Un passo oltre

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Titolo: Un passo oltre

Autore: Olga Gnecchi – Gianluca Ingaramo

Editore: Delos Digital

Anno: 2017

Pagine: 43

Genere: Horror

Prezzo: 1,99 euro – disponibile in formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Antonio è legato alla moglie da un sentimento indissolubile. Loretta adesso è molto cambiata ma, riprendendone le parole, “l’amore è doloroso: ti abbatte, ti fa strisciare, ma è in questo modo che fa girare il mondo e rimette a posto ogni cosa”. Per difenderlo è disposto a tutto.

LA RECE DELLA KATE:

A volte si vedono. Sempre meno spesso, ma si vedono. Sono anziani, a volte così curvi da sfidare le leggi della gravità. Camminano per mano in silenzio, senza dir nulla, perché tutto è stato detto e ripetuto. Non c’è bisogno di parole che colmino vuoti, non più. Immagino che a un certo punto della vita, anzi, quel silenzio sia come un nettare prezioso, una culla deliziosa nella quale lasciarsi andare. Che cosa meravigliosa essersi detti tutto ciò che era importante! Che cosa meravigliosa essere sereni e tranquilli che, nel corso degli anni, l’amore sia stato urlato, sussurrato, ansimato e graffiato e che adesso non resti altro che farsi compagnia, dolcemente, amabilmente, sottilmente. Quando li vedo sorrido triste. Triste perché? Non lo so. Ma li invidio anche di un’invidia buona e senza rancore, perché hanno avuto la fortuna più grande: trovare l’Amore.

Io li vedo Antonio e Loretta.

Li vedo come se li avessi qui davanti.

Lei che sorride civettuola, lui che non perde il piacere di carezzarle un fianco o baciarle il collo non più morbido e teso, lei che finge di arrabbiarsi e gli tira addosso una presina. Vedo anche i loro bisticci, sempre per le stesse cose da tanti anni, da quando si sono sposati. Antonio che fa il caffè e poi lascia tutto in giro, lei che dimentica di staccare la presa del ferro da stiro, lui che non si pulisce bene le suole delle scarpe prima di entrare in casa. Piccole, innocenti scaramucce da innamorati che svaporano in un battito di ciglia.

E adesso? Adesso Loretta è a letto. Sola. Legata. Antonio deve legarla, non può fare diversamente. E deve sedarla. Loretta ha bisogno di farmaci, di cure, di amore. Antonio non smette di amarla, anche se ormai della sua amata poco è rimasto. La pelle grigia, l’odore di malattia che impregna ogni centimetro della camera… tutto gli ricorda che ciò che è stato non tornerà mai più.

Ma pare ci sia una cura. Costosa, ma c’è. E Antonio è disposto davvero a tutto pur di provarci, tentare, fare quello che è in suo potere per salvare il suo amore, la sua Loretta. Anche uccidere.

Perché gli ho dato 8?

Ho dato 8 a questo racconto perché è un BELLISSIMO racconto che, per quanto mi riguarda, come spesso dico, poteva benissimo diventare un racconto lungo o un romanzo breve. Io non so cos’abbiano ‘sti scrittori che hanno fretta di pubblicare e liquidano così dei plot che invece sono tanto interessanti. Non so davvero cos’abbiano. Che fretta c’era, maledetta primavera???

Vabbè.

Comunque.

Prima di tutto: non avevo assolutamente capito fosse un horror.

Non è che non l’avessi capito: non me ne importava niente. Ho visto il racconto pubblicizzato su Facebook e ho messo a disposizione il mio blog, perché lo sapete, se c’è della roba bella in giro IO LA VOGLIO. Per me e per voi che leggete!

Conoscendo gli autori non è che mi sia posta il problema, sapevo che non potevo sbagliare di molto, quindi l’ho preso e basta, senza andare a leggere recensioni e sinossi e bla bla bla.

E… che sorpresa!

