Zombie mutation

Zombie Mutation (Giorgio Borroni)

Titolo: Zombie mutation

Autore: Giorgio Borroni

Editore: self per Il Narratore Audiolibri

Anno: 2016

Pagine: 75

Prezzo: 7,99 euro per l’audiolibro (file Mp3 della durata di due ore e venti minuti) e il formato digitale (formato ePub)

Link di acquisto: Il Narratore

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Il virus che trasforma gli uomini in morti viventi ha avuto il sopravvento. Una setta di fanatici religiosi, gli Opliti di Cristo, ha preso il potere e tiene in pugno le istituzioni facendo rivivere una sorta di Medioevo. Nelle campagne del Distretto Sud, Brian Crane, un vecchio bonificatore  sulla via del tramonto, deve vedersela con un ennesimo focolaio, e, come se non bastasse, deve istruire un novellino, Jedediah Braddock, fresco di caserma ma totalmente inesperto. Su uno sfondo post apocalittico e rurale, Zombie Mutation narra una giornata tipo di un cacciatore di zombie che dovrà vedersela con la gretta superstizione dei colleghi, una situazione fuori controllo e si troverà costretto a porre tutta la sua fiducia sulla giovane recluta se vorrà completare la missione.

LA RECE DELLA KATE:

Quando mi è stato inviato il file di questo libro non avevo idea di quante pagine avesse. Un centinaio circa, supponevo. Ho cominciato a leggere pensando di arrivare sin circa al 50% e di lasciare il restante 50 per la sera. Click dopo click, però, mi sono resa conto che le pagine dovevano essere ben meno di cento e che la mia lettura stava proseguendo troppo, troppo velocemente. Ero al 45% e non avevo proprio nessunissima voglia di spegnere il reader e adempiere così al progetto che avevo in mente all’inizio della lettura. 50%… 55%… 60%… 70%… inutile, non riuscivo a staccarmi.

Il problema è squisitamente logistico: non riesco a finire un libro e a iniziarne un altro subito dopo. Voglio che la mente sia tutta concentrata su un libro solo per poter fare una buona recensione e avere le idee chiare e la mente piena delle sue atmosfere, personaggi e idee.

Al 75% mi sono resa conto che lo avrei finito. All’85% mi sono imposta di piantarla e spegnere tutto. Al 90% ho spento e sono andata via. Ma sono andata via con il passo di una novella dead man walking, spalle basse e piedi che strisciavano sul parquet. Mi sono sentita un po’ imbecille, dico la verità. Sorridevo sotto i baffi per quella che sembrava una specie di punizione, ma anche per il piacere nemmeno troppo sottile che provavo al pensiero di essermi tenuta le ultime pagine per la sera. Il pensiero di avere qualcosa di bello che stava aspettando proprio me.

Ormai lo avrete capito: Borroni mi ha conquistata.

O meglio, Borroni, calma.

A conquistarmi è stato Crane, non tu.

Tutto ha avuto inizio dalle api. Dio solo sa (e non solo Lui) quanto le api siano importanti per gli equilibri del nostro intero ecosistema. Le api non possono proprio estinguersi. Così, gli scienziati di mezzo mondo tentarono di salvarle. E non fallirono. Le arnie si ripopolarono ma le nuove nate si mostrarono estremamente aggressive nei confronti dell’uomo. Il resto è storia: una puntura e… addio, il virus era bello che trasmesso agli esseri umani.

Possiamo immaginare che i governi siano collassati, che il sistema interno sia crollato, che la gente abbia perso la testa e si sia stabilito, senza nemmeno volerlo e senza nemmeno rendersi conto di come si sia fatto effettivamente, un nuovo ordine. Il nuovo mondo è governato dagli Opliti di Cristo, setta di invasati fanatici che blatera di punizioni divine e altre nefandezze mentre, a proteggere il genere umano, ci pensano i Bonificatori.

