Creepypasta

 

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Titolo: Creepypasta

Autore: AAVV

Editore: Nero Press

Anno: 2017

Pagine: 67

Prezzo: Disponibile solo in formato digitale a 0,99 euro.

Il voto della Kate: 7/8

SINOSSI:

In questa raccolta digitale, diversi autori si cimentano nella riproposizione romanzata di alcune delle più famose creepypasta, altri, invece, propongono delle proprie creazioni, mantenendosi però aderenti agli archetipi del genere. Canzoni maledette, apparizioni, stazioni fantasma, case nel bosco e altre leggende vi introdurranno nell’inquietante mondo delle creepypasta. Inoltre,  nello speciale che precede i racconti, Biancamaria Massaro spiega le origini delle Creepypasta, raffrontandole con le moderne narrazioni digitali. Molto spesso, scoprirete, non c’è grande differenza tra leggende metropolitane e notizie reali manipolate dei media a scopo sensazionalistico.

LA RECE DELLA KATE (e perché gli ho dato 7/8):

Il bello della casa editrice Nero Press è che nei “momenti forti” (termine rubato al mondo scout) dell’anno fanno uscire certe raccoltine di racconti succose succosissime. Brevi, simpatiche, con delle cover letteralmente pazzesche e tutto sommato ben fatte. So che partono non con larghissimo anticipo nella ricerca degli autori e dei racconti giusti, dunque il risultato finale (molto spesso più che buono) diviene ancora più apprezzabile. Dalla sua, Nero Press ha un parco autori di tutto rispetto che spesso di prestano a scrivere delle vere e proprie chicche di pochissime pagine che però rendono l’idea e del loro stile di scrittura (dando quindi la possibilità di andare a ripescare in rete altre cose che hanno scritto) e dello stile della stessa Casa Editrice che fa dell’orrore un orgoglio e una bandiera.

Entrando nel dettaglio, possiamo notare che questa non è una raccolta di racconti qualsiasi. Se mi sono gettata a capofitto nella lettura e nella conseguente recensione di questo lavoro, è perché è stato scelto per tutti non il classico tema “Halloween” ma un vero e proprio filone narrativo che mi ha sempre incuriosito e che conosco ben poco: il creepypasta.

Il termine Creepypasta deriva da “Copypasta” (a sua volta derivante da “Copy and Paste”, il nostro Copia e Incolla), un neologismo inglese che indicava un blocco di testo copiato e incollato più e più volte di sito in sito. Una Creepypasta è un racconto breve e originale che nasce per terrorizzare e provocare shock nel lettore; è una tendenza piuttosto recente scaturita proprio dal web

Un esempio fra tutti: l’esperimento russo del sonno. Non lo conoscete? Andate a digitarlo su Google e avrete un’idea chiarissima di cosa sia un creepypasta. Da p a u r a. Io AMO queste cose. Alla follia.

Secondo me non tutti i racconti di questa raccolta sono centratissimi; alcuni sembrano “semplicemente” racconti dell’orrore. Il che non toglie bravura e impegno e dedizione all’autore, ma toglie forse qualcosa al prodotto finale.

Tra tutti, degni di nota sono La stazione fantasma di Beppe Roncari; Dopo la guerra di Flavia Imperi e I ritratti di T.S.Mellony (mamma che brividi m’ha fatto venire!).

La raccolta si apre, poi, con lo speciale dal titolo: “Narrazioni digitali: leggende metropolitane, Creepypasta e il fenomeno Blue Whale tra realtà e finzione” scritto in maniera chiara, concisa e magistrale dalla bravissima Biancamaria Massaro.  Debbo dire che queste prime pagine da sole valgono di gran lunga il prezzo dell’ebook e probabilmente andrebbero lette da tutti tutti tutti. Davvero molto chiaro, esaustivo e ben scritto. Una boccata d’aria fresca. Brava Biancamaria!

Insomma, pollice decisamente alzato per questo nuovo prodottino edito dagli amici di Nero Press. Ottimo!

