I clown bianchi – 13 storie d’autore

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Titolo: I clown bianchi – 13 storie d’autore

Autore: AA. VV.

Editore: Clown bianco

Anno: 2017

Pagine: 176

Prezzo: 6,49 euro in formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

 

SINOSSI:

Ci sono un vecchio amico di Fellini e un killer di mafia innamorato. Due gemelle difficili e una scelta che potrebbe salvare il mondo. Bambini stregoni e tatuaggi che spaventano. E si parla di una coppia stanca, di una curva assassina e di qualcosa che vive là sotto. Tredici autori importanti si divertono a raccontarci storie dove avere paura diventa un piacere.

 

LA RECE DELLA KATE:

Quando la giovanissima casa editrice ravennate mi ha proposto questa antologia mi sono, istintivamente, leccata le labbra. Non c’è niente di più bello, soddisfacente e godurioso per un recensore come me che essere presi in considerazione per un progetto tanto bello e divertente. Al netto dell’horror, del crime e dei clown (in parte protagonisti di questa raccolta) vale la pena fare un rapido download anche solo per rendere omaggio e godersi i roboanti nomi che hanno prestato la loro arte alla casa editrice Clown bianco e che hanno quindi contribuito a dare al progetto la visibilità e lo spessore che merita.

Ed ecco, quindi, accomodatevi in poltrona, mettetevi ben comodi, prendete pure qualcosa da mangiare, se vi va. Tanto non mangerete niente, vi dimenticherete anche di bere, e di pensare e dimenticherete alfine anche di esserci. Il viaggio sarà breve, quasi un film messo a velocità doppia. Una storia, un’altra ancora, un’altra ancora in un corsa che diventa sempre meno elegante, sempre meno pensata, sempre meno controllata. Perché un racconto finisce ma voi avrete bisogno di altra adrenalina e altra ancora e altra ancora. Un’altra dose. Sono brevi e belli proprio perché minimali, perché essenziali. Sono semi di paura che vengono piantati nel cervello e germogliano pagina dopo pagina, divertendo ma anche creando atmosfere ogni volta diverse e sempre studiate ad hoc per intrattenere il lettore con misura e sapienza.

Un battito di ciglia e si è a bordo di una Fiat vecchia e puzzolente, tra curve pericolose e il veloce blaterare di una donna non più giovane e piuttosto bolsa.

Un altro battito di ciglia. Siamo piccoli, siamo al buio, siamo nelle mani di ragazzini come noi, siamo folli.

Un altro ancora. Siamo in un vicolo, la pistola in mano, il freddo morso della morte che stringe in un abbraccio il caldo pulsare di un amore sbagliato.

Un altro ancora e, nel buio della notte, appeso a un arco, la tetra figura di un uomo di nero vestito, impiccato, il corpo oscillante in balia dei venti della sera.

E poi il tentativo di combattere il male compiendo, in extremis, altro male. Un male grande per un bene ancor più grande. Quello dell’umanità.

Perché gli ho dato 7?

I clown bianchi è un’antologia molto ricca in tutti i sensi. Ricca di nomi “importanti” ma anche ricca di contenuti molto diversi, variegati e tutti – senza nessuna distinzione – moderni, freschi e agili.

Una prosa snella e senza fronzoli e uno stile pulito e minimale contribuiscono a far scorrere la lettura senza nessun intoppo, rendendo l’esperienza un vero e proprio divertimento “al minimo sforzo”. È quasi – pare – come un binge watching di puntate di una serie tv decisamente ben riuscita.

Molti di questi racconti hanno come protagonisti proprio loro, i clown. Da sempre al centro della scena horror (ne abbiamo già parlato su questo blog), il clown fornisce il perfetto archetipo per un racconto da brivido a qualunque latitudine ci troviamo, qualunque sia la nostra età. Credo di saperlo bene: odio i clown. Non che mi abbiano mai fatto niente, sia chiaro. Nessun tombino e nessun naso rosso nei miei incubi, ma insomma… non mi piacciono, mettiamola così. Quel sorriso dipinto non mi convince. Quei ciuffi di capelli rossi ancora meno. Il sudore che deve esserci sotto quel costume poi… non ne parliamo. C’è una foto che mi ritrae insieme a un clown. Non so se faccia più paura la mia pettinatura (maledetti anni Novanta), il simpatico clown o la mia faccia (quella era colpa del clown).

