Gelo d’aurora

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Titolo: Gelo d’aurora

Autore: Veronica Cani

Editore: Nero press

Anno: 2017

Pagine: 44

Prezzo: Solo in formato digitale a 0,99 euro acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Il Circo Brivido è quanto di più terrificante uno spettacolo circense possa offrire. Numeri a effetto in cui gli “artisti” sfidano la morte, prove con acqua gelida, piranha e serpenti si alternano al centro della pista per spaventare il pubblico. L’unico problema, la cosa che la gente ignora, è che gli “artisti” sono in realtà persone sfruttate, affamate e torturate dal padrone del circo Karonna e dai suoi sgherri: Garla, la donna serpente, e Werdel, il nano deforme. La famiglia Smirnenski proviene dalla Bulgaria, il padre Lazar e sua moglie Galina, insieme alle figlie Maria e Zornitsa sono circensi da sempre, ma mai avrebbero pensato che fuggire dal loro paese per approdare in Italia, in cerca di una vita migliore, avrebbe invece segnato il loro destino.

LA RECE DELLA KATE:

Quando alla famiglia Smirneski viene offerto un posto sul carrozzone del Circo Brivido il capofamiglia non esita un istante e accetta. Niente al mondo potrebbe essere peggio della fame e del freddo e delle privazioni a cui sono sottoposti da anni tutti e quattro in quella desolata landa bulgara. Niente al mondo potrebbe spaventarli di più, pensano. E già li vediamo, poveri ma pieni di speranza, abbandonare la loro terra (nonostante tutto, pensiamo, amata) per giungere, attraverso la Grecia, in Italia.

Personalmente, da un circo che si chiama Brivido non mi sarei aspettata poi tutti questi gran frizzi e lazzi che, in effetti, non ci sono e non arrivano.

Le condizioni contrattuali sono inesistenti, il loro stipendio pure, il loro alloggio poco più di una cuccia alla mercé di ratti, topi e Dio solo sa che altro, il loro vitto una sbobba liquida e insapore. No, decisamente la loro nuova vita non lascia presagire nulla di buono. Ma come tutti i genitori anche per mamma e papà Smirneski il pensiero maggiore era per le loro due figlioline. Secche secche, fragili fragili, costrette a subire le ire del padrone e dei vari lavoranti del circo, alcuni dei quali poco più che avanzi di galera dall’aspetto raccapricciante, come la donna serpente, una contorsionista dal lugubre aspetto e dalla pelle completamente tatuata a motivi serpenteschi che gode nel veder soffrire le due bambine.

Ma il circo Brivido si chiama così per una ragione, siori e siore. Venghino, venghino a vedere con i loro mirabili e pregiatissimi occhi le terribili meraviglie che il circo può offrire a lorsignori, venghino! La bambina numero uno s’immergerà in una vasca piena di pesci mangiatori di uomini, la bambina numero due, siori e siore, verrà ricoperta di serpenti e ragni senza ch’ella muova un muscolo, guardino loro stessi, guardino! Quanto coraggio! Venghino!

Ed eccoli qui, i brividi.

Ecco qui, l’eccitazione.

Di chi guarda, certo. Di chi sta lì, seduto, pensando che tutto vada bene, pensando di far divertire i propri figli e un pochino anche sé stesso, di chi sgranocchia caramelle e lecca zucchero filato. Questi sprovveduti non hanno idea del terrore che assale le due bambine. Non hanno idea della temperatura dell’acqua. Non hanno idea di quanto il loro cuore batta forte. Non hanno idea delle minacce che hanno subito, degli strattonamenti, delle urla, degli sputi in faccia, delle percosse. Questa gente non sa niente. O forse sì. Come si può non vedere il terrore sul volto di un altro essere umano? Come si può far finta di non vedere la paura negli occhi innocenti di un bambino?

Eppure… eppure. Eppure accade. E nessuno sa che se qualcosa dovesse andare storto le cose, per le due sorelline, si metterebbero talmente male da precipitare una volta e per sempre.

E si sa, quando qualcosa può andare male, lo farà. Perché no, quella tarantola che le viene addosso le fa troppa paura. Troppo grande, troppo nera, troppo pericolosa. E lei non sapeva che le cose sarebbero andate così. Nessuno glielo aveva detto, lei non ha diritti, lei ha solo doveri, lei è solo una pedina, un pezzo di carne. Non importa. Non importa più niente. Grida e urla, la piccola bambina bulgara. Chiede aiuto e grida ancora. E gli spettatori, come sciocchi imbecilli, escono alla chetichella. Qualcosa non va. Qualcosa non è andato per il suo verso. Meglio scappare, meglio far finta di non aver visto nulla. E poi… poi magari sì, era tutto programmato, è tutta una finzione, no? Forse fa tutto parte dello spettacolo. Diavolo! Si chiama Circo Brivido… ci sarà un motivo, no? Ma ora è meglio andare. Meglio non sapere.

E non la sapranno mai, quegli spettatori egoisti, la fine della storia.

