I clown bianchi – 13 storie d’autore

cover

Titolo: I clown bianchi – 13 storie d’autore

Autore: AA. VV.

Editore: Clown bianco

Anno: 2017

Pagine: 176

Prezzo: 6,49 euro in formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

 

SINOSSI:

Ci sono un vecchio amico di Fellini e un killer di mafia innamorato. Due gemelle difficili e una scelta che potrebbe salvare il mondo. Bambini stregoni e tatuaggi che spaventano. E si parla di una coppia stanca, di una curva assassina e di qualcosa che vive là sotto. Tredici autori importanti si divertono a raccontarci storie dove avere paura diventa un piacere.

 

LA RECE DELLA KATE:

Quando la giovanissima casa editrice ravennate mi ha proposto questa antologia mi sono, istintivamente, leccata le labbra. Non c’è niente di più bello, soddisfacente e godurioso per un recensore come me che essere presi in considerazione per un progetto tanto bello e divertente. Al netto dell’horror, del crime e dei clown (in parte protagonisti di questa raccolta) vale la pena fare un rapido download anche solo per rendere omaggio e godersi i roboanti nomi che hanno prestato la loro arte alla casa editrice Clown bianco e che hanno quindi contribuito a dare al progetto la visibilità e lo spessore che merita.

Ed ecco, quindi, accomodatevi in poltrona, mettetevi ben comodi, prendete pure qualcosa da mangiare, se vi va. Tanto non mangerete niente, vi dimenticherete anche di bere, e di pensare e dimenticherete alfine anche di esserci. Il viaggio sarà breve, quasi un film messo a velocità doppia. Una storia, un’altra ancora, un’altra ancora in un corsa che diventa sempre meno elegante, sempre meno pensata, sempre meno controllata. Perché un racconto finisce ma voi avrete bisogno di altra adrenalina e altra ancora e altra ancora. Un’altra dose. Sono brevi e belli proprio perché minimali, perché essenziali. Sono semi di paura che vengono piantati nel cervello e germogliano pagina dopo pagina, divertendo ma anche creando atmosfere ogni volta diverse e sempre studiate ad hoc per intrattenere il lettore con misura e sapienza.

Un battito di ciglia e si è a bordo di una Fiat vecchia e puzzolente, tra curve pericolose e il veloce blaterare di una donna non più giovane e piuttosto bolsa.

Un altro battito di ciglia. Siamo piccoli, siamo al buio, siamo nelle mani di ragazzini come noi, siamo folli.

Un altro ancora. Siamo in un vicolo, la pistola in mano, il freddo morso della morte che stringe in un abbraccio il caldo pulsare di un amore sbagliato.

Un altro ancora e, nel buio della notte, appeso a un arco, la tetra figura di un uomo di nero vestito, impiccato, il corpo oscillante in balia dei venti della sera.

E poi il tentativo di combattere il male compiendo, in extremis, altro male. Un male grande per un bene ancor più grande. Quello dell’umanità.

Perché gli ho dato 7?

I clown bianchi è un’antologia molto ricca in tutti i sensi. Ricca di nomi “importanti” ma anche ricca di contenuti molto diversi, variegati e tutti – senza nessuna distinzione – moderni, freschi e agili.

Una prosa snella e senza fronzoli e uno stile pulito e minimale contribuiscono a far scorrere la lettura senza nessun intoppo, rendendo l’esperienza un vero e proprio divertimento “al minimo sforzo”. È quasi – pare – come un binge watching di puntate di una serie tv decisamente ben riuscita.

Molti di questi racconti hanno come protagonisti proprio loro, i clown. Da sempre al centro della scena horror (ne abbiamo già parlato su questo blog), il clown fornisce il perfetto archetipo per un racconto da brivido a qualunque latitudine ci troviamo, qualunque sia la nostra età. Credo di saperlo bene: odio i clown. Non che mi abbiano mai fatto niente, sia chiaro. Nessun tombino e nessun naso rosso nei miei incubi, ma insomma… non mi piacciono, mettiamola così. Quel sorriso dipinto non mi convince. Quei ciuffi di capelli rossi ancora meno. Il sudore che deve esserci sotto quel costume poi… non ne parliamo. C’è una foto che mi ritrae insieme a un clown. Non so se faccia più paura la mia pettinatura (maledetti anni Novanta), il simpatico clown o la mia faccia (quella era colpa del clown).

E se quindi tutti i tasselli di questo macabro puzzle sono andati al loro posto (autori, stili e temi trattati) è pur vero che io, da lettrice, ho sentito sin troppo il senso di velocità. La sensazione è che la tastiera di questi scrittori scottasse e che a un certo punto si siano tutti trovati a dover concludere la loro storia in quattro e quattro otto per portare a termine il loro lavoro e andare a mettere la punta delle dita sotto l’acqua fredda. Ed ecco spiegato il 7 invece che un bell’8 pieno.

Ovviamente amici, sia chiaro: questa è la mia personale opinione, tra l’altro dopo aver chiarito che a me, in linea generale, la fluidità e la velocità piacciono (Iddio solo sa quanto sono stanca di narrazioni-pipponi) ma, ecco, in certi casi qui mi sono sentita un pochino sopra un ottovolante.

Ah, certo. Volete sapere i miei preferiti. Allora correte subito a leggere “Dietro ogni curva” della Avanzato, “Malabimbi” di Bonazzi per il terrore cieco, “Brusco risveglio per la famiglia Buzzone” di De Marco per le stupende atmosfere notturne, “La terza via” per l’interessante quesito iniziale (e la mia risposta è sì) e “L’ultimo sorriso del clown bianc0” di Padua.

Un sentito ringraziamento agli amici della casa editrice e i miei più vivi complimenti per il progetto molto ben riuscito, dunque.

Buona lettura!

 

Gelo d’aurora

gelodaurora1-275x370

Titolo: Gelo d’aurora

Autore: Veronica Cani

Editore: Nero press

Anno: 2017

Pagine: 44

Prezzo: Solo in formato digitale a 0,99 euro acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Il Circo Brivido è quanto di più terrificante uno spettacolo circense possa offrire. Numeri a effetto in cui gli “artisti” sfidano la morte, prove con acqua gelida, piranha e serpenti si alternano al centro della pista per spaventare il pubblico. L’unico problema, la cosa che la gente ignora, è che gli “artisti” sono in realtà persone sfruttate, affamate e torturate dal padrone del circo Karonna e dai suoi sgherri: Garla, la donna serpente, e Werdel, il nano deforme. La famiglia Smirnenski proviene dalla Bulgaria, il padre Lazar e sua moglie Galina, insieme alle figlie Maria e Zornitsa sono circensi da sempre, ma mai avrebbero pensato che fuggire dal loro paese per approdare in Italia, in cerca di una vita migliore, avrebbe invece segnato il loro destino.

LA RECE DELLA KATE:

Quando alla famiglia Smirneski viene offerto un posto sul carrozzone del Circo Brivido il capofamiglia non esita un istante e accetta. Niente al mondo potrebbe essere peggio della fame e del freddo e delle privazioni a cui sono sottoposti da anni tutti e quattro in quella desolata landa bulgara. Niente al mondo potrebbe spaventarli di più, pensano. E già li vediamo, poveri ma pieni di speranza, abbandonare la loro terra (nonostante tutto, pensiamo, amata) per giungere, attraverso la Grecia, in Italia.

Personalmente, da un circo che si chiama Brivido non mi sarei aspettata poi tutti questi gran frizzi e lazzi che, in effetti, non ci sono e non arrivano.