Ok. Della trama non posso parlare: svelerei troppo.

Sappiate solo che è un bellissimo racconto horror che si legge in pochissimo tempo, dalla bellissima cover, dal prezzo secondo me un filo esagerato (si legge davvero in mezz’ora) e caratterizzato da un senso del ritmo molto buono e – cosa ancora più importante – molto efficace. Il ritmo sinusoidale (lento-veloce-lento) si è mostrato adattissimo per questo tipo di storia, una storia che, prima di tutto, parla d’amore. Il lettore sarà quindi felice di seguire l’andamento della scrittura adattandosi perfettamente alle sue regole in un crescendo di emozioni che poi, sul finire, vanno a svanire dolcemente; quasi come addormentarsi, quasi come morire.

Assolutamente consigliato.

 

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Il suo bosco

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Titolo: Il suo bosco

Autore: Catia Pieragostini

Editore: Delos digital – collana Horror story

Anno: 2017

Pagine: 55

Prezzo: disponibile solo in formato digitale a 1,99 euro su Kindle store

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Dietro la chiesa di San Crispino, su per il Monte della Luna, puoi giocare tra gli alberi e fingere di essere un Cavaliere dell’Apocalisse. Ma in quel bosco non sarai solo. Qualcuno, qualcosa, è già stato lì. Quello è il suo bosco. E adesso vuole giocare con te…

LA RECE DELLA KATE:

Nei primi anni Ottanta io ero solo una bambinetta, che, avendo sorelle molto più grandi, era praticamente figlia unica. Mia madre non si faceva scrupolo a invitare molte amiche o, al contrario, a lasciarmi andare a casa loro. Capiva da sé che avevo bisogno di giocare con gente della mia età e che, se lo avessi fatto, avrei lasciato in pace lei. C’erano meno sport da fare, meno compiti da svolgere… era un’altra epoca, insomma. Adesso invitare un amichetto a casa diventa una vera impresa. Molto spesso i bambini hanno tutti i pomeriggi impegnati da calcio/nuoto/danza/flauto/violino/basket/judo/karate/briscola/rimpiattino/poker/nuotosincronizzato/pallamedica/diosolosacosa.

Tempo. Manca tempo.

Manca la noia.

Ma non è sempre stato così. Ho passato intere estati chiedendomi sgomenta: “Cosa faccio?”. Ricordo che avevo un’amica che abitava in una grande casa in campagna, una di quelle di una volta, non come quelle di adesso, tutte fighine e da ricchi. Era una casa di campagna vera. Erba di qua, di là, cani di qua, cani di là, gatti lasciati al loro destino, attrezzi da campagna, trattori, rimesse, balloni di fieno. Si chiamava Cinzia, lei. Io e Cinzia passavamo interi pomeriggi sotto un sole bastardo a giocare a una specie di caccia al tesoro. Facevamo la mappa del tesoro (a casaccio) e poi la seguivamo, vagando per il vasto giardino. Queste erano le nostre estati.

Tutto sommato, l’estate dei quattro protagonisti di questo racconto non è poi così diversa. I quattro evangelisti, come li chiama il don, sono diventati amici loro malgrado, si potrebbe dire. Hanno tutti quattordici anni, e ognuno di loro, a suo modo, è un disperato. Una disperazione del cuore. Profonda.

Si trovano senza cercarsi, passano insieme il loro tempo, si danno il nome dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse, perché chiamarsi Marco, Matteo, Giovanni e Luca è un po’ da sfigati, mentre chiamarsi Morte, Pestilenza, Carestia e Guerra è decisamente meglio. Il bosco è la loro casa, fino a quando in quel bosco non trovano un braccio. E poi un altro. E un altro ancora. Braccia senza corpi, braccia senza altre braccia o gambe o chissà che altro. Solo braccia.

Sono brividi di paura ma anche di quella eccitazione bambina e priva di limiti che solo un adolescente può provare. L’eccitazione di chi pensa di avere le risposte a tutto, di chi pensa di essere più furbo, più bravo, più intelligente, più spavaldo.

