Un uso qualunque di te

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Titolo: Un uso qualunque di te

Autore: Sara Rattaro

Editore: Giunti

Anno: 2014

Pagine: 176

Prezzo: 12,00 euro per la versione cartacea – 3,99 euro per la versione digitale

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

È quasi l’alba di un giorno di primavera e Viola, madre e moglie inquieta e distratta, riceve una telefonata. È il marito che le dice di correre subito in ospedale. Ma Viola non è nel suo letto. Comincia a rivestirsi in fretta e, tra un reggicalze che non si chiude e le décolleté lasciate chissà dove, cerca di richiamare Carlo per sapere in quale ospedale andare e che cosa sia successo. E così sullo scolorare della notte, mentre i semafori si fanno sempre meno luminosi e i contorni delle strade diventano più netti, Viola arriva dove avrebbe dovuto essere da ore. Quella che ci racconta senza prendere mai fiato è una vita fatta di menzogne, passione, tradimenti, amore, sensi di colpa e rimpianti. Ma adesso non è possibile mentire, il terrore e la verità la aspettano in quella stanza d’ospedale dove le sue bugie non la potranno più aiutare.Una storia che esplode nella testa e nel cuore. Un’emozionante confessione femminile.

LA RECE DELLA KATE:

Da una decina di giorni non riesco a leggere. Mi succede quando sono molto stanca, molto triste o quando vengo da un periodo troppo pieno di letture. Cosa fa un recensore quando è affetto dal blocco della lettura?

Niente, aspetta.

E io ho aspettato, pregando che quell’orribile blocco se ne andasse così come era venuto, non tanto per ottemperare ai miei obblighi di blogger, quanto perché per me la lettura ha una funzione molto catartica. Dolori, preoccupazioni e tristezze trovano nella lettura il loro nemico più vero e più combattivo. Non c’è dolore che un libro non posso quietare. Certo, il dolore rimane lì, pronto ad aggredire alla gola non appena il libro viene chiuso, ma durante la lettura va a raggomitolarsi in un angolo, e il cuore riposa. Ecco perché per me leggere è così fondamentale. Non che io sia piena di dolori, beninteso. Sono una donna molto più fortunata di tante altre, ma immagino di non saper gestire le mie piccole grandi preoccupazioni. Il che mi rende, a tutti gli effetti, sempre prossima all’isteria.

Chi mi conosce lo sa: ho bisogno di leggere come gli altri esseri umani di respirare, ma in preda al blocco… mi blocco. Guardo il comodino, sfoglio i libri sul reader, sospiro affranta e non c’è niente che solletichi la mia curiosità: una tragedia. Poi una sera arriva lei, la mia amica M., a consigliarmi questo romanzo: «È breve, non ti porterà via molto tempo, ma credo ti piacerà, provalo!»

E l’ho fatto. L’ho affrontato di petto ieri sera e per due ore, dopo molti giorni, ho letto, letto e ancora letto. Ho dimenticato le mie preoccupazioni, la mia allergia, il mio raffreddore, non ho sentito il vento che ululava al di là dei vetri. Per due ore ho letto senza sosta, ho terminato il romanzo esausta, commossa e in parte svuotata di energie. Ho spento la luce incapace di farmi troppe domande e di mettere in piedi chissà quali mirabolanti riflessioni.

