L’abbandonatrice

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Titolo: L’abbandonatrice

Autore: Stefano Bonazzi

Editore: Fernandel

Anno: 2017

Pagine: 145

Genere: Narrativa

Prezzo: 15,00 euro per il formato cartaceo – 6,49 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 7 e mezzo

SINOSSI:

Durante l’inaugurazione della sua prima mostra fotografica, Davide riceve una chiamata: Sofia, l’amica di cui aveva perso le tracce anni prima, si è tolta la vita. Al funerale, Davide conoscerà Diamante, figlio di Sofia. Un sedicenne scontroso e instabile che insieme al dolore si porta appresso un fardello di domande: che relazione c’era tra Davide e Sofia? Perché sua madre è scappata dall’Italia troncando ogni rapporto con amici e famigliari? Perché il suicidio? Tornato a Bologna insieme a Diamante, Davide si ritroverà a vivere una complicata convivenza a tre che coinvolge anche Oscar, il suo compagno, e grazie alla quale riemergerà la storia di Sofia, colei che lascia per paura di essere lasciata: una storia di abbandoni e di fughe, di silenzi e di madri dai comportamenti irrazionali e inspiegabili. “L’abbandonatrice” è un romanzo che racconta gli attacchi di panico e la droga, l’adolescenza e il disagio. Un romanzo sulle responsabilità che ogni scelta comporta e sulla difficoltà ad accettarne le conseguenze, a qualunque età, qualunque ruolo la vita ci abbia riservato.

LA RECE DELLA KATE:

Se fate un secondo di silenzio devo mettere le mani avanti e fare una figura di merda epocale. Niente, non so cosa sia successo ma il mio Kindle ha cancellato il file de L’abbandonatrice, ciò significa, in soldoni, che non posso riportare la citazione che volevo riportare e che molto fa capire e che non potrò essere precisa al dettaglio come avrei voluto. Ok, finito di arrampicarmi sugli specchi. Voi perdonatemi, se potete. Anche le blogger casiniste a volte smaronano. Anzi, soprattutto le blogger casiniste. 

Torniamo a noi. Anzi, torniamo a Davide, Oscar e Sofia facendo un piccolo passo indietro e collocandoli nello spazio e nel tempo e in un contesto socio-culturale. Siamo a Bologna nel 2000, più o meno. Davide vorrebbe diventare un fotografo di successo, iscriversi al Dams e fare qualcosa di grande. Per farlo e provare a essere felice, però, deve uscire di casa, perché la sua manifesta omosessualità mette in imbarazzo (anche se nessuno glielo direbbe mai apertamente) la sua famiglia. Quindi, bolognese di Bologna, si mette in cerca di un appartamento da condividere. E trova Oscar. Bellissimo e dannato, ricco e voluto dalla sua famiglia, Oscar vuole invece diventare un pianista di successo. Apertamente omosessuale, intreccia sin da subito un rapporto d’amore con il complessatissimo Davide che passa la sua vita da ventenne tra un attacco di panico e l’altro. Sofia non è omosessuale, vorrebbe fare l’artista ed è amica sia dell’uno che dell’altro. Figlia di una donna con gravissimi problemi di depressione che ha mandato in rovina la famiglia, Sofia si porta dietro un passato di dolore e di rabbia che, lentamente, le corrode ogni fibra rendendo il suo dolore quasi tangibile, quasi vero, quasi visibile.  Facile capire quindi quanto il loro rapporto sia ammalato ma non per questo meno vero. Non si capisce chi aiuti e chi venga aiutato, chi dei tre abbia più irrisolti, più ferite, più insuccessi. Oscar fallisce la sua vita da musicista, Sofia scompare, Davide tenta di rimettere insieme i cocci della sua esistenza e di quella di Oscar, ormai ombra del ragazzo sensuale e affascinante di un tempo.

E poi, la chiamata. Quella chiamata. Quella che forse ci si sarebbe dovuti aspettare da molto tempo. Sofia è morta. Anzi, non proprio morta-morta e basta; morta suicida. Sofia è diventata sua madre, o sua madre è diventata Sofia; o la malattia ha messo radici inestirpabili. Come se il dolore fosse come un raffreddore, che starnutisci e lo attacchi in giro sulla metro, a scuola, in sala d’aspetto. Come se ci volesse una mascherina per il dolore, per non contagiare gli altri. E’ che secondo me il dolore ha un livello di contagio altissimo, porca miseria. Io lo vedo, come viaggia il dolore. E’ per questo che combatto a colpi di sorrisi e di preghiere, perché il dolore ha una forza sovrumana. Ma anche la gioia, se è per questo. E sempre per questo (e qui spiego il 7 e mezzo, non temete)

Perché gli ho dato 7 e mezzo?

Eccomi, dicevo.

Qui spiego il 7 e mezzo che non è diventato 8. No perché il romanzo è bello, dico davvero. Forse anche da 9. L’editing è pressoché perfetto (con Fernandel non si sbaglia mai) la prosa fluida, i personaggi tutto sommato credibili (basta farsi un giretto alla Montagnola di Bologna e si capisce che non si parla di casi limite, ma di vita, solo vita. Che per qualcuno va di merda) e una Bologna multiculturale e dannata come solo lei sa essere. Amo Bologna, la amo profondamente. Non la conosco come vorrei, perché ogni centimetro di portico sarebbe da calpestare, ogni persona sarebbe da fermare, ogni negoziante sarebbe da intervistare e allora ancora non si saprebbe nulla di nulla. Bologna è una vecchia signora lardosa, bolsa e stanca, appena inclinata verso il basso, prostrata dalla moltitudine di vite che la attraversano, agitata dai tanti giovani che camminano sopra le sue antiche pietre. E Bonazzi la descrive bene questa Bologna universitaria e alternativa, vecchia ma con i dreadlocks e una canna smangiata in bocca, una hippie dagli abiti colorati ma sporchi.

Un po’ drammone giovanile anni Settanta e un po’ Andrea De Carlo con i suoi rapporto uomo-uomo-donna, L’abbandonatrice non è riuscito però a farmi commuovere. Cosa che immagino non volesse comunque fare. Ma anche voi: non commuovetevi. Non provate pietas umana. Nessuno di loro merita la vostra pietà. Sono tre abbandonatori, in realtà, non solo uno. Non solo lei. Sono tre abbandonatori di vita, di Fede, di speranza, di sogni. E non è accettabile. Sarà perché mi hanno insegnato che la vita è il dono più grande dell’amore, sarà perché per me la salute è sacra. Sarà quello che sarà, ma per me loro sono tre perdenti alla stessa maniera, anche se Davide, alla fine della fiera, ne esce facendo la parte del leone. Parte del leone ampiamente telefonata, tra l’altro, perché non poteva che andare a finire così e perché almeno lui doveva uscirne pulito e perché la ventata di speranza doveva esserci.

Un appunto: la sinossi dice che è un romanzo che racconta gli attacchi di panico e la droga. Se volete parlare di attacchi di panico e di droga magari rivolgetevi a uno psichiatra e non fatevi fuorviare, perché qui non si parla di attacchi di panico e di droga. Detta così secondo me suona malissimo. E’ un romanzo di formazione (o involuzione per qualcuno) che tenta di descrivere come si possa stare a galla quando la vita ti volta le spalle.

Poi, ripeto, secondo me nessuno è tenuto a suicidarsi o drogarsi o andare nei matti per nessuna ragione. Siamo al mondo per essere felici e rendere felici il prossimo, non per suicidarci. I drammoni sono orrendi, è vero. Ma sono dei fallimenti individuali, non della società. O non sempre della società. No perché sembra colpa di qualcuno se Sofia si è suicidata. Sofia si è suicidata per colpa di Sofia. E Diamante ha ben ragione a essere incazzato nero.

Ok.

Ok.

Ho finito.

Mi sono lasciata trascinare.

Nemmeno la rileggo.

Grazie per essere arrivati fino a qui.

Vi amo.

P.s. COVER MERAVIGLIOSA.

 

Nessuno come noi

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Titolo: Nessuno come noi

Autore: Luca Bianchini

Editore: Mondadori

Anno: 2017

Pagine: 250

Prezzo: 18,00 euro per il formato cartaceo acquistabile qui – 9,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Torino, 1987. Vincenzo, per gli amici Vince, aspirante paninaro e aspirante diciassettenne, è innamorato di Caterina, detta Cate, la sua compagna di banco di terza liceo, che invece si innamora di tutti tranne che di lui. Senza rendersene conto, lei lo fa soffrire chiedendogli di continuo consigli amorosi sotto gli occhi perplessi di Spagna, la dark della scuola, capelli neri e lingua pungente.

In classe Vince, Cate e Spagna vengono chiamati “Tre cuori in affitto”, come il terzetto inseparabile della loro sit-com preferita.

L’equilibrio di questo allegro trio viene stravolto, in pieno anno scolastico, dall’arrivo di Romeo Fioravanti, bello, viziato e un po’ arrogante, che è stato già bocciato un anno e rischia di perderne un altro. Romeo sta per compiere diciotto anni, incarna il cliché degli anni Ottanta e crede di sapere tutto solo perché è di buona famiglia. Ma Vince e Cate, senza volerlo, metteranno in discussione le sue certezze.

A vigilare su di loro ci sarà sempre Betty Bottone, l’appassionata insegnante di italiano, che li sgrida in francese e fa esercizi di danza moderna mentre spiega Dante. Anche lei cadrà nella trappola dell’adolescenza e inizierà un viaggio per il quale nessuno ti prepara mai abbastanza: quello dell’amore imprevisto, che fa battere il cuore anche quando “non dovrebbe”.