Loro sono i quattro Cavalieri e scopriranno cosa c’è dietro quegli arti sepolti nel bosco.

Almeno fino all’arrivo di Liliana Torresi.

Quando arriva Liliana Torresi tutto cambia.

Per sempre.

Perché gli ho dato 8?

Gli ho dato 8 perché, ancor più della storia in sé e per sé, a colpirmi è stato il modo di raccontare. Catia sa scrivere. Scrive in maniera fluida, corretta, forbita, utilizzando i termini adatti, pensandoli e soppesandoli senza però risultare forzata o troppo studiata.

Il racconto in questione, che nel suo incipit mi ha ricordato vagamente il famoso e a suo modo romanticissimo film Stand by me, è un buon lavoro e un buon risultato generale. Perché parlo di lavoro “generale”?

Perché più del dettaglio, ciò che rimane impresso (se non altro alla qui presente) è l’idea nel suo complesso, l’atmosfera nel suo complesso, l’atmosfera dell’oratorio parrocchiale nel suo complesso.

Per dirla tutta io SO che questo racconto funziona, ma non saprei dire in che modo o perché. Mi capite? Forse no, eh?

Io credo che ci siano cose corrette e giuste e buone delle quali non sapremmo parlare poi molto nel dettaglio. Ci sono cose belle giuste e buone… perché sì.

Questo racconto è un esempio di “perché sì” anche se credo che il bosco (come è giusto che sia, visto anche il titolo del racconto) sia il vero protagonista. Lui, i suoi rumori, i suoi segreti, i suoi abitanti. Quel gufo molto grosso, quel lupo straordinariamente grande. Un bosco che non accoglie, che non fa giocare. Una natura matrigna che si chiude per intrappolare, soffocare, schiacciare.

Probabilmente il penultimo capitolo lo avrei voluto un filo diverso, forse più chiaro ed esplicativo, ma questa è una caratteristica tutta mia: io voglio finali che dicano FINE a chiare lettere, che mi spieghino per bene tutto, il perché ed il percome. Mi piace chi fa spesso il punto della situazione per evitare che qualche lettore si perda per strada, ecco.

Ad ogni buon conto, a partire dalla cover, passando per la storia e finendo con un buonissimo editing, questo racconto è consigliabile proprio a tutti.

A meno che non abbiate paura dei boschi.

7 note nere

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Titolo: 7 note nere

Autore: Maico Morellini

Editore: Delos Digital

Anno: 2017

Pagine: 58

Prezzo: 2,49 euro per il formato digitale (unico disponibile) acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Cosa vuole il demone che vive al di là dello specchio? Chi si nasconde dietro gli efferati delitti di un serial killer? Quale terribile potere hanno quei vecchi ferri da maglia?

Sette note oscure, sette storie nere. Un viaggio dal quale tornerete profondamente cambiati.

LA RECE DELLA KATE:

Nonostante Amazon si ostini a chiamarlo romanzo breve questo non è un romanzo breve ma, essendo voi tipini intelligenti, scommetto che lo avrete capito anche solo leggendo il titolo. 7 note nere è infatti una raccolta di racconti scritti dall’amico Maico Morellini nel corso degli anni; racconti che hanno partecipato e vinto concorsi, probabilmente tutti, a loro modo, simbolo di uno stile o di un momento specifico o di un pezzetto di strada fatto dal bravissimo autore reggiano. Un excursus – tenebroso – nella sua anima e nel suo stile, nel mondo horror italiano ma anche in un’Italia che smette di essere soleggiata e profumata di pizza e allarga tentacoli neri e furibondi sulla terra fertile. Fertile come la mente del nostro caro autore che, raccogliendo queste sette storie ci fa partecipi del suo mondo incantato ed onirico e ci accompagna in un viaggio breve ma pur sempre intenso e stilisticamente interessante senza la minima intenzione di tenerci la mano. Ed ecco quindi che non siamo attorno a un fuoco con gli amici a raccontare storie dell’orrore; non c’è niente di goliardico, niente di neppure vagamente tollerabile. Mi verrebbe da fare paragoni sempre italiani ma non li farò. Quello che voglio dire è che ho letto raccolte di racconti che sembravano davvero storie raccontate dal nonno davanti al camino per creare atmosfera, fare un po’ paura, raccontare storie che altrimenti sarebbero destinate a scomparire nel vento.