Un uso qualunque di te sfrutta un espediente letterario in parte già visto (mi verrebbe da citare la Mazzantini, giusto per fare un nome): il narratore è Viola, madre di Luce, una giovane donna che giace in ospedale tra la vita e la morte, in attesa di un trapianto al fegato. Proprio Viola parla a Luce, le racconta di lei, della sua vita, del suo essere donna, del suo essere madre, delle sue mancanze, del suo modo di amare, del suo modo di intendere l’amore. Viola è giovanissima quando incontra Carlo e se ne innamora. Carlo inquadrato, rigoroso, preciso, educato e folle d’amore per questa ragazza libera, indipendente, selvatica. Tanto selvatica e tanto incompleta, irrisolta e curiosa, che Carlo non le basta mai, e non le basterebbe mai nessun uomo, perché nessuno potrebbe mai farla sentire “aggiustata”, serena e in pace come paiono essere tutte le altre donne. La vita di Viola scorre davanti ai nostri occhi, inquietudine dopo inquietudine, anno dopo anno, intrappolata in una vita non sua, vittima di una suocera gelosa e incattivita, vittima delle sue stesse bugie, affascinata da uomini che non hanno merito se non quello di tenerla occupata e farla fuggire, almeno un poco, da quella realtà che tanto spesso minaccia di soffocarla. Ma Viola è attenta e intelligente, sa bene che la vita può stringersi al suo collo e mozzarle il respiro, quindi ha imparato a svicolare, a prendere troppo spesso quelle uscite d’emergenza che hanno fatto di lei l’unico e vero emblema dell’egoismo umano e che di fatto, nel corso degli anni, è riuscito a creare una famiglia nella famiglia: Carlo e Luce da una parte, Viola dall’altra.

Carlo e Luce sono un binomio indissolubile, coppia affiatata e quasi sensuale per via di quell’unione così profonda e perfetta che li lega da sempre. Amici, confidenti, complici, Viola è tenuta fuori da questo ménage, che non può fare altro che osservare dal buco della serratura, dolorosamente consapevole che è di Carlo che Luce ha bisogno, e non di lei, tanto misera e incompleta. Ma invece di combattere e di riappropriarsi del suo ruolo materno, Viola abdica e affida il comando al marito, scegliendo la via ben più facile dell’annullamento totale tra le braccia di uomini sconosciuti che mai le chiederanno più di quanto lei non sia disposta a dare.

Ma ora – proprio mentre la loro figlia adorata e bellissima è lì, in bilico tra la vita e la morte – Carlo la sta tenendo per il collo, e sta stringendo. Carlo stringe il collo di Viola e urla, urla con tutto il fiato che ha il gola. Stringe e usa così tanta violenza da sollevare il corpo della moglie da terra. Lo stesso Carlo dolce e raffinato, premuroso e innamorato, paziente e protettivo, è a un passo da uccidere la madre di sua figlia davanti a medici e infermieri, davanti alla camera della figlia morente. Cosa sta accadendo? Sono i pezzi di Viola che stanno cadendo a terra, ecco cosa. E dietro quei cocci? E dietro a quella vita fatta di bugie e omesse verità? Cosa ci sarà?

Immagino che ognuno si farà una sua idea in base alla sua morale, al suo concetto di giustizia, al suo concetto di amore.

Ho apprezzato lo stile veloce e sincopato che mi ha rimandato a certi film drammatici italiani (mi viene in mente la Buy), ho apprezzato quindi la mancanza di insistenza, di concetti ripetuti e ripetuti fino alla nausea che tanto poco tollero in certi scrittori (più spesso scrittrici).

Ho apprezzato meno il finale, vagamente apocalittico, sicuramente romanzato, che riesce a togliere pathos all’intero romanzo in un amen. Per fortuna, però, ci pensa l’epilogo a rimettere tutte le carte al loro posto e le lacrime sono libere di scendere, calde e copiose, sulle gote di noi donne sensibili e inclini al dramma.

Un uso qualunque di te è un romanzo sin troppo sincero, doloroso nella sua verità, difficile da affrontare perché ci mette davanti, per forza di cose, alle nostre idiosincrasie, ai nostri egoismi, al nostro modo di essere genitori, al modo in cui vediamo i nostri partners. Ci obbliga, insomma, a quel minimo di riflessione che tanto spesso non abbiamo assolutamente voglia di fare. O che, semplicemente, non siamo in grado di fare perché inquinati dal qui e ora, da tutte le piccole incombenze che ci distraggono dalla parte più vera di noi e che spesso non è poi così limpida come vorremmo fosse.

