Creature oniriche

 

 

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Titolo: Creature oniriche

Autore: Olga Gnecchi

Editore: Self

Anno: 2017

Pagine: 178

Genere: Horror

Prezzo: 6,90 euro per il formato cartaceo – 1,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Creature d’ombra cercano la luce, nel luogo in cui finisce la realtà e cominciano i sogni. Un uomo perde la sua ombra, un altro decide di morire, una donna si risveglia in una stanza buia, uno scrittore cerca se stesso, sogni ricorrenti si materializzano: questi sono solo alcuni dei personaggi e degli elementi contenuti in “Creature Oniriche”. Storie diverse che fanno parte di un’unica narrazione che si snoda tra circostanze che possono rivelarsi o diventare iperrealistiche, surreali o grottesche. Un percorso oscuro per scoprire cosa si nasconde nel buio, chi o che cosa sono le Creature Oniriche, e cosa accade quando esse entrano in contatto con il mondo reale.

LA RECE DELLA KATE: 

Io.

Io sono una creatura d’ombra che cerca un poco di luce.

Io, probabilmente, come loro, sono una creatura onirica.

Descrivere questa raccolta di racconti non è semplicissimo proprio per la natura intrinseca della narrazione: evanescente come il respiro, leggera come l’aria, vaneggiante come un ubriaco eppure solida come una roccia. Olga si diverte con le parole e, probabilmente, con i suoi stessi pensieri che, talvolta, sembrano spuntare qui e lì in mezzo alle pagine, curiosi e malandrini. Giovani pensieri di una giovane donna che ha dato vita a una serie di racconti particolari e indescrivibili, ipnotici e davvero onirici che danno quella sensazione come tra il sonno e la veglia; quei pensieri che arrivano balordi mentre stai quasi per addormentarti e ti sembra di cadere nel vuoto e allora fai un balzo sul letto. Così.

Otto racconti che sembrano otto mondi diversi e che poi si scoprono essere parte di uno stesso universo, di uno stesso giorno, di una stessa realtà. Una realtà che a questo punto sembra meno reale e meno tridimensionale e che probabilmente andrebbe pensata come la pensa l’autrice. Probabilmente davvero noi ci perdiamo un sacco di cose. Probabilmente davvero i nostri antenati, che credevano agli spiriti, alle divinità e alle forze del bene e del male avevano ragione. Probabilmente davvero dovremmo essere più accorti, meno sicuri di noi stessi.

Forse non dovremmo dare per scontato le nostre ombre, non dovremmo prendere sottogamba un brutto sogno, non dovremmo prestare così poca attenzione al prossimo.

Perché gli ho dato 7?

Prima di tutto, lo sapete, non amo le antologie e le raccolte. Insomma, faccio volentieri altro. MA il titolo di questa raccolta mi ha catturata, Olga la “conosco” e ho pensato di potermi fidare.

Insomma, per farla breve, ho fatto bene.

Creature oniriche, pur appartenendo a un genere per me troppo astratto (onirico!!!) (io, per carattere, abbisogno di una scrittura più… come posso dire… pragmatica) è riuscito a catturare la mia attenzione – anche se non continuamente, ma è normale che sia così, per stile e per gusto personale – con una prosa garbata e asciutta nella quale nessuna parola era veramente di troppo. Racconti brevi e solo apparentemente autoconclusivi che, sul finire, intrecciano le loro radici per tornare a essere una sola (appunto) creatura.

Forse siamo tutti così: devoti al buio ma portati per sopravvivenza alla luce: una luce che rischiara l’anima, che ci tiene in vita, che fa di noi quello che siamo, che ci trascina, ogni giorno, verso un concetto universale di bene.

E se voi, per carattere, non siete portati alla luce, vi invito a farlo. Guardate in faccia la luce. Gli occhi dolgono, ma il cuore pulsa di vita nuova.

Ah.

Occhio alla vostra ombra.

Come?

Il mio racconto preferito?

Oh… il primo. Proprio perché io sono devota alla Luce. Al ripensamento. Alla Vita in ogni sua sfumatura. Anche io, come il protagonista, spesso sono tentata di abbracciare il buio. Ombrosa e sempre seccata, sempre scocciata, talvolta penso: “Vita di merda!”. Poi, però, ogni giorno, mi scopro innamorata pazza di tutto e di tutti.