 

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Ucciso il 4 luglio

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Titolo: Ucciso il 4 luglio

Autore: Marco Ischia

Editore: Delos Digital

Anno: 2017

Pagine: 48

Genere: Thriller

Prezzo: 1,99 euro – disponibile solo in formato digitale

Il voto della Kate: 6 ½

SINOSSI:

Doveva essere una spensierata vacanza, per Mario. Una straordinaria opportunità per festeggiare il compleanno dell’amico fraterno, Steve, che lo ha invitato a godersi lo Sunshine State. La Florida!

Purtroppo, mentre a Fort Lauderdale locali e turisti si gustano l’Air & Sea Show e i festeggiamenti dell’Independence Day, in un’area industriale abbandonata, un uomo viene ucciso a sangue freddo. E una fotografa free lance, amica di Steve, coglie sul fatto l’omicida.

È l’inizio di una spirale di eventi in cui il povero Mario, professore precario di motoria ma non per questo uomo di azione, si ritroverà coinvolto. Nel cercare di venirne fuori vivo, salvando le chiappe pure a Steve e alla sua amica, scoprirà che l’America non è sempre quella di Hollywood e dei serial che tanto ama. O amava…

LA RECE DELLA KATE:

Ce la si aspetta così, l’America: grande, festosa, sorridente, soleggiata, chiassosa, maestosa. Il mito americano non conosce fine e, chiunque tu sia, almeno una volta nella vita ti troverai a mormorare: “Un giorno andrà in America”. E magari, se sarai fortunato, ci andrai. Se sarai ricco ci andrai anche più di una volta, per dire. Se, come me, hai il terrore del volo, non ci andrai mai e non potrai fare altro che rincoglionirti di film, documentari, servizi fotografici, serie tv, racconti e fotografie altrui bevendo ogni singolo dettaglio, non potendo scegliere cosa ti piaccia di più e cosa – più di ogni altra – vorresti vedere. New York? Scontata ma… che voglia di vedere Central Park!!! Il Sud? Forse un po’ caldo ma… quanti colori!!! La costa? Oh, la costa sì! Non metterei piede in acqua, ma l’Oceano dev’essere da sballo!!! Eccomi qui, anche io vittima del sogno americano, di quel miraggio a stelle e strisce che ha fatto viaggiare (a volte anche per intere settimane) persone di tutto il mondo alla ricerca di una felicità e di una realizzazione che oltreoceano sembra essere alla portata di tutti; del ricco come del povero, del bianco come del nero, del giovane come dell’anziano.

Mario, invece, sarebbe restato volentieri a casa sua.

Ma non ha avuto scelta: un biglietto già pagato lo ha trascinato in Florida, dall’amico di sempre Steve (si chiama Stefano, è italianissimo, ma un nome anglofono non si nega a nessuno di questi tempi) che, adesso, fa il gradasso alle trazioni sfidando un marine grande e grosso come un tir. Sorride, Mario. Lui che è solo un professore di educazione fisica spalanca gli occhi davanti a tutta questa magnificenza, allegria contagiosa, esagerazione tutta americana. Provo a pensare se in Italia i Carabinieri si mettessero a fare le trazioni alla sbarra sfidando i passanti. No… niente, Non riesco nemmeno ad immaginarlo. Follia. Qui, nessuno lo farebbe mai. Per senso del decoro, per quell’ingessamento tutto italiano che ci fa pensare che se ridi poco allora la gente ti prende più sul serio (che odio).

In mezzo alla musica e al caos le cose improvvisamente precipitano e lo scivolo che conduce verso i guai (guai grossi come una casa) prende una curvatura sempre più ripida. Steve viene sequestrato e Mario si trova in tasca una scheda SD con alcune foto a dir poco scomode.

Bisogna tenere il salvo la schedina, recuperare Stefano e chiedere chiarimenti a chi ha scattato quelle strane e pericolose foto. Ma Mario è solo un professore e l’azione, lui, l’ha vista solo nei film.

Perché gli ho dato 6 ½?

Ho dovuto fare una media tra un plot e una scrittura avvincente e un editing che fa pietà. Refusi su refusi, parole inglesi scritte male, virgole messe giù alla… ci siamo capiti, no? Il modo in cui questo racconto è stato editato è a dir poco pessimo e- debbo dire – sono rimasta parecchio stupita, visto che è la prima volta che mi capita con la Delos.

