Il ricordo della farfalla

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Titolo: Il ricordo della farfalla

Autore: Laura Platamone

Editore: Nero Press

Anno: 2016

Pagine: 43

Prezzo: 0,99 euro per il formato digitale scaricabile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI: 

L’omicidio di una giovane donna rappresenta per il commissario Francesca Clivi l’inizio di un viaggio a ritroso nel tempo. Trent’anni prima Diego era il suo migliore amico, adesso invece è uno sconosciuto sospettato di omicidio. Intanto la prima voce del Concerto di Natale scompare a poche ore dalla prima dello spettacolo. Riuscirà il commissario Clivi a venire a capo di entrambe le indagini?

LA RECE DELLA KATE:

Il commissario Francesca Clivi è una donna tutta d’un pezzo.

Intendiamoci: non è che sia una persona rigida o gratuitamente antipatica, ha solo… le sue idee.

Prima di tutto, il Natale fa schifo. Troppe luci, troppe decorazioni, troppe smelensaggini per una persona che, come lei, bada solo alla sostanza. E poi c’è il lavoro. Se nei suoi ricordi e nella sua mente può permettersi di pensare a sé stessa solo come a Francesca, non appena entra in ufficio (con quindici minuti precisi di anticipo) diventa per tutti il commissario Clivi. Integerrima, concentratissima, priva di fronzoli inutili. Come quelli del Natale, appunto.

A farle da contraltare il collega Salemi, più giovane di una decina di anni e genuinamente felice di svolgere il suo lavoro con un bel sorriso stampato in faccia, sempre pronto a sorprendere il suo capo (e beniamina) con colpi di genio praticamente inesistenti ma con una carica e un’energia che Francesca pare proprio non comprendere.

E se già il Natale fa schifo, ci volevano pure due casi da risolvere. Non uno. Due.

Il primo è il caso Marini. Donna. 23 anni. Segretaria. Uccisa con un colpo di pistola da distanza ravvicinata.

Il secondo è la scomparsa di Sara Matteucci, 24 anni, insegnante di violino e prima voce del coro.

Il problema del primo è che la Marini era la fidanzata dell’ex migliore amico di Francesca, Diego.

Il problema del secondo è che di certo la Matteucci non è andata a farsi una gitarella di piacere per spezzare la tensione pre-concerto.

Per Francesca (non per il commissario Clivi, proprio per Francesca) cominciano guai seri. Dopo moltissimi anni è costretta a indagare proprio su Diego, il principale indiziato. E questa indagine rischia di essere inficiata dai ricordi del passato, da quella farfalla strappata alla vita con studiata crudeltà. È vero, Diego era solo un bambino. Ma se sei capace di fare del male a un animale indifeso e di vederlo morire in mezzo al dolore… forse… forse sei anche capace di uccidere la tua compagna. Gelosia? Rabbia? Davvero Diego può aver ucciso una donna? Davvero il suo migliore amico si è trasformato in un aguzzino?

E la Matteucci che fine ha fatto? Possibile che a poche ore dalla prima del concerto una ragazza ligia al dovere come lei sparisca nel nulla lasciando solo la sua auto davanti al teatro?

Perché gli ho dato 7?

L’ho ormai detto in tutte le salse: a me i gialli non piacciono. Io, come la Clivi, sono una persona assolutamente pragmatica e non amo granché perdermi in pippe mentali. Ora lo so, tutti gli amanti del giallo si staranno mettendo le mani nei capelli: “Tu chiami incredibili arzigogoli mentali e letterari… PIPPE???”

Sì, le chiamo pippe.

Non amo i misteri da risolvere, non amo granché la suspance da giallo, e comunque io l’assassino non lo becco mai. Ma mai! Ma manco se scrivono un libro apposta per me! Quindi inutile provarci. Io e i gialli non andiamo d’accordo, quindi leggo moltissimi thriller (che hanno un livello di tensione diversa e presupposti psicologici diversi) ma di gialli devo averne letti pochissimi.

Ma a questo non potevo dire di no, perché conosco Laura, so che sa scrivere in maniera egregia e sapevo che mi sarei molto divertita.

Cosa che, in effetti, è accaduta.

Ho rivisto nel commissario Francesca Clivi anche un po’ dell’autrice, con quella finta ruvidezza di cui lei a volte si fa quasi vanto, quel suo modo di vivere la vita e di intenderla con poche smancerie e pochi orpelli. Ma c’è anche un po’ di Laura, immaginiamo, in quella Francesca, la ragazza che ha voglia di fidarsi del suo amico Diego, ma che ancora porta ricordo del passo strascicato di quella bella farfalla morente.

Il finale è molto telefonato, ma non credo che non volesse telefonarlo. Io credo che questo racconto sia solo un modo come un altro per “parlare” con il lettore, per parlare fors’anche di sé, per ricominciare a scrivere e farlo divertendosi.

Il ricordo della farfalla (che ha una cover SPA-ZIA-LEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE) è un giallo molto tipico a doppia indagine con due differenti POV (in gergo Point Of View). Entrambe le storie sono credibili e catturano l’attenzione del lettore, sebbene per due motivazioni diverse derivanti proprio dal diverso punto di vista narrativo.

Il commissario Clivi è affascinante come tutti i commissari che, da quello che ho capito, si dividono spesso in due categorie, in due possibili scelte letterarie: il commissario un po’ atipico, a volte imbranato, oppure sbevazzone o qualcosa di questo tipo o il commissario serioso, integerrimo, poco propenso alla chiacchiera inutile. Francesca Clivi appartiene a questa seconda categoria, alla quale io mi sono avvicinata (col cuore) grazie a un personaggio letterario che ho amato particolarmente: Rocco Schiavone, nato dalla penna dell’abile Antonio Manzini (vi consiglio la lettura di tutti i suoi libri, se ancora non l’avete fatto!).

Ed ecco qui un giallo di poche pagine che riesce a tenere compagnia, divertire e intrattenere un pubblico molto vasto composto anche da chi, come me, nel genere non è che, per dirla tutta, ci sguazzi. Un possibile target dalla forbice quindi molto ampia che riuscirà a trovare tra le pagine di questo racconto tutti gli elementi cari e dovuti al genere, un personaggio principale decisamente interessante e personaggi secondari degni di essere ricordati.