E se quindi tutti i tasselli di questo macabro puzzle sono andati al loro posto (autori, stili e temi trattati) è pur vero che io, da lettrice, ho sentito sin troppo il senso di velocità. La sensazione è che la tastiera di questi scrittori scottasse e che a un certo punto si siano tutti trovati a dover concludere la loro storia in quattro e quattro otto per portare a termine il loro lavoro e andare a mettere la punta delle dita sotto l’acqua fredda. Ed ecco spiegato il 7 invece che un bell’8 pieno.

Ovviamente amici, sia chiaro: questa è la mia personale opinione, tra l’altro dopo aver chiarito che a me, in linea generale, la fluidità e la velocità piacciono (Iddio solo sa quanto sono stanca di narrazioni-pipponi) ma, ecco, in certi casi qui mi sono sentita un pochino sopra un ottovolante.

Ah, certo. Volete sapere i miei preferiti. Allora correte subito a leggere “Dietro ogni curva” della Avanzato, “Malabimbi” di Bonazzi per il terrore cieco, “Brusco risveglio per la famiglia Buzzone” di De Marco per le stupende atmosfere notturne, “La terza via” per l’interessante quesito iniziale (e la mia risposta è sì) e “L’ultimo sorriso del clown bianc0” di Padua.

Un sentito ringraziamento agli amici della casa editrice e i miei più vivi complimenti per il progetto molto ben riuscito, dunque.

Buona lettura!

 

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Il gioco della bottiglia

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Titolo: Il gioco della bottiglia

Autore: Pietro Gandolfi

Editore: Vincent Books

Collana: Miskatonic

Anno: 2016

Pagine: 33

Prezzo: 4,90 euro per il formato cartaceo acquistabile a questo link o direttamente presso la sede della Miskatonic University di Reggio Emilia

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Ogni cittadina, anche la più insignificante, ha la propria, piccola leggenda. Molte volte, questa leggenda fa paura. Ma a Serenity la paura non è sufficiente per tenere lontani dei ragazzi annoiati dalla casa di Alice Hill, conosciuta anche come “la strega”. E non è solo la noia a guidare le loro azioni, ma anche un futuro privo di prospettive e le pulsioni dei loro giovani corpi. Il sesso. Quella è sempre una buona ragione. Ma quali segreti nasconde la casa sulla collina? Abbastanza per dare un senso a una vuota notte d’estate? O forse un’intera esistenza? Delle giovani vite verranno messe di fronte a tremende realtà, talvolta inspiegabili, tutto per partecipare a uno stupido gioco. Fate girare la bottiglia, ragazzi. A chi tocca?

LA RECE DELLA KATE:

Io lo so com’è la vita di provincia.

Io so cosa succede in certi paesini.

Io, in uno di quei paesini, ci vivo.

Uno di quei paesini che voi superate in auto per andare in qualche città più famosa, magari Bologna, magari Ferrara o Ravenna. Uscite dall’autostrada perché c’è troppo traffico, fate le strade basse, passate attraverso questi paesini e storcete la bocca. Chi mai, buon Dio, potrebbe vivere qui?

Io. Io ci vivo. Nonostante anche questi micropaesi ai margini delle città si stiano ingrandendo (i ricchi ci vengono a fare le case di campagna, qui) il senso di soffocamento generico non accenna a svanire. Pensare che quindici chilometri più in là c’è la città con le strade, le auto, i bus grandi, una stazione dei treni, una piazza Unesco e la vera vita un po’ fa incazzare. Ma tant’è.

Il senso era che io so che vita si fa a Serenity. Una non-vita per la quale l’unico rimedio sono alcool e droga. Rimedi effimeri per una vita effimera che genera nemmeno ribelli, che la ribellione almeno sarebbe inventiva e voglia di vivere,

ma solo il nauseato prodotto di una società stanca, anch’essa priva di prospettive.

Serenity è un altro buco di culo, l’ennesimo luogo non-luogo nel quale i ragazzi finiscono per affogare e nel quale, irrimediabilmente, ogni sogno svanisce per sempre lasciando spazio a noia, abbandono e rabbia.

E questa sera, che si fa?