Qui… qui la sensazione è un’altra.

Lo sapete quale?

Io mi sono sentita al buio, al centro di una stanza, nessun tappeto sotto di me, solo il nudo pavimento. Ho sentito il senso di solitudine, eppure sola non ero. Ed ecco infatti che una voce, nel buio, dava inizio alla sua danza. Un tono pacato ma deciso, una voce di uomo profonda e roca. Era con me ma non era con me. Né benigna né maligna. C’era, e basta. Raccontava queste storie, e basta. Ero sola. Dovevo ascoltare.

Si parla di bambini, si parla di demoni, si parla di grandi e possenti Titani, si parla di strani alberi, c’è l’estate e il caldo, c’è la nebbia fitta della Pianura Padana, c’è l’odore di corruzione, l’odore di dolore, di malattia. Un odore che ricondurrei solo a un ospedale, detta sinceramente. Non c’è ambiente esterno che mi riconduca a certe sensazioni. Fragilità, morte occultata, finta normalità.

Perché gli ho dato 8?

L’ho accennato prima: io non sto dicendo che l’horror, in un modo o nell’altro, sia pur sempre e solo horror. L’horror può essere tale in mille modi diversi, declinato in mille maniere diverse. Ne ho letto talmente tanto in questi anni che sono certa di dire la verità. E poi… cosa c’è di più horror di ciò che viviamo ogni giorno? Non sto parlando delle nostre vite private, sia chiaro. La mia è luminosa. Sto parlando del panorama mondiale, degli ultimi avvenimenti, della crudeltà, della sete di vendetta, della sete di potere. C’è qualcosa di più horror? Viviamo così circondati dall’orrore che sublimarlo non è affatto semplice. Nemmeno il più terribile mostro lovecraftiano riuscirebbe a sublimare tutto lo schifo nel quale siamo immersi noi e – accidenti – i nostri figli.

Ma se l’horror è horror e gli artisti (anche in Italia) sono molteplici, è vero quindi che per dire davvero qualcosa è necessario dirla nella maniera corretta. Morellini è un uomo che conosce la lingua italiana, che conosce le sue regole, che ha il puro piacere di esprimersi in un certo modo. La sua prosa è ricercata, studiata, calcolata. I suoi periodi, le frasi che scrive, non sono mai casuali, mai “di pancia”. Leggo, nel suo lavoro, un amore reale per il mondo della scrittura e per il lettore. Un vero rispetto per la lingua, per la letteratura di genere e per chi leggerà. La finezza di pensiero e di scrittura, allora, diventa chiave di volta per una narrazione sapiente, strutturata, elegante e mai banale. Anzi. Non scontata, ecco. Come diciamo noi scout, tra i due sentieri Morellini sceglie quello meno battuto. La ricercatezza.

Una raccolta interessante.

Cosa?

Il mio preferito?

Il Titano, ovviamente. Da brividi.

Buona terrificante lettura, amici.

La belva del mare

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Titolo: La belva del mare

Autore: Salvatore Stefanelli

Editore: Delos Digital

Collana: Delos Crime

Anno: 2017

Pagine: 55

Prezzo: 1,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 6/7

SINOSSI: 

Un mostro che rapisce le sue vittime per poi lasciarle morire in riva al mare con una passiflora sul ventre, per questo l’hanno chiamato La Belva del mare. Il maresciallo Riberti è in prima linea nel dargli la caccia, ma la sua ostinazione non è solo dovere, è soprattutto qualcosa di personale.