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I misteri di Chalk Hill

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Titolo: I misteri di Chalk Hill

Autore: Susanne Goga

Editore: Giunti

Anno: 2015

Pagine: 416

Prezzo: 6,90 euro in formato cartaceo – 4,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 9

SINOSSI:

La prima volta che Charlotte si trova davanti alla splendida tenuta di Chalk Hill, sulle verdi colline del Surrey, rimane senza fiato: l’imponente villa, sormontata da una torretta e circondata da alberi secolari, è il luogo più affascinante che abbia mai visto. Qui potrà finalmente iniziare una nuova vita, dopo aver lasciato Berlino a causa di uno scandalo che ha compromesso la sua reputazione di istitutrice. Chiamata a occuparsi della piccola Emily, Charlotte si rende subito conto che una strana atmosfera aleggia sulla casa: la quiete è quasi irreale, il papà di Emily è gelido e altezzoso, la bambina è tormentata ogni notte da terribili incubi e dice di vedere la madre, scomparsa un anno prima in circostanze misteriose. L’affetto per Emily spinge Charlotte a voler capire cosa stia succedendo a Chalk Hill, ma nessuno dei domestici osa rompere il silenzio imposto dal vedovo sulla morte di Lady Ellen. Solo con l’aiuto dell’affascinante giornalista Thomas Ashdown, Charlotte si avvicina alla verità, una verità sconvolgente, sepolta tra quelle antiche mura. Un romanzo pieno di mistero e romanticismo. Una storia che alle atmosfere di Jane Eyre unisce una suspense unica ed elettrizzante.

LA RECE DELLA KATE:

Charlotte sa che la sua vita sta per cambiare per sempre. Abbandonata la Germania, ora il suo futuro e il suo destino sono tutti da scrivere. E Charlotte è assolutamente consapevole di dover essere lei a farlo. Certo, ha paura, come è normale che sia. Non solo è una donna in terra straniera, ma la casa nella quale è stata assunta come istitutrice, Chalk Hill, è… inquietante.

Tutti, a Chalk Hill, hanno dei segreti. Tutti, a Chalk Hill, nascondono qualcosa.

Qualunque cosa sia, Charlotte è determinata a scoprirlo, e in fretta, perché la sua protetta, Emily, continua a peggiorare.

I suoi incubi si fanno ogni notte più terribili, le sue urla più agghiaccianti, i suoi occhi sempre più vacui. Emily ha solo otto anni, e nessun fanciullo di otto anni può soffrire così. E perché il personale della tenuta sembra così restio a parlare di Lady Ellen, la signora di Chalk Hill? Certo, è morta, e i morti vanno rispettati. Ma perché il suo nome, in paese, fa subito abbassare gli occhi e la voce? Chi era, davvero, Lady Ellen? Quali segreti custodiva lei stessa?

Quando gli incubi e le visioni della piccola Emily diventano non più sostenibili, viene mandato a chiamare Tom Ashdown, londinese, giornalista e indagatore dell’occulto. Tom è un giovane dalla mente pronta, dalla fantasia pressoché sconfinata e già piuttosto famoso per le sue irriverenti recensioni sugli spettacoli teatrali più in vista della City. La sua penna è più agile ancora della sua mente e il suo umorismo delizia la buona società londinese.

Personaggio eccentrico e delizioso, Tom farà il possibile e l’impossibile per liberare la piccola Emily dai suoi tormenti e per fare luce sul più grande mistero che la sua breve carriera di indagatore dell’occulto abbia mai incontrato.

Perché gli ho dato 9?

Ho letto in camera. Di giorno e di notte. Ho letto davanti a fornelli. Ho letto davanti alla tv. Ho dimenticato di avere una figlia e dei doveri. Ho dimenticato di essere viva e di avere dei bisogni.

Ho letto e ancora letto.

E sapete che ci tengo sempre a dire questa cosa. Quando non si riesce a mollare un libro, per quanto sciocco sia , per quanto poco impegnativo sia, per quanto poco famoso sia… è comunque un segnale. Per me, un grosso, enorme segnale. Quel libro è il NOSTRO libro.

E questo è stato il MIO libro.

Non potevo iniziare meglio il 2017, decisamente.

I misteri di Chalk Hill è semplicemente A D O R A B I L E.

Per quanto io legga molto e cerchi di informarmi sempre al meglio, a volte le dritte migliori mi vengono date proprio da voi lettori! E io vi sono tanto, tanto debitrice per ogni consiglio che mi date, per ogni titolo che sottoponete alla mia attenzione. Non posso essere ovunque, non posso leggere tutto, ma quando siete voi a consigliarmi qualcosa, io smetto di fare quello che sto facendo e vi do ascolto.

Non sbaglio mai.

E non ho sbagliato nemmeno questa volta!  🙂

Questa è, prima di tutto, una ghost story. Una delle mie amate e adorate ghost story. Diviso tra The others, Jane Eyre, il famoso indagatore dell’occulto Carnacky e certe atmosfere alla Matheson, questo romanzo mi ha fatta prigioniera senza pietà.

Le atmosfere, gotiche e nebbiose.

I personaggi, sfaccettati, tridimensionali e credibilissimi.

Il linguaggio, azzeccato, mai affettato, mai costruito.

Il plot, classico ma sempiterno.

Ogni. singolo. elemento. è. meraviglioso.

Eppure Giunti non deve averlo tenuto in gran conto, per metterlo fuori a nemmeno 7 euro. Oh, certo, la gente legge i pornazzi e i chick lit da due soldi e poi magari non legge queste cosine così carine, tutto normale. E così roba assurda come quello che ho letto venerdì (Mai mettere il cuore nel ripostiglio o qualche baggianata del genere) viene letta e osannata e una ghost story con belle ambientazioni e bei personaggi non viene presa in considerazioni. Tsk tsk. Qualcosa non va.

Che dire, ancora, di questo libro?

A me sembra di aver già detto tutto quello che c’era da dire, dicendovi che l’ho letto in pochissime ore, che la mia vita si è completamente fermata per poter leggere, che ieri sera, al buio, mi è venuta la pelle d’oca. Che io adoro le storie di fantasmi e questa, pur non essendo una ghost story “firmata” da una grande penna, vale comunque la pena essere letta.

Ok, ok.