Il suo bosco

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Titolo: Il suo bosco

Autore: Catia Pieragostini

Editore: Delos digital – collana Horror story

Anno: 2017

Pagine: 55

Prezzo: disponibile solo in formato digitale a 1,99 euro su Kindle store

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Dietro la chiesa di San Crispino, su per il Monte della Luna, puoi giocare tra gli alberi e fingere di essere un Cavaliere dell’Apocalisse. Ma in quel bosco non sarai solo. Qualcuno, qualcosa, è già stato lì. Quello è il suo bosco. E adesso vuole giocare con te…

LA RECE DELLA KATE:

Nei primi anni Ottanta io ero solo una bambinetta, che, avendo sorelle molto più grandi, era praticamente figlia unica. Mia madre non si faceva scrupolo a invitare molte amiche o, al contrario, a lasciarmi andare a casa loro. Capiva da sé che avevo bisogno di giocare con gente della mia età e che, se lo avessi fatto, avrei lasciato in pace lei. C’erano meno sport da fare, meno compiti da svolgere… era un’altra epoca, insomma. Adesso invitare un amichetto a casa diventa una vera impresa. Molto spesso i bambini hanno tutti i pomeriggi impegnati da calcio/nuoto/danza/flauto/violino/basket/judo/karate/briscola/rimpiattino/poker/nuotosincronizzato/pallamedica/diosolosacosa.

Tempo. Manca tempo.

Manca la noia.

Ma non è sempre stato così. Ho passato intere estati chiedendomi sgomenta: “Cosa faccio?”. Ricordo che avevo un’amica che abitava in una grande casa in campagna, una di quelle di una volta, non come quelle di adesso, tutte fighine e da ricchi. Era una casa di campagna vera. Erba di qua, di là, cani di qua, cani di là, gatti lasciati al loro destino, attrezzi da campagna, trattori, rimesse, balloni di fieno. Si chiamava Cinzia, lei. Io e Cinzia passavamo interi pomeriggi sotto un sole bastardo a giocare a una specie di caccia al tesoro. Facevamo la mappa del tesoro (a casaccio) e poi la seguivamo, vagando per il vasto giardino. Queste erano le nostre estati.

Tutto sommato, l’estate dei quattro protagonisti di questo racconto non è poi così diversa. I quattro evangelisti, come li chiama il don, sono diventati amici loro malgrado, si potrebbe dire. Hanno tutti quattordici anni, e ognuno di loro, a suo modo, è un disperato. Una disperazione del cuore. Profonda.

Si trovano senza cercarsi, passano insieme il loro tempo, si danno il nome dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse, perché chiamarsi Marco, Matteo, Giovanni e Luca è un po’ da sfigati, mentre chiamarsi Morte, Pestilenza, Carestia e Guerra è decisamente meglio. Il bosco è la loro casa, fino a quando in quel bosco non trovano un braccio. E poi un altro. E un altro ancora. Braccia senza corpi, braccia senza altre braccia o gambe o chissà che altro. Solo braccia.

Sono brividi di paura ma anche di quella eccitazione bambina e priva di limiti che solo un adolescente può provare. L’eccitazione di chi pensa di avere le risposte a tutto, di chi pensa di essere più furbo, più bravo, più intelligente, più spavaldo.

Loro sono i quattro Cavalieri e scopriranno cosa c’è dietro quegli arti sepolti nel bosco.

Almeno fino all’arrivo di Liliana Torresi.

Quando arriva Liliana Torresi tutto cambia.

Per sempre.

Perché gli ho dato 8?

Gli ho dato 8 perché, ancor più della storia in sé e per sé, a colpirmi è stato il modo di raccontare. Catia sa scrivere. Scrive in maniera fluida, corretta, forbita, utilizzando i termini adatti, pensandoli e soppesandoli senza però risultare forzata o troppo studiata.

Il racconto in questione, che nel suo incipit mi ha ricordato vagamente il famoso e a suo modo romanticissimo film Stand by me, è un buon lavoro e un buon risultato generale. Perché parlo di lavoro “generale”?

Perché più del dettaglio, ciò che rimane impresso (se non altro alla qui presente) è l’idea nel suo complesso, l’atmosfera nel suo complesso, l’atmosfera dell’oratorio parrocchiale nel suo complesso.

Per dirla tutta io SO che questo racconto funziona, ma non saprei dire in che modo o perché. Mi capite? Forse no, eh?

Io credo che ci siano cose corrette e giuste e buone delle quali non sapremmo parlare poi molto nel dettaglio. Ci sono cose belle giuste e buone… perché sì.

Questo racconto è un esempio di “perché sì” anche se credo che il bosco (come è giusto che sia, visto anche il titolo del racconto) sia il vero protagonista. Lui, i suoi rumori, i suoi segreti, i suoi abitanti. Quel gufo molto grosso, quel lupo straordinariamente grande. Un bosco che non accoglie, che non fa giocare. Una natura matrigna che si chiude per intrappolare, soffocare, schiacciare.

Probabilmente il penultimo capitolo lo avrei voluto un filo diverso, forse più chiaro ed esplicativo, ma questa è una caratteristica tutta mia: io voglio finali che dicano FINE a chiare lettere, che mi spieghino per bene tutto, il perché ed il percome. Mi piace chi fa spesso il punto della situazione per evitare che qualche lettore si perda per strada, ecco.

Ad ogni buon conto, a partire dalla cover, passando per la storia e finendo con un buonissimo editing, questo racconto è consigliabile proprio a tutti.

A meno che non abbiate paura dei boschi.