Questa sera Eric e la sua banda di scalcagnati giovanotti vanno a visitare la casa di Alice Hill. La casa infestata. La casa della strega. Alice Hill la strega, Alice Hill cacciata dal paese perché diventata troppo strana, Alice Hill forse uccisa dagli stessi abitanti di Serenity. Sì, andranno a visitarla, e ci andranno pure dentro, a giocare.

A cosa?

Alzi la mano chi, negli anni novanta, non ha mai giocato al gioco della bottiglia.

Nah, non guardate me, per carità. Io ero brutta e grassa, io ero come Matt, la sfigata, quella che se la bottiglia si ferma e indica lei, proprio lei, gli occhi di tutti si volgono verso l’alto. Ci siamo capiti. Quindi no, non guardate me, che pure ci ho giocato ma senza divertirmi molto. Guardate invece Christina, la bella del gruppo. Un seno da perderci la testa, una pelle morbida come velluto, curve da calendario. Lei è la donna del boss, la donna del capo. Quella, insomma, che ci va a letto.

E così sono nella casa, una casa da ricchi, da persone agiate. Un bel pianoforte, un bell’orologio. Una casa grande che mai, nonostante l’abbandono, è stata depredata. Strano, no?

E il gioco comincia, nel buio della casa. Gli occhi si chiudono. I respiri si mozzano “Con lui no… con tutti tranne che con lui… tipregotipregotiprego!“. Invece è proprio lui, Matt. Quello senza fisico, quello che nessuno vuole, quello che alla sera si guarderebbe anche un bel film seduto sul divano di casa, ecco.

Invece no.

Invece è lì.

Ha scelto, Matt, di essere lì.

Perché non ha detto “No”? Perché non si rifiuta di mettere in scena ogni sera quella commedia? Perché, anche se trova tutto abbastanza squallido? Matt non è una vittima, guardate me. Concentratevi su di me. Matt ha compiuto la sua scelta.

E così ora si trova lì, con la sventola del gruppo. Dovrebbero… be’, sì, in teoria dovrebbero fare sesso, in quella stanza. La bottiglia si è fermata prima su di lui e poi su di lei. Si sono alzati e sono usciti per appartarsi. Ma chiaro, lei mica vuole davvero fare sesso con lui. Non scherziamo. Ma Matt, adesso, qualcosa pretende. Almeno nuda. Almeno una sega. Qualcosa vuole, se non tutto. Tutto non può avere, è troppo brutto e sfigato, ma almeno il minimo sindacale, caspita, quello sì. Glielo deve. Il corpo di Christine è una meraviglia.

Finché è ancora tutto intero.

Perché gli ho dato 8?

Gandolfi, signori, è un f o l l e.

Gandolfi prende l’horror e ne fa polpette.

Lo trita, lo strizza, lo macera, lo plasma.

Gli piacciono certe ambientazioni americane classiche, certi paesini sperduti e piccini con questi giovani annoiati e depressi, con la coscienza ridotta a un flebile lumicino e le palle rotte dal non far nulla.

Gli basta la base, le prime pennellate, il primo colpo d’occhio.

Da lì in poi è tutta in discesa. Tanto sesso, un pizzico di splatter, il sangue che non è quello che si vede ma quello che si annusa, la cattiveria e l’avidità umana, che quella è ancor più temibile di ogni mostro e quel vedo-non-vedo tanto caro a noi amanti dell’horror.

Dov’è il mostro, Gandolfi?

Dove ce lo stai nascondendo?

C’è… c’è.

È lì, nell’ombra, proprio dietro di voi. Grande grande, immobilizza gli arti, ghiaccia il cuore, fa tremare tutto.

È lì, nell’ombra, splendido alleato, incredibile divoratore di gioia e di speranza e di futuro.

Il gioco della bottiglia è un omaggio a tutti i fedelissimi di Gandolfi che troveranno, in questo piccolo e breve gioiello, ancora una volta il mondo, il loro mondo, quello che amano, fatto di durezza e crudeltà, di un horror senza compromesso e senza parafrasi.

Buona lettura, bimbi.

E ricordatevi di non bullizzare mai nessuno.

Non è saggio.