Un paio di aspetti vengono lasciati aperti. Volutamente? Non credo. Credo piuttosto sia stata una “svista” dell’autrice  😉 ma io spero spero spero che il signor Ashdown torni. Non credo succederà, a dire l’onesta verità, ma sperare non ha mai ucciso nessuno.

Tom Ashdown è un personaggio molto, molto interessante. Umano, poliedrico, ironico, intelligente. Impossibile, per me, non innamorarmene un pochino. Un eroe con macchia e con paura, Tom è un uomo che, pur non credendo, ammette che possa essere vero. Si apre al mondo, si apre alla parola FORSE, si apre alla possibilità. Non amo le persone come me. Non amo le persone rigide, focalizzate su un solo aspetto della vita. Amo chi si pone delle domande, amo chi vuole molte risposte, amo chi mette in conto l’errore. E Tom è esattamente così.

Charlotte è il personaggio principale ma forse anche quello verso il quale ho provato meno empatia in assoluto. Troppo rigida, troppo seriosa, troppo altezzosa (anche se per necessità). L’avrei preferita decisamente più femminile, più morbida e sì, anche più stereotipata. Più Jane Eyre e meno Lara Croft, insomma. Del resto in quella casa serviva qualcuno con le palle, e Charlotte era la candidata ideale.

Che dire, amici lettori?

Leggetelo se siete amanti dei romanzi storici, se amate le ghost story, se amate l’Inghilterra, se amate certe atmosfere da brivido, se adorate gli scones, se avete amato Jane Eyre, se avete apprezzato le atmosfere del film The Others, se avete scoperto Carnacky e non l’avete più mollato.

Leggetelo, e basta.

Aibofobia

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Titolo: Aibofobia

Autore: Mariachiara Moscoloni

Editore: I sognatori

Anno: 2016

Pagine: 145

Prezzo: 12,90 euro per il formato cartaceo – 5,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 6/7

SINOSSI:

Raffaele Amaldi è un tranquillo libraio che un giorno viene accusato di aver commesso un orribile omicidio, consumato all’interno di un convento. A suo dire, però, è solamente colpevole di essersi addormentato in macchina – nei pressi della scena del crimine – poco prima che agisse il killer. A prendere le sue difese ci saranno Alfonso Galilei, avvocato col pallino dell’investigazione, e la sua segretaria Agata, introversa ragazza dal passato burrascoso. Nel momento in cui un secondo cadavere viene rinvenuto in un altro luogo sacro, le indagini prendono una piega ancora più inquietante…

LA RECE DELLA KATE:

C’è del disagio. Ovunque.

C’è del disagio nel potenziale omicida, un libraio che trova donnine sulle chat erotiche per passare qualche ora in loro compagnia in mezza campagna.

C’è del disagio in Agata, che inquieta il lettore come una raccomandata dell’Agenzia delle Entrate anche solo per lo sguardo vagamente apatico che deve avere, poverina.

C’è del disagio nell’avvocato Galilei, che pare un pochino insipido, non fosse altro per quella sua voglia di andare sempre a fondo delle cose senza fermarsi mai al suo ruolo di avvocato.

È che si trovano a dover lavorare insieme, uno per tentare di salvarsi la pelle, l’altro per occupare il tempo e grattare i suoi pruriti, l’altra perché ha evidentemente bisogno di soldi senza essere, tutto sommato, poi così presa dalla faccenda (ma la capisco, è una segretaria, che deve fare?).

Fatto è che questo delitto pare essere collegato ad altri. Ma con quale logica? Perché? E, soprattutto, da chi?

Scoprirlo è l’unico modo per salvare la reputazione e la libertà del libraio, e la velocità, in questi casi, è tutto. La comparsa, in questa vicenda, di un possibile interessamento templare non contribuirà a risolvere le idee a nessuno, facendo in modo, anzi, che esoterismo, legge e morte vadano a intrecciarsi senza nessuna traccia di una soluzione che risulti quantomeno percorribile.

Perché gli ho dato 6/7?

Che non è un voto basso, ma nemmeno alto come avrei voluto.

Il fatto è che ancora una volta ho pensato: “Poteva fare ancora di più, accidenti!

Mi capita spesso, con gli esordienti. Come se avessero una spinta insita in loro che li fa partire ai 500 all’ora per poi perdere entusiasmo e coraggio lungo la strada. Questa è la sensazione, il che non significa che le cose siano andate davvero così, sia ben chiaro.

Ma sì, la sensazione è che ci fossero i presupposti per farne un romanzo più corposo, più strutturato, con personaggi più “tondi” e meno stilizzati. Un momento li capivi, questi personaggi, il momento dopo ti sembrava di saperne troppo, troppo poco.

Agata è meravigliosa, diamine!

E voi, miei cari amici, quando trovate in un romanzo qualcuno che vi piace, cosa vorreste? Non vorreste sapere tutto? Certo, qualcosa di Agata, soprattutto verso la fine, ci viene detto. Ma io sono una curiosa, e soprattutto sono una che ha sempre sete. Sempre! Dammi più informazioni; non sbrodolarmele addosso (400 pagine di thriller no, vi supplico, ne ho letto uno da poco e la voglia di trattenere il fiato fino a svenire è stata grande) ma nemmeno sii così stitico, autore. Essere stitici di informazioni sicuramente rende più snello il lavoro permettendo quindi una lettura più efficace e più concentrata, ma dall’altro lato non permette alla fantasia di galoppare libera e felice, no? Eppure questo stile asciutto (si dice così mamma mia) pare andare molto di moda. Sarà che la gente ha meno tempo di leggere e quindi i libri devono adattarsi al tempo che scorre veloce?

Comunque.

Anche Galilei, l’avvocato, risulta essere un personaggio principale piuttosto interessante. Non bello, non particolarmente indimenticabile, ma comunque d’effetto. Sarebbe interessante ritrovarlo in altre avventure, ha una bella verve che andrebbe sfruttata e un passato che, a mio parere, andrebbe approfondito.

La chiusa è molto bella, la risoluzione dell’enigma e la scoperta dell’assassino lasciano a bocca aperta e le ultime pagine del romanzo sono godibili e piene di una atmosfera d’altri tempi che certamente in tanti apprezzeranno, a metà tra il seppia e il bianco e nero, con quell’odore di nebbia e di roba lasciata lì, quel sottofondo di abbandono e di ricordi brutti.