In un liceo statale dove si incontrano i ricchi della collina e i meno privilegiati della periferia torinese, Vince, Cate, Romeo e Spagna partiranno per un viaggio alla scoperta di se stessi senza avere a disposizione un computer o uno smartphone che gli indichi la via, chiedendo, andando a sbattere, scrivendosi bigliettini e pregando un telefono fisso perché suoni quando sono a casa. E, soprattutto, capendo quanto sia importante non avere paura delle proprie debolezze.

LA RECE DELLA KATE:

Vince, Cate e Spagna sono i “Tre cuori in affitto”. Amici sin dal primo momento della prima Liceo hanno quel genere di amicizia a pelle e sentimento che accomuna molti dei ragazzi di ogni età e generazione. Vieni dalle medie, sei solo e magari impaurito; tutto sembra più grande, più impegnativo, più definitivo. In corridoio vedi passare delle persone che sembrano già degli adulti, già proiettati molto in avanti, no? E tu pensi “adesso scappo, adesso torno a casa, comincio a lavorare, non m’importa, in qualche modo la sfangherò” mentre ti tremano un pochino le gambe. Non importa che tu sia maschio o femmina: quel terrore lì c’è, è ben presente. È una fase della vita assolutamente nuova, piuttosto lunga, a ben vedere difficile. Durerà cinque lunghissimi anni e tu sei solo all’inizio. Il primo giorno del primo anno di scuola superiore. Dev’essere stato sicuramente così anche per i nostri tre protagonisti che poi, con uno sguardo, si sono scelti e mai più lasciati. Da allora la loro vita trascorre come quella di ogni ragazzino dell’hinterland torinese a metà degli anni Ottanta: scuola, compiti, qualche gelato in gelateria, il bisogno impellente di avere un paio di jeans Levi’s, l’urgenza di una borsetta Naj Oleari, la necessità di una felpa col cappuccio. Impossibile essere diversi, impossibile non uniformarsi, impossibile non desiderare. Allora come ora.

Quando a scuola arriva Romeo, rampollo di una ricca famiglia torinese che non si prende nemmeno il disturbo di abitare in città ma preferisce respirare l’aria più salubre e pulita della collina, le cose cominciano a diventare strane. Gli equilibri si spezzano, i caratteri cambiano, le necessità diventano altre. E se è pur vero che Cate e Vince sono fatti per stare insieme e che Vince lo vorrebbe davvero davvero tanto, la vita ha altro in serbo per loro. Per Cate relazioni sbagliate con ragazzi sbagliati che, com’è giusto che sia, in testa hanno cose ben diverse dall’amore. Per Vince l’amicizia con quel Romeo, quel ragazzo ricco figlio di un professore universitario. Per Spagna un tira e molla col suo fidanzato storico di cui lei non si fiderà  mai e poi mai (e viceversa).

E in questa Torino del 1987 trovano spazio anche gli adulti: donne e uomini sull’orlo di una crisi di nervi in un’Italia sicuramente più florida di ora ma ugualmente incasinata e fatta di desideri inespressi, voglie soffocate, amori repressi, e ancora vita, vita, vita, vita. Perché se è vero che i giovani si sentono gli unici degni di essere al mondo e non contemplano i bisogni degli adulti (allora come ora), è pur vero che ci sono anche loro; madri, padri, insegnanti che gravitano attorno a questi ragazzi cercando un piccolo spazio anche per loro stessi, per non affogare, per non ingrigire, per non soffocare nelle tetra quotidianità.

Sei, sette personaggi al massimo danno vita a un romanzo ambientato nel 1987 dal sapore dunque si vagamente (e piacevolmente) rétro, ma anche molto attuale.

Perché gli ho dato 7?

Ciao amici lettori! Bentrovati!

Facciamo un gioco? Dai!

Contate insieme a me!

E uno… e due… e tre… oplà! Vedo prevedo e stravedo che prima di arrivare al dieci, di questo romanzo avranno fatto una sceneggiatura cinematografica. Scommettiamo una cena?   🙂

Che dire, allora, di Nessuno come noi?

Secondo me non è che si possa dire poi tantissimo. Tutto quello che ci sarebbe da dire è racchiuso nella lunga e dettagliata sinossi che manca solo sveli pure l’assassino (tranquilli, nessun assassino, era per dire).

Nessuno come noi si rifà a tutto un filone italiano soprattutto cinematografico, appunto, a cui siamo abituati da un pochino di tempo. I personaggi, l’ambientazione, le figure degli adulti, nevrotici come sono, non fanno altro che riportarci ad attori come Bentivoglio e la Buy, non fanno altro che farci risuonare nella testa titoli come Tre metri sopra il cielo, Notte prima degli esami, Manuale d’amore, Ricordati di me. Che sia voluto o meno questo m’importa meno e non è nemmeno detto che sia un demerito, sia chiaro. Ma non posso non notare le solite rassomiglianze con altre mille cose che abbiamo letto e/o visto in questo ultimo decennio.

La parabola è quindi sempre più o meno la stessa: ragazzi della classe media del tutto normali che conducono una vita normale, quasi noiosa, anzi certamente noiosa sui quali si abbatte una disgrazia che li fa crescere e maturare e che segna quindi il loro ingresso in età adulta.

Finisce tutto, senza che niente si sia davvero risolto, a tarallucci e vino. Possibilmente tutti insieme. Possibilmente in vacanza dopo la maturità. Possibilmente in riva al mare. Possibilmente giurandosi amicizia e amore eterni.

Amen.

E torniamo quindi alla domanda iniziale: è un male?

Certamente e indubbiamente no. Primo, perché ha recensioni molto positive. Secondo: perché è uno scrittore appassionato. Terzo: perché ne faranno un film. Credetemi. Quindi, voglio dire, ha ragione lui. Lui tocca le corde giuste dell’anima. E se siete amanti di un certo cinema all’italiana, se conoscete i film che ho citato, se piangete spesso insieme alla Buy – che tanto piange sempre – allora non potrete di innamorarvi anche di questo romanzo. Quindi, acquistatelo senza remore e senza nemmeno pensarci un secondo.

L’altra conditio sine qua non, secondo me, è avere almeno quarant’anni. Sì perché entra in gioco tutta una serie di elementi che poco hanno a che fare con la storia narrata e molto ha a che fare con la memoria storica, la nostalgia, il ricordo. Leggere un libro in cui non compaiano i social, i cellulari, gli scooter fracassoni e altre diavolerie moderne… rilassa. Riporta indietro nel tempo, fa fare un certo numero di sorrisi spontanei e distacca un momento della realtà.

Un romanzo, insomma, davvero furbo, che s’inchina e si presta alla disperazione e al rammarico per una vita che non c’è più di tutta una generazione che, certamente, trarrà giovamento dalla lettura di questo romanzo a cui però non mi sento di dare più un sette anche abbastanza regalato. A me è sembrato elementare, banalotto, facilone. Mi sembra un goal fatto a campo vuoto, insomma.

MA.

Ma funziona.

Sta funzionando e funzionerà.

Così come a suo tempo ha funzionato Tre metri sopra al cielo che, pur non raccontando NIENTE, si prestava a essere affresco di una certa generazione, di un certo ceto sociale e una certa fetta della società. Fotografia a imperitura (ahinoi) memoria.

Il ricordo della farfalla

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Titolo: Il ricordo della farfalla

Autore: Laura Platamone

Editore: Nero Press

Anno: 2016

Pagine: 43

Prezzo: 0,99 euro per il formato digitale scaricabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI: 

L’omicidio di una giovane donna rappresenta per il commissario Francesca Clivi l’inizio di un viaggio a ritroso nel tempo. Trent’anni prima Diego era il suo migliore amico, adesso invece è uno sconosciuto sospettato di omicidio. Intanto la prima voce del Concerto di Natale scompare a poche ore dalla prima dello spettacolo. Riuscirà il commissario Clivi a venire a capo di entrambe le indagini?

LA RECE DELLA KATE:

Il commissario Francesca Clivi è una donna tutta d’un pezzo.

Intendiamoci: non è che sia una persona rigida o gratuitamente antipatica, ha solo… le sue idee.

Prima di tutto, il Natale fa schifo. Troppe luci, troppe decorazioni, troppe smelensaggini per una persona che, come lei, bada solo alla sostanza. E poi c’è il lavoro. Se nei suoi ricordi e nella sua mente può permettersi di pensare a sé stessa solo come a Francesca, non appena entra in ufficio (con quindici minuti precisi di anticipo) diventa per tutti il commissario Clivi. Integerrima, concentratissima, priva di fronzoli inutili. Come quelli del Natale, appunto.

A farle da contraltare il collega Salemi, più giovane di una decina di anni e genuinamente felice di svolgere il suo lavoro con un bel sorriso stampato in faccia, sempre pronto a sorprendere il suo capo (e beniamina) con colpi di genio praticamente inesistenti ma con una carica e un’energia che Francesca pare proprio non comprendere.

E se già il Natale fa schifo, ci volevano pure due casi da risolvere. Non uno. Due.

Il primo è il caso Marini. Donna. 23 anni. Segretaria. Uccisa con un colpo di pistola da distanza ravvicinata.

Il secondo è la scomparsa di Sara Matteucci, 24 anni, insegnante di violino e prima voce del coro.

Il problema del primo è che la Marini era la fidanzata dell’ex migliore amico di Francesca, Diego.

Il problema del secondo è che di certo la Matteucci non è andata a farsi una gitarella di piacere per spezzare la tensione pre-concerto.