Le condizioni contrattuali sono inesistenti, il loro stipendio pure, il loro alloggio poco più di una cuccia alla mercé di ratti, topi e Dio solo sa che altro, il loro vitto una sbobba liquida e insapore. No, decisamente la loro nuova vita non lascia presagire nulla di buono. Ma come tutti i genitori anche per mamma e papà Smirneski il pensiero maggiore era per le loro due figlioline. Secche secche, fragili fragili, costrette a subire le ire del padrone e dei vari lavoranti del circo, alcuni dei quali poco più che avanzi di galera dall’aspetto raccapricciante, come la donna serpente, una contorsionista dal lugubre aspetto e dalla pelle completamente tatuata a motivi serpenteschi che gode nel veder soffrire le due bambine.

Ma il circo Brivido si chiama così per una ragione, siori e siore. Venghino, venghino a vedere con i loro mirabili e pregiatissimi occhi le terribili meraviglie che il circo può offrire a lorsignori, venghino! La bambina numero uno s’immergerà in una vasca piena di pesci mangiatori di uomini, la bambina numero due, siori e siore, verrà ricoperta di serpenti e ragni senza ch’ella muova un muscolo, guardino loro stessi, guardino! Quanto coraggio! Venghino!

Ed eccoli qui, i brividi.

Ecco qui, l’eccitazione.

Di chi guarda, certo. Di chi sta lì, seduto, pensando che tutto vada bene, pensando di far divertire i propri figli e un pochino anche sé stesso, di chi sgranocchia caramelle e lecca zucchero filato. Questi sprovveduti non hanno idea del terrore che assale le due bambine. Non hanno idea della temperatura dell’acqua. Non hanno idea di quanto il loro cuore batta forte. Non hanno idea delle minacce che hanno subito, degli strattonamenti, delle urla, degli sputi in faccia, delle percosse. Questa gente non sa niente. O forse sì. Come si può non vedere il terrore sul volto di un altro essere umano? Come si può far finta di non vedere la paura negli occhi innocenti di un bambino?

Eppure… eppure. Eppure accade. E nessuno sa che se qualcosa dovesse andare storto le cose, per le due sorelline, si metterebbero talmente male da precipitare una volta e per sempre.

E si sa, quando qualcosa può andare male, lo farà. Perché no, quella tarantola che le viene addosso le fa troppa paura. Troppo grande, troppo nera, troppo pericolosa. E lei non sapeva che le cose sarebbero andate così. Nessuno glielo aveva detto, lei non ha diritti, lei ha solo doveri, lei è solo una pedina, un pezzo di carne. Non importa. Non importa più niente. Grida e urla, la piccola bambina bulgara. Chiede aiuto e grida ancora. E gli spettatori, come sciocchi imbecilli, escono alla chetichella. Qualcosa non va. Qualcosa non è andato per il suo verso. Meglio scappare, meglio far finta di non aver visto nulla. E poi… poi magari sì, era tutto programmato, è tutta una finzione, no? Forse fa tutto parte dello spettacolo. Diavolo! Si chiama Circo Brivido… ci sarà un motivo, no? Ma ora è meglio andare. Meglio non sapere.

E non la sapranno mai, quegli spettatori egoisti, la fine della storia.

Non vedranno il sangue, non sentiranno le urla, non vedranno l’agonia.

Perché lo spettacolo è rovinato e qualcuno deve pagare.

La vendetta non conosce fretta.

Perché gli ho dato 8?

A partire da It, da Il circo dei vampiri (leggetelo) fino ad arrivare al più recente Joyland (non leggetelo) il mondo del circo sta all’horror come la Provenza sta al romance. Io sono l’ultima a dover parlare, ho amato solo la compianta Moira Orfei e ho odiato tutto il resto. Carrozze, animali, clown e tutta l’allegrissima compagnia. Nella mia casa in montagna campeggia, proprio in camera da letto (una specie di bombonierina dal tetto in legno che scricchiola a intervalli regolari), una foto che mi ritrae al circo, accanto a un terrificante clown. È che io il mio papà non è che lo vedessi poi tantissimo, quindi quando lo vedevo e potevo stare con lui lo accontentavo in tutto e per tutto. Probabilmente mi disse di fare una foto col dannato clown, e io la feci. La mia faccia è abbastanza esplicativa del momento. Eppure quella foto è stata messa nella casa in montagna e a me ricorda un momento decisamente infelice (se non infelice comunque abbastanza da bestemmia) della mia vita fanciullina. Dannatissimi clown. Dannatissimi circhi. No, non mi piacciono.

Tutto questo panegirico (mi perdo sempre) per dire che l’horror, nei circhi, ci sguazza felice. Sarà per quell’odore di essere umano compresso in uno spazio e di plastica cotta al sole. Sarà per quegli sgabelli scomodi e traballanti. Sarà per il buio tutto intorno alle luci sfavillanti dello spettacolo. Sarà per quei sorrisi finti ed esagerati scolpiti sui volti degli artisti. C’è qualcosa di malato, nel circo. E l’horror se ne è accorto presto.

E se ne è accorta anche la nostra Veronica, che ha scritto per noi un racconto breve a tema circense decisamente molto duro e molto violento. Da madre, se mi passate il termine decisamente trito, l’ho trovato disturbante (e questo è un bene, stilisticamente parlando, sia chiaro). Perché un conto, come dico sempre, è parlare di creature che ti spuntano da sotto i piedi e ti fanno a pezzettini – questo la mente può sopportarlo perché quelle creature non esistono nella realtà (?) – un conto è parlare della violenza umana che, invece, esiste eccome. Da sempre. Per sempre. E quando la violenza e la cattiveria umana si riversano su due bambine viene da stringere gli occhi e serrare la mandibola. Non è fiction, non più: è realtà. L’elemento horror classico viene quindi dato non tanto dai dialoghi o dai personaggi ma dalla location e dalle atmosfere gestite abbastanza bene, ma non certamente da elementi appartenenti al fantastico. Qui, di fantastico, non c’è niente. Solo cruda realtà, pura crudeltà, follia umana, terrore liquido. Vorrete salvare le due sorelle e non ci riuscirete. Vorrete che qualcuno del pubblico si alzi indignato, ma nessuno lo farà. Vorrete chiamare le forze dell’ordine, ma non potrete.

Un racconto quindi certamente riuscito dal buon ritmo, dalle buone atmosfere (anche se forse sin troppo descritte),dal finale a mio parere un po’ troppo accelerato (capita spesso, nei racconti) e una cover da urlo.

Consigliato a tutti gli amanti del circo e sconsigliatissimo a chi ha problemi (seri) con i rettili.

Buona lettura, bimbi miei.

Dieci e lode

069978882006HIG_1

Titolo: Dieci e lode

Autore: Sveva Casati Modignani

Editore: Sperling&Kupfer

Anno: 2016

Pagine: 510

Prezzo: 19,90 euro per il formato cartaceo – 9,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI: 

Passiamo tanto tempo a inseguire sogni che ci sfuggono di mano, una felicità che non si lascia catturare. E poi capita che il meglio della vita si sveli in un attimo, magari nella magia di un incontro inatteso. Come quello tra Lorenzo e Fiamma, sorpresi da un amore che nemmeno loro, forse, credevano più possibile. Lorenzo Perego, uomo di grande fascino e cultura, insegna geografia economica in una scuola professionale di Milano. Avrebbe potuto scegliere un istituto più prestigioso, ma l’insegnamento è la sua passione e aiutare i ragazzi di talento in una realtà difficile e spesso desolante è una sfida che lo entusiasma e lo arricchisce. Non ha una famiglia tutta sua, ma, come ama ripetere, i suoi studenti sono come figli. Fiamma Morino ha poco più di quarant’anni, è madre di due bambine che adora, frutto di un matrimonio sbagliato, e direttore editoriale di una piccola e florida casa editrice che lei stessa ha fondato insieme al suo più grande amico, purtroppo venuto a mancare. Ora che la casa editrice sta per subire un drastico cambiamento di gestione, che Fiamma non condivide, è disposta a tutto pur di difenderla e di continuare a garantire la cura e l’amore con cui da sempre si dedica ai suoi autori. Lorenzo e Fiamma: il professore e la donna dei libri. Attraverso la loro esperienza, vediamo uno spaccato dell’Italia di oggi, quella della crisi della scuola e dell’economia, ma anche quella fatta di persone intraprendenti, pronte a rimboccarsi le maniche e decise a non arrendersi.