La prosa è abbastanza scorrevole senza essere banale, è la scrittura di chi sa scrivere, lo ha già fatto e conoscere i ritmi del mestiere, ma a tratti risente forse di un linguaggio un pochettino troppo aulico che, a mio parere, male si accompagna con il genere che – sempre a mio parere – avrebbe bisogno di immediatezza e velocità per tenere alta la tensione.

Aibofobia (per i curiosi: il termine – palindromo – indica una ipotetica fobia per le parole palindrome) è quindi un thriller psicologico (ricordate sempre cosa state leggendo, mentre leggete) breve ma, nel complesso, riuscito.

Io non vedo l’ora di leggere un altro lavoro di questa autrice per godere ancora della sua capacità linguistica e per vedere se l’accelerazione presa avrà modo di trovare strade adatte e bastevolmente ampie  😉

Buona lettura a tutti,

K.

Un delitto quasi perfetto

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Titolo: Un delitto quasi perfetto

Autore: Jane Shemilt

Editore: Newton Compton

Anno: 2016

Pagine: 317

Prezzo: 9,90 euro per il formato cartaceo – 2,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 6

SINOSSI:

Emma e Adam Jordan sono due medici all’apice della carriera, così quando viene loro offerta l’opportunità di trascorrere un anno in Africa, con i tre figli, per collaborare a un progetto di ricerca, accettano con entusiasmo, convinti sia l’occasione che aspettano da sempre. E sarà di certo un’esperienza che non dimenticheranno, ma non per le ragioni che i Jordan immaginano. Quando una sera Emma torna a casa e trova vuota la culla del piccolo Sam, il più piccolo dei loro figli, la famiglia capisce che il sogno si è trasformato nel peggiore degli incubi. Un anno dopo, a migliaia di chilometri di distanza, Emma è ancora ossessionata dall’immagine di quella culla vuota, e continua a isolarsi sempre di più dal resto della famiglia. Che ne è stato di Sam? È ancora vivo? Si è trattato di un rapimento o di qualcosa di più inquietante? Cos’è successo davvero quella notte?

LA RECE DELLA KATE:

Per un medico che voglia fare carriera il tempo è tutto.

Bisogna battere il ferro fino a quando è ancora caldo e, se necessario, sacrificare tutto. Vale questa regola anche per Emma e Adam: ore in ospedale, turni pesantissimi e il sogno di comparire sulle più famose riviste internazionali.

Quando ad Adam viene proposto un incarico per un progetto di ricerca in Africa, però, la tensione sale. In Africa? Con due bambine ancora piccole? Emma ha paura, ma è anche arrabbiata. Come può Adam dirglielo così, come se fosse la cosa più normale ed entusiasmante al mondo? Lei ha il suo lavoro, le sue ricerche, i suoi studi; perché dovrebbe rinunciare a tutto per seguirlo?

Chi l’ha deciso?

Chi ha deciso che il suo lavoro di ricercatore è più importante e nobile del suo?

Eppure partiranno. Nonostante tutto Emma accetterà di stravolgere la sua vita e trasferirsi in Africa, in mezzo al niente, lontana da alberghi e negozi, ospedali degni di essere chiamati tali e amici. Sceglierà di partire nonostante Sam, nato da poco e concepito proprio nel mezzo della loro battaglia rimaniamo a casa/andiamo in Africa. Solo loro cinque per ripartire da lì, da quella terra arsa dal sole. O almeno questo è quello che credeva Emma. La verità è che attorno a loro graviteranno molte persone (tutte utili ai fini di un thriller, ovviamente): un anziano giardiniere, una bambinaia, un insegnante privato… la casa è molto più affollata di quanto non avessero voluto e creduto, ma tutto sommato la vita scorre, le bambine sembrano felici e Sam cresce sereno, anche se Emma, quel bambino, proprio non riesca ad amarlo del tutto. Sarà per quello che rappresenta, sarà per quella terribile voglia rossa che ha su tutto un lato del viso, ma Emma si sente madre a metà.

Ma una madre, per quanto a metà sia, sarà sempre una madre.

La culla vuota e i vetri infranti fanno crollare le fondamenta della famiglia: Sam è sparito. Qualcuno lo ha preso. Qualcuno lo ha voluto e lo ha preso. Qualcuno ha strappato un bambino dalle braccia della sua mamma e del suo papà. In Africa. Potrebbero averlo già ucciso. Potrebbero averlo ucciso per vendere i suoi organi. Potrebbero averlo venduto. Adozioni a pagamento. Un bambino bello e bianco fa tanta gola a chiunque. Le indagini vanno al rallentatore, tra Emma e Adam si forma un solco sempre più profondo e difficile da superare. Tutto sta andando a rotoli. Niente sarà più come prima.

Ma una madre, per quanto a metà sia, sarà sempre una madre.

Emma deve trovare Sam. A ogni costo.

Perché gli ho dato 6?

Gli ho dato 6 perché il titolo non ha niente a che vedere con la trama del romanzo.

Gli ho dato 6 perché è inutilmente prolisso.

Gli ho dato 6 perché alla fine tutto sembra finire in una partita di Cluedo alla viva il prete. Come se ci fosse una lista di persone e si stesse tutto il tempo a tracciare linee orizzontali sopra ai nomi. Allora… il pediatra… vai, non può essere lui, ciao. La governante… non può essere lei, ciao. La parrucchiera… cancella pure, ha l’alibi di ferro. Sarà il maggiordomo, è sempre il maggiordomo.

Sembra un compitino delle elementari svolto nemmeno poi così bene. A me come sempre è piaciuta molto di più la prima parte, pre-partenza per l’Africa. Ho trovato molta più suspance lì che non dopo, a crimine commesso. Peccato anche per le atmosfere africane rese non benissimo: potevano essere una buonissima arma per rendere il romanzo molto, molto più interessante. Invece di blaterare sulla macchia di tuo figlio, fammi sapere cosa hai attorno a casa, dimmi del caldo che fa (quello lo dice, ogni tanto), dimmi come sono vestiti, dimmi cosa mangiano… quello sì che poteva dare un’aura diversa e particolare al thriller.

Siamo sempre lì: al lettore scafato la soluzione arriverà dritta in fronte molto presto. Per tutti gli altri potrebbe anche esserci il fatidico colpo di teatro, invece.