Militari ma non solo, i Bonificatori sono uomini addestrati per ripulire il mondo dagli zombi. E Crane… be’, Crane è semplicemente il più famoso. Il Bonificatore tra i Bonificatori. Ne ha uccisi a migliaia, tutti colpiti al centro della testa con un cha-chack del suo fucileNon più molto giovane, non più molto motivato, fuori dagli schemi e dalle regole, Crane vive isolato e solo, ormai addestratore di novellini e poco altro, diventato egli stesso leggenda di un mondo leggendario. Quando gli viene affidata l’ennesima recluta, Braddock, Crane è ben deciso a non farsi incantare e non affezionarsi al ragazzino: farà la fine di tutti gli altri. Se ne andrà o, più probabilmente, verrà ucciso. Inutile perdere tempo a costruire legami in tempi come quelli. Un momento ci sei e stai parlando, il momento dopo l’altro ti guarda con occhi gialli e appallati e zanne sporgenti. Niente da fare.

Eppure Braddock è diverso. Ligio alle regole, atteggiamento militare perfetto, non rinuncia però alle sue idee e alla sua moralità. È un buon soldato ma, ancora di più e ancora meglio, è un buon uomo e un buon amico.

La strana coppia Crane-Braddock è presto ingaggiata: si è acceso un nuovo focolaio e la causa è Henry Storm. O almeno quello era il suo nome da vivo, da uomo. Ex allevatore di maiali, ex giocatore di wrestling, Henry Storm (Hellstorm per gli amici) è però attualmente uno zombie enorme e molto pericoloso, che ha già infettato un’intera famiglia e i suoi braccianti agricoli. Bisogna stanarlo e ucciderlo, prima che vada in giro ad azzannare altre persone.

Il racconto di Borroni è pieno di atmosfera, di action ma anche di emozione. È un racconto zombie piuttosto tipico nella sua struttura e nei suoi personaggi (Crane è quasi l’archetipo di un cacciatore zombie), eppure riesce – nonostante nulla di nuovo venga detto – a incantare. Perché questo accada, signori, lo ignoro. Credo che il merito sia da imputare a uno stile di scrittura molto lieve ed elegante, per nulla affrettato, per nulla assetato di sangue e di voglia di scioccare. Pare piuttosto un viaggio lento e metodico in mezzo a un orrore silenzioso e terribile. Il dolore e la solitudine di Crane sporcano di grigio ogni singola riga di questo racconto. È un dolore che viene percepito come una brutta musica di sottofondo e che non può essere ignorato nemmeno dal lettore più sprovveduto. Viene voglia – giuro – di sedersi attorno a un fuoco con i due Bonificatori, lasciarsi cullare dai loro racconti e dalle loro voci in un mondo finalmente ripulito dall’orrore.

La chiusa molto frettolosa e alcune domande irrisolte mi fanno sperare in un seguito di Zombie mutation (magari Zombie mutation – la cura, chi lo sa  😉 ) ma, nel frattempo, consiglio a tutti gli appassionati del tema la lettura di questo e-book breve ma di molta compagnia e molta atmosfera. Non ho avuto modo di scaricare e ascoltare l’audiolibro, ma posso immaginare il piacere estremo di mettersi le cuffie nelle orecchie di sera, nel letto, ed essere accompagnati al sonno dalle avventure dei nostri due nuovi amici.

Consigliato.

LA CITAZIONE:

“Crane, con il fucile poggiato in spalla e il revolver infilato alla meglio nella cintura, osservava il cumulo destinato a diventare una pira.

Braddock tornò dal fuoristrada con il lanciafiamme tra le mani.

Il ragazzo provò a indossare lo zaino del combustibile, ma aveva le spalle troppo larghe, così lo tolse e regolò le bretelle.

Quando ebbe finito Crane, impaziente, gli chiese: – Cosa aspetti?

Jedediah lo guardò perplesso: – Signore, non la diciamo una preghiera?

– Amen – rispose Crane, e gli fece cenno di procedere.