Non vedranno il sangue, non sentiranno le urla, non vedranno l’agonia.

Perché lo spettacolo è rovinato e qualcuno deve pagare.

La vendetta non conosce fretta.

Perché gli ho dato 8?

A partire da It, da Il circo dei vampiri (leggetelo) fino ad arrivare al più recente Joyland (non leggetelo) il mondo del circo sta all’horror come la Provenza sta al romance. Io sono l’ultima a dover parlare, ho amato solo la compianta Moira Orfei e ho odiato tutto il resto. Carrozze, animali, clown e tutta l’allegrissima compagnia. Nella mia casa in montagna campeggia, proprio in camera da letto (una specie di bombonierina dal tetto in legno che scricchiola a intervalli regolari), una foto che mi ritrae al circo, accanto a un terrificante clown. È che io il mio papà non è che lo vedessi poi tantissimo, quindi quando lo vedevo e potevo stare con lui lo accontentavo in tutto e per tutto. Probabilmente mi disse di fare una foto col dannato clown, e io la feci. La mia faccia è abbastanza esplicativa del momento. Eppure quella foto è stata messa nella casa in montagna e a me ricorda un momento decisamente infelice (se non infelice comunque abbastanza da bestemmia) della mia vita fanciullina. Dannatissimi clown. Dannatissimi circhi. No, non mi piacciono.

Tutto questo panegirico (mi perdo sempre) per dire che l’horror, nei circhi, ci sguazza felice. Sarà per quell’odore di essere umano compresso in uno spazio e di plastica cotta al sole. Sarà per quegli sgabelli scomodi e traballanti. Sarà per il buio tutto intorno alle luci sfavillanti dello spettacolo. Sarà per quei sorrisi finti ed esagerati scolpiti sui volti degli artisti. C’è qualcosa di malato, nel circo. E l’horror se ne è accorto presto.

E se ne è accorta anche la nostra Veronica, che ha scritto per noi un racconto breve a tema circense decisamente molto duro e molto violento. Da madre, se mi passate il termine decisamente trito, l’ho trovato disturbante (e questo è un bene, stilisticamente parlando, sia chiaro). Perché un conto, come dico sempre, è parlare di creature che ti spuntano da sotto i piedi e ti fanno a pezzettini – questo la mente può sopportarlo perché quelle creature non esistono nella realtà (?) – un conto è parlare della violenza umana che, invece, esiste eccome. Da sempre. Per sempre. E quando la violenza e la cattiveria umana si riversano su due bambine viene da stringere gli occhi e serrare la mandibola. Non è fiction, non più: è realtà. L’elemento horror classico viene quindi dato non tanto dai dialoghi o dai personaggi ma dalla location e dalle atmosfere gestite abbastanza bene, ma non certamente da elementi appartenenti al fantastico. Qui, di fantastico, non c’è niente. Solo cruda realtà, pura crudeltà, follia umana, terrore liquido. Vorrete salvare le due sorelle e non ci riuscirete. Vorrete che qualcuno del pubblico si alzi indignato, ma nessuno lo farà. Vorrete chiamare le forze dell’ordine, ma non potrete.

Un racconto quindi certamente riuscito dal buon ritmo, dalle buone atmosfere (anche se forse sin troppo descritte),dal finale a mio parere un po’ troppo accelerato (capita spesso, nei racconti) e una cover da urlo.

Consigliato a tutti gli amanti del circo e sconsigliatissimo a chi ha problemi (seri) con i rettili.

Buona lettura, bimbi miei.

Il circo dell’invisibile

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Titolo: Il circo dell’invisibile

Autore: Camilla Morgan Davis

Editore: Dunwich

Anno: 2016

Pagine: 192

Prezzo: 2,99 euro per la versione digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Clio è una ragazza di quindici anni, da un anno è scappata dalla sua famiglia e vive a Edimburgo in un vecchio spaccio del pesce, ormai abbandonato. Trova nel misterioso Circo dell’Invisibile la possibilità per cambiare nuovamente la sua vita, trasformandosi nella Ballerina Sirena.
Clio crede di vivere in un sogno che oscilla fra duri allenamenti, emozionanti spettacoli, strane amicizie e un dolce amore, ma il sogno nasconde una faccia oscura.
Quali misteri si celano sotto i tendoni dorati e turchesi che ha imparato a considerare la sua casa?
Clio proverà a scoprirlo sfidando la meraviglia con l’inganno dei suoi stessi desideri.