LA RECE DELLA KATE:

Quarantadue anni, quella classe innata che solo poche donne hanno, il mento alto, il sorriso dolce e intelligente e quei suoi capelli rosso fuoco, Fiamma trova pace solo in mezzo ai libri, nella sua casa editrice. La vita, Fiamma, se l’è dovuta guadagnare passettino dopo passettino, aiutata da nessuno se non da sé stessa e dall’amore di quel papà affettuoso che l’ha dovuta difendere sin dall’inizio dalla ruvidezza di una madre che mai le ha dimostrato un briciolo di affetto e che l’ha sempre e solo giudicata, l’ha sempre e solo guardata con dispetto e riprovazione come se fosse tutta sbagliata, come se fosse sbagliato anche il solo fatto che lei ci fosse.

Lorenzo invece è un professore. Ma non uno normale, no. Uno dei quegli insegnanti che crede ancora nel suo lavoro e crede con tutta la sua forza nel potere dei giovani. Studioso appassionato, uomo affascinante, compagno superlativo della sua Fiamma, Lorenzo è l’emblema di una classe insegnante che può e che deve cambiare, che può fare la differenza, che può non solo insegnare, ma anche formare gli adulti di domani.

Ma quando Bianca annuncia a Fiamma che Il meleto verrà ceduto a un grosso gruppo editoriale Fiamma sente il suo bellissimo mondo crollarle addosso. Perché Bianca non ha cercato un’altra soluzione? Perché Bianca non gliene ha parlato prima? Perché la sua meravigliosa e florida casa editrice deve finire tra le mani di gente che i libri non sa nemmeno cosa siano? Il meleto verrà stravolto, le scelte editoriale ribaltate e Fiamma…. Fiamma è distrutta, perché Il meleto fa parte di lei, del suo passato, di tutto ciò in cui ha sempre creduto. Il meleto è lei. Il meleto è il caro amico Alberto.

E mentre Fiamma, lancia in resta, si prepara ad affrontare i nuovi capi, Lorenzo si trova a dover sostenere una prova umanamente molto difficile quando una delle sue alunne, una ragazza musulmana, rimane incinta di un ragazzo italiano rischiando così di essere letteralmente linciata dalla sua famiglia di origine.

Come accade in moltissimi romanzi firmati dalla Casati Modignani, presente e passato si intrecciano e, grazie ai numerosi flash back sparsi qui e lì in mezzo al libro, al lettore viene permesso di conoscere in modo abbastanza preciso la vita di Fiamma, di Lorenzo, di Bianca e di Alberto arrivando quindi a poter delineare con sufficiente precisione non solo le loro vite ma anche i loro caratteri e le loro scelte.

Protagonisti assoluti e indiscussi, ovviamente, Fiamma e Lorenzo, attorno ai quali, come satelliti, orbitano adolescenti in difficoltà, autori con manie di protagonismo, scomodi amori passati e meravigliosi amori romantici.

Dagli anni Ottanta sino a un oggi l’affresco di un’epoca e un grande caleidoscopio umano.

Perché gli ho dato 7?

Sveva Casati Modignani è la mia coperta di Linus. Uno dei pochi scrittori che so di poter prendere in mano quando sono in crisi. Non esiste, per me, crisi di lettura che non possa essere superata grazie alla Svevona nazionale. Sveva Casati Modignani è la regina indiscussa di quel romance all’italiana che non si vergogna di esserlo (ma che a volte ci si vergogna di leggere). Anche perché – diggggggiamolo – la Svevona con i suoi librini romance ci ha fatto i milioni quindi, libri leggeri per libri leggeri, mi pare ovvio che qualcosina, questa donna, sappia effettivamente produrre.

Poi, come dicevo nel mio breve video su Instagram (se non mi seguite ancora, seguitemi!) da lei avrai una cosa ben precisa. Niente di più. Ma nemmeno (e non è mica poco di questi tempi) niente di meno. E sapete cosa vi dico? È proprio QUELLO che fa di Sveva Casati Modignani ciò che è.

Il filo conduttore di tutti i suoi libri è formato da una decina di semplicissimi elementi che si ripetono, stabili, da molti anni:

  1. Almeno una donna tanto bella da sembrare finta
  2. Almeno una donna ricca da far schifo
  3. Almeno una (ma meglio due) case enormi di quelle che quando le vedi inchiodi la macchina e sbavi un po’ sul volante
  4. Una manciata di uomini bellissimi. Di solito uno è bello e scemo mentre gli altri sono belli e intelligenti
  5. Gli uomini sono tutti dolcissimi e chiamano le loro compagni/mogli/amanti “Tesoro mio” “Amore caro” “Piccola principessa”. Roba che ti chiedi da dove cazzo sia venuto fuori tuo marito, porco cane.
  6. Miele che cola da ogni pagina. Tanto miele. Un sacco di miele. La stucchevolezza più assoluta e sfacciata. Tipo lei che rientra e lui che la accoglie con i due calici di vino e un bacio tra collo e clavicola (roba che se lo fai a me butto il bicchiere per terra e ti picchio fino a cambiarti i connotati)
  7. Almeno uno stronzo che gira, se sono di più è anche meglio
  8. Flash back come se piovessero
  9. Dialoghi improbabilissimi
  10. Un lieto fine da spaccare tutto pim pum pam (spoiler: molto spesso lei, a sorpresa, scopre di essere incinta e se non c’è traccia del padre chissenefrega, le donne della Modignani hanno due palle così)

Ma è una cosa poi così strana, quella di ripetere ossessivamente alcuni elementi?

Assolutamente no.

Scordatevi che sia una cosa strana e/o riprovevole.

Tutti i generi hanno i loro capisaldi, tutti i generi hanno bisogno di alcune “colonne” a reggere la storia. Il romance non fa differenza. E sapete un’altra cosa? I lettori, quelle cose lì, LE VOGLIONO. Provate a comprare un libro della Modignani e a trovarci dentro armi da fuoco, prostitute e… che ne so, i sobborghi di Bari. Vedete come sbattete il libro dentro al camino acceso. Se compro un libro della Modignani io voglio quelle dieci cose che ho elencato poco sopra. Non ci sono cavoli, le discussioni stanno a zero.

E queste storie che si ripetono all’infinito e nelle quali, alla fine dei conti, cambiano solo i nomi e a volte (ma non sempre) le location, piacciono. Piacciono le storie (quindi i plot), ma piace anche la stessa autrice che non smette mai (nonostante siano passati secoli) di usare quel tono vagamente snob, decisamente vintage, sempre autorevole e distaccato da vecchia signora. Cosa che è, tra l’altro.