7 note nere

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Titolo: 7 note nere

Autore: Maico Morellini

Editore: Delos Digital

Anno: 2017

Pagine: 58

Prezzo: 2,49 euro per il formato digitale (unico disponibile) acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Cosa vuole il demone che vive al di là dello specchio? Chi si nasconde dietro gli efferati delitti di un serial killer? Quale terribile potere hanno quei vecchi ferri da maglia?

Sette note oscure, sette storie nere. Un viaggio dal quale tornerete profondamente cambiati.

LA RECE DELLA KATE:

Nonostante Amazon si ostini a chiamarlo romanzo breve questo non è un romanzo breve ma, essendo voi tipini intelligenti, scommetto che lo avrete capito anche solo leggendo il titolo. 7 note nere è infatti una raccolta di racconti scritti dall’amico Maico Morellini nel corso degli anni; racconti che hanno partecipato e vinto concorsi, probabilmente tutti, a loro modo, simbolo di uno stile o di un momento specifico o di un pezzetto di strada fatto dal bravissimo autore reggiano. Un excursus – tenebroso – nella sua anima e nel suo stile, nel mondo horror italiano ma anche in un’Italia che smette di essere soleggiata e profumata di pizza e allarga tentacoli neri e furibondi sulla terra fertile. Fertile come la mente del nostro caro autore che, raccogliendo queste sette storie ci fa partecipi del suo mondo incantato ed onirico e ci accompagna in un viaggio breve ma pur sempre intenso e stilisticamente interessante senza la minima intenzione di tenerci la mano. Ed ecco quindi che non siamo attorno a un fuoco con gli amici a raccontare storie dell’orrore; non c’è niente di goliardico, niente di neppure vagamente tollerabile. Mi verrebbe da fare paragoni sempre italiani ma non li farò. Quello che voglio dire è che ho letto raccolte di racconti che sembravano davvero storie raccontate dal nonno davanti al camino per creare atmosfera, fare un po’ paura, raccontare storie che altrimenti sarebbero destinate a scomparire nel vento.

Qui… qui la sensazione è un’altra.

Lo sapete quale?

Io mi sono sentita al buio, al centro di una stanza, nessun tappeto sotto di me, solo il nudo pavimento. Ho sentito il senso di solitudine, eppure sola non ero. Ed ecco infatti che una voce, nel buio, dava inizio alla sua danza. Un tono pacato ma deciso, una voce di uomo profonda e roca. Era con me ma non era con me. Né benigna né maligna. C’era, e basta. Raccontava queste storie, e basta. Ero sola. Dovevo ascoltare.

Si parla di bambini, si parla di demoni, si parla di grandi e possenti Titani, si parla di strani alberi, c’è l’estate e il caldo, c’è la nebbia fitta della Pianura Padana, c’è l’odore di corruzione, l’odore di dolore, di malattia. Un odore che ricondurrei solo a un ospedale, detta sinceramente. Non c’è ambiente esterno che mi riconduca a certe sensazioni. Fragilità, morte occultata, finta normalità.

Perché gli ho dato 8?

L’ho accennato prima: io non sto dicendo che l’horror, in un modo o nell’altro, sia pur sempre e solo horror. L’horror può essere tale in mille modi diversi, declinato in mille maniere diverse. Ne ho letto talmente tanto in questi anni che sono certa di dire la verità. E poi… cosa c’è di più horror di ciò che viviamo ogni giorno? Non sto parlando delle nostre vite private, sia chiaro. La mia è luminosa. Sto parlando del panorama mondiale, degli ultimi avvenimenti, della crudeltà, della sete di vendetta, della sete di potere. C’è qualcosa di più horror? Viviamo così circondati dall’orrore che sublimarlo non è affatto semplice. Nemmeno il più terribile mostro lovecraftiano riuscirebbe a sublimare tutto lo schifo nel quale siamo immersi noi e – accidenti – i nostri figli.

Ma se l’horror è horror e gli artisti (anche in Italia) sono molteplici, è vero quindi che per dire davvero qualcosa è necessario dirla nella maniera corretta. Morellini è un uomo che conosce la lingua italiana, che conosce le sue regole, che ha il puro piacere di esprimersi in un certo modo. La sua prosa è ricercata, studiata, calcolata. I suoi periodi, le frasi che scrive, non sono mai casuali, mai “di pancia”. Leggo, nel suo lavoro, un amore reale per il mondo della scrittura e per il lettore. Un vero rispetto per la lingua, per la letteratura di genere e per chi leggerà. La finezza di pensiero e di scrittura, allora, diventa chiave di volta per una narrazione sapiente, strutturata, elegante e mai banale. Anzi. Non scontata, ecco. Come diciamo noi scout, tra i due sentieri Morellini sceglie quello meno battuto. La ricercatezza.

Una raccolta interessante.

Cosa?

Il mio preferito?

Il Titano, ovviamente. Da brividi.

Buona terrificante lettura, amici.

I clown bianchi – 13 storie d’autore

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Titolo: I clown bianchi – 13 storie d’autore

Autore: AA. VV.