Per Francesca (non per il commissario Clivi, proprio per Francesca) cominciano guai seri. Dopo moltissimi anni è costretta a indagare proprio su Diego, il principale indiziato. E questa indagine rischia di essere inficiata dai ricordi del passato, da quella farfalla strappata alla vita con studiata crudeltà. È vero, Diego era solo un bambino. Ma se sei capace di fare del male a un animale indifeso e di vederlo morire in mezzo al dolore… forse… forse sei anche capace di uccidere la tua compagna. Gelosia? Rabbia? Davvero Diego può aver ucciso una donna? Davvero il suo migliore amico si è trasformato in un aguzzino?

E la Matteucci che fine ha fatto? Possibile che a poche ore dalla prima del concerto una ragazza ligia al dovere come lei sparisca nel nulla lasciando solo la sua auto davanti al teatro?

Perché gli ho dato 7?

L’ho ormai detto in tutte le salse: a me i gialli non piacciono. Io, come la Clivi, sono una persona assolutamente pragmatica e non amo granché perdermi in pippe mentali. Ora lo so, tutti gli amanti del giallo si staranno mettendo le mani nei capelli: “Tu chiami incredibili arzigogoli mentali e letterari… PIPPE???”

Sì, le chiamo pippe.

Non amo i misteri da risolvere, non amo granché la suspance da giallo, e comunque io l’assassino non lo becco mai. Ma mai! Ma manco se scrivono un libro apposta per me! Quindi inutile provarci. Io e i gialli non andiamo d’accordo, quindi leggo moltissimi thriller (che hanno un livello di tensione diversa e presupposti psicologici diversi) ma di gialli devo averne letti pochissimi.

Ma a questo non potevo dire di no, perché conosco Laura, so che sa scrivere in maniera egregia e sapevo che mi sarei molto divertita.

Cosa che, in effetti, è accaduta.

Ho rivisto nel commissario Francesca Clivi anche un po’ dell’autrice, con quella finta ruvidezza di cui lei a volte si fa quasi vanto, quel suo modo di vivere la vita e di intenderla con poche smancerie e pochi orpelli. Ma c’è anche un po’ di Laura, immaginiamo, in quella Francesca, la ragazza che ha voglia di fidarsi del suo amico Diego, ma che ancora porta ricordo del passo strascicato di quella bella farfalla morente.

Il finale è molto telefonato, ma non credo che non volesse telefonarlo. Io credo che questo racconto sia solo un modo come un altro per “parlare” con il lettore, per parlare fors’anche di sé, per ricominciare a scrivere e farlo divertendosi.

Il ricordo della farfalla (che ha una cover SPA-ZIA-LEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE) è un giallo molto tipico a doppia indagine con due differenti POV (in gergo Point Of View). Entrambe le storie sono credibili e catturano l’attenzione del lettore, sebbene per due motivazioni diverse derivanti proprio dal diverso punto di vista narrativo.

Il commissario Clivi è affascinante come tutti i commissari che, da quello che ho capito, si dividono spesso in due categorie, in due possibili scelte letterarie: il commissario un po’ atipico, a volte imbranato, oppure sbevazzone o qualcosa di questo tipo o il commissario serioso, integerrimo, poco propenso alla chiacchiera inutile. Francesca Clivi appartiene a questa seconda categoria, alla quale io mi sono avvicinata (col cuore) grazie a un personaggio letterario che ho amato particolarmente: Rocco Schiavone, nato dalla penna dell’abile Antonio Manzini (vi consiglio la lettura di tutti i suoi libri, se ancora non l’avete fatto!).

Ed ecco qui un giallo di poche pagine che riesce a tenere compagnia, divertire e intrattenere un pubblico molto vasto composto anche da chi, come me, nel genere non è che, per dirla tutta, ci sguazzi. Un possibile target dalla forbice quindi molto ampia che riuscirà a trovare tra le pagine di questo racconto tutti gli elementi cari e dovuti al genere, un personaggio principale decisamente interessante e personaggi secondari degni di essere ricordati.

Il libro dei Baltimore

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Titolo: Il libro dei Baltimore

Autore: Joël Dicker

Editore: La nave di Teseo

Anno: 2016

Pagine: 592

Prezzo: 22 euro per il formato cartaceo – 9,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 9

SINOSSI:

Sino al giorno della Tragedia, c’erano due famiglie Goldman. I Goldman di Baltimore e i Goldman di Montclair. Di quest’ultimo ramo fa parte Marcus Goldman, il protagonista di La verità sul caso Harry Quebert. I Goldman di Montclair, New Jersey, sono una famiglia della classe media e abitano in un piccolo appartamento. I Goldman di Baltimore, invece, sono una famiglia ricca e vivono in una bellissima casa nel quartiere residenziale di Oak Park. A loro, alla loro prosperità, alla loro felicità, Marcus ha guardato con ammirazione sin da piccolo, quando lui e i suoi cugini, Hillel e Woody, amavano di uno stesso e intenso amore Alexandra. Otto anni dopo una misteriosa tragedia, Marcus decide di raccontare la storia della sua famiglia: torna con la memoria alla vita e al destino dei Goldman di Baltimore, alle vacanze in Florida e negli Hamptons, ai gloriosi anni di scuola.
Ma c’è qualcosa, nella sua ricostruzione, che gli sfugge. Vede scorrere gli anni, scolorire la patina scintillante dei Baltimore, incrinarsi l’amicizia che sembrava eterna con Woody, Hillel e Alexandra. Fino al giorno della Tragedia. E da quel giorno Marcus è ossessionato da una domanda: cosa è veramente accaduto ai Goldman di Baltimore? Qual è il loro inconfessabile segreto?

LA RECE DELLA KATE:

Ciao, miei cari amici.

Prima o poi doveva arrivare.

Arrivare cosa?

Il libro non recensibile, bimbi.

Lo giuro, non so da dove iniziare, ma devo farlo, devo recensirlo, ci ho messo troppo per leggerlo e mi è piaciuto troppo per abbandonare la partita ancor prima di averla giocata. Ma non so, onestamente, cosa ne verrà fuori. La mia speranza è che voi che mi conoscete saprete leggere oltre le parole, capire oltre le frasi, emozionarvi come mi sono emozionata io anche senza troppi spiegoni (come si fa a riassumere un libro lungo 600 pagine… un libro… cos?) e che poi, sfiniti, corriate a comprarlo.

Il libro dei Baltimore è una saga familiare ampia ma non complessa che viene raccontata da Marcus, uno dei tre cugini Goldman. Uno è Hillel, alto, magro, dinoccolato, ben vestito, troppo intelligente per essere compreso e assolutamente inadatto a ogni attività sportiva e ogni amicizia normale, di gruppo, infantile e giovanile. Lo potremmo definire, usando un linguaggio moderno, un nerd? Forse, sì. Il secondo è Woody, che pur non essendo un Goldman di sangue lo è diventato guadagnandosi la medaglia sul campo diventano uno di loro a tutti gli effetti, praticamente adottato da una delle famiglie più ricche, generose e ambiziose della città. Il terzo è proprio la nostra voce narrante, Marcus, il cugino lontano, quello di famiglia non ricca, quello che abita in una casa normale e non in una villa fantastica, quello che per sognare e diventare ricco almeno per un fine settimana deve spostarsi in treno e raggiungere i cugini lasciando a casa una mamma e un papà attenti e affettuosi ma… ma non Goldman di Baltimore. Marcus è solo un Goldman di Montclaire, quelli che i nonni considerano un po’ meno degni di considerazione, con la casa meno adatta ad ospitare tutti, quelli meno luccicanti, quelli che non brilleranno mai, ma che, al limite, potranno forse godere di qualche timido barlume di luce riflessa.

Sono loro gli unici e soli protagonisti della nostra storia. Tutti i riflettori sono puntati su tre bambini che diventano ragazzi e poi adulti. Tutti i riflettori splendono per loro. Tutta la vostra attenzione sarà per loro, per i delicati e profondi equilibri che tengono insieme tre personaggi meravigliosi e indimenticabili.

Per loro e per la Tragedia, con T maiuscola.

Un giorno specifico, un solo giorno, in cui la vita di tutti è cambiata, e per sempre. Cosa sia successo lo verrete scoprire presto ma, come sempre accade per i libri di Dicker, sono le ultimissime pagine che chiuderanno definitivamente e decisamente un cerchio molto ampio cominciato a pagina 1.

Perché gli ho dato 9?

Intendiamoci, 600 pagine sono tante, tantissime.

Io di solito rifuggo da libri così lunghi; ho sempre l’impressione che ci stia girando troppo attorno, che qualcuno, insomma, mi voglia infinocchiare. Se hai una cosa da dire dilla, no? Quanto dobbiamo continuare con questo giochetto sfiancante?

Non giungere mai alla fine, personalmente, mi stanca.

Sarà perché ho davvero tantissimi libri da leggere, sarà perché ho sempre una certa bramosia di arrivare alla soluzione dell’arcano e tirare le fila (sono così anche nella vita di tutti i giorni), sarà perché appunto mi sembra che chi scrive non trovi le parole giuste per spiegarsi ma sì… l’ho preso in mano varie volte senza mai comprarlo. Con varie volte intendo varissime volte. Non so quante, ma molte. Perché – ebbene sì – io faccio parte di quella schiera di lettori che ha amato Harry Quebert. Certo, lungo e lambiccoso e con una chiusa abbastanza bruttina… ma continuo ad averne un ricordo sereno e consolatorio. I libri lunghi di bello hanno quello: alla fine ti ci affezioni.

Ci si affeziona alla voce narrante, ai personaggi, alla storia. E un po’ si sbuffa perché non si conclude mai, un po’ si vorrebbe non arrivare mai all’ultima pagina.

Ma torniamo – santa pace – al nostro libro.