Nyctophobia: Mondo senza luce

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Titolo: Nyctophobia – Mondo senza luce

Autore: Carlo Vicenzi

Editore: Dunwich

Anno: 2016

Pagine: 282

Prezzo: 2,99 euro in formato digitale

Voto: 8

SINOSSI:

Le porte della città si sono chiuse alle spalle di Eliana, sul suo capo una sentenza di esilio che ha lo stesso sapore di una condanna a morte.
Nessuna luce. Il Buio ha nascosto il sole agli occhi degli uomini e ora il mondo è immerso nell’oscurità. In un futuro distopico gli esseri umani si sono rinchiusi nelle città, dove possono tenere a bada le Tenebre con il fuoco e l’elettricità. Ma l’ignoto ha sempre esercitato un ambiguo fascino sull’uomo e l’Oscurità sembra diffondere un irresistibile richiamo per coloro che le prestano orecchio. Gli sguardi si rivolgono all’esterno, là dove il Buio ha nascosto il mondo e lo ha plasmato a sua immagine: esseri privi di occhi strisciano dove la luce non arriva, creature sconosciute pronte a ghermire chiunque sia abbastanza pazzo da allontanarsi dalle zone illuminate.
Come può Eliana sopravvivere in quella nera realtà dove lo spegnersi della fiaccola significa morte certa? E, soprattutto, saprà resistere alla tentazione del Buio?

LA RECE DELLA KATE:

Ciao ragazzi!

A volte vi chiedo di chiudere gli occhi per meglio capire quello che la vostra fantasia vi suggerisce.

Lo chiedo anche questa volta. Chiudete i vostri occhi.

Non riapriteli più.

C’è buio, vero? Un buio nero e spaventoso, che diventa meno terrificante solo perché sapete con assoluta certezza che, una volta che li avrete riaperti, troverete il vostro computer, il vostro gatto, vostra moglie, il pavimento, il cielo e gli alberi. Chiudere gli occhi è un atto transitorio ma non meno disturbante. Non per niente tanti bambini hanno difficoltà a prendere sonno: il sonno è assenza di materia e di controllo. Spariscono mamma e papà, i pupazzi, spariscono i ricordi della giornata e si sparisce a propria volta. Chiudere gli occhi è morte apparente.

Ora immaginate che questo buio e questo nero entrino per sempre nella vostra vita. Di aprire gli occhi e non vedere nemmeno la vostra mano posta davanti agli occhi spalancati nell’oscurità. Immaginate di non vedere strade, monumenti, di non vedere il lucore dei marmi della Fontana di Trevi, della chiesa principale della vostra città, il vostro bel giardino, la vostra automobile. Poi amplificate questa sensazione orrenda in un tempo che va da qui all’infinito. Non riuscite a immaginare una vita senza luce, vero? Non riuscite proprio.

Ci ha pensato Carlo Vicenzi per voi, e vi ha regalato un romanzo IRRESISTIBILE. Lo vedete che gli ho dato un 8 pieno, no? Del mondo di Nyctophobia non riuscirete più a fare a meno, perché il Buio vi sorprenderà e vi ghermirà.