Quindici minuti (The rewind agency vol. 1)

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Titolo: Quindici minuti

Autore: Jill Cooper

Editore: Dunwich

Anno: 2016

Pagine: 209

Prezzo: 3,99 euro in formato digitale

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Quindici minuti. È tutto ciò che la Rewind concede a una persona quando viaggia nel passato, ma per Lara Crane è abbastanza per trovare sua madre e impedirne l’assassinio nel corso di una rapina avvenuta dieci anni prima. Ma la storia che le è stata raccontata per tutta la vita è una menzogna. Quando Lara viene colpita dal proiettile che avrebbe dovuto uccidere sua madre, il suo futuro cambia per sempre: nuova casa, nuovi amici e nuovo ragazzo. E ora suo padre è in prigione. In una linea temporale che non riesce a comprendere, Lara sta per commettere un errore fatale e dovrà confrontarsi con un avversario che conosce molto bene… perché fa parte della sua famiglia.

LA RECE DELLA KATE:

Chiudi gli occhi e respira profondamente.

Ti sentirai confusa quando arriverai lì.

Ricorda: hai solo quindici minuti.

Immagino che la domanda delle domande, a questo punto, non possa che essere: “E tu, mia cara Kate, a quale punto della tua vita torneresti per cambiare le cose?”

Non posso che pensare a mia madre e alla malattia che ce l’ha portata via. E allora, tornando nel passato, cosa mai avrei potuto fare? Impedirle di fumare? Farle fare controlli annuali? Cambiarle medico di base? Chiedo eh, le mie sono solo supposizioni, sciocchi pensieri di chi ha appena (appenaappena) terminato un libro dall’impatto importante.

Bisogna anche non credere nel destino, tra l’altro. Perché se uno ci crede è già fregato. Se pensiamo di avere un destino, di far parte di un disegno e che questo disegno sia tracciato a linee indelebili, allora la teoria della Cooper si dissolve come un cubetto di ghiaccio in una tinozza colma d’acqua bollente.

Preferisco credere di poter cambiare le cose o che esista un sentiero tracciato e – ahinoi – ineluttabile?

Fate troppe domande, perbacco. Ed è per questo motivo che mi rimetto subito in carreggiata e vengo a compiere il mio dovere raccontandovi di Quindici minuti, una delle nuove uscite Dunwich che, grazie alla casa editrice, ho avuto modo di leggere.

Lara ha quindici anni e da dieci ha perso la madre, assassinata da un uomo senza volto. Adesso vive col padre, un uomo mite, intelligente e innamorato della figlia che si è preso cura di lei con eccezionale amore e dedizione. Ma certo, per quanto meraviglioso possa essere un padre, una madre rimane una madre e Lara, la sua, non l’ha mai dimenticata. È una ragazza acuta e brillante, dotata di un’intelligenza assai vivace che le ha permesso di non arrendersi a ciò che è accaduto alla sua bella famiglia. La ragazza ha infatti un solo e unico obiettivo: tornare indietro nel tempo e impedire l’assassinio della sua mamma.

Ma come fare?

Nel mondo di Quindici minuti è possibile grazie all’agenzia di viaggi temporali Rewind, che mette a disposizione di chi è disposto a pagare il giusto obolo la possibilità di tornare indietro nel tempo. Pochi minuti, nessun contatto col passato e una sorta di “guardare ma non toccare” che mette al sicuro il mondo intero dal rischio di cambiamenti epocali e rischiosissimi. Ormai lo sappiamo: da che mondo è mondo i viaggi nel tempo sono possibili, ma non bisogna in nessun modo interferire con il passato.

E Lara lo fa. Torna a quel giorno. Torna in quel vicolo. Devia la pallottola. Sua madre è salva. Per sempre.

Ma interferire con il corso della storia, glielo avevano detto, porta conseguenze gravissime e sconvolgenti.