Gli ho dato 9. Mi è piaciuto, questo è chiaro no? Mi è piaciuto nonostante le lungaggini, mi è piaciuto nonostante il finale sia un filo telefonato, mi è piaciuto anche se non ho amato tutti i personaggi allo stesso modo. Marcus sembra (credo volutamente) scomparire davanti a figure ben più possenti come quelle di Hiller e Woody. Alexandra (la ragazza che minaccerà di dividere il fantastico trio) è insopportabile, spocchiosa, egocentrica ed egoriferita; al suo personaggio non mi sono minimamente affezionata. Hillel e Woody sono due figure magnifiche, di una poesia e di una tridimensionalità tali che stenterete a capire se li avete conosciuti davvero oppure no. Esistono? Non esistono? Alzi la mano chi non vorrà, poi, due amici come loro. Alzi la mano chi potrà dire di aver avuto, almeno una volta nella vita, degli amici come loro. Non vedrò nessuna mano alzata. Woody e Hillel, con i loro difetti e le loro idiosincrasie, sono tutto quello che vorrete e vi accorgerete di non aver mai avuto.

Marcus, che si trova nel tempo presente, è uno scrittore di successo. I suoi ricordi, i ricordi della sua infanzia e della sua adolescenza ci permettono di rivivere tutto quello che lui ha già vissuto, Tragedia compresa. Nonostante ben si sappia in cosa consiste questa tragedia, l’impulso a leggere e ancora leggere e ancora leggere è irresistibile. Avanti, avanti, avanti. Fino a che gli occhi non si chiudono, fino a che non entrano anche nei sogni, fino a che tutto, un poco, si confonde.

Ma di cosa parla, insomma?

Non parla di niente, parla di tutto. Parla di una famiglia uguale a tante altre, più fortunata per alcuni versi, più sfortunata per altri. Parla dell’amicizia speciale e irripetibile di tre ragazzi, parla della smania di successo, parla della voglia di riscatto, parla di amore, parla di vendetta e di odio.

Detta così, sembra un libro come tanti altri, me ne rendo conto. Ve lo avevo detto che non sarei stata in grado. Non sono in grado.

Ma credetemi, credetemi! Hillel, Woody e Marcus vi terranno incollati dalla prima all’ultima pagina. Se i salti temporali a volte vi lasceranno perplessi subito vi renderete conto che tutto fila come l’olio. Se qualcosa non vi è chiaro, vi sarà spiegato. Se qualcosa vi puzzerà, probabilmente avrete ragione.

È un romanzo triste?

Sì, un pochino sì. Ma nel complesso non lo è. Lo è e non lo è. Lo è come triste può e sa essere la vita. Succedono delle cose belle, succedono delle cose brutte. Dice bene Zio Saul (anche lui un personaggio meraviglioso):

Ci sono state delle tragedia, e ce ne saranno altre – e bisognerà continuare a vivere, nonostante tutto. Le tragedie sono inevitabili. In fondo, non hanno molta importanza. Ciò che conta è riuscire a superarle.

Ed è così che Saul ha dato una grossa lezione anche a me: le cose brutte succedono. Non può andare diversamente. Bisogna andare avanti. Abbiamo il dovere, anzi, di andare avanti e viverla davvero, questa vita, senza restare continuamente ancorati al passato. Senza continuare a voltare il viso indietro. Indietro non c’è niente. Ci sono i ricordi, che però sono come le sirene: ci richiamano con il loro canto magico e ci impediscono di proseguire il nostro cammino.

Insomma, che dire?

Leggetelo.

Ma solo se le lungaggini non vi danno noia, solo se non siete di fretta, solo se amate le saghe familiari.

Ciao, bimbi!

Dimmi tre segreti

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Titolo: Dimmi tre segreti

Autore: Julie Buxbaum

Editore: De Agostini

Anno: 2016

Pagine: 261

Prezzo: 14,90 per il formato cartaceo – 6,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

E se la persona che ti conosce meglio al mondo fosse l’unica che non hai mai incontrato?

Jessie ha sedici anni e una vita da schifo. O almeno così le sembra il giorno in cui lascia Chicago per frequentare il liceo più snob di Los Angeles. Ma proprio quando le cose si mettono male, riceve una mail misteriosa. Una mail in cui Un Perfetto Sconosciuto si offre di aiutarla a orientarsi nella giungla della nuova scuola, mantenendo però l’anonimato. Jessie è perplessa: si tratta di uno scherzo di cattivo gusto o qualcuno vuole davvero darle una mano? Il punto è che lei non è nelle condizioni di rifiutare un aiuto tanto generoso: sua madre è morta ormai da un paio di anni, e suo padre si è risposato, costringendola a trasferirsi dall’altra parte del Paese, in un posto che odia con un fratellastro che odia ancora di più. Ecco perché Jessie non può fare altro che fidarsi: presto, Un Perfetto Sconosciuto diventa il suo migliore amico, e lei decide che è arrivato il momento di incontrarlo. Ma, si sa, ci sono segreti che è meglio non svelare mai…

LA RECE DELLA KATE:

Se l’unica persona al mondo che senti di amare davvero, tua madre, muore e tuo padre non trova di meglio da fare che farti spostare armi e bagagli a casa di una donna scandalosamente ricca che ti tratta come l’ospite di un albergo… allora sei davvero fregata.

Questa è Jessie.

Sedici anni, tutti i vecchi amici lasciati a Chicago e una nuova schifosa vita nella patinatissima, calda e assolata Los Angeles, dove nessuno è sfigato e nessuno ha una macchina poco meno che lussuosa.

Vero, parte con molti pregiudizi. Ma lei, in quella città e in quella scuola non ci vuole stare. Nuova arrivata e non abbastanza glam, Jessie diventa subito bersaglio per alcune ragazze della scuola che trovano il modo, senza fare molto sforzo, di rovinarle la vita.

Le cose cambiano sensibilmente quando arriva una mail firmata Perfetto Sconosciuto. Perfetto sconosciuto è, in effetti, sconosciuto. E tale vuole rimanere. Un amico dall’identità segreta che veglia su di lei come un novello e moderno angelo custode che ha, come missione, quella di renderla il più felice possibile dandole alcune dritte fondamentali per sopravvivere in quella giungla chiamata L.A.

Ma chi sarà Perfetto Sconosciuto? Il bellissimo e contesissimo Liam? Ethan? Caleb?

La resa dei conti è vicina e a Jessie non resta altro che cercare di scoprire in fretta chi sta cominciando a farla innamorare come mai prima.

Perché gli ho dato 8?

Perché è straromanticoooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo!

Ragazze… ragazze… questo è un young adult davvero moooooooooooooooooooolto molto love.

Aspettate: niente paura. Molto love ma niente miele.

Niente frasi stucchevoli che fanno venir voglia di schiantare il reader a terra.

Niente considerazioni sull’amore che fanno venir voglia di darsi fuoco.

Niente scene di finto-sesso che fanno venir voglia di chiudersi in convento e gettare la chiave lontanissima.

Niente di tutto questo.

Dimmi tre segreti è pulito, divertente, sexy senza essere mai piccante. Sexy perché, allora, direte voi? Perché ciò che non viene palesato è sempre sensuale. Perfetto Sconosciuto è sensualità. Anche quando scherza, anche quando dimostra l’età che ha. Vorrete sapere immediatamente chi è, ma allo stesso vorrete continuare il gioco per sempre. Vorrete che Jessie lo incontri, ma vorrete anche continuare a leggere i suoi sms misteriosi. Vorrete il bacio ma allo stesso tempo non lo vorrete, per seguitare ancora nella magia di quel rapporto tutto speciale che si è venuto a creare fra i due.

Vorrete i tre segreti che ogni mattina PS lascia a Jessie, perché sono segreti bellissimi.

Vorrete sentire il suono della sua voce, vorrete immaginare i suoi lineamenti.

Vorrete un Perfetto Sconosciuto nella vostra vita.

Ah, sì. Anche se tecnicamente potrebbe essere vostro figlio, se avete la mia età ahahaha!

Oh, dai. Quasi mai sono entusiasta degli YA, che ormai si somigliano tutti (anche questo ha delle caratteristiche comuni, ad esempio il trasferimento di lei in una città nuova e con usi e costumi molto diversi dalla sua di origine), ma quando incappo in qualcosa di davvero carino e che tiene davvero compagnia, non resisto alla tentazione di farvelo conoscere, lo sapete.

Questo è uno YA validissimo.

Certo, vi sono molte ingenuità e la chiusa è davvero frettolosa (eccheccaspita), ma le virtù compensano i difetti, credo.

Dimenticate, lo sapete, i Nobel per la letteratura, gli Strega e i Bancarella, eh? Ormai lo sapete che per me ogni libro va contestualizzato e inserito in un genere. Gli ho dato 8, certo, ma inserendolo nel suo contesto di letteratura per giovani adulti.

Ma poi… che importa?

Ciò che importa è che io mi sia divertita, che io lo abbia letto nel tempo di uno starnuto e che, alla fin fine, io abbia avuto la possibilità di sognare un pochettino insieme a Jessie e al suo amico virtuale.

Buona lettura, amiche romantiche.