Il morso dello sciacallo

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Titolo: Il morso dello sciacallo

Autore: Paolo Di Orazio

Editore: Vincent Books

Anno: 2016

Pagine: 308

Prezzo: 11,90 euro per la versione cartacea

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Nel pieno della crisi economica, del declino sociale e del disincanto politico, approdano a Roma Atareen Tom, giovanissima popstar venuta dal web, e il suo manager senza scrupoli chiamato Murnau. Il loro scopo è conquistare il mondo della musica partendo dalla televisione di Stato. La prepotente propaganda mediatica della popstar non distrae l’ex maresciallo Alfredo Red Vanacura, esperto in casi paranormali, presto alle prese con un rebus che include sacrifici umani, violenza e connessioni sanguinose che legano alla rete del Male insospettabili individui dediti al crimine.

LA RECE DELLA KATE:

È ancora una volta Roma il palcoscenico di questa nuova e inedita tragedia che mette in piedi per noi l’abile Di Orazio. Una Roma abbruttita, molto grigia, molto violenta e altrettanto menefreghista nella quale, dal web, come un angelo (o un demone) cade Afareen Torn, dodicenne disincantato e inquietante. Torn è una vera star del web, uno dei tanti prodotti marcescenti creati ad arte da e per il popolo internettiano schiavo di filmati e false notizie. Afareen sa cantare, i suoi filmati amatoriali hanno milioni di visualizzazioni, ma lui e il suo manager (l’uomo col cilindro) vogliono molto di più, adesso. Del web non sanno che farsene; Afareen deve diventare il nuovo principe, deve essere il nuovo Imperatore, il nuovo Dio, prima di Roma e poi del mondo. Partendo dalla musica, sono certi, riusciranno a conquistare l’anima di tutti coloro i quali incroceranno il loro cammino, e tutta questa gente, prima o poi, volente o nolente, chinerà il capo e le ginocchia, toccherà la terra con la propria fronte e benedirà il loro passaggio mormorando preghiere smozzicandole tra le labbra. E se da qualcosa bisogna cominciare, allora loro cominceranno là dove tutto, da che mondo è mondo, ha inizio: mamma Rai. Conquistata la televisione, conquistato il popolo bovino e kitsch. L’assalto ha inizio.

Ed è in quella stessa Roma ipnotica e ipnotizzata che si muove anche Alfredo Vanacura, ex maresciallo. Ex, perché adesso è “solo” un esperto di fenomeni… come dire… paranormali. Che poi lo faccia con uno spirito piuttosto scanzonato, pensando qui e là anche anche alle tette della sua collega medico legale non ha nessuna importanza, anzi, questo lo rende mille volte più umano e tridimensionale, meno serioso, meno calato nel ruolo. E in questa Roma c’è molto bisogno di “Red” Vanacura. Questa Roma implora Red Vanacura. Questa Roma piange e grida, e Red Vanacura, confuso e piuttosto infelice, risponde.

Perché gli ho dato 7?

Prima di tutto due considerazioni:

  1. Mi sono presa il disturbo di andare a consultare le ultime statistiche di Novembre 2016 in merito alle città più vivibili d’ Italia. 110 città in totale. Al primo posto la vicina (a me) Mantova (ci abitassi io, sarei già morta dal mal di testa con tutta quell’acqua e quell’umidità). L’ultima? Poveri crotonesi. E Roma? Roma dove sta? No perché è quello che volevo vedere, eh. 88esimo posto, signori e signore. 88 su 110. Come si dice… potrebbe andare decisamente meglio, per una delle città più belle del mondo, no? Santo cielo, stiamo parlando di Roma! Roma! Il Colosseo, Campo de’ Fiori, il Vaticano, il Papa, la Fontana di Trevi, il Gianicolo, la dolce vita, la Vespa (inserire altri luoghi comuni a scelta)! Insomma: se anche le classifiche ufficiali lo dicono, sarà vero. Roma sta scivolando all’indietro senza possibilità di appiglio. E se questo fa un gran male alla città, al turismo, al commercio e ai romani, gran bene fa alla letteratura, che in questi anni ha trovato culla adatta per i migliori horror e pulp, che trovano contesto adatto e credibile per avventure d’ogni sorta.
  1. Io, di splatterpunk, non so niente. Niente.

Il fatto che io di splatterpunk non sappia niente conduce a una sola e univoca considerazione: la mia opinione non sarà tecnica, ma sarà basata unicamente sulla mia sensibilità di lettrice navigata (in ambito horror e non solo).