Al suo risveglio Lara si troverà sì viva, ma in una realtà ben diversa da quella dalla quale proviene. In questa nuova realtà sua madre è viva, è sposata con un uomo buono che si chiama Jax, ha due fratelli gemelli di sei anni, un fidanzato diverso  e suo padre, il padre della realtà dalla quale lei proviene, è chiuso in carcere da dieci anni accusato dell’omicidio della moglie. Dev’essere un incubo. La realtà è semplice: viaggiando nel tempo ha salvato la vita a sua madre ma ha condannato il padre alla prigione e ha modificato per sempre la vita di tutti. Ma Lara conosce bene quell’uomo che ora è in carcere. Lui non avrebbe mai fatto del male a sua moglie, non sarebbe mai stato capace di ingaggiare un cecchino, non avrebbe mai fatto del male alla donna che amava con tutto il cuore. Lara lo sa, ed è decisa a combattere con le sue sole forze, non solo contro il tempo ma anche e soprattutto contro uomini e donne assetati di potere disposti a tutti pur di proteggere la loro società. Tirerà fuori di prigione suo padre e cercherà di scoprire cosa c’è davvero dietro all’ambizioso progetto Rewind.

Anche a costo della sua vita.

Quindici minuti viaggia a cavallo tra distopia, sci-fi e young adult e lo fa con una maestria appena scalfita da passaggi di trama non sempre chiarissimi che necessitano di una certa qual dose di concentrazione da parte del lettore. Ma nemmeno fatevi ingannare dalla copertina di questo libro, che fa pensare a un libercolo di poco impegno destinato a un target giovanile e ingenuo: Quindici minuti è certamente un romanzo destinato soprattutto ai giovani adulti ma sono certa non deluderà nessuno di voi, giovani o meno giovani che siate, donne o uomini, appassionati o meno di fantascienza. Ciascuno di voi, amici lettori, sarà pronto a viaggiare nel tempo con la Rewind.

E se per tema può ricordare la fortunatissima trilogia di Kerstin Gier (Red, Blue e Green – edizioni Corbaccio), le somiglianze finiscono qui perché il romanzo della Cooper è decisamente più “dark” e più cattivo e dal tema dei salti nel tempo sono state grattate via tutte quelle caramellosità (necessarie per amore del cielo) incontrate (e apprezzate dal vasto pubblico) invece nella trilogia sopra citata.

La prosa semplice ma ricca di dialoghi efficaci rendono la lettura molto scorrevole e piacevole, mentre le scene di action tengono alta l’adrenalina e la voglia di proseguire la lettura, cosa sicuramente utile giacché questo è solo il primo libro di una serie  🙂

Buona lettura allora, amici miei. Siete pronti a usare  vostri quindici minuti? Ma soprattutto: siete sicuri di volerlo fare?

La torre delle ombre

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Titolo: La torre delle ombre

Autore: Claudio Vergnani

Editore: Nero press

Anno: 2016

Pagine: 258

Prezzo: 15,00 euro per il formato cartaceo – Prossimamente disponibile anche in formato digitale

Il voto della Kate: 9

SINOSSI:

In una città consegnata all’anarchia, preda di grottesche e letali bande criminali, logorata da cambiamenti climatici e rassegnata a un futuro dove la speranza è il lusso di pochi, i due protagonisti – Claudio e Vergy – tirano a campare, cercando di resistere al logorio di una vita priva di senso e di sbocchi, grazie a una rigida routine giornaliera fatta di allenamento fisico, di strategie per procurarsi il cibo e di stratagemmi per sopravvivere agli artigli affilati di quella società che non offre alcuna protezione ai perdenti, agli abbandonati, ai reietti. Su questa metropoli in pieno degrado si curva minacciosa l’ombra della Torre, luogo di perdizione e malaffare da cui è bene tenersi alla larga. Almeno fino a quando la richiesta di aiuto di un vecchio amico, non porterà i due protagonisti a scalare il gigante di cemento e ferro alla ricerca dell’ultima scintilla di un antico valore, che potrebbe riscattarli da quell’esistenza di squallore. In questa nuova epoca nella quale il futuro si mescola al presente e al passato, i due amici si ritroveranno invischiati nel perverso meccanismo del Salone dei giochi, una nuova e crudele forma di intrattenimento dove il divertimento di pochi danarosi e senza scrupoli – si misura sulla sofferenza dei più deboli…

LA RECE DELLA KATE:

Si può leggere, leggere e ancora leggere. Si può leggere per scappare da qualcosa o da qualcuno, per dimenticare, per passione, per lavoro, per noia e per tutte queste cose insieme. Non c’è che l’imbarazzo della scelta, perché questa è l’era di Internet, di Kindle, del self-publishing, delle librerie virtuali, di quelle fisiche a due o tre piani. È l’era dell’emozione prêt-à-porter. Voglio essere uno scrittore? Scrivo qualcosa e lo getto su Amazon. Voglio leggere? Accendo il reader e scarico un libro a caso. Tutto e subito. Non c’è attesa, non c’è desiderio riposto. È un chiedere-avere in perfetto sincrono che, forse, qualcosa ci toglie.