 

Solo l’amore

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Titolo: Solo l’amore

Autore: Francesca Lesnoni

Editore: Self

Anno: 2016

Pagine: 155

Prezzo: 2,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 6/7

SINOSSI:

Lucia è scomparsa… nessuno sa che fine abbia fatto la dolce sorella di Carlo, unico indizio un biglietto:
“Non preoccupatevi, sto bene. Vado dove ho sempre desiderato essere, da che ho memoria…”
Nessuno però si preoccupa realmente della sparizione di Lucia tranne Pier che, innamorato da sempre di lei, decide di prendersi un anno sabbatico per dedicarsi alla misteriosa ricerca.
Per sua fortuna Pier potrà contare sull’aiuto di alcune persone, come i signori Dardi, due amabili vecchietti, che gli consegneranno dei bigliettini scritti da Lucia; o Luigi, un sapiente tappezziere con la passione per la lettura, che lo aiuterà a mettere ordine nei suoi taccuini pieni di appunti e divagazioni; o l’amatissimo padre che, al momento opportuno, saprà cogliere una traccia importante…
Ma, prima di trovare Lucia, Pier dovrà confrontarsi con una diversa percezione di sé e degli altri, rivisitare la propria vita, comprendere qual è il suo vero sogno…
Grazie al suo intelligente umorismo e piccoli colpi di scena, Pier si ritroverà su un aereo diretto a Parigi.
Sarà lì che finalmente rincontrerà Lucia?

LA RECE DELLA KATE:

La notizia della scomparsa improvvisa di Lucia lascia tutti senza fiato. Come si può abbandonare tutto e tutti senza una parola facendo trovare solo un biglietto misero e abbastanza criptico? Come si può lasciare i propri genitori, il proprio lavoro, i propri amici? Come si può essere così decisi da organizzare persino, dopo qualche giorno, una donazione di massa? Lasciare tutto ciò che si possiede e andarsene… come si può? Nessuno lo sa e Pier meno che meno. L’uomo che da sempre è innamorato di lei, sin da quando, bambini, giocavano insieme e sognavano sogni simili, ormai cinquantenne, decide di dover fare qualcosa, di dover combattere almeno per sapere, per capire, per non farsela sfuggire ancora una volta, quella donna così diversa dalle altre, eterna bambina, con gli occhi sempre rivolti all’immensità e a un concetto di gioia per lui difficile da comprendere sino in fondo. Ma adesso è ora di trovarla, di mettere finalmente lei al primo posto. Pier non trova altra soluzione che prendersi un anno sabbatico per trovare la sua Lucia, scusarsi con i collaboratori del suo studio e tentare in tutti i modi possibili, con tutti gli aiuti possibili di ritrovare la ragazza, ora donna, che – ora più che mai – disperatamente ama.

Un quadro scovato per caso, due teneri vecchietti novantenni e un amico riusciranno a compiere molti miracoli: avvicinarlo a Lucia, avvicinarlo a suo padre e avvicinarlo di molto a un concetto sempre più limpido di verità e amore.

Perché gli ho dato 6/7?

Ero certa fosse un romance. Ero certa si trattasse di ragazzi, ok? Ero certa di trovare una storia d’amore come tante, certa anche che – andasse come andasse – mi sarei trastullata con una storia poco impegnativa e poi tanti saluti.

Ma questo libro non solo non parla di ragazzi, ma nemmeno è un romance. L’impatto è abbastanza spiazzante. Pier è un uomo single e di successo in cerca della sua Lucia, una donna dall’animo puro e missionario che poco ha a che fare con la vita materiale e frenetica di questo mondo.

Non sappiamo niente di Lucia. Lucia è un nome, qualche ricordo, una manciata di biglietti. Un taglio di capelli, anche. Ma Lucia non esiste davvero, per noi. Sfuggente e poco reale, poco tridimensionale, sembra assurgere a ruolo mistico, un po’ santone, un po’ ragazzina dispettosa che scompare a suo piacimento. No. Lucia non mi è simpatica. Personalmente sarei stata molto felice di lasciarla là dove avrebbe sempre voluto stare, credetemi. Sarei stata proprio l’amica che avrebbe detto al caro e pipparolo Pier “Ma lassala stà, annamo a farci n’amatriciana!”. Avrei remato contro, lo ammetto. Ma io credo che il problema di Lucia sia il troppo ascetismo. Va bene essere un poco distaccati dal mondo, per la carità. Va bene non dipendere dalle cose, per amor di Dio. Va bene anche prendere le distanze da tutto quello che ci fanno credere essere indispensabile. Ma tu nel mondo ci sei e bisogna che ti adatti. I biglietti che i vecchi coniugi fanno leggere a Pier fanno digrignare i denti per la rabbia. Si permette di fare la paternale, per iscritto, a una donna che ha il doppio dei suoi anni. Ma chi sei? Ma cosa vuoi?

Il protagonista maschile, Pier, è borderline tra simpatia e antipatia. Molto a rischio, il ragazzone, perché se da una parte si ammira il suo amore, dall’altra una bella capata in testa ogni volta che parte per la tangente non gliela leverebbe nessuno. Io, comunque, sarei la prima a prendere la rincorsa. Ma è tutto sommato un personaggio positivo e interessante, così attento a quello che lo circonda, così nel mondo, così lucido a volte. Poi dev’essere un bell’omarin, e agli uomini belli noi diciamo sempre sì. Ah, e deve avere qualche soldo da spendere, anche. Quindi insomma, stima.

Ma se un problema ha questo romanzo, sono i dialoghi. Se è vero che i dialoghi in letteratura mai potranno essere come quelli reali, è anche vero che rendere i dialoghi troppo ingessati “scolla” il lettore dalla storia. Nessun padre usa quel tono pomposo con il figlio cinquantenne. Nessuno pensa, tra sé e sé, come una specie di poeta depresso. I nostri pensieri sono frammentari, brevi, elementari. Spesso solo delle immagini. Pier pensa come un uomo con la passione per la poesia di inizio ‘900, e questo non fa bene alla narrazione e all’empatia. Il lettore si distacca da ciò che legge, esce dalla storia e si ricorda di stare leggendo.

Io, mentre leggo, voglio dimenticarmi di ogni cosa.

Ogni cosa, capite?

Del mio nome, di cosa faccio; tutto.

Ma Solo l’amore, che ogni tanto smette di essere un romanzo e diventa quasi poesia, è un grande inno all’amore in ogni sua forma. Non è la chiusa, ciò che importa. Non è la meta, ma il viaggio, se capite cosa intendo. Un viaggio verso la consapevolezza, un dialogo – perché questo sembra – interiore che porta a consapevolezze e idee.

In questo senso Solo l’amore fa centro. Totalmente centro. Porta e distribuisce amore. Ma non quello dei romance. Dimenticatevi i romance. Sarà comunque un bel viaggio.

Pocofuturo

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Titolo: Pocofuturo

Autore: Sergio Beducci

Editore: Antonio Tombolini Editore

Anno: 2016

Pagine: 66

Prezzo: 1,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Questo libro è composto da quattordici racconti, brevi e meno brevi. Ritratti di adolescenti messi di fronte alla malattia, alla sofferenza o semplicemente refrattari a uniformarsi alle regole che qualcuno ha deciso per loro. Vite di giovani e meno giovani presi tra solitudine e incapacità di immaginare per sé o per il mondo un futuro credibile o anche solo accettabile.
Il titolo alla raccolta, Pocofuturo, è stato scelto perché in qualche modo il futuro si è contratto, ha perso di significato, è scivolato verso un futuro prossimo, un presente dilatato, atemporale. Pochi sogni, nessun ideale da realizzare: ognuno chiuso nel proprio angusto mondo, spesso intriso di rimpianto, di rancore.
Le uniche figure che conservano umanità, capacità di emozionarsi, energia vitale, sembrano essere i giovani marginali, le ragazze in fuga, i bambini che anche di fronte alla morte sono capaci di reagire, affrontandola.
Così, tra le pieghe di un’esistenza che sembra cristallizzata nell’inerzia e nell’apatia, può apparire d’improvviso una possibilità nuova, una speranza, persino l’amore.
Un libro pieno di gatti con nomi strani, di cani che si chiamano Platone, ma anche di adolescenti che del filosofo e della sua allegoria della caverna, sono affascinati.
Un racconto presenta un identico inizio per uno svolgimento e un finale completamente diverso, quasi fosse l’uno la cover o il remix dell’altro, come si usa tra i musicisti e i dj.

LA RECE DELLA KATE:

Come dico sempre, che io lo volessi o no, sono letteralmente (e letterariamente) incappata nell’horror. O l’horror è incappato in me? Comunque… le cose stanno in poco posto: l’horror mi circonda, così come il fantastico. Le case editrici e gli scrittori che trattano questo genere letterario mi vogliono bene e io voglio bene a loro. Molto. Ma ho sempre pensato che non avrei voluto – né mi farebbe gioco – fossilizzarmi su un genere solo, ché un genere solo poi ti toglie energia, fantasia, ti toglie le parole di bocca, ti toglie ossigeno dal cervello. Ma certamente non è facile inserirsi in altri circuiti, soprattutto se buona parte del tuo blog è dedicato alla letteratura di genere. Risultato? Ah, niente, gli altri libri me li compro ahahahahaha!

Poi però ogni tanto capita la sorpresa. Arriva un romance, un fantasy, un giallo… e io scodinzolo felice, perché mettermi alla prova con altri generi mi piace e mi esalta. Un nuovo genere significa nel novanta percento dei casi altre parole da scegliere, altri circuiti mentali da attivare, altre persone a cui parlare.

Capita anche che ti arrivi una antologia via l’altra e tu pensi “Adesso basta”, perché le antologie sono facili da recensire come un trattato di neuropsichiatria.

Ma ti arriva una mail, ti viene proposta una antologia che parla di ragazzi e tu non riesci a dire di no.

E dici di sì.

Subito, di getto.

Anche se avevi detto che di antologie e di raccolte di racconti ne avevi piene le scatole.

Anche se tu stessa scrivi racconti e dopo aver letto tutte quelle antologie sei giunta alla conclusione che tu una raccolta di tuoi racconti non la farai mai.

Insomma.

Pocofuturo.