Il morso dello sciacallo si auto-proclama thriller sovrannaturale. La mia mente bacata, senza volerlo, ha tradotto il tutto in HORROR.

La risposta, cara la mia Kate, è più sbagliata di un gatto in autostrada.

Il morso dello sciacallo non è un horror (ma non è nemmeno un thriller, bimbi). Ma cosa fa di un horror un horror? Secondo me un horror deve fare accapponare la pelle. Deve fare, in qualche modo, paura. Certamente è solo un libro, certamente sono solo delle lettere scritte su un foglio ma… cavolo… un vero horror spaventa. Eccome. Mi vengono in mente Io sono Helen Driscoll, Giro di vite, i racconti a tema ghost di William Hope Hodgson. Quelli, letti nel buio della casa, nel silenzio più totale, un qualche brivido lo mettono. Assicurato.

Be’, certo. Il romanzo in questione di brividi ne mette parecchi. Ma i brividi che sentirete non saranno di paura. Sarà quello splatterpunk che io non conosco. Sarà raccapriccio, sdegno, puro stupore. Come può la mente umana partorire certe immagini? Come si può leggere senza arricciare il naso nemmeno un pochino? Io non ci sono riuscita, non all’inizio. All’inizio ho stretto il libro tra le mani, le nocche che diventavano appena più chiare per la forza che imprimevo sulla pagina. Sorridevo imbarazzata, sorridevo sdegnata, scuotevo le spalle per auto-rassicurarmi. “Sono qui, va tutto bene”. E se pensate che io stia esagerando, provate a leggerle, le prime pagine. Provate a tuffarvi in quell’orrore, in quel lago di sangue, feci, vomito, paura. Provate a uscirne senza macchia. Non sono riuscita a fare nemmeno quello. Ho dovuto alternare la lettura con qualcosa di appena più scanzonato, meno sanguinoso, meno carnale, meno viscerale. Ho cercato di affondare il meno possibile nel mondo di Paolo Di Orazio, mi sono tenuta aggrappata ai bordi rassicuranti del mio mondo, ma poi… poi la curiosità ha prevalso. La seconda metà l’ho letta tutta in un botto. Paginapaginapaginapagina, frushfrushfrush. Ho bevuto a grandi sorsi quel suo mondo brutto e spaventevole, dovevo sapere, capire, rendermi conto. E avevo già capito, già sapevo, già mi ero resa conto, ma avevo bisogno di quelle parole, di quello stile.

Afareen e Murnau sono delle star. Del web, del mondo e anche di questo libro. Poco riesce a scalfire l’attrazione che il lettore prova per loro. Per quanto folli siano, per quanto odiosi siano, per quanta cattiveria e pochezza possano esprimere, loro vincono. Vincono per un punto anche sull’altro protagonista di questo romanzo, Red Vanacura. La sua presenza è grande, ingombrante, abbastanza leggera  e reale da attenuare tutto il male letto in sua assenza. Ma la sua grandezza viene comunque resa meno grande da Afareen e Murnau. Nemmeno Vanacura riesce a distrarre il lettore dalle vere splatter-star di questo libro. E forse non erano le intenzioni dell’autore, ma va benissimo lo stesso. Ogni pollaio diventa troppo piccolo, alla fine dei giochi. Qualcuno deve perire.

Se dovessi trovare un difetto, per quello che è il mio gusto personale, lo troverei in uno stile un po’ troppo hippie chic, troppo poco legato a un certo concetto di ordine. Ma questa sono io: ho bisogno di ordine. I troppi cambi di POV e di ambientazione un po’ mi destabilizzano ma, soprattutto, deconcentrano. La sensazione è quella di essere dentro una grossa scatola scossa fortissimamente dall’esterno. Un po’ di nausea, molto spaesamento, la ricerca continua di un punto di riferimento che cambia ogni pochi secondi.

Tra orrori senza fine e senza pietà, una piccola star folle e un sensitivo – per fortuna – credibile e molto umano, Il morso dello sciacallo si fa leggere senza sforzo.

Consigliatissimo agli amanti dell’horror più spietato, non leggetelo se siete troppo sensibili e/o di stomaco debole.

Ciao, amici!

K.