Ricordo che la vidi in una puntata di uno dei tanti programmi di Benedetta Parodi, in cucina, con twinset di cachemire e filo di perle addosso. Era a suo agio come una lontra davanti alla televisione, più o meno. Fuori contesto, fuori target, fuori completamente, non fece un sorriso che fosse uno e si muoveva tra i fornelli come se, potenzialmente, potessero esploderle addosso riducendola a un ammasso di carne.

La Svevona è così, rigida e impostata.

E noi la amiamo così, rigida e impostata.

Gli ho dato 7 perché siamo ben lontani dai primi libri che scriveva col marito. Perché tutto sommato una botta di vita ogni tanto potrebbe darla. Perché il finale non mi è piaciuto.

Ma ho letto – scopro adesso – 500 pagine in cinque ore.

Poco da fare: la magia si è compiuta ancora.

Brava Svevona.

A volte si muore

a-volte-si-muore

Titolo: A volte si muore

Autore: Claudio Vergnani

Editore: Dunwich

Anno: 2016

Pagine: 402

Prezzo: 14,90 euro in formato cartaceo acquistabile qui – 3,99 euro per il formato digitale acquistabile qui 

Il voto della Kate: No, non ve lo dico, poi vi spiego perché

SINOSSI:

In una città dove intere aree erano preda di criminali e maniaci, di bande mascherate, di stupratori seriali e pazzi sbandati, e sotto il controllo di gangster in doppiopetto, si muoveva un assassino misterioso e invisibile chiamato il Bisbiglio. La leggenda voleva che solo i morti che si lasciava dietro – straziati e oltraggiati – potessero vederlo. Infliggeva una fredda violenza e una studiata crudeltà, muovendosi con astuzia nel buio e nel silenzio. Colpiva quando le sue vittime erano ignare, indifese o deboli. Oppure, al contrario, quando erano certe di essere al sicuro. E, quel che era peggio, non comprendevamo nemmeno perché lo facesse. Non eravamo un passo indietro, eravamo proprio anni luce distanti. Eppure, in qualche modo, sentivamo che il cerchio ci si stava stringendo intorno, che alla fine, in un modo o nell’altro, lo avremmo visto anche noi…

LA RECE DELLA KATE:

“Se rispetti la legge non avrai mai giustizia. Una volta compreso questo, il resto viene da sé.”

Molto bene, amici.

Alzi la mano chi conosce Claudio e Vergy.

Ho detto chi CONOSCE!

Ok.

Tutti gli altri, fuori.

Ahahahahha, scherzo, scherzo!!! Fermi lì. Non muovete un muscolo. Continuate a leggere. Ci siamo tutti? Ho la vostra attenzione? Proseguiamo nell’ennesimo delirio, alors.

Visto che qualcuno, là in fondo, non ha alzato la mano, faccio una piccola (davvero piccola altrimenti stiamo qui fino a Pasqua e io avrei da fare giusto due o tre cosine) premessa a tema personaggi principali.

Claudio e Vergy sono due ex militari. Amici sin dai tempi della mattanza vampirica (vedi romanzi Il 18° vampiro, Il 36° giusto e L’ora più buia) non hanno mai smesso di frequentarsi e dividere fortune (poche) e disgrazie (abbastanza da stremarli nel fisico e nella mente). Entrambi sulla cinquantina, entrambi abbastanza grossi da far paura, entrambi senza… be’, diciamo che nessuno dei due naviga nell’oro. Claudio, a onor del vero, una casa ce l’ha. Ma in questo momento storico è affittata a un gruppo di persone la cui nazionalità è sconosciuta e comunque non molto importante. Sostiene che potrebbe sfrattarli e tornare a casa sua, e noi siamo d’accordissimo con lui, ma poi riflette anche sul fatto che se li sfrattasse sarebbero loro gli infelici e i senzatettto e questo non fermerebbe certo la spirale di miseria che permane nella situazione attuale. Insomma, Claudio è fatto così e ce lo teniamo così.

Vergy una casa l’aveva, ma attualmente è nelle mani del Comune perché inagibile. Potrebbe riprendersi casa sua solo pagando delle spese accessorie e lui non è che ne abbia molta voglia. Ma, voglia a parte, quei soldi non li ha, il che rende tutto molto più chiaro. La casa di Vergy, quando era in piedi, era anche un bel bocconcino. Una villa antica. Sapete no, soffitti alti, finestre ampie, caminetti, giardini un po’ inselvatichiti. Quella roba lì. Poi vabbè il tempo, la consunzione, i vampiri, i terremoti, i vandali, e lo stesso Vergy hanno contribuito a renderla… ehm… pittoresca e creepy vi può andar bene? Ma della casa di Vergy non occupiamoci più, non è agibile, quindi il problema non si pone.

Claudio, oltre a essere un inguaribile sentimentale e a soffrire di depressione e a imbottirsi di antidepressivi e ansiolitici si è anche sparato in bocca. O almeno. Voleva spararsi in bocca, poi però ha preso la guancia e adesso è un tantinello sfregiato, ma anche di questo non ci deve interessare, e se volete sapere tutta la storia, o miei dolcissimi e ignorantissimi amici, dovrete per forza cominciare dall’inizio e leggervi almeno qualcuno dei libri precedenti a questo.

Credo (forse da qualche parte viene detto, ma non ne sono sicura e non posso rileggermi adesso tutti i libri di Vergnani) che Vergy sia alto sui due metri e pesi sui centoventi chili. Di muscoli, eh. Solidi muscoli italici sviluppati sul campo, irrobustiti a forza di calci in culo dati ai disonesti, ai cattivi, alla feccia dell’umanità. Le hanno viste tutte, i nostri due amici. Tutte. Mostri di ogni genere, non necessariamente di fantasia. I mostri peggiori che i loro occhi hanno visto erano umani come loro. Avevano due braccia, due gambe, due occhi. Uomini privati ormai di tutto. Non solo del cuore, ma anche del coraggio e dell’umanità stessa.

Claudio e Vergy vivono alla giornata, mangiano cinese di dubbia qualità, si allenano, bevono una quantità imbarazzante di caffè, di uova e di salame. Non disdegnano un bicchierino di qualcosa di forte e, non si sa bene come, finiscono sempre immischiati in una valanga di guai. Sempre.

Le cose, da quando sono tornati da Lovecraft’s Innosmouth (vedi romanzo omonimo), non sono molto migliorate, anzi. La città è sempre più abbandonata a sé stessa, sempre più in mano a bande di criminali senza paura e senza umanità. Un viluppo di gang pericolosissime che, senza più controllo delle autorità, sono ormai allo sbando più completo. Sembra quasi che tutto il terrore e il disgusto per lo stato attuale delle cose e per tutta la merda che è stata vista in passato sia sfociata in atti vandalici, uccisioni e violenze di ogni tipo. Certo, ne sono successe di cose. E forse era inevitabile che la situazione finisse al collasso più completo. Ma fa male, tutto questo. Fa male soprattutto ai nostri due protagonisti, senza casa, con pochi soldi in tasca (quelli ricevuti come compenso da Brandellini) e nessuna speranza per il futuro. Una vecchia stazione militare nei pressi di un cimitero sembra essere l’unica soluzione (almeno provvisoria) per la loro situazione. Ma non è semplice. Claudio sta malissimo, la depressione è ormai conclamata, l’oblio tenta di risucchiarlo e niente sembra potergli ridare un barlume di vita. Vergy ci prova a scuoterlo, ma a poco conta. Sa che il suo amico si riprenderà. Forse. Col tempo. Loro hanno bisogno di fare, di esserci, di combattere. Forse non lo sanno nemmeno loro, forse è un’idea solo mia, forse sto anche sbagliando. Ma le cose stanno così: per quanto loro si ribellino all’idea di uccidere, scappare, rincorrere, seguire, sparare, ricucire ferite, seppellire amici… loro trovano forza vitale in questo. Tornano a respirare come pesci ributtati nel loro acquario. Ho detto acquario, non mare. È pur sempre una prigionia. Ma una prigionia che ti tiene in vita.