Avrei potuto scegliere di non recensirlo, ma lo faccio perché Ischia se lo merita.

La storia è piacevole, la narrazione scorrevole e divertente, le atmosfere di festa sono rese benissimo e – per quanto mi riguarda – avrebbero potuto essere infinite tanto erano evocative.

Se le descrizioni sono così ben fatte è perché l’autore descrive semplicemente (ma efficacemente) cose che i suoi occhi hanno realmente visto e che – possiamo immaginare – ha amato. La descrizione di ciò che conosciamo è sempre molto più chiara della descrizione di ciò che abbiamo studiato o delle cose sulle quali ci siamo informati a lungo. Ischia ci ha mostrato ciò che ha visto creando per noi un’atmosfera che sembra essere molto molto vicina a quella che lui stesso ha trovato in America.

Davanti a questo tripudio di musica, risate, colori, lingue diverse che s’intrecciano, i personaggi scolorano un pochino e si perdono in mezzo alla storia. Sono cose che succedono nei racconti brevi: il poco spazio a disposizione porta l’autore a dare risalto a una cosa tralasciando le altre. Il che, per una lettura che occupa 30-40 minuti va tutto sommato bene e non è poi così deprecabile.

Marco Ischia presenta quindi un thriller in pieno american style che non potrà non essere apprezzato da tutti coloro i quali, di sera, fanno canale canale canale alla ricerca delle nuove puntate NCIS e compagnia danzante.

Più da maschietti che da femminucce, forse, ma mi ha comunque convinta.

 

Jericho

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Titolo: Jericho

Autore: Marcello Gagliani Caputo

Editore: Delos Digital

Anno: 2017

Genere: Horror

Pagine: 44

Prezzo: 1,99 euro – disponibile solo in formato digitale

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

La vita di Jericho, killer della malavita romana, viene stravolta dall’apparizione di una mostruosa creatura che si cela sotto le spoglie della sua ultima vittima. Chi sarà? E perché è alla ricerca di una misteriosa e antica scatola di legno che Jericho ha consegnato al suo capo?

LA RECE DELLA KATE:

C’è stato un tempo – forse nemmeno tanto lontano – in cui il nome Jericho provocava brividi di terrore e faceva deglutire a vuoto anche coloro i quali non conoscevano il significato della parola paura.

Oppure no.

La realtà (a volte scomoda) è che nulla sappiamo, se non ciò che vediamo (che ci fa vedere l’autore). Per quello che ci riguarda Jericho è il rimasuglio di un uomo a cui deve essere successo qualcosa di non bellissimo. Beve. Sta perdendo la fiducia del capo. Fors’anche di sé stesso. Vedere il fantasma di un uomo morto non aiuta la sua fragile psiche, il suo umore traballante e il suo ego distrutto.

Eppure accade. E accade ancora.

Colangelo, quello è il nome dell’uomo che lui stesso ha ucciso e che adesso riposa diversi metri sotto terra.

Eppure è lì.

E, Iddio lo salvi, vuole qualcosa.

La stretta della sua mano gelida sul polso di Jericho è stritolante e agghiacciante. Il sangue si ferma nelle vene. Un killer è pronto a tutto, anche a morire.

Soprattutto a morire.

Ma se morire per mano di un altro uomo è accettabile e onorevole, così non è se a ucciderti è un uomo morto dentro una bara.

I cenobiti sono sulla terra, e la loro missione è recuperare il cubo e chiudere la frattura che unisce il loro mondo al nostro.

Jericho è il loro tramite.

Perché gli ho dato 7?

Intanto facciamo ordine. Scopro solo ora che il racconto ideato da Gagliani Caputo per Delos prende origine e si offre come omaggio ai film Hellraiser tratti dai libri di Clive Barker.  Se così non fosse, però, mi scuso. Io l’ho scoperto facendo una breve e concisa ricerca sul web.

Questo per dire che magari sarebbe stato opportuno fare una premessa iniziale per i lettori “ignoranti” come me, facendo quindi comprendere e inquadrare la genesi di questo bel racconto.