LA RECE DELLA KATE:

Giorgio Riberti non è mai stato l’anima della compagnia. Riservato e serioso, incute un certo timore reverenziale nel suo staff. Le cose sono sensibilmente peggiorate dopo la morte dell’amata moglie per mano di un serial killer spietato che dai giornali è stato chiamato (con grande svolazzo di fantasia) la Belva del mare, in onore dei luoghi delle sue stragi.

Per Giorgio Riberti prendere l’assassino (o gli assassini?) è una questione che va ormai molto al di là del semplice dovere lavorativo e civile: Riberti DEVE trovare l’uomo che ha ucciso la sua bellissima moglie proprio quando era incinta di due gemelli. I suoi due gemelli.

E mentre il desiderio di vendetta scalpita impaziente nel petto del Commissario, altre morti si susseguono una via l’altra sullo sfondo dell’affascinante costa pugliese; sempre donne, sempre belle, sempre giovani, sempre brutalmente offese e violate, sempre con una passiflora adagiata sul ventre. In mezzo a questa lunga di scia di sangue, anche un uomo. Aristide Spezzini è un’altra strana e inaspettata vittima della Belva? Perché cambiare improvvisamente modus operandi? Perché un uomo? Perché proprio lui?

Le cose, si sa, non sono mai come sembrano e spesso il destino ci tiene a mischiare le carte e, di conseguenza, il nostro futuro.

Perché gli ho dato 6/7?

L’amore di Stefanelli per la poesia traspare in ogni sua altra pubblicazione. Il che, sono sincera, non so quanto gli faccia pro. Il linguaggio che, qui e lì, diventa aulico, non giova certamente a una narrazione di questo tipo, giacché ci troviamo di fronte a quello che vorrebbe essere un racconto thriller. Per quello che mi riguarda, alcune frasi come “Dobbiamo arrivare prima dell’irreparabile!” o “Il fuggevole incontro dei nostri sguardi mi fa arrossire” stridono in maniera incontrollata. La prima perché forzosa e poco realistica (ve lo immaginate un commissario in preda all’agitazione che sale in auto per prendere un pericoloso serial killer che grida: “Dobbiamo arrivare prima dell’irreparabile!!!“? Io no. Molto probabilmente la frase sarebbe: “Metti in moto questa cazzo di macchina, vai!!!“); la seconda perché stucchevole e poco appropriata al contesto.

Dette queste cose (che ritenevo doverose), La belva del mare è e rimane un racconto thriller assolutamente onesto e godibile, con una prosa ricca e curata, con un paio di personaggi molto molto interessanti (lo stesso Riberti e la vedova dell’unico uomo assassinato) e dialoghi snelli e ritmati nella giusta maniera.

Peccato anche per la brevità; non capisco mai perché scrivere così poco (del resto io non scrivo affatto, quindi non ho motivo di criticare). In questo caso molto in più si sarebbe potuto dire del protagonista, il depressissimo Riberti, e ancor di più sul contesto paesaggistico e culturale, visto che le spiagge pugliesi sono molto caratteristiche e affascinanti e una maggiore descrizione avrebbe forse aumentato il senso di partecipazione del lettore.

Ma qui non si sta più parlando del racconto in sé e per sé, ma di tutti quei racconti che, per brevità, dimenticano di dire cose che per me (per me Caterina) rimangono fondamentali.

La belva del mare è quindi un racconto assolutamente consigliato e per il prezzo piccino piccino e per la sua narrazione fluida e capace.