Fino a quando gli eventi non precipitano. No, nessun mostro. Nessun vampiro. Solo un sussurro nell’ombra, di notte, in un cimitero. Dicono si chiami Bisbiglio, dicono che sia senza pietà. Dicono se la prenda con chi la coscienza sporca. Dicono faccia cose terribili. Dicono che anche i più cattivi temono il Bisbiglio. Fa paura. Sta nell’ombra, è invisibile, sussurra, è presagio di morte imminente. Di lui, solo una sagoma nel buio, una figura nera e incappucciata. Silenziosa come la morte stessa. Le cose precipitano ulteriormente (è il minimo) quando un ricco signore di nome Verda li convoca nella sua villa. Verda vuole vendetta (e chi non la vuole?). Qualcuno ha ucciso suo figlio in maniera atroce e quel qualcuno deve essere ucciso. Deve sparire dalla faccia della terra. Quel Bisbiglio, quello che uccide gli uccisori, deve essere fatto fuori, e subito. Deve pagarla cara, e subito. Claudio, Vergy e Matt (il nano ivoriano caro ai lettori di Vergnani) lo hanno visto. Il Bisbiglio, a loro, del male non ne ha mai fatto. Ma perché? E chi è questo terribile assassino? Perché continua a gravitare attorno ai nostri senza mai palesarsi ma senza nemmeno far loro del male? Il cerchio si stringe sempre di più.

Nel buio e nel freddo della notte, nel caldo afoso del giorno, tra le macerie di una città una volta prospera e bellissima, Claudio e Vergy tentano di rimanere ai margini di una storia che però non fa altro che avvilupparli pagina dopo pagina, passo dopo passo, ipnotizzandoli quasi, sussurrando il loro nome come a incantarli. Molto presto, invece che ai margini, si troveranno proprio in mezzo a una tempesta di proporzioni gigantesche, in mezzo a un turbinio di orrore che non potrà lasciarli indifferenti, perché loro, lo abbiamo detto, un pochino hanno bisogno di queste cose. E queste cose hanno bisogno di loro, noi lo sappiamo.

Perché non gli ho dato un voto?

Mi è stato detto (pur scherzando) che poiché tra me e l’autore c’è un forte rapporto di amicizia, la mia recensione sarebbe stata sicuramente positivissima. La frase, voi capirete, mi ha messo un filo di pepe al culo e io, da Novembre a oggi, il libro non l’ho recensito apposta. Ne avrei proprio voluto stare fuori, da questa storia. Ignorare questo libro e lasciar perdere tutto. Tanto, la mia voce non sarebbe stata autorevole. Poi ci ho pensato. Ho pensato che a me sarebbe piaciuto recensirlo. Che ci tengo, a questo libro. Che lo hanno recensito tutti e perché io no? Chi sono? La figlia della serva? Io l’avrei recensito eccome. Dunque, l’ho riletto. Lo avevo già letto in bozza, e poi ancora e ancora. Lo sapevo quasi a memoria, ma l’ho riletto, ho voluto farlo, ne avevo bisogno per poter scrivere qualcosa che fosse interessante e giusto. Non gli darò un voto. Non mi interessa e non deve interessare a voi. Il mio voto sarebbe comunque giudicato. Se fosse alto: “Ah ma figurati, col rapporto che hanno!”. Se fosse basso: “L’ha fatto per depistarci, perché il voto alto sarebbe stato giudicato!”. Non sono prevenuta, credetemi.

Nessun voto, ma qualche considerazione, dunque.

A volte si muore è il primo vero giallo di Claudio Vergnani che ha deciso di spostarsi su altri piani narrativi per suo puro divertimento e per mettersi, ancora una volta, alla prova. Rimane un maestro dell’horror e l’horror viene fuori, prepotente, qui e lì. Nelle magnifiche atmosfere, nelle scene violente, in questa Modena che, noi ricordiamo, ha ancora dei vampiri che vagolano nelle Concimaie. L’horror non può staccarsi da Vergnani, noi lo sappiamo e ne godiamo in ogni singola espressione narrativa lui voglia donarci.

Nonostante il suo stile migliori di libro in libro, io continuo a ravvisare una tendenza alla prolissità che seguita a impensierirmi. Voi lo sapete: i mappazzoni non mi piacciono più. Ho poco tempo, poca pazienza, poco stupore. Ma questa, che lo si voglia (io no) o no (lui sì) è parte della sua cifra stilistica. Pare che aggiungere parole alle parole convalidi un’idea e pare che questa cosa convinca anche i suoi editor. Ma non convince me, che avrei tolto almeno una cinquantina di pagine. Almeno. Ma attenzione. Non sto dicendo che quelle cinquanta pagine siano inutili. Nulla lo è, perché lui è uno scrittore troppo capace e professionale e scafato per sprecare parole inutili e per rincoglionire con giri di parole. Ma se è pur vero che niente verrà sprecato o gettato o che per nessun episodio ci sarà da sbuffare, è altresì vero che le molte parole, almeno per quanto mi riguarda, distraggono.

Dei personaggi principali poco dirò: sono tra i migliori personaggi che il panorama letterario italiano conosca. Il fatto che non siano conosciuti dal grandissimo pubblico e dalle major non ha nessuna importanza e non toglie un briciolo di splendore a questi due capolavori. Presenti, lucidamente folli, colti, autoironici. Sono i migliori amici che tutti vorremmo. I nemici che mai vorremmo avere alle nostre spalle.

I personaggi secondari, anche quelli che arrivano e subito sembrano scomparire (come l’astuto e malvagio Dottor Schweitzer) sono perfettamente caratterizzati e inseriti sapientemente nella storia. Prova è che, nonostante gli episodi siano abbastanza brevi, non vi dimenticherete di nessuno di loro perché anche loro, come tutti gli altri, contribuiscono a fare di questo libro quello che è.

Il plot è quello di un giallo classico che Vergnani si annoiava a tenere troppo lineare. A dare quel pizzico di pepe in più, quello zick in più a cui l’autore ci ha abituati, tante situazioni al limite del paradossale, moltissimi nemici bizzarri (gente simpatica che va in giro vestita da coniglio con orecchie che sono lame e fiori che spruzzano acido, tanto per dirne solo una) molti amici ritrovati (non tutti graditi dalla sottoscritta) e tanta, tantissima adrenalina. Topica, a mio avviso, la scena dentro la villa di Verda. Un esempio di lucidità e abilità narrativa che ha continuato a deliziarmi anche dopo molto letture.

Tema portante del romanzo è quello della giustizia, tema molto caro all’autore che, attraverso i suoi ormai molti romanzi trova il modo di parlarci di sé stesso, dei suoi ideali e dei suoi valori spingendoci a forza verso varie riflessioni sulla vita e su noi stessi che non sempre si rivelano essere piacevoli. Oserei dire quasi mai.

Ma la firma di Vergnani si ritrova ancora una volta verso la fine, nelle ultime pagine, in una chiusa dalla bellezza commovente che, posso dirlo senza sembrare celebrativa, mi ha portato alle lacrime. Ma del resto ci siamo abituati, a questo, con lui. Dopo il casino, dopo la morte, dopo tutto quel sangue arriva sempre il momento che sembrerebbe discensivo e che invece si rivela essere tutto il succo del romanzo, tutto quello che bisogna sapere, tutto quello che si vuole sapere dopo aver finito un libro del genere.