Ma torniamo sul pezzo: Jericho è un racconto breve (su Amazon un altro utente lo definisce racconto lungo; per me è breve) a tema demoniaco che per quanto mi riguarda trova il suo punto di forza non tanto nei personaggi (in linea con il genere e non nuovi), non tanto nel contesto ambientale (anche quello piuttosto classico e descritto non ampiamente) quanto nei dialoghi.

I dialoghi creati dall’autore fanno essi stessi da ambientazione ideale, cullando la storia tra braccia sicure e accompagnando il lettore in un mondo “altro” a prescindere dal contesto ambientale-paesaggistico (anche questa volta Gagliani Caputo sceglie Roma) che comunque non necessita di essere tirato in ballo.

In conclusione: poco meno di un’ora di lettura per questo nuovo lavoro dell’autore che sceglie di farci conoscere i Cenobiti e il loro magico cubo. Certamente horror, sono d’accordo, ma anche molto altro. Un genere, insomma, che piacerà anche a chi con l’horror non va poi così d’accordo.

Buon lunedì, amici miei!

 

Un passo oltre

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Titolo: Un passo oltre

Autore: Olga Gnecchi – Gianluca Ingaramo

Editore: Delos Digital

Anno: 2017

Pagine: 43

Genere: Horror

Prezzo: 1,99 euro – disponibile in formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Antonio è legato alla moglie da un sentimento indissolubile. Loretta adesso è molto cambiata ma, riprendendone le parole, “l’amore è doloroso: ti abbatte, ti fa strisciare, ma è in questo modo che fa girare il mondo e rimette a posto ogni cosa”. Per difenderlo è disposto a tutto.

LA RECE DELLA KATE:

A volte si vedono. Sempre meno spesso, ma si vedono. Sono anziani, a volte così curvi da sfidare le leggi della gravità. Camminano per mano in silenzio, senza dir nulla, perché tutto è stato detto e ripetuto. Non c’è bisogno di parole che colmino vuoti, non più. Immagino che a un certo punto della vita, anzi, quel silenzio sia come un nettare prezioso, una culla deliziosa nella quale lasciarsi andare. Che cosa meravigliosa essersi detti tutto ciò che era importante! Che cosa meravigliosa essere sereni e tranquilli che, nel corso degli anni, l’amore sia stato urlato, sussurrato, ansimato e graffiato e che adesso non resti altro che farsi compagnia, dolcemente, amabilmente, sottilmente. Quando li vedo sorrido triste. Triste perché? Non lo so. Ma li invidio anche di un’invidia buona e senza rancore, perché hanno avuto la fortuna più grande: trovare l’Amore.

Io li vedo Antonio e Loretta.

Li vedo come se li avessi qui davanti.

Lei che sorride civettuola, lui che non perde il piacere di carezzarle un fianco o baciarle il collo non più morbido e teso, lei che finge di arrabbiarsi e gli tira addosso una presina. Vedo anche i loro bisticci, sempre per le stesse cose da tanti anni, da quando si sono sposati. Antonio che fa il caffè e poi lascia tutto in giro, lei che dimentica di staccare la presa del ferro da stiro, lui che non si pulisce bene le suole delle scarpe prima di entrare in casa. Piccole, innocenti scaramucce da innamorati che svaporano in un battito di ciglia.

E adesso? Adesso Loretta è a letto. Sola. Legata. Antonio deve legarla, non può fare diversamente. E deve sedarla. Loretta ha bisogno di farmaci, di cure, di amore. Antonio non smette di amarla, anche se ormai della sua amata poco è rimasto. La pelle grigia, l’odore di malattia che impregna ogni centimetro della camera… tutto gli ricorda che ciò che è stato non tornerà mai più.

Ma pare ci sia una cura. Costosa, ma c’è. E Antonio è disposto davvero a tutto pur di provarci, tentare, fare quello che è in suo potere per salvare il suo amore, la sua Loretta. Anche uccidere.

Perché gli ho dato 8?