Pocofuturo è un titolo che non mi piace, mettiamolo in chiaro sin da subito, così ci togliamo il dente e andiamo via svelti svelti.

Pocofuturo è una raccolta di racconti che un giovane autore, Beducci, ha creato per noi nel tentativo di immortalare, senza filtro alcuno, un mondo fatto non solo da imprenditori, non solo da genitori, non solo da politici, non solo da economi, non solo da grandi multinazionali, non solo da gente adulta che ha già il potere (e che spesso lo sfrutta molto male), ma anche da ragazzi. I ragazzi che spesso non vediamo, che fanno casino per prendere aria, che sgranano gli occhi perché vogliono vedere, che ballano e sballano perché troppo hanno visto, che soffrono senza risposte; i ragazzi a cui spesso non si chiede “Come stai” e che, come il protagonista del primo racconto, altro non cercano che lacrime da piangere e qualcuno che accolga i loro silenzi. Poi c’è Giovanna, che va troppo di fretta per vedere davvero; Cesare che confonde amore e vendetta; Alice che sente nel petto un grido che somiglia alla parola libertà; c’è Emma che sorride e dice di star bene; c’è Briciola, futuro blogger, lucido e tagliente come una trappola per cacciatori.

Hanno tutti un nome, una storia e una famiglia. Sono ragazzi come tanti, come noi, come i nostri figli. Ci sono cose che capiscono bene (“Sono tutti zombizzati” dice Alice alla sua amica) e ci sono cose che non capiscono affatto (ma la morte, chi la capisce davvero?). Cose che possono fare e cose che non può fare nessuno. E allora non resta che vivere facendo meno male possibile e sentendo meno male possibile.

Perché gli ho dato 7?

Pocofuturo è un titolo triste. Anche alcuni racconti lo sono. Altri invece no, o a me non è parso. Non è una raccolta horror (anche se l’ultimo racconto…), insomma. Sono racconti, punti di vista, idee sparse sulla vita. Che detta così viene da dire Uh santa paletta che due palle, arriva il filosofo!

Invece no.

Invece no!

A parte che finalmente sono incappata in una raccolta di racconti breve (qualcuno lassù mi ama), sono anche incappata in una voce giovane, fresca, umile, gentile. Gentile anche quando parla di cose non bellissime, anche quando non c’è lieto fine alcuno, anche quando non ce lo aspettiamo.

Non è un urlo, non è un sussurro altrettanto spaventevole: è il quieto chiacchierare di chi vuole dirci qualcosa senza scioccarci, con il solo intento di metterci a conoscenza di qualcosa che gli preme. Una voce limpida, ferma e sicura. Uno sguardo a fuoco che non è disfattista ma nemmeno inutilmente edulcorante.

Il lettore viene catturato da una prosa veloce che non è mai sincopata o dall’effetto “avevo il caffè sul fuoco” ma comunque lieve e sincera e modesta e quindi, nonostante tutto e per una volta, tranquillizzante.

Il mio racconto preferito? Io ho ragione. Una chiusa spettacolare e, purtroppo, molto molto vera. Siamo disattenti, rabbiosi, incivili. Quando abbiamo ottenuto ciò che vogliamo passiamo all’obiettivo successivo, alla prossima lotta, alla prossima sberla da dare. Vogliamo cose, stringiamo con i denti, ringhiamo come cani ammalati e alla fine vogliamo solo quello: non l’oggetto del contendere, non la vittoria. Solo la lotta. L’adrenalina della battaglia. Mors mea, vita tua.

Pollice alto quindi per questa breve raccolta (dal titolo brutto) che, però, sa far sentire la sua voce.

Non badate al titolo. Per me il titolo doveva essere Moltofuturo, perché nonostante tutto per queste persone c’è un futuro, c’è possibilità, c’è tutto un ventaglio di colori. Ed è vero che attorno a loro c’è gente dal pocofuturo, ma bisogna pensare a loro, al loro Moltofuturo.

Scaricate il file.

 

L’imperfetta meraviglia

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Titolo: L’imperfetta meraviglia

Autore: Andrea De Carlo

Editore: Giunti

Anno: 2016

Pagine: 271

Prezzo: 18,00 euro per il formato cartaceo – 9,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 5

SINOSSI:

Succede in Provenza, d’autunno, stagione che mescola le prime umide nebbie con un lungo strascico di calore quasi estivo. I borghi e le ville si stanno vuotando di abitanti e turisti.
Ancora un grande evento però si prepara. Quasi a sorpresa, sul locale campo di aviazione, si terrà il concerto di una celebre band inglese, i Bebonkers, un po’ per fini umanitari un po’ per celebrare il terzo matrimonio di Nick Cruickshank, vocalist del gruppo e carismatico leader. I preparativi fervono, tutti organizzati dal piglio fermo di Aileen, futura moglie di Nick.
In paese c’è una gelateria gestita da Milena Migliari, una giovane donna italiana che i gelati li crea, li pensa, li esperimenta con tensione d’artista. Un rovello continuo che ruota attorno all’equilibrio instabile del gelato, alla sua meraviglia imperfetta perché concepita per essere consumata o per liquefarsi, per non durare. Milena ha detto addio agli uomini e convive da qualche anno con Viviane. Un rapporto solido, quasi a compensare l’evanescenza dei gelati, l’appoggio di una donna stabile e forte, al punto che, tra qualche giorno, Milena si sottoporrà alla fecondazione assistita. Eppure, in fondo, Milena non ha voglia di farlo davvero questo passo che forse non ha proprio deciso. Incerta senza confessarselo, Milena. Come Nick, che si domanda da quando il suo rapporto con Aileen ha perso l’incanto dei primi tempi. Così, una rockstar inglese e una ragazza italiana incrociano i loro destini e nel giro di tre giorni, dal mercoledì al venerdì, tutto accelera e precipita in un vortice inevitabile ed esilarante.

LA RECE DELLA DELLA KATE: 

Lui è la voce di un famoso gruppo rock. Lo sapete, io di musica non ne so assolutamente niente, ma possiamo dire che sia una specie di Bono degli U2. Forse meno. Ok, un po’ più affascinante di Bono e un po’ meno famoso di Bono. Poi fatevi voi la vostra idea perché io, davvero, non ce l’ho. Però sì, è gente che deve camuffarsi per sfuggire all’assalto dei fans, gente che viene riconosciuta per strada, gente che può avere ville sparse a destra e a sinistra, alpaca che girano liberi per un immenso giardino e donne molto belle, molto intelligenti e molto capaci.

Lei è è una gelataia, è italiana ed è – non da moltissimo – lesbica. Lo dico non per puntualizzare, ma perché è uno dei fulcri della storia, sempreché ce ne sia uno o più di uno, di fulcri.

Insomma, Nick è in Provenza per due ragioni: la prima è che deve sposarsi, la seconda è che lui e il suo gruppo faranno un grande concerto. La loro villa immersa nel verde è immersa nei preparativi e occupata da alcuni membri della band. Il tempo sembra non passare mai e i suoi ospiti (che pure conosce da anni) gli sembrano sempre più gretti e maleducati.

Lei, invece, è in Provenza perché ha provato ad aprire la sua gelateria – L’imperfetta meraviglia, appunto – proprio lì. Il suo gelato è chiacchierato e osannato in egual misura: più che un gelato, un’esperienza sensoriale. In questo momento storico, la vita della gelataia Milena è a un bivio; da una parte la sua innata voglia di libertà e di libertà di espressione, dall’altra l’amore per Viviane e il desiderio di Viviane di diventare madre. Il primo colloquio con il ginecologo francese per iniziare le procedure di fecondazione gettano un’ombra sull’imperfetta serenità di Milena.

I due si incontrano nel modo più banale possibile: Milena porta del gelato alla villa di Nick. Il gelato non lo ha assolutamente ordinato lui, ma poco importa. Si incontrano e qualcosa accade. Accade che il gelato è buonissimo, il gelato più buono che Nick abbia mai sentito. Accade che lui è molto più reale di quanto non ci si potrebbe immaginare, molto meno vip e molto meno rock di quanto lei avrebbe voluto. Non è per niente scostante, anzi. Ha una luce bella che gli viene da dentro e che attira Milena come mai le era accaduto per un uomo.

E mentre le cose alla villa si fanno sempre più ottuse e complicate, il rapporto tra Milena e Viviane si deteriora e quello tra Aileen e Nick si scioglie come gelato, tra la rockstar e la gelataia nasce qualcosa di simile a una meraviglia perfetta.

Perché gli ho dato 5?

Altri due personaggi uguali a tutti gli altri. Altre due anime belle e perfette che si incontrano. Altri due esseri umani diversi dagli altri, a spiegarti che il modo giusto di vivere è quello lì, e che se non sei così sei un po’ inferiore, un po’ poco interessante, hai poco colore e la tua vita è un po’ spenta. E se per certi personaggi (soprattutto protagonisti dei suoi romanzi più vecchi) poteva anche essere affascinante e poteva anche indurre a un certo tipo di riflessione, dopo un pochino non funziona più. Anche perché, sinceramente, Nick e Milena mi sono sembrati gustosi come due ernie del disco.

Lui che giudica tutto e tutti, lei la contessina del gelato, che il suo sembra fatto di oro e non di latte. Ma che è? Ma da dove venite? Ma cosa volete? Questa che vuole che il suo gelato venga mangiato in un certo modo, con una certa ratio, con certi strumenti, che deve avere una certa temperatura e bla bla bla. Dev’essere una donna noiosa da morire, maniacale ed egoriferita fino all’osso. Lui che si crede chissà chi quando invece, con molta probabilità, è perfettamente uguale a tutti gli altri. Cinque figli sparsi per il mondo e chissà quante pippate di cocaina. E tu vorresti giudicare quelli che ti sono accanto? Davvero? Mio caro Nick, ma ciao proprio, eh?