LA RECE DELLA KATE:

Posso resistere a quasi tutto (non è vero, non resisto a niente, non credetemi) fuorché a una cover come questa, con questi colori rétro e questa atmosfera leggera e seppiata. Vero è che spesso mi sono imbattuta in copertine molto brutte che celavano al loro interno storie belle e ben scritte, ma una buona cover è il biglietto da visita e della casa editrice e dell’autore; prescindere da una cover è quasi (quasi) impossibile, soprattutto per chi, come me, si vede passare sotto gli occhi e le mani decine e decine di libri alla settimana e necessita di un minimo e banale appiglio. Ho voluto leggere questo romanzo proprio partendo dalla cover: ero curiosa di capire. Si trattava di un caso di tutto-fumo-niente-arrosto? Andiamo a scoprirlo, venghino siori e siore!  😉

La Casa dei Pescatori, a Edimburgo, è una stamberga sporca e fatiscente che accoglie giovani vagabondi, ragazzi senza casa né famiglia che cercano riparo e rifugio dai lunghi e freddi inverni della capitale scozzese. La prossimità fisica, la povertà, la fame e il freddo rendono questo luogo poco meno inospitale di quello che c’è fuori: un vento gelido e una pioggia sferzante. Clio ha solo quindici anni e, per fortuna, non è sola: accanto a lei, l’amica Lilli, poco più grande, povera come lei, sola come lei ma, diversamente da lei, molto più cinica e disincantata. Sa bene che in un mondo come quello, con una vita come quella, avere dei legami è impossibile e l’amicizia e la vicinanza sono necessarie solamente per garantirsi la sopravvivenza. Insieme si può rubacchiare più facilmente in mezzo alle trafficate strade di Edimburgo, o fare accattonaggio e dividersi i pochi spiccioli per recuperare almeno un panino e qualcosa da bere. Questa è la loro vita: una estenuante e continua lotta.

Fino a quando, un giorno, accade qualcosa che cambierà tutto.

Il circo dell’Invisibile è arrivato in città. Prima gli operai, poi i carrozzoni, gli animali, gli artisti. Lilli è inquieta, ansiosa, sembra preda di una paura che le serra i fianchi e il respiro e quando la scimmietta del circo le consegna una lettera, la ragazza corre via dal circo, da Edimburgo e da Clio. Non ci sono legami, non c’è salvezza, non c’è amicizia: se il circo chiama, qualcuno morirà, e Lilli non vuole morire. Deve fuggire.

Quando la Casa dei Pescatori viene fatta sgomberare, a Clio non rimane altra scelta che afferrare la lettera e rispondere alla chiamata del circo fingendosi l’amica. Il suo è un disperato tentativo di salvarsi la pelle, ma non solo; quel circo la attira, la chiama, le promette un futuro splendente e la famiglia che ha perduto. È chiassoso, rumoroso, odoroso; ognuno ha il suo ruolo, la sua arte e il suo passato. Entrare in un circo è come entrare in una grande famiglia e, allo stesso modo, presenta non poche difficoltà. Bisogna imparare a tollerare, a fare silenzio ma anche a farsi rispettare. Clio, grazie alla sua abilità da nuotatrice, viene ingaggiata come Ballerina Sirena: ogni sera indossa il suo bellissimo costume e nuota leggera e senza peso nell’acqua, fluttuando davanti agli incantati spettatori del circo. Applausi, e ancora applausi, ovazioni e sorrisi; la gente la ama, la vuole e Clio si sente felice, realizzata, necessaria. Per la prima volta nella sua vita qualcuno ha davvero bisogno di lei e la ragazza sente di avere finalmente uno scopo e, soprattutto, un posto da poter chiamare casa. Ma Lilli aveva ragione: il circo è vivo, pulsante, ma i suoi fili dorati sono tirati da una presenza oscura e inquietante, nera come la notte e capace di spargere terrore. L’uomo a tre teste, anche questa volta, esige il suo tributo. Un nome, una morte, e il circo vivrà. Dovrà essere Clio a dargli quel nome. Un solo nome, una sola morte e il circo potrà continuare il suo eterno viaggio nella fantasia.

Leggendo questo romanzo mi è tornata alla mente una bellissima trilogia, Everlost di Neil Shusterman. Esattamente come Everlost, Il circo dell’Invisibile è una favola dai toni cupi e molto, molto creepy nella quale realtà e fantasia vanno a confondere i loro contorni per creare una terza dimensione in bilico tra bene e male e tra buio e luce. Sono proprio le atmosfere così creepy a dare a questo romanzo quel tocco in più di cui un lettore adulto non può fare a meno e senza le quali la narrazione rimarrebbe senza dubbio orfana di quel quid che segna il confine tra infanzia ed età adulta. E sono sempre le atmosfere, mai artefatte e faticose, che mi hanno fatto dare al romanzo della Davis un 8 pieno, convinto e tutto sommato molto soddisfatto.

Risente talvolta di qualche ingenuità (soprattutto nella prima metà del romanzo) ma riesce comunque, nonostante qualche breve difetto stilistico, a proseguire a testa alta gettando una efficacissima malia sul lettore che, trasportato dal racconto, dimentica molte cose. Io ho dimenticato che la Edimburgo di cui si parla è la Edimburgo dei giorni nostri, e non una Edimburgo in bianco e nero attraversata da rumorose carrozze; ho dimenticato che si trattava di ragazzini, poco più di bambini; ho dimenticato il mio odio per il mondo circense. Ho dimenticato tutto, tuffandomi insieme a Clio.