Ho dato 8 a questo racconto perché è un BELLISSIMO racconto che, per quanto mi riguarda, come spesso dico, poteva benissimo diventare un racconto lungo o un romanzo breve. Io non so cos’abbiano ‘sti scrittori che hanno fretta di pubblicare e liquidano così dei plot che invece sono tanto interessanti. Non so davvero cos’abbiano. Che fretta c’era, maledetta primavera???

Vabbè.

Comunque.

Prima di tutto: non avevo assolutamente capito fosse un horror.

Non è che non l’avessi capito: non me ne importava niente. Ho visto il racconto pubblicizzato su Facebook e ho messo a disposizione il mio blog, perché lo sapete, se c’è della roba bella in giro IO LA VOGLIO. Per me e per voi che leggete!

Conoscendo gli autori non è che mi sia posta il problema, sapevo che non potevo sbagliare di molto, quindi l’ho preso e basta, senza andare a leggere recensioni e sinossi e bla bla bla.

E… che sorpresa!

Ok. Della trama non posso parlare: svelerei troppo.

Sappiate solo che è un bellissimo racconto horror che si legge in pochissimo tempo, dalla bellissima cover, dal prezzo secondo me un filo esagerato (si legge davvero in mezz’ora) e caratterizzato da un senso del ritmo molto buono e – cosa ancora più importante – molto efficace. Il ritmo sinusoidale (lento-veloce-lento) si è mostrato adattissimo per questo tipo di storia, una storia che, prima di tutto, parla d’amore. Il lettore sarà quindi felice di seguire l’andamento della scrittura adattandosi perfettamente alle sue regole in un crescendo di emozioni che poi, sul finire, vanno a svanire dolcemente; quasi come addormentarsi, quasi come morire.

Assolutamente consigliato.

 

A ogni costo

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Titolo: A ogni costo

Autore: Davide Schito

Editore: Nero Press

Anno: 2017

Pagine: 37

Genere: Thriller

Prezzo: 0,99 euro solo in formato digitale

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

«Cosa saresti disposto a fare per poter stare con me per sempre?» 
È questa la domanda che darà inizio a tutto.
L’amore, si sa, è la forza più potente dell’universo, ma fin dove può spingersi un uomo innamorato?
Simone è sempre stato un duro, un lupo solitario. Solo avventure, zero sentimenti. Poi è arrivata Laura, e tutto è cambiato. Laura che dice di amarlo, che però è sposata con un uomo violento, ossessionato da lei, dal quale non riesce a liberarsi. E allora nella mente di Simone si fa largo un piano. Un piano folle, pericoloso, ma che potrebbe anche funzionare… perché per lei non c’è nulla che non farebbe. 

LA RECE DELLA KATE:

Su un palcoscenico molto piccolo si danno il cambio tre personaggi complessi e problematici. Il risultato è che, alla fine dei giochi, non si sa più a chi dare la colpa.

A Laura, ossessiva e opprimente?

A Simone, accecato dall’amore e succube di qualcuno che, tutto sommato, è solo una donna come tante altre?

Al marito di Laura, che sembra si diverta a riempire di lividi la giovane e bellissima moglie?

Chi è che, prima di tutti gli altri, va accusato?

Il marito, dite?

Probabilmente sì. È l’uomo-risposta all’eterno quesito “Prima l’uovo o prima la gallina?” che, tra parentesi, mi ha sempre fatto impazzire dall’ansia e dalla rabbia. Non lo so chi viene prima, ok? Ok? Ok? Non lo so. Lasciatemi stare. Per me è l’uovo. Credo.

Il nostro uomo-uovo è quindi lui, lui che scatena le domande di Laura, che scatena la sua voglia di riscatto, che scatena in particolare quella domanda fatidica, quella domanda che pare provocare nel cervello di Simone un cortocircuito: Cosa saresti disposto a fare per poter stare con me per sempre?

Basta un click e Simone diventa vittima e carnefice. Carnefice certamente, ma anche vittima di sé stesso e di una donna che, subdolamente, pare aver dato la stura a una coraggiosa e sconsiderata prova d’amore.

Perché gli ho dato 7?

Intanto vorrei partire da una considerazione che forse rischia di essere un pippone ma che cercherò di racchiudere in pochissime righe.

Basta racconti.

Sai scrivere, scrivi.