Editore: Clown bianco

Anno: 2017

Pagine: 176

Prezzo: 6,49 euro in formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

 

SINOSSI:

Ci sono un vecchio amico di Fellini e un killer di mafia innamorato. Due gemelle difficili e una scelta che potrebbe salvare il mondo. Bambini stregoni e tatuaggi che spaventano. E si parla di una coppia stanca, di una curva assassina e di qualcosa che vive là sotto. Tredici autori importanti si divertono a raccontarci storie dove avere paura diventa un piacere.

 

LA RECE DELLA KATE:

Quando la giovanissima casa editrice ravennate mi ha proposto questa antologia mi sono, istintivamente, leccata le labbra. Non c’è niente di più bello, soddisfacente e godurioso per un recensore come me che essere presi in considerazione per un progetto tanto bello e divertente. Al netto dell’horror, del crime e dei clown (in parte protagonisti di questa raccolta) vale la pena fare un rapido download anche solo per rendere omaggio e godersi i roboanti nomi che hanno prestato la loro arte alla casa editrice Clown bianco e che hanno quindi contribuito a dare al progetto la visibilità e lo spessore che merita.

Ed ecco, quindi, accomodatevi in poltrona, mettetevi ben comodi, prendete pure qualcosa da mangiare, se vi va. Tanto non mangerete niente, vi dimenticherete anche di bere, e di pensare e dimenticherete alfine anche di esserci. Il viaggio sarà breve, quasi un film messo a velocità doppia. Una storia, un’altra ancora, un’altra ancora in un corsa che diventa sempre meno elegante, sempre meno pensata, sempre meno controllata. Perché un racconto finisce ma voi avrete bisogno di altra adrenalina e altra ancora e altra ancora. Un’altra dose. Sono brevi e belli proprio perché minimali, perché essenziali. Sono semi di paura che vengono piantati nel cervello e germogliano pagina dopo pagina, divertendo ma anche creando atmosfere ogni volta diverse e sempre studiate ad hoc per intrattenere il lettore con misura e sapienza.

Un battito di ciglia e si è a bordo di una Fiat vecchia e puzzolente, tra curve pericolose e il veloce blaterare di una donna non più giovane e piuttosto bolsa.

Un altro battito di ciglia. Siamo piccoli, siamo al buio, siamo nelle mani di ragazzini come noi, siamo folli.

Un altro ancora. Siamo in un vicolo, la pistola in mano, il freddo morso della morte che stringe in un abbraccio il caldo pulsare di un amore sbagliato.

Un altro ancora e, nel buio della notte, appeso a un arco, la tetra figura di un uomo di nero vestito, impiccato, il corpo oscillante in balia dei venti della sera.

E poi il tentativo di combattere il male compiendo, in extremis, altro male. Un male grande per un bene ancor più grande. Quello dell’umanità.

Perché gli ho dato 7?

I clown bianchi è un’antologia molto ricca in tutti i sensi. Ricca di nomi “importanti” ma anche ricca di contenuti molto diversi, variegati e tutti – senza nessuna distinzione – moderni, freschi e agili.

Una prosa snella e senza fronzoli e uno stile pulito e minimale contribuiscono a far scorrere la lettura senza nessun intoppo, rendendo l’esperienza un vero e proprio divertimento “al minimo sforzo”. È quasi – pare – come un binge watching di puntate di una serie tv decisamente ben riuscita.

Molti di questi racconti hanno come protagonisti proprio loro, i clown. Da sempre al centro della scena horror (ne abbiamo già parlato su questo blog), il clown fornisce il perfetto archetipo per un racconto da brivido a qualunque latitudine ci troviamo, qualunque sia la nostra età. Credo di saperlo bene: odio i clown. Non che mi abbiano mai fatto niente, sia chiaro. Nessun tombino e nessun naso rosso nei miei incubi, ma insomma… non mi piacciono, mettiamola così. Quel sorriso dipinto non mi convince. Quei ciuffi di capelli rossi ancora meno. Il sudore che deve esserci sotto quel costume poi… non ne parliamo. C’è una foto che mi ritrae insieme a un clown. Non so se faccia più paura la mia pettinatura (maledetti anni Novanta), il simpatico clown o la mia faccia (quella era colpa del clown).

E se quindi tutti i tasselli di questo macabro puzzle sono andati al loro posto (autori, stili e temi trattati) è pur vero che io, da lettrice, ho sentito sin troppo il senso di velocità. La sensazione è che la tastiera di questi scrittori scottasse e che a un certo punto si siano tutti trovati a dover concludere la loro storia in quattro e quattro otto per portare a termine il loro lavoro e andare a mettere la punta delle dita sotto l’acqua fredda. Ed ecco spiegato il 7 invece che un bell’8 pieno.

Ovviamente amici, sia chiaro: questa è la mia personale opinione, tra l’altro dopo aver chiarito che a me, in linea generale, la fluidità e la velocità piacciono (Iddio solo sa quanto sono stanca di narrazioni-pipponi) ma, ecco, in certi casi qui mi sono sentita un pochino sopra un ottovolante.