Ci dev’essere una differenza fondamentale tra chi muore e chi non muore. E non credo che si tratti sempre di una morte fisica, quanto di quella morale. C’è una differenza fondamentale tra chi muore piano ogni giorno, lasciandosi vivere e chi decide di non morire, vivendo davvero, facendo davvero, ogni secondo di ogni minuto. Bisogna solo capire da che parte stiamo, se vogliamo morire oppure no.

Per il sabba sempre dritto

51wyhc0edvl-_sy346_

Titolo: Per il sabba sempre dritto

Autore: Andrea Brando

Editore: Self

Pagine: 268

Prezzo: 0,99 euro in formato digitale

Il voto della Kate: 6

SINOSSI:

Diego Martinez, giovane agente assicurativo milanese, decide per curiosità di partecipare a una messa nera. Mal gliene incoglie, perché nel corso del satanico rito perde i sensi e, quando riprende coscienza, si trova catapultato indietro di quattro secoli, nel 1613, in piena epoca di caccia alle streghe. Convinto che siano proprio le adepte di Satana a possedere la chiave per farlo tornare nel suo tempo, Martinez diventa così un cacciatore di streghe. Il suo obiettivo è di costringerle ad aiutarlo in cambio della libertà. Tutte le sue prigioniere si rivelano però essere innocue millantatrici. Solo quando si recherà in missione a Benevento, incontrerà finalmente una vera strega in grado di riportarlo nella sua epoca. Il prezzo che dovrà pagare sarà però molto alto.

LA RECE DELLA KATE

Mi chiamo Diego Martinez e attualmente faccio il cacciatore di streghe.
Prima che alziate un sopracciglio, ci tengo a chiarire che non ho sempre svolto ’sta professione di merda. In effetti, prima facevo un mestiere ancora più di merda, l’agente assicurativo.

Ex agente assicurativo ora cacciatore di streghe, Diego Martinez svolge la sua bizzarra professione nell’anno del Signore 1614.

Lì, le streghe, non mancano di certo.

E insieme a loro tutto l’ambaradan. Scope, trucchetti, magia nera, demoni e tutto quanto altro la vostra fervida fantasia vi suggerirà. Le streghe, in questo libro, sono streghe vere. Non belle gnocche con tette da paura, niente bacchette di faggio o saggina o quel cavolo che è, niente castelli incantati con soffitti che imitano un cielo stellato, nessun cappello parlante. Anzi, queste streghe tendono a essere bruttine, vecchie, molto crudeli e abbastanza puzzolenti. Insomma, niente di sexy. Cancellate ogni immagine sexy dalla vostra mente.

Ma torniamo a bomba.

Il problema di Diego è grave: dal 2013 al 1614 in un Amen. Anzi, in una messa nera. Cosa gli sia saltato in mente di partecipare a una messa nera, non lo saprà mai. O forse sì: la figa. Sempre quella. Gli avevano detto che c’erano anche molte belle donne completamente nude e lui… oh, be’, lui è pur sempre un uomo. Ma non solo l’occasione ha fatto l’uomo ladro, ma pure fesso. E pure cornuto e mazziato, tanto per entrare ancora un poco nel mood del romanzo. Sì perché l’unica cosa che è riuscito a ottenere dalla sua messa nera è stata quella di essere catapultato nel bel mezzo del Diciassettesimo secolo. Tempi bui. Niente tecnologie. Niente auto. Niente treni. Niente aerei. Niente cellulari. Niente di niente. E insomma, di qualcosa bisognerà pur vivere e se qualcosa sapeva era che le streghe pullulavano. E allora perché non il cacciatore di streghe?

Ma, tra un rogo e l’altro, il punto rimane sempre e solo uno: tornare a casa. E alla svelta. Prima però bisogna recuperare il… pisello di un amico. Sì, cioè… il suo membro. Oh, insomma, avete capito no? Una strega gliel’ha rubato e ora quello giustamente lo rivuole indietro. Sulla strada per il pisello l’incontro con la strega Apollonia (ventenne e gnocca) risulta fatale. Impudente e cattiva ma mai crudele e a tratti umana, tra i due verrà stipulato un patto. Prima il pisello, poi la liberazione delle zie della strega dal rogo e poi il ritorno al futuro. Semplice, no?

No.

Perché gli ho dato 6?

Intanto, amici, scusate l’assenza.

Quasi un mese, a dirla tutta.

Mi spiace, mi spiace davvero. Mi siete mancati, mi è mancato il blog, mi è mancato scrivere. Ma sono successe delle cose, non tutte belle. E comunque è successa la vita e la vita spesso ti tiene lontana, e di scrivere non hai nessuna voglia, e di leggere ancora meno. Capitano, periodi così. A me soprattutto in estate. Questa volta è successo ora, e per riprendere in mano il Kindle ho dovuto farmi una violenza esagerata. Ma dovevo tornare. Per voi e per me. Mi sembrava giusto. E non me ne pento!

Ma torniamo al nostro Per il sabba sempre dritto!

Gli ho dato 6 perché ho le idee molto confuse.

7 per me è un voto già altino.

5 è un voto troppo basso.

Ma troppo basso per cosa, esattamente?

Mettiamola così: ogni due pagine pensavo: “Dai, su andiamo avanti!” e sbuffavo un po’ annoiata. La pagina dopo ero totalmente presa dal racconto. Tempo dieci pagine e di nuovo sbuffavo. Tempo tre pagine ed ero di nuovo assolutamente concentrata e divertita.

Sono stata sulle montagne russe per molte ore. È stato… strano. Non capivo mai se stessi leggendo una cavolata o una genialata. Non l’ho ancora capito.

E dire che io leggo. Eccome se leggo. Ma, prima di tutto, io di streghe non me ne intendo. Poi, non leggo romanzi storici e non sono appassionata di storia, quindi non so dire se l’aspetto ambientale/culturale/paesaggistico sia stato rispettato a puntino.

I personaggi non sempre sono riprodotti in maniera lucida. Non si capisce se Martinez sia un dritto o, in definitiva, un mezzo sfigato. Siamo davanti a un eroe moderno o a un mezzo spiantato? Credo la seconda. Credo, però. Non si capisce se la strega Apollonia sia appena appena umana e vagamente buona o meno. Credo sia un po’ cattiva e un po’ buona. Credo, però. Ma Apollonia è simpatica. Irriverente. Grezza come il fango. Cattiva come una vera strega eppure affascinante come una fata. Apollonia sfugge alla mia umana (e limitata) comprensione. Mi è sgusciata via dalle mani come un pesce molto abile. Non sono riuscita, insomma, a inquadrarla in una categoria.

La domanda è: è sempre necessario farlo? Bisogna per forza inquadrare e incasellare qualcuno/qualcosa?

Probabilmente no.

Io sono un’amante delle ambientazione. Su di me fa molto più presa una bella ambientazione pennellata con cura e sapienza che mille dialoghi da fiato sospeso. Sempreché qualcuno sappia ancora scrivere dialoghi da fiato sospeso, ovviamente. Comunque ecco, qua l’ambientazione – che pure poteva essere interessante – è stata lasciata vagamente da parte per dare spazio sicuramente a molti dialoghi (alcuni dei quali simpatici e azzeccati) e ad Apollonia, la giovane strega furbetta, personaggio irrinunciabile e, almeno secondo me, geniale.