Ma non è questo quello di cui volevo parlare; volevo invece dire che in mezzo a tutto questo, in mezzo a tutta questa disponibilità di materiale, di romanzi, di storie altrui, di idee altrui, di mondi immaginari, di possibili fughe dalla realtà… be’, rimaniamo comunque soli. Il libro inizia, il libro finisce. Spesso svegliandoci bruscamente, spesso senza lasciarci nulla più che un vago senso di delusione e di rammarico. Un altro libro terminato, un altro libro che tra poco più di quarantotto ore non ricorderò più. Quanti sono i libri che avete letto e che non ricordate in nessun modo? Se ne parlava giusto questa mattina in un gruppo Facebook che frequento: non ricordarsi le trame e i plot dei romanzi è cosa più comune di quanto si creda. Ma questo perché accade? Accade perché spesso leggiamo storie mediocri, inadatte, bastevoli giusto di un’occhiata, bastevoli giusto di una corsa sola andata per quella sterminata terra di nessuno chiamata Dimenticatoio. Non possiamo davvero ricordare tutto. Sarebbe inumano, e pericoloso e doloroso. Ed ecco allora che i nostri ricordi hanno il dovere di essere belli, meritevoli del nostro sorriso. Un bel libro è un libro immortale. Un bravo autore è un uomo che non conosce la morte.

Che sermone!

Proseguiamo…

Quello che volevo dire, e che sto elaborando in maniera molto faticosa, è che credo che, parlando un certo tipo di letteratura, Claudio Vergnani sia un immortale, e che i suoi lavori (tutti, nessuno escluso) siano, grazie alle loro caratteristiche peculiari, coraggiosi (che rarità, di questi tempi!) e memorabili. La torre delle ombre esce a breve distanza da Lovecraft’s Innosmouth – Il romanzo, nel quale abbiamo incontrato dopo molto tempo i nostri eroi (a me la parola antieroi riferita a loro due non è mai piaciuta molto, vi dirò) preferiti: Claudio e Vergy. In rete riuscirete a scovare più di una informazione su questo incredibile duetto letterario, da parte mia posso dirvi che viaggiano sulla cinquantina, che hanno trascorsi militari alle spalle, che non hanno un soldo e che si trovano molto spesso invischiati loro malgrado (anche su questo avrei qualcosa da dire) in faccende molto poco chiare che prevedono comunque che le cose vadano di male (spesso malissimo) in peggio (molto, molto peggio di quanto vi aspettereste). Sboccati, inclini alla violenza e dotati di una inconfondibile ironia, condividono casa, avventure, cibo e – crediamo – anche donne, quando necessario. La loro forza sono l’unione e l’assenza di paura. Morire è un’opzione nemmeno così remota. A piangerli, nessuno. Il trucco sta nel morire con dignità, chiudendo – come ricorda la quarta di copertina – i conti, così come deve essere fatto, così come si addice a un uomo.