Ma avendo appena fatto da lettrice beta e, in parte, da editor a un romanzo giallo, e avendo quindi da poco avuto l’occasione di confrontarmi con lo scrittore sui metodi per sviare l’attenzione del pubblico, devo dire che questa volta nemmeno io ero del tutto impreparata.

Non gli ho dato una insufficienza perché la prima metà a me è piaciuta molto (grazie alla presenza di un personaggio) e perché faccio fatica a dare dei 5. Sarei stata una professoressa, come si dice, di manica molto larga  😉

In conclusione? Da leggere se siete molto amanti dei thriller ma solo se torna ancora in offerta a 0,99 euro.

La sposa scomparsa

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Titolo: La sposa scomparsa

Autore: Rosa Teruzzi

Editore: Sonzogno

Anno: 2016

Pagine: 171

Prezzo: 14,00 euro per il formato cartaceo – 9,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Dentro Milano esistono tante città, e quasi inavvertitamente si passa dall’una all’altra. C’è poi chi sceglie le zone di confine, come i Navigli, a cavallo tra i locali della movida e il quartiere popolare del Giambellino. Proprio da quelle parti Libera quarantasei anni portati magnificamente ha trasformato un vecchio casello ferroviario in una casa-bottega, dove si mantiene creando bouquet di nozze. È lì che vive con la figlia Vittoria, giovane agente di polizia, un po’ bacchettona, e la settantenne madre Iole, hippie esuberante, seguace dell’amore libero. In una piovosa giornata di luglio, alla loro porta bussa una donna vestita di nero: indossa un lutto antico per la figlia misteriosamente scomparsa e cerca giustizia. Il caso risale a tanti anni prima e, poiché è rimasto a lungo senza risposta, è stato archiviato. Eppure la vecchia signora non si dà per vinta: all’epoca alcune piste, dice, sono state trascurate, e se si è spinta fino a quel casello è perché spera che la signorina poliziotta possa fare riaprire l’inchiesta. Vittoria, irrigidita nella sua divisa, è piuttosto riluttante, ma sia Libera che Iole hanno molte buone ragioni per gettarsi a capofitto nell’impresa. E così, nel generale scetticismo delle autorità, una singolare équipe di improvvisate investigatrici a dispetto delle stridenti diversità generazionali e dei molti bisticci che ne seguono riuscirà a trovare, in modo originale, il bandolo della matassa.

LA RECE DELLA KATE:

Sono giornate strane, queste: dovrebbe essere estate, ma l’estate tarda ad arrivare. Si sta ancora con il golf addosso, in questa Milano uggiosa e un po’ preoccupata; la gente, nei bar, comincia a dire che la situazione è insolita e che l’estate è già arrivata ovunque, tranne che lì, a Milano. Non è normale, proprio no.

Ma se questo clima strano e inusuale mette di cattivo umore un po’ tutti, certamente è però sottofondo ideale per il nostro romanzo, un giallo classico che trova rifugio nella più classica delle città italiane. Grigia com’è, indaffarata com’è, popolata com’è; l’ideale per nascondere cose e idee, persone e segreti. È in quella Milano che ha trovato la morte, ormai molti anni fa, il marito di Libera, il papà di Vittoria. Lo hanno trovato ucciso e del colpevole nessuna traccia. Ma cosa doveva fare, Libera, con una figlia piccola da crescere e una vita da vivere? Ha dovuto arrendersi, lasciarsi portare, chinare la testa e lavorare, giorno dopo giorno, prima come libraia e ora, dopo anni, come fioraia. Una delle più famose di Milano, a dire la verità, dopo che una VIP ne ha parlato sui giornali. “I suoi bouquet della fortuna” li ha chiamati. E insomma, un po’ di notorietà gliel’ha regalata. Le sposine vanno da lei e, con il naso all’insù, a volte pretendono cose davvero assurde. Ma Libera non si scoraggia e, con pazienza e amore, dà vita a vere e proprie opere d’arte nelle quali i fiori parlano e raccontano storie e incantano tutti.

Libera ha solo quello: i suoi fiori e il suo laboratorio, culla dei suoi pensieri e delle sue preoccupazioni per quella sua figlia, Vittoria, troppo seria e troppo silenziosa, troppo – soprattutto – lontana da lei. La verità è che Vittoria non ha mai sopportato l’atteggiamento remissivo della madre, e la incolpa di essersi arresa troppo presto alla morte del marito. Vittoria è una combattente, una poliziotta senza se e senza ma, una donna, prima ancora, integerrima con se stessa e con gli altri. Non ammette sbavature, brutture di nessun tipo. Per Vittoria esistono il bianco e il nero, il giusto e lo sbagliato. Per fortuna, in mezzo a tutti questi dispiaceri c’è lei, Iole, la capostipite. Mamma di Libera e nonna di Vittoria, Iole è linfa vitale e della famiglia e del romanzo che, grazie a lei, decolla per non scendere mai più a terra. Iole è vitalità pura, pura vita, pura gioia, pura musica. Predicatrice dell’amore libero, non rifiuta mai una canna e allo sferruzzare dei ferri da maglia preferisce lo yoga.

Ed è proprio in una di queste giornate freddine e tristi che, alla loro porta, bussa una vecchia signora tutta vestita di nero. È la madre di Carmen, una ragazza scomparsa ormai molti anni prima. Il corpo non è mai stato trovato, il presunto colpevole dell’omicidio (l’ex fidanzato) non è mai stato ritenuto davvero colpevole, nessuna traccia di lei da viva… e insomma, il caso è stato definitivamente archiviato. Ma la signora non si è mai arresa, mai. Per tutto quel tempo è rimasta fedele alla sua idea: a uccidere sua figlia è stato quel ragazzo dai modi brutali e rudi, un vero piantagrane, un vero cretino che l’ha piantata a pochi giorni dal matrimonio, facendola quasi impazzire di dolore. Da quel momento Carmen non è più stata la stessa; lo seguiva, lo voleva convincere a tornare insieme, si presentava a casa sua. Insomma, da vittima stava per diventare carnefice e magari lui, in un impeto di rabbia, l’ha ammazzata. Bisogna trovare la verità, a tutti i costi. Bisogna convincere Vittoria a riaprire il caso.