Una chiusa da strangolamento. Non si terminano i libri con quella violenza, cribbio. Non mi puoi tenere inchiodata a un libro per quattro o cinque ore e poi svaporarmi tutti i personaggi i due righe due. È da delinquenti. Ora, io non voglio l’addio alle armi con tanto di trombe e musica funeraria, ma bisogna che il lettore venga soddisfatto.

Ecco.

A volte mi è sembrato che non si scrivesse per un lettore, ma per sé. Che l’autore, insomma, scrivesse per puro esercizio ginnico. E cavolo, è vero che bisogna fare le cose che ci rendono felici perché ci rendono felici, è verissimo! Guai se non fosse così! Ma uno scrittore che vuole scrivere e che pubblica (sia pure in self, porca miseria) deve tenere conto che qualcuno (fosse anche la moglie e la suocera) lo leggeranno. E queste due lettrici esigono e devono ottenere il MASSIMO.

Nel complesso?

Assolutamente da leggere se amate le streghe e tutto quello che gira loro attorno.

Talvolta un filo confusivo e non sempre centratissimo, riesce però a divertire e a catturare l’attenzione del lettore grazie ai due personaggi principali divertenti e totalmente a fuoco.

Nelle crepe

15995661_10211652020646851_756357199_n

Titolo: Nelle crepe

Autore: Luigi Musolino

Editore: Vincent Books

Collana: Miskatonic

Anno: 2016

Pagine: 61

Prezzo: 5,90 euro per il formato cartaceo acquistabile a questo link o direttamente presso la sede della Miskatonic University di Reggio Emilia

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Rosella è prossima alla fine. Anche il vecchio Giaco è ormai prossimo alla fine. Giunto alla soglia dei novant’anni, inizia a perdere qualche colpo e teme sempre più la minaccia della demenza senile che lo scollegherà completamente dal mondo. Rosella invece non è una persona, ma un quartiere un tempo popoloso e vivace e ora stritolato dalla crisi che l’ha trasformato in un ammasso di palazzi vuoti e in preda all’incuria. Qualcosa però si muove nel sottosuolo, nelle fogne e nelle viscere di Rosella. Qualcosa di mostruoso e di terribilmente affamato. Le orripilanti voci che Giaco sente, sono reali o sono solo frutto della malattia incombente? Può essere che, come accade per gli edifici abbandonati, anche la sua mente si stia riempiendo di crepe?

LA RECE DELLA KATE:

L’orrore non è solo assassinio, sangue, cattiveria, atrocità, mostri di vario e genere e fantasmi.

L’orrore è con noi, ogni giorno.

L’orrore è il domani che avanza, l’idea di non essere più giovani, di non essere più in grado di camminare speditamente, l’idea di non potere più fare la spesa da soli, di non poter più guidare, di non avere più memoria a sufficienza per ricordarsi il proprio numero di porta. Basta lasciare il gas aperto e… bum. Si salta per aria. Basta un po’ di ghiaccio e… pam, tutti giù per terra. Magari di testa. Magari spaccandosela. Gli occhi diventano acquosi, le mani tremano, la pelle è grigia e flaccida, i piedi instabili.

Eppure.

Eppure si è ancora uomini e donne.

Eppure si ha ancora voglia di bere qualcosa con gli amici (che probabilmente saranno già morti e sepolti). Eppure si ha voglia di una donna accanto con cui scambiarsi due carezze. Eppure si ha voglia di discorrere con qualcuno del più e del meno. Eppure si ha ancora voglia di essere utili, a volte, in qualche modo.

Giaco è in quella fase della sua vita. Ormai solo, con la sola compagnia di un volatile chiacchierone, trascorre le sue giornate passo dopo passo, facendo poche cose semplici nella speranza che la demenza senile (ebbene sì) non lo trascini in basso troppo in fretta. Certo, è vecchio. Ma non abbastanza da non avere più paura. Giaco ha paura. Non vuole dimenticare tutto quello che sa. Non vuole dimenticare la sua amata moglie. Non vuole dimenticare niente, Giaco. Ma dimenticherà. Le medicine che prende senza sgarrare un solo giorno non fanno altro che rallentare un processo non reversibile e non interscambiabile. Giaco, un giorno, sarà solo e demente. E morente. Ma morente lo è un po’ anche ora. Un uomo già morto che ancora cammina, un uomo quasi alla fine che procede con dignità.

Sta qui il fulcro dell’orrore di Musolino: quello di una vita che si spegne.

E attorno, tutta la città. Che pulsa, e vive. E si dimentica di quelli come Giaco. Perché vanno tutti troppo veloce per accorgersi di quelli come lui. Per averne pietà.

Ma nemmeno il quartiere in cui vive Giaco se la passa bene. La fine sta arrivando, passando da grosse crepe che sembrano arrampicarsi sui muri, muro dopo muro, angolo dopo angolo e… chiamano, e… urlano, e invocano, e chiedono e pretendono e gridano sempre più forte e obnubilano i sensi, quelle voci, quella voce. Sta impazzendo, Giaco? La malattia ha già fatto il suo corso? O quelle crepe davvero parlano? O quelle crepe davvero chiedono aiuto? Davvero vogliono essere sfamate? Davvero sta succedendo tutto questo?

Perché gli ho dato 8?

Conosco Musolino dal suo Oscure regioni (che vi consiglio CALDAMENTE), raccolta di racconti che mi colpì in maniera incredibile – e che infatti accettai di recensire – per via di quel realismo e quella voglia di raccontare che trasudava da ogni pagina.

Racconti attorno al fuoco, ricordo dissi.

E avevo ragione.

Musolino ha la capacità di spegnere la luce, accendere un fuoco, farvi sedere accanto e raccontarvi, con voce flautata e tranquilla, i più incredibili orrori che le vostre orecchie possano mai ascoltare.

Nelle crepe non fa eccezione: ho ritrovato lo stesso identico Musolino che avevo lasciato, e ho tirato un grosso sospiro di soddisfazione e sollievo. Ha un modo di raccontare ipnotico e sensuale, una danza lenta e morbida tra le braccia di una donna calda e formosa, la carezza di un uomo dalle grandi mani e dallo sguardo penetrante. Clichè? No, non credetemi così mediocre da poter scadere nel clichè. Non è colpa mia, è colpa di Musolino. Lui fa questo effetto, e ve ne accorgerete leggendo. Non ha nessuna intenzione di scioccare, di stupire, di terrorizzare.

Lui racconta, e basta.

A bassa voce, lentamente, guardandovi dritti negli occhi, chiamando la vostra attenzione, pretendendo la stessa ipnotica calma.

Ma i battiti del vostro cuore aumenteranno, alcuni brividi percorreranno le vostre braccia, deglutirete a vuoto un paio di volte.

Cosa diavolo è, quella voce che proviene dalle crepe? Cos’ha Rosetta? Cos’ha la città? Chi sta cercando di impossessarsene? Come far smettere tutto quell’orrore?

La voce irretirà anche te, lettore. E anche te. E anche te. E la voce della crepa diventerà quella di Musolino, e viceversa. Non saprete più riconoscere davvero niente, presi come siete dalla novella, dal racconto, dalla storia. Sentirete solo un confuso bisbiglio, un rumore di sottofondo, il rombare del vostro cuore sospeso tra realtà e orrore.

Io adoro Musolino.