Quanti anni sono passati dalle avventure de L’ora più buia? Non è dato saperlo, né sappiamo se la città vagamente descritta sia sempre Modena (ma si suppone, giacché è ancora in piedi la magione di Vergy), ma sappiamo che le cose hanno preso, per tutti, una piega brutta sotto molti aspetti. Il clima è impazzito, la terra non smette di tremare, il divario tra ricchezza e povertà si è fatto così evidente da sfiorare il grottesco e, ai margini della società, fisicamente e moralmente, le Concimaie, spazi abbandonati nei quali trovano rifugio gli ultimi tra gli ultimi, i derelitti, coloro che hanno abdicato al loro ruolo e i Vampi, quei vampiri mutilati e ridotti a esseri molto simili a tossici scampati alla mattanza vampirica ben nota ai lettori della succitata trilogia vampirica (Il 18° vampiro, Il 36° giusto, L’ora più buia). Claudio e Vergy offrono al lettore uno spettacolo ben misero: sono sì vivi, ma ben diversi da come li ricordavamo. La cicatrice a stella sulla guancia di Claudio racconta di un tentativo di suicidio, le condizioni in cui versa la casa di Vergy parlano di abbandono e di miseria, di assenza di speranza. Non li ricordavamo così, proprio no. Logori e rattoppati non sono che una vaga ombra dei due protagonisti che avevano sfidato, vincendo, la Morte. Ora, forse, se la Morte non cala la sua falce su di loro è per un inconsueto gesto di pietà. Sono stanchi e sono sporchi, sono a un passo – crediamo – dall’abdicare a loro volta al loro ruolo. Digrigniamo i denti: non possono farlo. L’incontro con Matthew, il nano ivoriano già co-protagonista delle avventure vampiriche, pare un buon inizio. Vero che sicuramente ci saranno guai all’orizzonte, ma se non altro, forse, Claudio e Vergy si riscuoteranno dal loro torpore.

Pare proprio che il nano abbia svoltato: dalle auto di lusso alle guardie del corpo, dalla villa con piscina ai sigari costosi, tutto parla di denaro, di possibilità e di agiatezza. E quando si parla di soldi, Claudio e Vergy non possono che provare, se non altro, ad ascoltare e capire. Matthew ha bisogno di loro. Una ragazza, e non una ragazza qualsiasi, è stata rapita. Magda è una vampa, ma questa è la cosa meno importante di tutte. La cosa più importante è che Matthew è innamorato di lei e che a rapirla è stato Leon.

«È… è diverso. Come faccio a spiegare? Non ho mai visto uno così. Gli affideresti tua madre dalla fiducia che ti ispira, ma preferiresti avere a che fare col demonio piuttosto che con lui, se succedesse qualcosa che non gli piace. L’ho visto indossare completi più costosi del mio Suv, al centro dell’attenzione a un cocktail party e l’ho visto a braghe corte e a torso nudo in posti dove nemmeno voi due andreste senza una tuta antibatteriologica.»

Questo è tutto quello che sapremo di lui: metà demone metà angelo, a suo agio in ogni circostanza, spietato e crudele, dotato di una forza incredibile, uomo al di là del bene e del male, Leon ha anzi dato vita a un nuovo concetto di bene e a un nuovo concetto di male. Male che probabilmente non definirebbe nemmeno tale, poiché lui si limita a fare ciò che la sua morale e i suoi tempi gli suggeriscono come necessario. Lo immaginiamo fascinoso, per nulla rozzo, dalle spalle larghe e il cranio probabilmente rasato, il petto ampio e un ghigno sul bel volto. Probabilmente, per un solo attimo, resteremmo intrappolati in quell’aura speciale che ha. Probabilmente dimenticheremmo che quelle mani sono in grado di spezzare un collo con uno sforzo minimo. Probabilmente dimenticheremmo che non conosce pietà o senso di giustizia.

Sbaglieremmo.

Ma Claudio e Vergy hanno già visto, se non tutto, molto. Leon non è che l’ennesimo intoppo, l’ennesima – direbbero loro – rottura di cazzo. Niente più che un fastidio. Magda verrà riportata al nano e tutto tornerà al suo posto. Loro potranno avere i soldi e Matthew tornare nel buco dal quale è uscito.

Ma se le cose andassero così, noi non saremmo di certo qui a parlarne. E non sarebbe un horror-pulp. E non sarebbero loro, Claudio e Vergy. Che questa volta fanno l’errore grossolano di sottovalutare il nemico e di trovarsi, in questo modo, invischiati in una faccenda molto più grossa di loro che molto ha a che vedere con la torre che dà il nome al romanzo.

«Incontri di boxe a pugni nudi?» domandai.

«Sì. Pugni, calci, testate, colpi nei coglioni… Nessuna regola».

