore di ghiaccio? Cosa sta succedendo alla sua bellissima Samantha?

Perché gli ho dato 6½?

Cominciamo col dire, per brevità e chiarezza d’intenzioni, che Voglio solo te è un romance nudo e crudo. Quindi, se non amate le svenevolezze e le frasi un pochino mielose, chiudete qui e dedicatevi ad altro (a casa mia ci sarebbe da stirare, se qualcuno ha tempo).

Se invece siete delle vere romanticone e tutto quello che volete dalla vita è una bella storia d’amore piena di zucchero… mettetevi comode e leggete.

Sapete cosa mi ha ricordato? Certi giornali che leggevo da ragazzotta. Tipo Intimità o Love story. Sì, esistono anche ora. Sì… a volte li leggo. Sì… sono vecchissima. Sì, li leggo solo io e l’anziana ottantenne che va a farsi i capelli turchini dalla parrucchiera il sabato mattina. Insomma, in questi giornali vengono riportati dei racconti d’amore spacciati per storie vere e firmati con il nome di chi racconta. “Vera F.” o “Stefania R.”… presente il genere, no? Ecco, questo romanzo mi ha ricordato la mia fanciullezza da ragazzina antica come l’arca di Noè. Perché questo è un romance così romance da perderci la vista.

Ma andiamo con calma.

Cominciamo dai contro. Ci state? Ok, ci state. Non potete fare altro.

I contro sono, certamente, alcune frasi che risultano stucchevoli come una manciata di marshmallow e un editing che definire fantasioso è insultare il concetto stesso di fantasia.

La sirena edizioni, se leggete, VI SUPPLICO, investite soldi nei vostri editor, vi supplico.!!! Diventa un imperativo, a un certo punto della vita!!!

I pro sono un personaggio maschile molto interessante (seppur un poco stereotipato e “principesco” – ma siamo in un romance e ci sta) e la volontà dell’autrice (piuttosto giovine) di dare un twist alla storia inserendo un elemento thriller che regala al romanzo un effetto sorpresa di cui, a dirla tutta, si sentiva proprio il bisogno e che, sempre per dirla tutta, è abbastanza inedito in un romanzo rosa.

Apprezziamo (ma apprezziamo chi? Apprezzo!) quindi davvero di cuore lo sforzo della Tomasiello di uscire almeno per un attimo dai normali canoni del genere e di dirci qualcosina in più, forzare un pochino il gioco e fare una breve (brevissima eh) scivolata in un altro tipo di scrittura, dando prova di sapersi destreggiare anche in cose diverse e meno scontate. Un guizzo di fantasia che non è passato inosservato.

Consigliato se siete a corto d’ammmmmore e volete scoprire un’autrice italianissima.

Buona lettura, bimbi!

 

Nightcrawlers

nightcrawlers-KINDLE-HR

Titolo: Nightcrawlers

Autore: Tim Curran

Editore: Dunwich

Anno: 2017

Pagine: 211

Prezzo: 12,90 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 3,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 8½

SINOSSI:

Duecento anni fa, il villaggio di Clavitt Fields fu raso al suolo. Si sperò che i suoi abitanti fossero periti nel fuoco. Ma non morirono. Andarono sottoterra…

Per generazioni, hanno vissuto e si sono riprodotti nell’oscurità, adattandosi a un’esistenza sotterranea. Ora stanno tornando in superficie e ciò che sono diventati è un orrore al di là di ogni comprensione, un incubo strisciante di malvagità e violenza votato alla distruzione.

La notte è viva… e appartiene a loro.

LA RECE DELLA KATE:

Elena Blasden ha novantaquattro anni, una sola figlia in vita, nessun amico sopravvissuto con cui poter chiacchierare, spettegolare o ridere, una casa abbastanza confortevole, una gradevole vista sulla tipica campagna del Wisconsin e una marea di ricordi, non tutti belli. Ogni famiglia ha le sue tradizioni e anche Elena ha le sue, così come le aveva sua madre e, prima di lei, la madre di sua madre. Ogni sera, da tutta la vita, Elena raccoglie un sacco pieno di avanzi, se lo carica addosso e lo lascia fuori di casa, abbastanza lontano – si suppone – da non correre pericoli. Elena, che sua figlia (e prima di lei suo figlio) lo voglia oppure no, li nutre. Nutre quelle cose che, di notte, vagolano su quelle terre desolate e sconsolate. Nutre quelle cose che escono dal terreno come larve rivoltanti. Elena si assicura, da anni, che il loro vomitevole stomaco flaccido sia pieno. Se hanno lo stomaco pieno – ha sempre pensato – non le procureranno noie. Lo ha sempre fatto e lo farà fino al suo ultimo respiro, perché le cose devono andare così, perché quello è l’ordine prestabilito, l’equilibrio sopra a una follia senza pari che, da sempre, aleggia sopra alla cittadina di Haymarket.

Un equilibrio che ora è stato irrimediabilmente spezzato. Per sempre.