Ah, certo. Volete sapere i miei preferiti. Allora correte subito a leggere “Dietro ogni curva” della Avanzato, “Malabimbi” di Bonazzi per il terrore cieco, “Brusco risveglio per la famiglia Buzzone” di De Marco per le stupende atmosfere notturne, “La terza via” per l’interessante quesito iniziale (e la mia risposta è sì) e “L’ultimo sorriso del clown bianc0” di Padua.

Un sentito ringraziamento agli amici della casa editrice e i miei più vivi complimenti per il progetto molto ben riuscito, dunque.

Buona lettura!

 

La belva del mare

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Titolo: La belva del mare

Autore: Salvatore Stefanelli

Editore: Delos Digital

Collana: Delos Crime

Anno: 2017

Pagine: 55

Prezzo: 1,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 6/7

SINOSSI: 

Un mostro che rapisce le sue vittime per poi lasciarle morire in riva al mare con una passiflora sul ventre, per questo l’hanno chiamato La Belva del mare. Il maresciallo Riberti è in prima linea nel dargli la caccia, ma la sua ostinazione non è solo dovere, è soprattutto qualcosa di personale.

LA RECE DELLA KATE:

Giorgio Riberti non è mai stato l’anima della compagnia. Riservato e serioso, incute un certo timore reverenziale nel suo staff. Le cose sono sensibilmente peggiorate dopo la morte dell’amata moglie per mano di un serial killer spietato che dai giornali è stato chiamato (con grande svolazzo di fantasia) la Belva del mare, in onore dei luoghi delle sue stragi.

Per Giorgio Riberti prendere l’assassino (o gli assassini?) è una questione che va ormai molto al di là del semplice dovere lavorativo e civile: Riberti DEVE trovare l’uomo che ha ucciso la sua bellissima moglie proprio quando era incinta di due gemelli. I suoi due gemelli.

E mentre il desiderio di vendetta scalpita impaziente nel petto del Commissario, altre morti si susseguono una via l’altra sullo sfondo dell’affascinante costa pugliese; sempre donne, sempre belle, sempre giovani, sempre brutalmente offese e violate, sempre con una passiflora adagiata sul ventre. In mezzo a questa lunga di scia di sangue, anche un uomo. Aristide Spezzini è un’altra strana e inaspettata vittima della Belva? Perché cambiare improvvisamente modus operandi? Perché un uomo? Perché proprio lui?

Le cose, si sa, non sono mai come sembrano e spesso il destino ci tiene a mischiare le carte e, di conseguenza, il nostro futuro.

Perché gli ho dato 6/7?

L’amore di Stefanelli per la poesia traspare in ogni sua altra pubblicazione. Il che, sono sincera, non so quanto gli faccia pro. Il linguaggio che, qui e lì, diventa aulico, non giova certamente a una narrazione di questo tipo, giacché ci troviamo di fronte a quello che vorrebbe essere un racconto thriller. Per quello che mi riguarda, alcune frasi come “Dobbiamo arrivare prima dell’irreparabile!” o “Il fuggevole incontro dei nostri sguardi mi fa arrossire” stridono in maniera incontrollata. La prima perché forzosa e poco realistica (ve lo immaginate un commissario in preda all’agitazione che sale in auto per prendere un pericoloso serial killer che grida: “Dobbiamo arrivare prima dell’irreparabile!!!“? Io no. Molto probabilmente la frase sarebbe: “Metti in moto questa cazzo di macchina, vai!!!“); la seconda perché stucchevole e poco appropriata al contesto.

Dette queste cose (che ritenevo doverose), La belva del mare è e rimane un racconto thriller assolutamente onesto e godibile, con una prosa ricca e curata, con un paio di personaggi molto molto interessanti (lo stesso Riberti e la vedova dell’unico uomo assassinato) e dialoghi snelli e ritmati nella giusta maniera.

Peccato anche per la brevità; non capisco mai perché scrivere così poco (del resto io non scrivo affatto, quindi non ho motivo di criticare). In questo caso molto in più si sarebbe potuto dire del protagonista, il depressissimo Riberti, e ancor di più sul contesto paesaggistico e culturale, visto che le spiagge pugliesi sono molto caratteristiche e affascinanti e una maggiore descrizione avrebbe forse aumentato il senso di partecipazione del lettore.

Ma qui non si sta più parlando del racconto in sé e per sé, ma di tutti quei racconti che, per brevità, dimenticano di dire cose che per me (per me Caterina) rimangono fondamentali.

La belva del mare è quindi un racconto assolutamente consigliato e per il prezzo piccino piccino e per la sua narrazione fluida e capace.