E il caso viene riaperto davvero, le cartelle tirate fuori dai loro cassetti, i testimoni riascoltati. Ma va tutto troppo lentamente e a Libera pare che non si stia facendo abbastanza. Per fortuna, però, c’è Iole. Basta una parrucca e una giacca di pelle e… voilà, le due detective in erba sono pronte a sconvolgere Milano, i suoi dintorni e sicuramente anche Vittoria, spettatrice quasi inerme davanti alle mattane di mamma e nonna.

Perché gli ho dato 8?

Sia ben chiaro che a me i gialli non piacciono.

So che non è una premessa entusiasmante, ma ho anche una bella notizia per voi: so riconoscere i bei libri! Ho un vero fiuto, io! E sono così contenta che la CE mi abbia dato la possibilità di leggere questo romanzo e recensirlo per voi!

La sposa scomparsa è un giallo molto classico con personaggi che, di classico, non hanno, però, assolutamente niente. E questo ci piace… ci piace da morire!

Certo, è Iole che fa la parte del leone. È lei la primadonna. Iole fa uscire il romanzo giallo dai suoi confini e, prendendo in giro la serietà e la rigidità della nipote Vittoria, mette in ridicolo anche tutto il genere letterario, sempre così chiuso, così legato a schemi precisi, così composto. Ciò che rimanda è, però, una sensazione di profondo rispetto. Vero è che si burla della nipote, ma mai mette in discussione il suo lavoro, così come mai metterebbe in discussione la voglia di verità della madre di Carmen. Anzi: è ben decisa, proprio lei, a mettere la parola fine a questo mistero, trovando Carmen (viva o morta) e trovando il colpevole. Lo fa per gioco, per non annoiarsi, certo. Ma lo fa anche, supponiamo, per quella sete di giustizia e verità che alberga in tutti noi.

Il romanzo prende corpo, pagina dopo pagina. E pagina dopo pagina pare prendere corpo anche Libera, quella donna un po’ mesta, un po’ stanca, vagamente disillusa. Sembra drizzare le spalle, alzare il mento, scuotere i lunghi capelli rossi al vento. Libera di nome e di fatto, verrebbe da dire, alla fine di questo romanzo. Il che è, lo ammetto, un tantino scontato. Ma vero. Verissimo.

E Vittoria? Vittoria probabilmente cambierà opinione sulla madre. Vittoria probabilmente imparerà a rispettarla e a vedere in lei la donna che c’è.

Ma Vittoria ha dei segreti.

È un romanzo che non può annoiare, questo. Ha un plot classico ma ha personaggi indimenticabili. Ha una chiusa semplice ma d’effetto. Ha una prosa scorrevole ma non troppo banale. La Teruzzi (che di gialli se ne intende) ha dato la possibilità di fruire di questo romanzo un po’ a tutti. Dal lettore abituale di gialli a quello dell’ultimo minuto. Da quello più scafato, alla casalinga inesperta. È immediato, lineare, ha appeal.

La chiusa del romanzo fa ben sperare (ma direi proprio sia così) su un seguito. Abbiamo bisogno di saperne di più sulle tre donne, su quel marito e padre ucciso per mano di qualcuno che ancora non si conosce, sul segreto che aleggia intorno a Vittoria.

Insomma, mi sa che non è finita qui. E noi aspettiamo.

La voce dell’acqua

Voce dell'acqua GRIGIOCOPE interna

Titolo: La voce dell’acqua

Autore: Stefano Mazzesi

Editore: Clown Bianco

Anno: 2016

Pagine: 51

Prezzo: 1,99 euro in formato digitale

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Tommy ha quindici anni, veste sempre di nero, porta i capelli lunghi, indossa catene e borchie e ascolta musica black metal. E sente le voci dell’acqua. Trascorre ore sotto il getto della doccia: l’acqua gli racconta le cose senza tralasciare nulla, sale e scende nelle tubature e durante il tragitto raccoglie le voci e i suoni del Palazzone. Quando Alina viene uccisa, tutti sono convinti che il colpevole sia Romano, l’uomo per cui lei lavorava come badante, un violento che ha già ucciso in passato. Ma Tommy sa che non è stato lui, perché nell’acqua ha sentito la voce dell’assassino. Nessuno gli crede, neppure l’amico del cuore Nico. Neppure suo padre. Quando la voce dell’assassino diventa una faccia, Tommy crede che sia tutto finito. Ma non è così e, come uno tsunami, la verità spazzerà via il suo mondo.

LA RECE DELLA KATE:

Io quindici anni li ho avuti.Mi truccavo da bestia, pesavo troppo e mi vestivo come una cretina. Non che io ricordi perfettamente, ma posso supporre che fossi un pidocchietto molto annoiato e strafottente. Anzi, che io fossi strafottente lo so per certo. Di stare in casa m’importava poco. Uscivo continuamente in bicicletta. Lettore CD, zainetto, acqua nella borraccia e chi mi vedeva più. Certamente non mi drogavo e non bevevo, ma sicuramente ascoltavo musica di merda. Ma che poi… di merda… parliamone. Quelli erano i ruggenti anni post-Take That, gli anni delle boy band e degli ormoni che volavano di qua e di là come farfalle ubriache. Insomma. Io prendevo la mia bicicletta (una favolosa mountain bike color giallo fluo con tanto di sacche laterali) e stavo fuori casa ore e ore. Cosa facevo? Pedalavo a folle velocità per un pochino nel tentativo di scaricare la tensione adolescenziale, mi fermavo in un punto qualunque della campagna, tiravo fuori un libro e buonanotte popolo. Questa era la mia gioventù in un piccolissimo paese di campagna tra filari di vite e campi di grano. Quella ero io.

E Tommaso? Non è poi così diverso, in fin dei conti.

Certo, lui abita in uno di quegli orrendi palazzoni che si possono vedere ancora adesso nelle città più grandi. Quelli enormi, grigi, tutti uguali, tutti appiccicati. Quelli che se io apro la finestra e tu pure possiamo tranquillamente berci il caffè senza nemmeno muoverci da casa. Ci parliamo così: finestra-finestra. Quelli che a volte diventano città dentro le città, con le loro regole scritte e non scritte. Quelli che vedono passare intere generazioni, che se i muri potessero parlare chissà cosa direbbero, chissà quante vergogne, quante urla, quante mani sulla bocca a soffocare gemiti di sorpresa. Quelli che i muri, poi, non sono nemmeno così spessi e che alla fine se sai tutto di tutti non è perché le voci girano, ma perché magari eri in cucina mentre quelli del piano di sopra facevano all’amore e tu hai sentito tutto e hai sentito che la voce femminile non era mica quella della moglie del vicino del piano di sopra, proprio no.