Il terreno degli Ezren non doveva essere toccato.

Qualcuno doveva fare qualcosa.

E ora è decisamente troppo tardi, ora ci sono degli agenti di polizia scomparsi, ora bisogna ritrovarli, ora bisogna fare qualcosa perché due agenti di polizia non spariscono nel nulla, come inghiottiti dalla notte e dalla nebbia. Una nebbia pazzesca, viscida come muschio, potente come un faro; un fango melmoso e vischioso che ti si appiccica ovunque, che rallenta il passo, che fa battere più forte il cuore. Le ricerche continuano: bisogna salvarli. Ma in quel posto, in mezzo alle ceneri di una città dimenticata che sorge dentro la foresta, gli agenti non sono soli. Rumori, squittii, sciaguattii e figure molto veloci che si muovono, pallide come spettri, nell’oscurità. VOOOOWM, un soffio e un altro agente sparisce. VOOOWM, un altro soffio ed ecco che ancora un altro sparisce. Al loro posto, solo lo spazio occupato dalla paura, dal terrore, dall’incredulità. Ciò che compare come dal nulla e che sembra prendersi di gioco di loro non sembra essere un animale ma nemmeno… diavolo, nemmeno un uomo. Ciò che sembra di captare è qualcosa di terribile, aberrante, spaventoso. Qualcosa che fa rizzare i peli di tutto il corpo e ghiacciare il sangue nelle vene. Qualcosa che spaventa a morte.

Chi sopravvive a quella notte del terrore ha come unica opzione quella di parlare con Elena, proprio quella vecchia un po’ stramba che sembra sapere molte cose sulla cittadina e sui suoi immondi segreti.

Ma bisogna tornare indietro di due secoli, conoscere un predicatore folle di nome Corben, assistere allo schianto di un meteorite. E poi, solo poi, le tessere di questo puzzle allucinogeno andranno al loro posto.

Come può andare al suo posto il terrore, se non altro.

Perché gli ho dato 8½

Chi mi segue su Instagram sa che ho paragonato questo romanzo al famosissimo I vermi conquistatori (se non lo avete letto, per l’amor del cielo, leggetelo). Certamente non per la trama (qui non si parla affatto di vermi), quanto per le atmosfere vagamente putride e vischiose, per quell’atmosfera che, anche presa da sola, sa mettere addosso al lettore una paura del diavolo.

La verità che la pelle d’oca non se ne va via dal primo strato di pelle.

Questa è la verità.

Nightcrawlers è la corsa a perdifiato di chi è braccato, il respiro accelerato di chi annusa l’odore greve della morte, il sudore ghiacciato del terrore più puro, gli occhi sbarrati nel buio.

Nulla in questo romanzo è stilisticamente sbagliato. Forse i dialoghi non sono indimenticabili ma nessuno ha pensato che i dialoghi dovessero essere indimenticabili. Sarebbe come pretendere una trama impegnata da un film porno, immagino, no?

Il ritmo è serratissimo, quasi claustrofobico. Le fila sono tirate in modo molto abile, pagina dopo pagina, al solo scopo di non perdere nemmeno un lettore per strada; quindi se non capite subito tutto, calma: ogni cosa verrà spiegata. Ed ecco che arriviamo al punto focale della questione: io (da lettrice e da recensore) credo che la chiarezza di un plot sia fondamentale. Nessuno deve rimanere indietro. Certo, l’operazione deve avvenire con un certo stile. Deve avvenire, quindi, ciò che in gergo tecnico si chiama “Show don’t tell“, tanto per capirci. Ciò che non amo moltissimo (nonostante metta in moto la fantasia del lettore) sono quei finali vagamente aperti, spiegati e non spiegati. Mi sembra, a dirla tutta, una paraculata. La chiusa di un romanzo, insieme al suo incipit (qui l’incipit non è fortissimo a mio avviso) costituiscono la colonna vertebrale del lavoro. Una chiusa frettolosa o lasciata al caso, per quanto mi riguarda, toglie al libro molta della sua credibilità. Alcuni romanzi, chiudendoli, mi fanno mormorare: “Ah…”, altri mi fanno esclamare: “Ahhhhhh…”. C’è una bella differenza, no? Il lettore deve essere soddisfatto. Appagato. Si merita una conclusione.

Curran non solo dona al lettore la sensazione di essere sempre sul pezzo, ma gli regala anche un finale degno del migliore degli Urania. A meno che voi non siate disperatamente appassionati di happy end. Ecco. In quel caso potreste rimanere delusi. Ma… ehi… è un horror, baby.

Questo libro è horror dalla prima parola all’ultima. Horror puro condito da un pizzico di fantascienza vecchia maniera che a sua volta è condita da varie contaminazioni letterarie e cinematografiche.

Questo è un libro da tenere in bella vista nella libreria, da regalare agli amici, da conservare per i figli quando saranno abbastanza grandi da poter aver una paura così sconvolgente.

Buona lettura, amici.