N.B. Un editing più preciso non avrebbe certo fatto male a nessuno…

 

Il burattinaio

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Titolo: Il burattinaio

Autore: Alessandra Pepino

Editore: Nero Press

Anno: 2017

Pagine: 63

Prezzo: 0,99 euro per il formato digitale acquistabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Mindy Iannaccone è un commissario molto particolare. In perenne lotta con la sua linea in sovrappeso, è un tipo schietto e verace, che non bada alle buone maniere quando c’è da lavorare. Il ritrovamento del corpo di un bambino sulla spiaggia di Acquamorta, a Monte di Procida, vicino Napoli, dà inizio alle indagini. Quando, la mattina dopo, si presenta in questura don Giulio, un prete che un tempo lei aveva conosciuto e stimato, confessando di essere l’assassino del piccolo, lei stenta a crederci. Don Giulio sembra però convinto di ciò che dice e Mindy, che vuole vederci chiaro, comincia a indagare sul suo passato, scoprendo che, tanti anni prima, l’uomo si era spretato dopo aver fatto visita, in carcere, a un detenuto di nome Carmine Incoronato, che aveva a sua volta ucciso un ragazzino. Ma che legame c’è tra i due?  E Incoronato sarà disposto a collaborare? Mindy non si fermerà davanti a niente pur di scoprire la verità.

LA RECE DELLA KATE:

Non c’è giallo classico senza un commissario e non c’è commissario degno di tal nome (o perlomeno, ma questa è la cosa più importante, che piaccia a me) che non abbia una forte caratterizzazione del personaggio.

Mindy (che – attenzione – non è il diminutivo di Melinda) Iannaccone non fa differenza. Quasi (quasi!) quarant’anni, otto chili in più, un grande e spasmodico amore per il cibo che la sua dietologa non approva, troppe, troppe mele e verdurine da sgranocchiare, un gatto e nessun marito, è piuttosto burbera senza essere aggressiva e possiede quella dolce schiettezza partenopea che le impedisce di sembrare una gran maleducata. Ama il suo lavoro ma sui pasti non transige. Forse perché non transige la sua dietologa, pensiamo noi. Comunque insomma, essere disturbata dopo una lunga giornata di lavoro proprio quando si sta accingendo a mangiare tonno in scatola e due o tre verdurine dall’aspetto nosocomiale proprio no, non va bene.

Ma la cena aspetterà, almeno questa volta.

Si chiamava Luca Sollo, aveva appena dodici anni ed era un bravo ragazzino. Un bravo ragazzino che è stato malmenato, stuprato e affogato. E a comparire davanti a Mindy chi è? Il suo vecchio parroco, un uomo buono che ha sempre amato i bambini e che (ci mancherebbe altro) li ha sempre rispettati. Uno di quei preti di provincia che tutti amano, che diventano parte della cittadinanza, che tutti chiamano col nome di battesimo invece di “signor parroco”, capito come? E qell’uomo, adesso, invecchiato certamente ma sempre quell’uomo, sta dicendo a Mindy che è stato a lui a compiere quelle efferatezze sul corpo del povero Luca. E adesso chi lo dice alla famiglia? Ma soprattutto: chi riesce davvero a convincersi che l’autore dell’omicidio sia proprio il buon don Giulio?

Mindy non ci sta. Bisogna parlare con Padre Salvatore, il decano dei preti, uno che sa tutto. E lui ha delle cose interessanti da dire a Mindy. Primo: Giulio si era spretato, di fatto non è più un uomo di chiesa. Secondo: questo è avvenuto dopo che il prete aveva incontrato un famoso assassino in prigione, dodici anni prima. Si chiamava Incoronato. Carmine Incoronato. Quel Carmine Incoronato che aveva violentato e bruciato vivo un bambino della provincia di Napoli. Da quell’incontro Giulio non è stato più lo stesso. Poi, all’improvviso, ha deciso di rompere il voto.

Mindy adesso ha un solo obiettivo: scoprire cosa sia successo dentro quella cella dodici anni fa. Cos’ha detto l’Incoronato al buon parroco? Cosa è avvenuto tra di loro? Quale segreto nascondono i due uomini? Se non è stato Giulio a uccidere il ragazzino… chi è stato? Dove si nasconde? Come risolvere il caso?

Ad aiutarla, l’anziano commissario Pintus e il fedelissimo vice Egidio Molinari.

Perché gli ho dato 7?

Il burattinaio ha, secondo me, un nome non che non gli rende giustizia. Ho dovuto leggere la sinossi più volte, ho dovuto fidarmi, ho dovuto af-fidarmi e poi… poi, grazie a Dio, non mi sono pentita. Ma è merito della Iannaccone, avessi dovuto scaricarlo io, con quel nome e quella cover no, non lo avrei fatto.

È una cosa soggettiva? Assolutamente sì, amici. Quindi, se non siete interessati a questo genere di cose (io tantissimo) potete proseguire nella lettura della recensione senza troppe preoccupazioni.

Questo è un racconto di poche pagine che ha due incredibili pregi stilistici:

  1. Sembrare molto, molto più lungo
  2. Sembrare più lungo perché non manca niente

C’è tutto. Compresso certamente perché le pagine non sono nemmeno settanta, ma c’è tutto e non si sente la mancanza di niente.