Lui è uno che gira per strada, vede dei ragazzi e pensa che probabilmente verrà picchiato. Magari perché è famoso. Dagli al vip.

Uno che vede della gente di colore e già pensa che verrà ucciso o rapito o chissà cosa. Un medioman terrificante, come mai se ne sono visti.

De Carlo ce la mette tutta per farci odiare questi due personaggi, così chiusi in loro stessi da risultare due figurine Panini, così uguali a tutti gli altri suoi personaggi già scritti, così stereotipati e resi ancor più infastidenti perché gli unici a essere chiamati per nome e cognome. Sempre. Dall’inizio alla fine. Aileen è sempre Aileen, Viviene è sempre Viviene. Ma niente, lui è sempre Nick Cruickshank (un cognome più leggibile no?) e lei è sempre Milena Migliari (sempre i suoi nomi non-nomi italiani). Da nervi a fior di pelle, proprio.

I due incappano nei difetti più macroscopici, non so se voluti o meno. Lei che critica l’essere uomo, il suo passato da eterosessuale, il modo che hanno gli uomini di sovrastarti (ma quando, poi?) e di essere padroni (mia cara Milena, hai conosciuto quelli sbagliati) per poi però, tornare alla braga (scusate il gergo da camionista). Ma sì, perché poi alla cara Milena di fare la fecondazione in vitro o quello che è frega una mazza. Non gliene frega più molto di essere lesbica, non gliene frega più molto della prevaricazione degli uomini, non gliene frega più molto delle coccole tra donne. Le basta un bacio sulla fronte e un abbraccio nella notte (un club degli abbracci in piena Provenza in una piazzetta di un paese sperduto, sì) per capitolare e decidere che ok, ok, forse è meglio essere etero. A proposito di banalità e di coerenza, eh.

Il romanzo è composto per il cinquanta percento da dialoghi infiniti e inutili e per il cinquanta percento da pipponi filosofici infiniti e inutili.

Il risultato è un romanzo spocchioso che nemmeno sembra un esercizio di stile ma un modo per essere diverso a tutti i costi ma finire, inevitabilmente, per essere diverso sì, ma nel modo sbagliato.

La chiusa è talmente troncata da risultare scioccante. Non si capisce se non avesse più voglia, più tempo, più carta, più batteria del pc o più idee. O se, Dio non voglia, se voglia scrivere un seguito.

Era partito da leader positivo, De Carlo. Sta terminando da leader negativo.

E lo dico da fan sfegatata, perché io l’ho molto amato e in parte lo amo ancora. Ma è snob, pieno di sé e troppo sicuro di quello che fa. Si ama, si ama da impazzire. Non metterebbe mai in discussione il suo tipo di scrittura. Ed è un peccato, perché dalla sua testolina di marmo sono usciti quattro o cinque romanzi che… wow. A parte i primissimi, sui quali direi che siamo tutti molto d’accordo, Villa Metaphora per me è qualcosa di unico nel suo genere. Pagine su pagine di un tomo che non finisce più che scorrono via come se fosse un libercolo da una novantina di pagine. Pura magia, proprio.

Qui, la magia, sta nel finire il libro senza saltare mazzetti di pagine.

Cosa che io ho fatto.

Scusate, ma a tutto c’è un limite. E dire che avrebbe potuto sfruttare il tema della musica per parlare un po’ più di sé stesso e del suo amore per la musica. Farsi conoscere un filino di più.

Peccato.

Averlo comprato, averlo letto, essere rimasta tanto delusa.

Unica nota positiva?

Anzi, facciamo due!

  1. Gelato, gelato, gelato ovunque.
  2. La location. Toccatemi tutto, ma non la Provenza. Protagonista del mio viaggio di nozze, non la dimenticherò mai.

Anemone al buio

 

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Titolo: Anemone al buio

Autore: Maria Silvia Avanzato

Editore: Fazi

Anno: 2016

Pagine: 287

Prezzo: 14,00 euro per il formato cartaceo – 6,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 6/7

SINOSSI:

Gloria si risveglia dopo un incidente stradale e non vede nulla. I suoi occhi non funzionano più, e anche la testa funziona male. Ha problemi di memoria e non riesce più a distinguere i sogni dalla realtà. Confusa e in preda a quelle che sembrano allucinazioni, vive una lenta convalescenza nella casa di sempre, assistita dall’amica d’infanzia Licia. Ma qualcosa non torna. Troppe cose strane attorno a lei, troppe persone che non ricorda ma di cui ora sente meglio la voce.
Quando, in questa nuova dimensione, iniziano a consumarsi drammi e persino omicidi, Gloria decide che è arrivato il momento di fare un viaggio e ripercorrere i luoghi del passato alla ricerca di sé. Man mano che la memoria comincia a tornare, restituendole frammenti perduti, gli occhi riacquistano la vista, anche se lei preferisce non farne parola con nessuno, nemmeno col fidanzato, in cerca solo della verità. All’insaputa di tutti, vedrà finalmente la realtà che la circonda e scoprirà qualcosa di sconvolgente e insieme inaspettato: un complotto minuziosamente costruito attorno alla sua infermità con risvolti a dir poco raccapriccianti.

LA RECE DELLA KATE:

Non ricorda niente, non vede niente.

Le dicono sia stata vittima di un incidente stradale, che la vista tornerà, che la sua situazione è temporanea.

Le dicono che deve riposare. Licia è lì per quello. Si è trasferita a casa sua, la sua amica di sempre, l’unica persona che le sia rimasta, l’unica persona a cui importi davvero qualcosa, l’unica persona che ha conservato ancora un minimo di amore e che, con pazienza, prova a spiegarle le cose.

Sì, deve mangiare. No, non è più fidanzata. Sì, lui non vive più in Italia. No, lei un lavoro non lo ha più. Sì, deve lavarsi, puzza. Sì, dietro tutte quelle cicatrici e quei capelli tagliati c’era, una volta, una ragazza molto bella. Sì, tutto tornerà come prima, ma adesso lei deve fidarsi e ascoltare gli altri, come se essere momentaneamente ciechi e senza memoria significasse essere stupidi o avere anche le gambe, ferme, oltre agli occhi e ai ricordi.

Il lavoro come speaker in radio non c’è più, ora c’è Alessio al suo posto. Alessio che entra in casa, si fa il caffè e si fa spiegare come funziona il suo lavoro, quali sono le cose che deve dire, come si deve comportare. Certo, è imbarazzante, ma lui deve raccogliere un testimone piuttosto pesante e non vuole sbagliare niente. Alessio che è timido e impacciato ma anche protettivo e tenero. Lei non può vedere lui, ma lui vede lei, ogni sua mossa, ogni suo sentimento. Alessio la capisce, tollera i suoi malumori, la fa ridere. Da quanto tempo non rideva? Troppo. Ha bisogno di cose normali, Gloria. Di andare fuori a cena, essere un pochino corteggiata, vestirsi e lavarsi. Ha bisogno del braccio di Alessio, del suo calore di uomo, di quella voce flautata e serena vicino all’orecchio.

Ma Gloria ha bisogno anche di capire chi era, cosa ne è stato di lei e perché, prima dell’incidente, si era rivolta a una maga. Che razza di donna può pagare una maga per fare un malocchio? Chi era davvero la vecchia Gloria? Una speaker radiofonica bella e snob o una pazza scatenata assetata di vendetta?

E mentre i ricordi di Gloria cominciano a riaffiorare come da un mare molto molto profondo anche i suoi occhi, prima inutili, ora, piano piano, guariscono. Solo ombre all’inizio, poi, lentamente, sempre di più. Una luce qui, una sagoma là. Gloria non ne fa parola con nessuno, come se fosse un sesto senso, come se avesse capito che quello che lei è, la sua interezza e la sua salute, almeno quelle, devono essere preservate.

La fine arriverà, poi ne arriverà una seconda, perché in ogni thriller che si rispetti quella che sembra la fine, fine non è.

Perché gli ho dato 6/7?

Gli ho dato un voto tendenzialmente non altissimo (secondo i miei standard) perché, nonostante io sia una grande amante del genere thriller e – tutto sommato – possa dire di averne letti parecchi e, in aggiunta, io avessi grosse aspettative, non posso dire di essermi strappata i capelli dall’incredulità e dalla gioia.

Ma perché?

Intanto, ripeto, avevo aspettative MOLTO alte, e questo credo sia sempre deleterio e nei confronti del romanzo, e di noi stessi e dell’autore.

Ma, tornando a bomba: cosa mi ha fatto scegliere di non dare un voto molto alto nonostante questo sia uno dei miei generi preferiti?

Lo stile.

E questa è una cosa meramente e tragicamente personale, state bene attenti.

Il punto è che la cover dice bene. La Avanzato travalica il genere. Il che vuol dire, in soldoni e a casa mia, che lo distorce un pochettino. E come lo fa, nel caso specifico? Di cosa sto parlando? Sto parlando (adesso arrivo al punto, tranquilli) di uno stile di scrittura vagamente… aulico. Anemone al buio non ha il ritmo serrato che ci aspettiamo da un thriller con una copertina così e con un titolo così. Ha un ritmo lento, quasi ipnotico. Il ritmo di una persona che non ci vede e che niente ricorda. Ovattata lei, ovattati noi. Il cuore non batte alla velocità della luce, non si clicca freneticamente sul bordo del Kindle per voltare pagina e scoprire cosa diamine succederà dopo.