Adoro il suo modo di fare horror, quel suo modo garbato e signorile, al di sopra del casino che spesso si fa, del modo caciarone che a volte si assume per farsi vedere. Quasi assente anche dai social, Musolino credo abbia da sparare ancora molte, moltissime cartucce. Le raccoglierò tutte, una a una, osservandole al microscopio per non perdermi niente, ma proprio niente, di ciò che vuole dire questo incredibile autore italiano.

Leggete Nelle crepe, fatevi questo regalo.

Menzione d’onore per TUTTE le cover di questa collana Miskatonic. Ogni cover è assolutamente SPETTACOLARE e lo scrivo in maiuscolo anche se trovo che il maiuscolo sia sempre ridondante. Le cover di tutti questi racconti sono qualcosa da mozzare il fiato. Vere e proprie piccole opere d’arte. Incredibile. Suggestive e d’effetto, accompagnano il lettore nei singoli mondi in maniera MAGISTRALE. 

Il gioco della bottiglia

15978788_10211626623171930_417669528_n

Titolo: Il gioco della bottiglia

Autore: Pietro Gandolfi

Editore: Vincent Books

Collana: Miskatonic

Anno: 2016

Pagine: 33

Prezzo: 4,90 euro per il formato cartaceo acquistabile a questo link o direttamente presso la sede della Miskatonic University di Reggio Emilia

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Ogni cittadina, anche la più insignificante, ha la propria, piccola leggenda. Molte volte, questa leggenda fa paura. Ma a Serenity la paura non è sufficiente per tenere lontani dei ragazzi annoiati dalla casa di Alice Hill, conosciuta anche come “la strega”. E non è solo la noia a guidare le loro azioni, ma anche un futuro privo di prospettive e le pulsioni dei loro giovani corpi. Il sesso. Quella è sempre una buona ragione. Ma quali segreti nasconde la casa sulla collina? Abbastanza per dare un senso a una vuota notte d’estate? O forse un’intera esistenza? Delle giovani vite verranno messe di fronte a tremende realtà, talvolta inspiegabili, tutto per partecipare a uno stupido gioco. Fate girare la bottiglia, ragazzi. A chi tocca?

LA RECE DELLA KATE:

Io lo so com’è la vita di provincia.

Io so cosa succede in certi paesini.

Io, in uno di quei paesini, ci vivo.

Uno di quei paesini che voi superate in auto per andare in qualche città più famosa, magari Bologna, magari Ferrara o Ravenna. Uscite dall’autostrada perché c’è troppo traffico, fate le strade basse, passate attraverso questi paesini e storcete la bocca. Chi mai, buon Dio, potrebbe vivere qui?

Io. Io ci vivo. Nonostante anche questi micropaesi ai margini delle città si stiano ingrandendo (i ricchi ci vengono a fare le case di campagna, qui) il senso di soffocamento generico non accenna a svanire. Pensare che quindici chilometri più in là c’è la città con le strade, le auto, i bus grandi, una stazione dei treni, una piazza Unesco e la vera vita un po’ fa incazzare. Ma tant’è.

Il senso era che io so che vita si fa a Serenity. Una non-vita per la quale l’unico rimedio sono alcool e droga. Rimedi effimeri per una vita effimera che genera nemmeno ribelli, che la ribellione almeno sarebbe inventiva e voglia di vivere,

ma solo il nauseato prodotto di una società stanca, anch’essa priva di prospettive.

Serenity è un altro buco di culo, l’ennesimo luogo non-luogo nel quale i ragazzi finiscono per affogare e nel quale, irrimediabilmente, ogni sogno svanisce per sempre lasciando spazio a noia, abbandono e rabbia.

E questa sera, che si fa?

Questa sera Eric e la sua banda di scalcagnati giovanotti vanno a visitare la casa di Alice Hill. La casa infestata. La casa della strega. Alice Hill la strega, Alice Hill cacciata dal paese perché diventata troppo strana, Alice Hill forse uccisa dagli stessi abitanti di Serenity. Sì, andranno a visitarla, e ci andranno pure dentro, a giocare.

A cosa?

Alzi la mano chi, negli anni novanta, non ha mai giocato al gioco della bottiglia.

Nah, non guardate me, per carità. Io ero brutta e grassa, io ero come Matt, la sfigata, quella che se la bottiglia si ferma e indica lei, proprio lei, gli occhi di tutti si volgono verso l’alto. Ci siamo capiti. Quindi no, non guardate me, che pure ci ho giocato ma senza divertirmi molto. Guardate invece Christina, la bella del gruppo. Un seno da perderci la testa, una pelle morbida come velluto, curve da calendario. Lei è la donna del boss, la donna del capo. Quella, insomma, che ci va a letto.

E così sono nella casa, una casa da ricchi, da persone agiate. Un bel pianoforte, un bell’orologio. Una casa grande che mai, nonostante l’abbandono, è stata depredata. Strano, no?

E il gioco comincia, nel buio della casa. Gli occhi si chiudono. I respiri si mozzano “Con lui no… con tutti tranne che con lui… tipregotipregotiprego!“. Invece è proprio lui, Matt. Quello senza fisico, quello che nessuno vuole, quello che alla sera si guarderebbe anche un bel film seduto sul divano di casa, ecco.

Invece no.

Invece è lì.

Ha scelto, Matt, di essere lì.

Perché non ha detto “No”? Perché non si rifiuta di mettere in scena ogni sera quella commedia? Perché, anche se trova tutto abbastanza squallido? Matt non è una vittima, guardate me. Concentratevi su di me. Matt ha compiuto la sua scelta.

E così ora si trova lì, con la sventola del gruppo. Dovrebbero… be’, sì, in teoria dovrebbero fare sesso, in quella stanza. La bottiglia si è fermata prima su di lui e poi su di lei. Si sono alzati e sono usciti per appartarsi. Ma chiaro, lei mica vuole davvero fare sesso con lui. Non scherziamo. Ma Matt, adesso, qualcosa pretende. Almeno nuda. Almeno una sega. Qualcosa vuole, se non tutto. Tutto non può avere, è troppo brutto e sfigato, ma almeno il minimo sindacale, caspita, quello sì. Glielo deve. Il corpo di Christine è una meraviglia.

Finché è ancora tutto intero.

Perché gli ho dato 8?

Gandolfi, signori, è un f o l l e.

Gandolfi prende l’horror e ne fa polpette.

Lo trita, lo strizza, lo macera, lo plasma.

Gli piacciono certe ambientazioni americane classiche, certi paesini sperduti e piccini con questi giovani annoiati e depressi, con la coscienza ridotta a un flebile lumicino e le palle rotte dal non far nulla.

Gli basta la base, le prime pennellate, il primo colpo d’occhio.

Da lì in poi è tutta in discesa. Tanto sesso, un pizzico di splatter, il sangue che non è quello che si vede ma quello che si annusa, la cattiveria e l’avidità umana, che quella è ancor più temibile di ogni mostro e quel vedo-non-vedo tanto caro a noi amanti dell’horror.

Dov’è il mostro, Gandolfi?

Dove ce lo stai nascondendo?

C’è… c’è.

È lì, nell’ombra, proprio dietro di voi. Grande grande, immobilizza gli arti, ghiaccia il cuore, fa tremare tutto.

È lì, nell’ombra, splendido alleato, incredibile divoratore di gioia e di speranza e di futuro.

Il gioco della bottiglia è un omaggio a tutti i fedelissimi di Gandolfi che troveranno, in questo piccolo e breve gioiello, ancora una volta il mondo, il loro mondo, quello che amano, fatto di durezza e crudeltà, di un horror senza compromesso e senza parafrasi.

Buona lettura, bimbi.

E ricordatevi di non bullizzare mai nessuno.

Non è saggio.