E se i muri non possono parlare (ringraziamo), Tommaso invece può. Ha quindici anni, beve troppo, fuma troppo, ascolta musica di merda e passa troppo tempo in casa facendosi una doccia via l’altra, senza nemmeno lavarsi davvero, ché se si lavasse davvero ogni volta allora bisognerebbe farlo psicoanalizzare. No, lui nella doccia ci va per sentire le voci. L’acqua gli parla, gli porta le voci del condominio, le parole riempiono il bagno e la sua testa e lui sa molte cose che non dovrebbe sapere, che nessuno dovrebbe sapere. Non dovrebbe nemmeno sapere cosa è accaduto ad Alina, la badante-puttana del vicino di casa. Invece lo sa, l’acqua glielo ha detto, glielo ha sussurrato.E lui adesso sa e non può tacere, soprattutto col suo migliore Nico. Anche se la realtà è terrificante, vergognosa, pericolosa. Anche se il nome che pronuncia dovrebbe essere l’ultimo, se quell’uomo – proprio lui – dovrebbe essere l’ultimo a cui pensare, quello a cui nessuno vorrebbe pensare. E poco cambia se Nico gli ride dietro, poco cambia se nessuno gli crede. Tommy è certo di sapere, di aver capito tutto, almeno fino a quando la verità – quella vera e cattiva – non gli viene rigettata addosso, acida com’è, velenosa com’è.

PERCHÉ GLI HO DATO 7:

Cominciamo dal macro: titolo e cover non mi piacciono (alé).

Il titolo è scontato e a mio parere non molto incisivo. La cover non rispecchia i miei gusti anche se, lo ammetto, risulta comunque piuttosto evocativa. Il rosso cupo che sfuma nel nero per poi perdersi dietro al palazzone rende bene l’idea del segreto, della bruttura, della minaccia. Se è vero che è un brutto palazzo di periferia come tanti altri, è anche vero che qualcosa di diverso c’è: in quel palazzo qualcuno ha ucciso Alina, e quel qualcuno sta proseguendo la sua vita come se nulla fosse accaduto.

La voce dell’acqua è la voce di Tommy, è la voce che Mazzesi ha voluto dare al suo personaggio ed è anche il vero punto di forza di un racconto molto breve del quale ben presto si annusa il finale. Tommaso, come anche l’amico di sempre Nico, sono così ben tratteggiati dalla penna di Mazzesi da diventare reali e possibili in pochissime pagine. Tommy e Nico sono tutti i ragazzini confusi e fintamente incattiviti che vediamo per le strade delle nostre città, tutti neri per meglio confondersi in mezzo alle ombre e alla sporcizia, tutti neri per non essere ricordati, tutti neri nel tentativo di fare paura e di allontanare tutto, soprattutto il male. Viene spontaneo chiedersi cosa ne sarà, di questi due ragazzi. Che ne sarà di Tommy, dopo che la verità sarà andato a cercarlo? Si abbandonerà al male, stremato, o lo rifuggirà per sempre cercando di dimenticare gli orrori e le violenze di quel palazzo? Che ne sarà di Nico, sicuro com’è, cinico com’è, ancora ragazzo ma con la testa di un adulto?

La narrazione fluida e addolorata di Mazzesi sembra essere quella di un cronista esausto e impotente. La narrazione di qualcuno che ha saputo e che deve riportare ma che ne avrebbe fatto volentieri a meno. Manca il pathos di chi gode dell’intrigo, si sente sulla pelle la fatica di chi deve comunicare fatti troppo brutali accaduti a chi non dovrebbe mai essere messo in mezzo: i bambini.

Perché cosa, se non bambini, sono Tommy e Nico? Cos’altro sei a quindici anni, in un brutto palazzo, senza qualcuno che si prenda davvero cura di te ? Sei un bambino che si traveste da adulto cattivo, che fuma male, che si veste male, che tenta di abbruttirsi per non dare nell’occhio ché tanto ormai qui tutti si sono abbruttiti, volutamente o meno.

Un racconto sospeso tra la brutale realtà e l’onirica magia dell’acqua, che smette i suoi panni simbolici di pulizia e candore per vestire panni ben più foschi e tetri.

LA CITAZIONE:

In vita mia non ho mai usato la vasca, odio la vasca, è triste e noiosa. Fare la doccia invece mi esalta, passerei ore sotto il getto tiepido.

In ascolto.

Perché nell’acqua ci sono le voci.

Me ne accorsi tanti anni fa; ero molto piccolo e il babbo mi stava lavando quando sentii per la prima volta quei suoni strani, misteriosi, che mi facevano stare bene. Non comprendevo il significato di quelle parole, ma in quel momento decisi che le voci dell’acqua sarebbero state al centro della mia vita e che la doccia sarebbe diventata il mio regno.

Il bacio d’acciaio

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Titolo: Il bacio d’acciaio

Autore: Jeffery Deaver

Editore: Rizzoli

Anno: 2016

Pagine: 559

Prezzo: 20,00 euro per il formato cartaceo – 9,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Amelia Sachs è sulle tracce di un killer. Lo ha individuato, anche se ancora non ne conosce l’identità, e lo sta cercando in un affollato centro commerciale di Brooklyn. Pochi, pochissimi istanti prima che la detective entri in azione, però, accade qualcosa: il pannello di una delle scale mobili cede improvvisamente, un uomo cade tra gli ingranaggi e muore stritolato dai denti metallici. Mentre Sachs si precipita in aiuto della vittima, il killer riesce a fuggire. Si è trattato davvero di una fatalità? Lincoln Rhyme, dimessosi dopo una missione andata storta, torna al lavoro nel tentativo di aiutare la famiglia della vittima a ottenere un risarcimento. Le indagini confluiranno però in un unico caso: un killer sabota i dispositivi di controllo di macchinari industriali ed elettrodomestici di uso comune, trasformandoli in armi letali. Come prevedere le prossime mosse dell’assassino? Mentre la conta delle vittime minaccia di aumentare, Sachs e Rhyme devono correre contro il tempo per svelare l’identità dell’uomo e scoprire quale sia il suo obiettivo ultimo. A coadiuvare la coppia di detective c’è anche Juliette Archer, affascinante tirocinante del celebre criminologo, come lui costretta su una sedia a rotelle. Con le sue intuizioni Juliette offrirà un contributo decisivo alla soluzione del caso.