«Il marchese di Queensberry ne andrebbe orgoglioso. E come finiscono, di solito? Il perdente viene reclutato in un coro di voci bianche?»

«Uno dei due viene buttato di sotto».

«Ah, proprio così, alla mannaggia la miseria… E a che piano sono?»

«Non lo so di preciso. In alto, comunque. Dove ci sono le intelaiature. Cinquantesimo o giù di lì».

Cinquanta e più piani di una torre mai portata a compimento rifugio di povera gente che lì ci vive, senza finestre, senza nemmeno i muri, costretta a una non-vita misera e piena di paura. Cinquanta e più piani di violenza, di sadismo, di ombre che rifuggono la luce. Cinquanta e più piani di collusione, silenzio, morte. Questa è la torre, vera e ultima dimora di Leon, che ora è da trovare.

E uccidere senza pietà.

La forza viene dall’ingiustizia, dal dolore, dalla rabbia. Ed ecco che Claudio e Vergy tornano quelli di un tempo, in grande spolvero, decisi a lasciare questo mondo, se qualcuno lo deciderà, ma solo dopo aver fatto ciò che è necessario.

Vergnani torna con un romanzo distopico sì, ma anche pulp e horror dalle tinte foschissime. La torre che tanto bene e tanto accuratamente ci viene descritta è un concentrato di tutta quella malvagità che ci fa terrore e che pensiamo non possa toccare mai le nostre borghesi vite. Ma se il futuro fosse quello? Se stessimo solo volgendo lo sguardo altrove ma la Torre fosse già qui, vicino a noi, nelle nostre città? Se fosse tanto vicina da poterla toccare? Dove ci collocheremmo, noi? Che ne sarebbe di noi? Saremmo disposti, pur di salvarci, ad accarezzare il Male? Cos’è che ci rende uomini? Una casa, una famiglia, qualche soldo da spendere o quella meravigliosa e umana integrità che l’autore spesso cita, seppur senza mai giudicare? Vergnani prende in mano un grosso specchio, e lo fa con fatica. Ce lo piazza davanti e ci obbliga a guardare ciò che il riflesso ci rimanda. Ci piacerà, ciò che vedremo?

La torre delle ombre riprende non solo i personaggi, ma anche lo stile dei precedenti romanzi dell’autore, e gli amanti del genere avranno quindi il piacere di ritrovare sì vecchi amici (incontriamo anche Niccolò e l’Alamo) ma anche quello stile inconfondibile che fa dello scrittura di Vergnani un vero e proprio marchio, riconoscibile e nuovo, fresco e diverso, stupefacente e sfaccettato. Avrebbe potuto accontentarsi dell’ovvio, ma non è caduto nel tranello. Avrebbe potuto sfruttare quei vampi, avrebbe potuto cavalcare l’onda del successo della trilogia, avrebbe potuto – come si dice – allungare il brodo e giocare una partita già vinta in partenza. Ma così non è stato. Vergnani è l’uomo delle sfide e della diversità, dell’innovazione. Humor, horror, pulp e noir si fondono per creare qualcosa di estremamente nuovo che non riesce a trovare collocazione in nessuna categoria conosciuta. Lo hanno definitivo horror sociale, ma io alzo le mani. Non ho le competenze e non ho il cuore di incasellare questo autore che riesce a ubriacarci di parole, commuoverci, spaventarci, indignarci.  La torre delle ombre offre al lettore momenti di vera poesia, scorci drammatici eppur struggenti strappati alla rozza brutalità della morte e della violenza.

Come sono solita dire: leggetelo. E basta.

 Due doverose menzioni d’onore che potrei inserire nella rece ma che invece inserisco qui, in calce, perché la rece è mia e decido io.

  1. La suddivisione in capitoli: scelta che mi è piaciuta moltissimo e che rende la lettura più facile, veloce e intuitiva. Il nome dato ai capitoli, che sembrano rubati ai biscotti della fortuna cinesi, sono una genialata.
  2. La cover: so che ha ricevuto tantissimi complimenti, aggiungo la mia voce al coro. Potente, potentissima. Esprime tutto quello che deve.