N.B. Un editing più preciso non avrebbe certo fatto male a nessuno…

 

Il mio lato proibito

Cover senza sfumature 85 bassa

Titolo: Il mio lato proibito

Autore: Pamela Boiocchi e Michela Piazza

Editore: Delos Digital

Anno: 2016

Pagine: 65

Prezzo: 2,99 euro in formato digitale

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Elisa è gentile e affidabile, ma si sente oppressa dai doveri; Juan è scanzonato e seducente, ma nasconde un segreto. Coinvolti in un’avventura che li condurrà attraverso le meraviglie del Costarica – calde pozze termali sperdute nella foresta, vulcani attivi e nidi di tartarughe – Elisa e Juan impareranno a lasciar cadere ogni difesa e ad ammettere che gli opposti si attraggono.  Una storia romantica e sensuale che invita a riscoprire e ad assaporare la parte selvaggia che si cela in ognuno di noi.  

LA RECE DELLA KATE:

Dopo aver letto e recensito con gioia e divertimento i loro due precedenti lavori da self (qui la recensione al primo e qui la recensione al secondo) entrambi molto romantici e volutamente… piccanti, non potevo resistere al fascino di un racconto breve scritto ancora a quattro mani dalle mie autrici a tinte rosa preferite, cercando con tutta me stessa di andare oltre quella cover che davvero (ma davvero!) non si può vedere. E qui ci sarebbe da aprire una parentesi lunga e noiosa, critica e aspra, piena di borbottamenti e considerazioni tra lo snob e il bigotto. Ma, poiché vi amo, passerò oltre e lascerò a voi e alla vostra immaginazione le riflessioni che seguirebbero tornando a bomba sull’argomento che davvero ci interessa: il racconto, perbacco!

La nostra protagonista è Elisa, un’impiegata seria e molto precisa, ligia al dovere e amante delle cose fatte per bene, alla vecchia maniera. Le piace essere organizzata e programmata, ordinata e affidabile. Le piace essere così sul lavoro ma anche nella sua vita privata, che programma e scandisce con precisione chirurgica. Elisa è una di quelle persone che, per stare bene, ha bisogno di sapere esattamente cosa accadrà, come e quando. Io la capisco perfettamente perché, pur essendo disordinata dentro, ho però bisogno che almeno alcune cose della mia vita siano ferme e stabili. Gli orari, ad esempio. Amo essere puntale e amo che gli altri siano puntuali con me. Amo pranzare e cenare alla stessa ora. Mi adatto con fatica a ritmi diversi dai miei.

Quindi ho capito molto bene lo stato d’animo di Elisa nello scoprire che la vacanza che aveva programmato con la sua amica in Costa Rica (che per quanto mi riguarda è scritto staccato e non attaccato!) sta per saltare a causa di… un uomo! L’amica infatti non se la sente più di partire e lascia Elisa sola e con una domanda atroce: rinunciare al viaggio o partire lo stesso ma da sola?

Elisa alza il mento e decide di partire. Attende da troppo tempo quel momento di relax e non ha nessuna intenzione di rinunciarvi.

Quella terra calda ed esotica la accoglie sfoggiando per lei i migliori colori, suoni, odori. Possiamo vedere il rigoglio delle piante, possiamo udire il canto degli uccelli, possiamo sentire l’odore del mare, pungente e avvolgente. Elisa è felice, finalmente libera, quasi ebbra di una felicità che le sembra di non aver mai sperimentato. Ma quando i suoi occhi incrociano quelli del suo autista, Juan, capisce che quella vacanza sarà molto, molto speciale e decisamente indimenticabile.

La pelle ambrata del ragazzo e i suoi occhi, così profondi e belli, catturano l’attenzione di Elisa che, almeno per una volta, decide di mandare all’aria tutto e dimenticarsi ogni cosa, anche di essere quella che è: una tranquilla impiegata italiana, precisa e affidabile. Si lascia trasportare dalla musicalità della voce di Juan, dal colore inedito dei suoi occhi, dalle sue mani gentili ma decise. Vuole solo vivere il momento, lasciarsi andare e vivere la vita così come andrebbe vissuta. Tra vulcani e tartarughe, tra cibi speziati e incanti del mare Elisa riuscirà a far emergere la parte più vera di sé scoprendo anche molte cose di Juan, quel ragazzo allegro e vivace ma dal passato doloroso.