LA RECE DELLA KATE:

Io e Jeffery abbiamo un rapporto tormentato, lo sapete. Dopo essere stato per anni il mio thrillerista preferito, all’improvviso si è visto ridimensionato nel suo incarico di ScrittoreDelCuore per diventare fonte di sbuffi melodrammatici al suono di: “Oh per l’amor del cielo, adesso quale delusione vorrà propinarmi?”. Nonostante questo, se si parla di Deaver e in mezzo ci sono Rhyme e la Sachs io, statene certi, comprerò il romanzo. Venti euro però sono troppi anche per me (un po’ per tutti) e ho scelto (per adesso) di non comprare la versione cartacea che andrebbe a fare compagnia a tutti gli altri libri di Deaver sugli scaffali della mia libreria ma di scaricarlo da Amazon con la speranza di non rimanere ancora (ma per l’ultima volta!) delusa.

Ci troviamo immediatamente catapultati nel mezzo di un’azione di polizia: Amelia è sulle tracce di un assassino, un uomo insolitamente alto, dall’aspetto strano e alieno. Il centro commerciale è strapieno di gente, lui è al bancone di un bar e ordina da bere, lo sguardo che saetta tutto intorno. Manca davvero poco, Amelia è molto, molto vicina, quando all’improvviso un urlo disumano squarcia l’aria. Un urlo di terrore e di vero dolore, un urlo di qualcuno che sta soffrendo, che sta morendo. Ed è vero: qualcuno sta morendo e sta morendo letteralmente “dentro” una delle scale mobili che porta al piano superiore. L’ultimo gradino, quello fisso, si è spalancato, inghiottendo per metà un cliente del centro commerciale. Sotto al gradino gli ingranaggi della scala mobile continuano a fare il loro lavoro, massacrando il poveretto e riducendolo in poltiglia. L’uomo morirà. Il sospetto che stava seguendo Amelia, invece, fuggirà inghiottito dal caos generale sviluppato in seguito all’incidente.

Adesso i casi di cui occuparsi sono almeno tre: il “sosco”, cioè l’assassino che si trovava dentro al centro commerciale; la morte dell’uomo provocata da un malfunzionamento della scala mobile; una possibile correlazione tra i primi due.

Ma Amelia è sola.

Ancora coppia nella vita privata, Rhyme e la Sachs non lavorano però più insieme. L’ultimo caso, concluso tragicamente, ha portato il celeberrimo e scontroso Rhyme ad abbandonare la sua collaborazione con la Major Cases e adesso è, a tutti gli effetti, un civile.

Quindi se da una parte l’uomo sarà impegnato su tutti i fronti (su richiesta della stessa Sachs) per cercare di risarcire la famiglia dell’uomo ucciso dal “bacio d’acciaio” della scala mobile, dall’altra Amelia dovrà trovare il suo sosco, il suo sospettato, quell’uomo alto e strano con grandi piedi e grandi mani che continua a sfuggirle da sotto il naso diventando non solo invisibile in una Grande Mela sempre più caotica e strafottente (uso questo termine non a caso), ma anche il Guardiano del Popolo, colui che punisce una società consumistica e troppo meccanizzata, una società malata e contorta. Ed è così che elettrodomestici e macchine dotati di dispositivi di controllo a distanza tramite wifi diventano favolose macchine per uccidere. Cosa ci vuole a sabotare i comandi di un’auto? Cosa ci vuole ad accendere il gas di un forno? Cosa ci vuole a rendere ustionante l’acqua della doccia? In una società ormai telecontrollata, l’uomo diventa una piccola pedina di un meccanismo potenzialmente mortale e sicuramente perverso.

A Il bacio d’acciaio avrei dato volentieri un 6. Anzi, l’ho proprio dato, inizialmente.

Poi però ho dovuto ammettere di aver letto 560 pagine in un fine settimana e qualcosa, questo, vorrà pur dire.

Ho cancellato e ho sostituito il 6 con un 7.

Il fatto è, amici lettori, che separare Rhyme e la Sachs rende tutto terrrrrrrrrrrrrrrrribilmente noioso (e secondo me anche pericoloso). Funzionano insieme, vicini. Vogliamo i loro dialoghi, vogliamo che alla sera lei entri nel letto di lui, vogliamo vederli chiacchierare del caso davanti a un bicchiere di qualcosa, vogliamo le loro piccole buffe schermaglie.

E qui manca tutto, accidenti!

Passi che lui non lavori più per la Major.

Passi che lei non dorma a casa di lui perché la madre ha bisogno di assistenza e compagnia.

Ma quando arriva l’ex fidanzato di lei e una tirocinante comprensiva di sedia a rotelle per lui, io sbatto la mano sulla scrivania, eh!

Insomma: troppa gente, troppi casi tutti insieme, troppi nomi, troppo poco coinvolgimento emotivo, poco contatto (e inutile) tra Rhyme e la Sachs, ma un caso molto bello e molto adrenalinico con un “cattivo” di serie A che deluderà forse un poco solo i super super super appassionati della serie (come me) che si sentiranno un pochino orfani di un duo che, negli anni, ci ha sempre regalato emozioni fortissime.

LA CITAZIONE:

“Poiché tutte le funzioni di questi elettrodomestici sono gestite dal controller, che non si limita a raccogliere i dati, in teoria è possibile che uno scaldabagno, per esempio, riceva il segnale di alzare la temperatura dell’acqua a novanta gradi MENTRE SIETE SOTTO LA DOCCIA! O, in caso di incendio, il controller potrebbe bloccare le serrature delle vostre porte e intrappolarvi in casa, e rifiutarsi di inviare un segnale ai vigili del fuoco per segnalare il divampare delle fiamme. Chiedetevelo: la comodità vale il prezzo della vostra vita e di quella dei vostri figli?”