Non tu, DavideSchito.

Tu in generale.

Sai scrivere?

Se no, sarebbe meglio salutarci qui (e invece in quanti continuano a riempire pagine su pagine, poveri noi!!!).

Se sì, scrivilo un benedetto romanzo. Non dico mica un tomo infartuale da 400 pagine, per la carità, ma scrivilo un libro.

Vedo gente pure bravina che tira innanzi a racconti da 0,99 euro. E scrivi, perdinci!

I racconti – se non sono d’autore pluripremiato – mi danno sempre l’idea di un coito interrotto. Di qualcuno che, preso da paura, rallenta invece di accelerare. Spingi su quel pedale, spingi, che se spingi la curva ti viene pure meglio!

Oh. Sia chiaro. Il mio blog è fatto di racconti. Ho vinto un concorso di scrittura con un racconto. Non è che io sono qui a scrivere saggi su saggi, eh? Predico e razzolo male. Però, ecco… io sono io. Vorrei che gli altri si buttassero un pochino di più.

Che poi molto meglio scrivere racconti carini piuttosto che incaponirsi e scrivere romanzi merdosi. Questo è lampante.

Coooooooooooooooomunque.

Mi ricompongo e vi parlo del racconto (!!!) in questione che sì, un po’ coito interrotto lo è. Il plot è quello di un thriller psicologico classico, ma lo stile è quello del Bignami di un Bignami. Veloce, veloce, velocissimo. Non c’è tempo, non c’è tempo, non c’è tempo nemmeno per leggere. Via che si va. Si legge in pochissimi minuti, accendete il Kindle e già lo spegnete, manco la doccia riesce a farsi vostra moglie che voi avete già finito di leggere. Sorrido, sia chiaro. Ma anche qui… è un peccato! L’idea c’è, il plot è classico ma buono, i personaggi sono interessanti! E allora perché mi congedi in un pugno di pagine? Parliamone!

Il racconto, comunque, nonostante la prosa non sia sempre all’altezza (certe frasi mi hanno fatto storcere il naso – “Fa meno paura del latrato di un cucciolo di labrador” solo per fare un esempio – e, a parer mio, se sistemate, avrebbero reso il tutto vagamente più fluido) è buono.

In conclusione:

Le atmosfere, le suggestioni e i personaggi sono tutti in linea con il genere thriller e contribuiscono attivamente per rendere il racconto di Davide Schito un buon racconto sotto moltissimi punti di vista. Il racconto non deluderà quindi gli amanti del genere!

 

 

Creature oniriche

 

 

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Titolo: Creature oniriche

Autore: Olga Gnecchi

Editore: Self

Anno: 2017

Pagine: 178

Genere: Horror

Prezzo: 6,90 euro per il formato cartaceo – 1,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Creature d’ombra cercano la luce, nel luogo in cui finisce la realtà e cominciano i sogni. Un uomo perde la sua ombra, un altro decide di morire, una donna si risveglia in una stanza buia, uno scrittore cerca se stesso, sogni ricorrenti si materializzano: questi sono solo alcuni dei personaggi e degli elementi contenuti in “Creature Oniriche”. Storie diverse che fanno parte di un’unica narrazione che si snoda tra circostanze che possono rivelarsi o diventare iperrealistiche, surreali o grottesche. Un percorso oscuro per scoprire cosa si nasconde nel buio, chi o che cosa sono le Creature Oniriche, e cosa accade quando esse entrano in contatto con il mondo reale.

LA RECE DELLA KATE: 

Io.

Io sono una creatura d’ombra che cerca un poco di luce.

Io, probabilmente, come loro, sono una creatura onirica.

Descrivere questa raccolta di racconti non è semplicissimo proprio per la natura intrinseca della narrazione: evanescente come il respiro, leggera come l’aria, vaneggiante come un ubriaco eppure solida come una roccia. Olga si diverte con le parole e, probabilmente, con i suoi stessi pensieri che, talvolta, sembrano spuntare qui e lì in mezzo alle pagine, curiosi e malandrini. Giovani pensieri di una giovane donna che ha dato vita a una serie di racconti particolari e indescrivibili, ipnotici e davvero onirici che danno quella sensazione come tra il sonno e la veglia; quei pensieri che arrivano balordi mentre stai quasi per addormentarti e ti sembra di cadere nel vuoto e allora fai un balzo sul letto. Così.