GLI HO DATO 7 PERCHÉ…

Il mio lato proibito ha una cover e un titolo un po’ troppo ammiccanti (ma non è colpa delle autrici) che mal riflettono lo spirito invece di un racconto che ha sicuramente delle sfumature erotiche senza però trascendere mai nel volgare. E io, questo, l’ho molto apprezzato (ma non avevo dubbi, conoscendo le due autrici!).

Elisa, la protagonista femminile, è in gamba, moderna, non ha paura di dire la sua e di risultare aggressiva o scontrosa. Ci tiene, invece, a conservare la sua dignità. Una donna, insomma, come piace a noi!!!

Juan, il protagonista maschile, rischia a volte di inciampare nel caricaturale, ma sono brevi scivolate che accettiamo con un sorriso, ammaliate a nostra volta dalla sua latinità e dal suo fascino innegabile. L’idea di infilare le mani in mezzo a quei riccioli un po’ selvaggi, diciamolo, ci fa leccare i baffi. Ne esistessero davvero, di autisti così, ci sarebbe da prenotare un viaggio in Costa Rica proprio a d e s s o!

Per quello che mi riguarda il racconto risulta un filino troppo corto, e la sua brevità incide a mio parere sul ritmo generale, tutto sbilanciato verso l’inizio e orfano invece di un finale appena più argomentato e complesso che rimane però molto dolce e che regala più di un sorriso.

Ma – lo ammetto – probabilmente a parlare non è la Kate beta reader ed editor ma la Kate che vorrebbe che le belle letture non finissero mai  😉

Nel complesso Il mio lato proibito conferma lo spirito birichino e divertente delle due autrici che, per quanto mi riguarda, continuerò a seguire, leggere e commentare insieme a voi perché mi sembra possano fare cose molto molto belle e insieme e singolarmente.

Adatto a chi ha bisogno di staccare, a chi non sogna che l’estate e a chi, almeno per un’oretta, desidera sognare tra le braccia del bel Juan, sulle spiagge bianche del Costa Rica.

LA CITAZIONE:

“- Riso, fagioli neri, cipolla… il tutto insaporito con coriandolo e, naturalmente, una buona salsa piccante a base di peperoncino! – spiegò, aprendo la pentola da cui si diffuse immediatamente un profumo delizioso. – Assaggia…

Intinse un cucchiaio nella pentola tendendolo verso la bocca di Elisa. Lei si lasciò imboccare, gustando un po’ della pietanza che trovò davvero saporita.

Juan ripeté il gesto di portarle il cibo alle labbra, e questa volta la ragazza esitò, stranita dall’intimità di quella situazione. Da quando si lasciava imboccare da uno sconosciuto, mezza nuda e su un letto?”

Il corpicino

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Titolo: Il corpicino

Autore: Filippo Santaniello

Editore: Delos Digital

Anno: 2016

Pagine: 41

Prezzo: 1,99 euro in formato digitale

Voto: 8

SINOSSI:

Una famiglia a pezzi, una moglie distrutta dal dolore. Giuliano ha un solo scopo: salvare la sua famiglia. Farà ogni cosa per riuscirci, anche la più abbietta.

Il lavoro di Giuliano è in ospedale, ma non da medico, come avrebbe voluto, bensì da inserviente, come il destino ha deciso. Purtroppo non è stata l’unica brutta sorpresa che la vita gli ha riservato, costringendolo a commetTere atti che possono portare solo dolore e morte.