Sono passati circa sessant’anni da quando il sole è sparito, inghiottito dal Buio. Da allora molte cose sono cambiate. Un’involuzione planetaria ha preso il posto della gretta e pericolosa ondata di tecnologia degli anni che hanno preceduto l’arrivo del Buio. Le città si sono fortificate per proteggere i loro cittadini dai tremendi predatori che hanno fatto dell’oscurità la loro casa. Là fuori, fuori dalle città, nel buio più nero e meno affrontabile, gli animali hanno subito repentine mutazioni genetiche per sopravvivere in un mondo senza luce; hanno occhi giganteschi, denti come sciabole, proporzioni abnormi, propaggini luminose che spuntano dai corpi gibbosi e chitinosi. Sono esseri che si sono aggrappati alla vita e che per sopravvivere devono uccidere. A tutti i costi. Così come gli animali, anche le piante sono mutate. E anche gli esseri umani stessi. Li chiamano Scuoiatori. Hanno perso la parola e la loro umanità. Sono bestie senza freni, assetate di sangue. Vogliono ferire, uccidere, devastare. Attaccano carovane, viandanti, città. Nessuno, a meno che non sia molto coraggioso o molto fortunato, sopravvive a un attacco degli Scuoiatori. Ma è proprio in quel buio popolato da creature mostruose e bizzarre che si trova Eliana, tredici anni. Cacciata da Bologna, la sua città, Eliana dovrà trovare il modo di salvarsi la pelle e di mantenere intatta la sua dignità. Dovrà crescere in fretta, costruirsi a sua volta una corazza, mutare anche lei, come gli animali e le piante. Dovrà affrontare non solo i demoni reali che si nascondono nell’assenza di luce, ma anche i propri. Per fortuna, però, il Buio non ha inghiottito proprio tutto. Per fortuna qualcuno che ha conservato la luce ancora esiste. Si chiamano Glauco, Giona, Manno… sono tutti coloro che sono rimasti umani nonostante tutto, preservando il loro cuore, il loro coraggio, l’essenza stessa della loro anima. E mentre Eliana cerca di sopravvivere a tutto quel buio c’è qualcuno che non si arrende e che lotta per riavere il sole, perché Sole significa luce, luce significa vita e speranza, vita e speranza significano umanità e ripresa. Gli esseri umani non possono essere destinati a quella follia.

Nyctophobia è una distopia bellissima, scritta con maestria, coinvolgimento, amore, passione.

Nyctophobia fa accapponare la pelle. Come il dracco. Come le falene vampiro.

Nyctophobia è Buio che si materializza.

Nyctophobia è fantascienza, fantasy, horror tutto in un solo romanzo.

Ha ritmo, eccome se ne ha. Ha le parole giuste al momento giusto. Ha la speranza e la gioia ma non ha paura di dire alcune scomode (scomodissime) verità.

Vicenzi ha superato se stesso e il suo precedente lavoro, sempre di casa Dunwich, Ultima – La città delle contrade. Ha aggiunto molti tasselli in più alla sua bravura e gli auguro di cuore di avere il successo e il ritorno che merita, perché questo romanzo ha molto poco da invidiare a quelli di colleghi americani o inglesi.

Si dice sempre (io lo dico, e ci credo pure) che purtroppo i romanzi italiani ambientati in Italia non hanno lo stesso fascino di romanzi simili (o uguali) ambientati chessò io… in America. Una distopia ambientata a New York, insomma, è più figa. C’è poco da fare. Una certa filmografia e una certa letteratura ci hanno abituato a scenari post-apocalittici tra le enormi strade della Grande Mela, tra i su e giù di San Francisco, tra gli altissimi grattacieli di città enormi tragicamente svuotate, e adesso vogliamo quello.

Ok, facciamo un esempio pratico con un film che in tanti hanno visto.

28 giorni dopo. Ci siete?

Avrebbe lo stesso impatto, quel famoso frame, se alle spalle del protagonista non ci fosse una Londra evacuata ma non so… Pavia?

Siate sinceri.

La risposta è no. Non avrebbe lo stesso impatto.

Anche in questo caso leggere nomi (e avere queste città bene in mente) come Bologna, Modena, Reggio, Parma fa forse calare un poco la tensione. Ma porca miseria, ve lo giuro. Si dimentica tutto. E si legge. E basta.

Fatemi un piacere: scaricate questo ebook.

Lo sapete: in questo periodo rompo le palle con i titoli dei libri. Io avrei lasciato Nyctophobia e basta. Probabilmente esistevano altri romanzi con questo titolo e non si è potuto, ma per me è e rimarrà sempre e solo Nyctophobia.