Otto racconti che sembrano otto mondi diversi e che poi si scoprono essere parte di uno stesso universo, di uno stesso giorno, di una stessa realtà. Una realtà che a questo punto sembra meno reale e meno tridimensionale e che probabilmente andrebbe pensata come la pensa l’autrice. Probabilmente davvero noi ci perdiamo un sacco di cose. Probabilmente davvero i nostri antenati, che credevano agli spiriti, alle divinità e alle forze del bene e del male avevano ragione. Probabilmente davvero dovremmo essere più accorti, meno sicuri di noi stessi.

Forse non dovremmo dare per scontato le nostre ombre, non dovremmo prendere sottogamba un brutto sogno, non dovremmo prestare così poca attenzione al prossimo.

Perché gli ho dato 7?

Prima di tutto, lo sapete, non amo le antologie e le raccolte. Insomma, faccio volentieri altro. MA il titolo di questa raccolta mi ha catturata, Olga la “conosco” e ho pensato di potermi fidare.

Insomma, per farla breve, ho fatto bene.

Creature oniriche, pur appartenendo a un genere per me troppo astratto (onirico!!!) (io, per carattere, abbisogno di una scrittura più… come posso dire… pragmatica) è riuscito a catturare la mia attenzione – anche se non continuamente, ma è normale che sia così, per stile e per gusto personale – con una prosa garbata e asciutta nella quale nessuna parola era veramente di troppo. Racconti brevi e solo apparentemente autoconclusivi che, sul finire, intrecciano le loro radici per tornare a essere una sola (appunto) creatura.

Forse siamo tutti così: devoti al buio ma portati per sopravvivenza alla luce: una luce che rischiara l’anima, che ci tiene in vita, che fa di noi quello che siamo, che ci trascina, ogni giorno, verso un concetto universale di bene.

E se voi, per carattere, non siete portati alla luce, vi invito a farlo. Guardate in faccia la luce. Gli occhi dolgono, ma il cuore pulsa di vita nuova.

Ah.

Occhio alla vostra ombra.

Come?

Il mio racconto preferito?

Oh… il primo. Proprio perché io sono devota alla Luce. Al ripensamento. Alla Vita in ogni sua sfumatura. Anche io, come il protagonista, spesso sono tentata di abbracciare il buio. Ombrosa e sempre seccata, sempre scocciata, talvolta penso: “Vita di merda!”. Poi, però, ogni giorno, mi scopro innamorata pazza di tutto e di tutti.

Il suo bosco

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Titolo: Il suo bosco

Autore: Catia Pieragostini

Editore: Delos digital – collana Horror story

Anno: 2017

Pagine: 55

Prezzo: disponibile solo in formato digitale a 1,99 euro su Kindle store

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Dietro la chiesa di San Crispino, su per il Monte della Luna, puoi giocare tra gli alberi e fingere di essere un Cavaliere dell’Apocalisse. Ma in quel bosco non sarai solo. Qualcuno, qualcosa, è già stato lì. Quello è il suo bosco. E adesso vuole giocare con te…

LA RECE DELLA KATE:

Nei primi anni Ottanta io ero solo una bambinetta, che, avendo sorelle molto più grandi, era praticamente figlia unica. Mia madre non si faceva scrupolo a invitare molte amiche o, al contrario, a lasciarmi andare a casa loro. Capiva da sé che avevo bisogno di giocare con gente della mia età e che, se lo avessi fatto, avrei lasciato in pace lei. C’erano meno sport da fare, meno compiti da svolgere… era un’altra epoca, insomma. Adesso invitare un amichetto a casa diventa una vera impresa. Molto spesso i bambini hanno tutti i pomeriggi impegnati da calcio/nuoto/danza/flauto/violino/basket/judo/karate/briscola/rimpiattino/poker/nuotosincronizzato/pallamedica/diosolosacosa.

Tempo. Manca tempo.

Manca la noia.