LA RECE DELLA KATE:

La collana Delos che ospita questo breve racconto è la Delos Crime. Il che dovrebbe riportare a un racconto giallo-thriller, immagino. E forse potrebbe esserlo, sforzandosi o cercando di non essere maliziosi. La verità (e non so se negli intenti della casa editrice questo sia un bene o un male) è che questo è un horror. Che poi l’abbiano voluto chiamare “crime” per me va bene. Poteva chiamarsi anche “lasagna” o “lucina da notte”: per me rimane un horror. Il che, non fraintendetemi, mi va benissimo. Gioco in casa, insomma. Molto più che se fossi alle prese con detective, inseguimenti, lettere minatorie e robina alla Lincoln-SeiUnFigo-Rhyme. Qui, invece, siamo alle prese con Filippo Santaniello, abile manovratore d’ingegno proprio e altrui che, dopo avermi piacevolmente stupita con il suo “Marachelle” (scritto a quattro mani-d’oro con Paolo Gamerro) torna nelle librerie virtuali con questo racconto molto breve (troppo breve!) ma altrettanto intenso.

Che Giuliano, il protagonista, non sia poi così vecchio, possiamo sospettarlo solo dal fatto che da non molto tempo è diventato papà, ma tutto quello che leggiamo e che tanto bene ci viene descritto appartiene a un uomo vicino all’anzianità. I movimenti incerti, gli occhi iniettati di rosso, la stanchezza che, talmente bene è descritta, sembra appartenere anche a noi, la lenta apatia che accompagna lunghe e sfiancanti giornate di lavoro all’ospedale come inserviente in mezzo a detersivi, disinfettanti, alcool, bagni sporchi e chiazzati di urina o di diarrea, odori insopportabili che entrano dentro al naso per non uscirne più hanno trasformato Giuliano in qualcosa di diverso da un uomo. Fa parte dell’ospedale come le mattonelle, come le porte a spinta, come gli spazzettoni, come quelle chiazze di urina che pulisce e asciuga ogni giorno. Ma poiché non di solo lavoro (circa) vive l’uomo, anche Giuliano, come tutti, a fine turno si sfila la divisa e sale in auto. Torna a casa. Ma che casa è quella in cui ad accoglierti c’è solo puzza di chiuso, spazzatura e malattia? Che gioia ci può essere nel vedere tua moglie distesa nel letto, preda di una malattia che trova le sue radici nel dolore psichico e nel totale abbandono della mente? Come fa, Giuliano, a resistere? Come fa a non soccombere a quella vita che pare farlo impazzire, a quel cerchio che sembra stringersi ogni giorno di più attorno al suo corpo, che pare volerlo schiacciare? Che sensazione di impotenza, di soffocamento. Quanto dolore, quanta rabbia. Perché sua moglie non può alzarsi dal letto, farsi trovare accanto alla cucina ben pettinata e sorridente, chiedergli com’è andata la giornata, preparargli un pasto caldo e fare l’amore con lui? Tutti vorremmo vivere, se non nella felicità, in una quieta e poco pretenziosa serenità. Quella pacata serenità che ci permetterebbe di chiudere gli occhi alla sera senza sentirci soffocare dall’angoscia e dallo sbigottimento. La serenità che consiste in un tetto sopra alla testa, qualche soldo, qualche affetto. Perché Giuliano non può? Perché quella serenità dell’anima non gli è concessa? Le cose sfuggono di mano come se fossero piccole saponette insidiose. Nel tentativo di salvare la moglie dall’apatia e dall’abulia, Giuliano involverà una volta di più e comincerà a scendere i pochi ripidi ma invitanti scalini che lo separano dall’Inferno più nero.

Un racconto che, nella sua brevità, molto bene fa comprendere una certa capacità autoriale, una certa fantasia perversa, una certa delicatezza di intenti e verso la scrittura e verso la razza umana, vittima dalla notte dei tempi di tanti e tanti dolori e incertezze che, troppo spesso, trascinano tutti noi laddove mai avremmo voluto arrivare.

Giuliano, che lo vogliamo oppure no (forse più no), è uno di noi.

Avevo dato un 7 prima di concludere il racconto. A racconto concluso, invece, mi sbilancio con un bell’8.

Buona lettura a voi, amici.