Che amo i racconti già lo sapete. Che amo i racconti scritti bene è inutile dirlo. E questo, nella sua limpidezza, chiarezza ed esaustività, è un raccontino giallo scritto bene. Certo, si potrebbe dire che il colpo di teatro è un pochiiino stiracchiato, e sicuramente i puristi avranno qualcosa da ridire, da correggere, da appuntare. Se ci ho fatto caso io che purista non sono… del resto, vedete, la mente umana è davvero molto complessa e basta guardare un tiggì o leggere un giornale per rendersene conto. Questa attuale spirale di follia dà la possibilità agli scrittori dei giorni nostri di avere molto margine per la loro inventiva. Niente è davvero incredibile (nel senso di poco credibile) e tutto è, alla luce dei fatti, possibile. Se possono tentare di rubare il corpo di Mike Bongiorno o di Enzo Ferrari, se possono tagliare tutti gli alberi di un parco immenso per far posto ai fans di Vasco Rossi, se possono ammazzare di botte un ragazzino dopo una banale lite fuori da un locale… c’è davvero limite a quello che può accadere nella realtà?

No.

Figuriamoci nella fantasia.

In definitiva un buon racconto con un buonissimo incipit che invoglia alla lettura, un personaggio principale che avrebbe potuto dire ancora molto, una chiusa esaustiva e che, tutto sommato, non lascia l’amaro in bocca sono tutti elementi che mi fanno giudicare positivamente il lavoro della Pepino.

Buona lettura, amici!

Gelo d’aurora

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Titolo: Gelo d’aurora

Autore: Veronica Cani

Editore: Nero press

Anno: 2017

Pagine: 44

Prezzo: Solo in formato digitale a 0,99 euro acquistabile qui

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Il Circo Brivido è quanto di più terrificante uno spettacolo circense possa offrire. Numeri a effetto in cui gli “artisti” sfidano la morte, prove con acqua gelida, piranha e serpenti si alternano al centro della pista per spaventare il pubblico. L’unico problema, la cosa che la gente ignora, è che gli “artisti” sono in realtà persone sfruttate, affamate e torturate dal padrone del circo Karonna e dai suoi sgherri: Garla, la donna serpente, e Werdel, il nano deforme. La famiglia Smirnenski proviene dalla Bulgaria, il padre Lazar e sua moglie Galina, insieme alle figlie Maria e Zornitsa sono circensi da sempre, ma mai avrebbero pensato che fuggire dal loro paese per approdare in Italia, in cerca di una vita migliore, avrebbe invece segnato il loro destino.

LA RECE DELLA KATE:

Quando alla famiglia Smirneski viene offerto un posto sul carrozzone del Circo Brivido il capofamiglia non esita un istante e accetta. Niente al mondo potrebbe essere peggio della fame e del freddo e delle privazioni a cui sono sottoposti da anni tutti e quattro in quella desolata landa bulgara. Niente al mondo potrebbe spaventarli di più, pensano. E già li vediamo, poveri ma pieni di speranza, abbandonare la loro terra (nonostante tutto, pensiamo, amata) per giungere, attraverso la Grecia, in Italia.

Personalmente, da un circo che si chiama Brivido non mi sarei aspettata poi tutti questi gran frizzi e lazzi che, in effetti, non ci sono e non arrivano.

Le condizioni contrattuali sono inesistenti, il loro stipendio pure, il loro alloggio poco più di una cuccia alla mercé di ratti, topi e Dio solo sa che altro, il loro vitto una sbobba liquida e insapore. No, decisamente la loro nuova vita non lascia presagire nulla di buono. Ma come tutti i genitori anche per mamma e papà Smirneski il pensiero maggiore era per le loro due figlioline. Secche secche, fragili fragili, costrette a subire le ire del padrone e dei vari lavoranti del circo, alcuni dei quali poco più che avanzi di galera dall’aspetto raccapricciante, come la donna serpente, una contorsionista dal lugubre aspetto e dalla pelle completamente tatuata a motivi serpenteschi che gode nel veder soffrire le due bambine.

Ma il circo Brivido si chiama così per una ragione, siori e siore. Venghino, venghino a vedere con i loro mirabili e pregiatissimi occhi le terribili meraviglie che il circo può offrire a lorsignori, venghino! La bambina numero uno s’immergerà in una vasca piena di pesci mangiatori di uomini, la bambina numero due, siori e siore, verrà ricoperta di serpenti e ragni senza ch’ella muova un muscolo, guardino loro stessi, guardino! Quanto coraggio! Venghino!

Ed eccoli qui, i brividi.

Ecco qui, l’eccitazione.

Di chi guarda, certo. Di chi sta lì, seduto, pensando che tutto vada bene, pensando di far divertire i propri figli e un pochino anche sé stesso, di chi sgranocchia caramelle e lecca zucchero filato. Questi sprovveduti non hanno idea del terrore che assale le due bambine. Non hanno idea della temperatura dell’acqua. Non hanno idea di quanto il loro cuore batta forte. Non hanno idea delle minacce che hanno subito, degli strattonamenti, delle urla, degli sputi in faccia, delle percosse. Questa gente non sa niente. O forse sì. Come si può non vedere il terrore sul volto di un altro essere umano? Come si può far finta di non vedere la paura negli occhi innocenti di un bambino?