Ma non è sempre stato così. Ho passato intere estati chiedendomi sgomenta: “Cosa faccio?”. Ricordo che avevo un’amica che abitava in una grande casa in campagna, una di quelle di una volta, non come quelle di adesso, tutte fighine e da ricchi. Era una casa di campagna vera. Erba di qua, di là, cani di qua, cani di là, gatti lasciati al loro destino, attrezzi da campagna, trattori, rimesse, balloni di fieno. Si chiamava Cinzia, lei. Io e Cinzia passavamo interi pomeriggi sotto un sole bastardo a giocare a una specie di caccia al tesoro. Facevamo la mappa del tesoro (a casaccio) e poi la seguivamo, vagando per il vasto giardino. Queste erano le nostre estati.

Tutto sommato, l’estate dei quattro protagonisti di questo racconto non è poi così diversa. I quattro evangelisti, come li chiama il don, sono diventati amici loro malgrado, si potrebbe dire. Hanno tutti quattordici anni, e ognuno di loro, a suo modo, è un disperato. Una disperazione del cuore. Profonda.

Si trovano senza cercarsi, passano insieme il loro tempo, si danno il nome dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse, perché chiamarsi Marco, Matteo, Giovanni e Luca è un po’ da sfigati, mentre chiamarsi Morte, Pestilenza, Carestia e Guerra è decisamente meglio. Il bosco è la loro casa, fino a quando in quel bosco non trovano un braccio. E poi un altro. E un altro ancora. Braccia senza corpi, braccia senza altre braccia o gambe o chissà che altro. Solo braccia.

Sono brividi di paura ma anche di quella eccitazione bambina e priva di limiti che solo un adolescente può provare. L’eccitazione di chi pensa di avere le risposte a tutto, di chi pensa di essere più furbo, più bravo, più intelligente, più spavaldo.

Loro sono i quattro Cavalieri e scopriranno cosa c’è dietro quegli arti sepolti nel bosco.

Almeno fino all’arrivo di Liliana Torresi.

Quando arriva Liliana Torresi tutto cambia.

Per sempre.

Perché gli ho dato 8?

Gli ho dato 8 perché, ancor più della storia in sé e per sé, a colpirmi è stato il modo di raccontare. Catia sa scrivere. Scrive in maniera fluida, corretta, forbita, utilizzando i termini adatti, pensandoli e soppesandoli senza però risultare forzata o troppo studiata.

Il racconto in questione, che nel suo incipit mi ha ricordato vagamente il famoso e a suo modo romanticissimo film Stand by me, è un buon lavoro e un buon risultato generale. Perché parlo di lavoro “generale”?

Perché più del dettaglio, ciò che rimane impresso (se non altro alla qui presente) è l’idea nel suo complesso, l’atmosfera nel suo complesso, l’atmosfera dell’oratorio parrocchiale nel suo complesso.

Per dirla tutta io SO che questo racconto funziona, ma non saprei dire in che modo o perché. Mi capite? Forse no, eh?

Io credo che ci siano cose corrette e giuste e buone delle quali non sapremmo parlare poi molto nel dettaglio. Ci sono cose belle giuste e buone… perché sì.

Questo racconto è un esempio di “perché sì” anche se credo che il bosco (come è giusto che sia, visto anche il titolo del racconto) sia il vero protagonista. Lui, i suoi rumori, i suoi segreti, i suoi abitanti. Quel gufo molto grosso, quel lupo straordinariamente grande. Un bosco che non accoglie, che non fa giocare. Una natura matrigna che si chiude per intrappolare, soffocare, schiacciare.

Probabilmente il penultimo capitolo lo avrei voluto un filo diverso, forse più chiaro ed esplicativo, ma questa è una caratteristica tutta mia: io voglio finali che dicano FINE a chiare lettere, che mi spieghino per bene tutto, il perché ed il percome. Mi piace chi fa spesso il punto della situazione per evitare che qualche lettore si perda per strada, ecco.

Ad ogni buon conto, a partire dalla cover, passando per la storia e finendo con un buonissimo editing, questo racconto è consigliabile proprio a tutti.

A meno che non abbiate paura dei boschi.