Ci si lascia andare, come fa Gloria. Vagamente ottenebrati da questo buio e da questa assenza di ricordi e quindi di personalità, rimaniamo anche noi un po’ schiavi e vittime della situazione.

Starete pensando che non è poi così male, tutto sommato. Che non è semplicissimo passare certe sensazioni da protagonista principale a lettore come in un trasfert letterario.

Avete ragione, l’idea non è male. Poi però mi devi dare la carica, perché è un thriller e non un giallo di inizio ‘800 con i tempi dilatati portati da indagini lentissime ed elucubrazioni filosofiche. Se parliamo di un thriller (e questo lo è) io voglio azione. Colpi di scena. Tensione palpabile.

La tensione arriverà nell’ultimo quinto del romanzo, all’80% di lettura, volendo proprio essere precisi. Il ritmo aumenta, la tensione cresce, ma viene l’istinto di cercare il pedale dell’acceleratore per valorizzare ancora di più certe atmosfere, alla ricerca spasmodica di quella passione e di quella irrequietezza che io, personalmente, cerco.

Mi verrebbe da usare una parola che non ha molto senso e che va presa per quello che è: a questo romanzo manca un po’ di “zin”. Quel qualcosa in più, quella luce, quel bagliore, che ti fa chiudere il libro con un sospiro, come se si fosse appena terminata una lunga corsa.

Da non leggere, dunque?

Non direi. Da leggere senza troppe aspettative e con la voglia di imparare uno stile di scrittura nuovo.

LA CITAZIONE:

Licia sospira. «Cosa vuoi sapere? Se hai un naso, una bocca, due occhi?».

«Perché una parte del mio viso è gonfia? Ho delle bende sulle gambe e sulle braccia. Perché tutta la parte destra della mia faccia è gonfia e dura?», mi trema la voce, vorrei saperlo davvero. Non vorrei saperlo davvero.

«Perché hanno ricostruito, Gloria. Hanno ricostruito una parte della tua faccia. Chirurgia plastica. Tutto tornerà a posto.», sembra spossata, stare con me deve averle fatto perdere il sonno.

Vincerò – L’ultima partita con Luciano Pavarotti

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Titolo: Vincerò – L’ultima partita con Luciano Pavarotti

Autore: Rocco Mastrobuono

Editore: Artestampa

Anno: 2016

Pagine: 151

Prezzo: 17,00 per il formato cartaceo

Il voto della Kate: 8/9

SINOSSI:

Cosa succederebbe se uno scrittore disperato in cerca di una storia di successo si imbattesse per caso in quattro vecchietti che giocano a carte in un bar e scoprisse che sono gli “amici della briscola” di Luciano Pavarotti? È ciò che accade a Rocco Mastrobuono, quarantenne ormai rassegnato al precariato, che si ritrova per le mani la storia che tutti vorrebbero raccontare: il dietro le quinte della vita di uno dei più grandi tenori di tutti i tempi, una star che ha calcato i più prestigiosi palcoscenici del mondo, un personaggio che ha riempito non solo i teatri ma anche i rotocalchi con la sua movimentata e controversa vita sentimentale. Mastrobuono per la prima volta si sente baciato dalla fortuna. Finalmente anche a lui si schiuderanno le porte delle librerie, dei milioni di copie, delle ribalte televisive. Basta offrire un ammazzacaffè ai placidi vecchietti, raccogliere un po’ di notizie di prima mano, trovare un editore e il gioco è fatto. Così comincia la storia di “Vincerò”, e così cominciano anche i problemi di Mastrobuono. La sua impresa, infatti, si rivela ben presto in tutta la sua difficoltà: il fatto è che gli amici di infanzia di “Lucianino” non si sognano neppure di venderlo per un Fernet al primo che passa. Fedeli compagni nella vita, sono ora gelosi custodi di innumerevoli segreti…

LA RECE DELLA KATE:

Nome: Rocco Mastrobuono.

Anni: quaranta.

Professione: Siam già fermi… non si sa bene. Giornalista. Scrittore. Basta che ci sia qualcosa da fare di decente e lui la farebbe, se ci fosse l’occasione. Solo come un cane, senza un lavoro, senza una famiglia, Mastrobuono si trova a Modena per caso e senza molta spinta. Il colloquio di lavoro è andato male e lui è pronto per tornare al sud, proporsi per l’ennesima biografia e tentare di andare avanti così, come si dice a Modena “tra il les e il frust“, tra il leso e il frusto, tra il rovinato e lo spacciato, ecco.

Guidato dall’istinto che è proprio degli animali e dei disperati Mastrobuono si trova a bere l’ultimo caffè in una delle tante polisportive della città. Sono tutte uguali; un po’ tristi, molto desuete, popolate da decine di anziani che passano la giornata in compagnia giocando a briscola o a bocce. Probabilmente queste cose qui succedono anche in altre città Italiane, ma noi modenesi, le nostre polisportive, le abbiamo nel cuore. E lui capita alla Polisportiva Invicta San Faustino, da non confondersi con l’altra, la San Faustino e basta, da un’altra parte di Modena.

E tutto, ma proprio tutto, comincia qui, alla polisportiva.

Nel tavolo a fianco, quei quattro vecchietti, quelli che giocano a briscola concentrati e serissimi, stanno proprio parlando di lui. E ci vorrebbe la elle maiuscola per parlare di quel lui, che non è Dio ma che qui a Modena è quasi come se lo fosse. Il Maestro. Il più grande cantate di tutti i tempi. Il Nessun dorma più potente e famoso di ogni epoca. Lui, Luciano Pavarotti. Ma vuoi vedere che questi quattro qui lo conoscevano? Mastrobuono sente odore di occasione, di opportunità, di scrittura… di soldi! Dai che ci viene fuori una bella biografia un po’ nuova, di quelle un po’ intimistiche e da sfregamento di mani, dai!

Da quel giorno, ogni giorno, Mastrobuono tornerà in polisportiva per tentare di estorcere informazioni a due di quei quattro ottantenni. Una si chiama Colonnello, l’altro Bola. Soprannomi, ovviamente. Ma poco importa, perché loro SANNO. Certo… bisogna poi vedere se dicono tutto quello che sanno, se tutto quello che dicono è verità, se hanno voglia di parlare, se non si divertiranno a prenderlo per il culo ma… una cosa è certa: loro sanno qualcosa.

Perché gli ho dato 8?

Intanto partiamo da una premessa: credo fosse mia madre l’appassionata di Pavarotti. E credo che in casa mia si ascoltasse spesso e volentieri, intervallando il Nessun dorma con Andavo ai cento all’ora di Morandi. Insomma, se sono cresciuta confusa un motivo ci sarà. Ad ogni buon conto, quello che volevo dire è che non so con esattezza da dove nasca la mia simpatia per Luciano Pavarotti, ma deve avere le sue radici (e anche piuttosto profonde) da qualche parte, là, nel mio passato. Ad Artestampa, la casa editrice di questo romanzo, io avevo anche mandato il mio CV, nella speranza che un po’ di editing… magari anche un ruolo minore… magari anche per pulire i cessi… niente, non hanno bisogno. Ma siamo rimasti amici, almeno su Facebook. E qualche giorno fa, sulla loro pagina, hanno linkato l’intervista ai due signori di cui ho parlato prima, i co-protagonisti di questa storia. Le loro lacrime di commozione al ricordo del loro Lucianino e le loro voci limpide e così spiccatamente modenesi mi hanno spinta immediatamente in libreria. Dovevo avere quel libro, che è poi questo. L’ho letto in due ore, forse qualcosa di meno, bevendo le parole dell’autore come fosse nettare divino.

Mastrobuono riesce in un miracolo. Riesce, in pochissime pagine, a raccontarsi, a raccontare una città, a raccontare una popolazione e a raccontare il più grande tenore di tutti i tempi con una chiarezza, una lucidità e una simpatia da lasciare a bocca aperta.

Lui, giornalista disperato del sud, ha visto in Modena tutto quello che c’era da vedere; ha respirato ogni sanpietrino, ha compreso molto del passato e tanto del presente, ha sorriso bonariamente delle nostre idiosincrasie, si è fatto prendere in giro incassando da vero giocatore.

Mi sto dilungando, è vero? Mi viene spontaneo, quando parlo di qualcosa che mi ha appassionato, mi perdonerete.

Vincerò è una biografia ma è anche qualcosa di più, qualcosa che travalica il genere e arriva là dove certe cose non arrivano perché sporcate dalla rigidità e dal “si è sempre fatto così”. Mastrobuono ha trovato il modo di arrivare al lettore, a qualunque lettore, e di incantarlo. Ha trovato il modo di dire, ma senza dire troppo. Ha trovato il modo di raccontare senza “sparlare”. Gli è andato tanto vicino che più vicino di così forse non si potrebbe, senza sporcarsi da capo a piedi. Perché poi mettere le mani nelle vite di certi grandi significa quasi sempre uscirne sporchi di cacca. Perché certa gente ci gode, a nuotare nel torbido. Quello altrui, certo.

Vincerò, in primis, diverte. Poi insegna. Poi commuove.

Leggetelo.

LA CITAZIONE:

“Pensa mò che tra un tempo e l’altro dovevamo correre in camerino. C’era sempre una tavola apparecchiata e un tavolo da gioco con le carte pronte. Quando stavamo facendo una mano di gioco interessante, lui non riusciva a staccarsi, allora il personale di scena lo veniva a chiamare: “meno cinque”, “meno quattro”, “in scena, in scena” allora eravamo noi che gli dicevamo: dai, movet, vai a cantare, finiamo dopo, allora lui ci diceva: a  m’arcmand, non toccate mica le carte, lasciate tutto così; si alzava e andava in scena, e in due secondi passava dalla briscola alla ribalta.”