Eppure… eppure. Eppure accade. E nessuno sa che se qualcosa dovesse andare storto le cose, per le due sorelline, si metterebbero talmente male da precipitare una volta e per sempre.

E si sa, quando qualcosa può andare male, lo farà. Perché no, quella tarantola che le viene addosso le fa troppa paura. Troppo grande, troppo nera, troppo pericolosa. E lei non sapeva che le cose sarebbero andate così. Nessuno glielo aveva detto, lei non ha diritti, lei ha solo doveri, lei è solo una pedina, un pezzo di carne. Non importa. Non importa più niente. Grida e urla, la piccola bambina bulgara. Chiede aiuto e grida ancora. E gli spettatori, come sciocchi imbecilli, escono alla chetichella. Qualcosa non va. Qualcosa non è andato per il suo verso. Meglio scappare, meglio far finta di non aver visto nulla. E poi… poi magari sì, era tutto programmato, è tutta una finzione, no? Forse fa tutto parte dello spettacolo. Diavolo! Si chiama Circo Brivido… ci sarà un motivo, no? Ma ora è meglio andare. Meglio non sapere.

E non la sapranno mai, quegli spettatori egoisti, la fine della storia.

Non vedranno il sangue, non sentiranno le urla, non vedranno l’agonia.

Perché lo spettacolo è rovinato e qualcuno deve pagare.

La vendetta non conosce fretta.

Perché gli ho dato 8?

A partire da It, da Il circo dei vampiri (leggetelo) fino ad arrivare al più recente Joyland (non leggetelo) il mondo del circo sta all’horror come la Provenza sta al romance. Io sono l’ultima a dover parlare, ho amato solo la compianta Moira Orfei e ho odiato tutto il resto. Carrozze, animali, clown e tutta l’allegrissima compagnia. Nella mia casa in montagna campeggia, proprio in camera da letto (una specie di bombonierina dal tetto in legno che scricchiola a intervalli regolari), una foto che mi ritrae al circo, accanto a un terrificante clown. È che io il mio papà non è che lo vedessi poi tantissimo, quindi quando lo vedevo e potevo stare con lui lo accontentavo in tutto e per tutto. Probabilmente mi disse di fare una foto col dannato clown, e io la feci. La mia faccia è abbastanza esplicativa del momento. Eppure quella foto è stata messa nella casa in montagna e a me ricorda un momento decisamente infelice (se non infelice comunque abbastanza da bestemmia) della mia vita fanciullina. Dannatissimi clown. Dannatissimi circhi. No, non mi piacciono.

Tutto questo panegirico (mi perdo sempre) per dire che l’horror, nei circhi, ci sguazza felice. Sarà per quell’odore di essere umano compresso in uno spazio e di plastica cotta al sole. Sarà per quegli sgabelli scomodi e traballanti. Sarà per il buio tutto intorno alle luci sfavillanti dello spettacolo. Sarà per quei sorrisi finti ed esagerati scolpiti sui volti degli artisti. C’è qualcosa di malato, nel circo. E l’horror se ne è accorto presto.

E se ne è accorta anche la nostra Veronica, che ha scritto per noi un racconto breve a tema circense decisamente molto duro e molto violento. Da madre, se mi passate il termine decisamente trito, l’ho trovato disturbante (e questo è un bene, stilisticamente parlando, sia chiaro). Perché un conto, come dico sempre, è parlare di creature che ti spuntano da sotto i piedi e ti fanno a pezzettini – questo la mente può sopportarlo perché quelle creature non esistono nella realtà (?) – un conto è parlare della violenza umana che, invece, esiste eccome. Da sempre. Per sempre. E quando la violenza e la cattiveria umana si riversano su due bambine viene da stringere gli occhi e serrare la mandibola. Non è fiction, non più: è realtà. L’elemento horror classico viene quindi dato non tanto dai dialoghi o dai personaggi ma dalla location e dalle atmosfere gestite abbastanza bene, ma non certamente da elementi appartenenti al fantastico. Qui, di fantastico, non c’è niente. Solo cruda realtà, pura crudeltà, follia umana, terrore liquido. Vorrete salvare le due sorelle e non ci riuscirete. Vorrete che qualcuno del pubblico si alzi indignato, ma nessuno lo farà. Vorrete chiamare le forze dell’ordine, ma non potrete.

Un racconto quindi certamente riuscito dal buon ritmo, dalle buone atmosfere (anche se forse sin troppo descritte),dal finale a mio parere un po’ troppo accelerato (capita spesso, nei racconti) e una cover da urlo.

Consigliato a tutti gli amanti del circo e sconsigliatissimo a chi ha problemi (seri) con i rettili.

Buona lettura, bimbi miei.