“V” – il cortometraggio

Ben ritrovati, amici lettori!

Poiché non di soli libri e McDonald’s vive l’uomo, oggi vi lascio un linkino preso da Youtube.

Si tratta di “V”, un cortometraggio BELLISSIMO realizzato ormai qualche tempo fa da Piernicola Arena, abile regista, con la collaborazione di Luca Toni (per la musica), Massimiliano Belloi (per gli effetti speciali) e Claudio Vergnani (per la sceneggiatura).

Il cortometraggio che vedrete (io ve lo consiglio CALDAMENTE) è liberamente ispirato al primo libro della trilogia vampirica scritta da Claudio Vergnani, Il 18° vampiro, libro che ha stregato, fin dalla sua prima uscita, lettori provenienti da tutta Italia.

Buona visione e buon divertimento,

K.

“V” – IL CORTOMETRAGGIO

 

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Altrisogni Vol.3

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Titolo: Altrisogni Vol.3

Autori: AA.VV.

Curatore: Vito Di Domenico

Editore: DBooks.it

Anno: 2016

Pagine: 117

Prezzo: 2,99 euro per il formato digitale (unico disponibile)

Il voto della Kate: 8

SINOSSI: 

Altrisogni – Antologia di narrativa fantastica, Vol.3 è la terza uscita di Altrisogni, progetto nato nel 2010 in forma di rivista digitale e trasformatosi poi in una collana di antologie di racconti.
Questo terzo volume propone i migliori racconti inediti di fantasy, horror, fantascienza e weird accuratamente selezionati dalla redazione negli ultimi mesi.
L’antologia Altrisogni Vol.3, con la magica illustrazione di copertina realizzata da Paolo Lamanna, ospita sette storie mai pubblicate prima di ottimi autori italiani, che spaziano dall’epic fantasy alla fantascienza distopica, dall’horror dissacrante al weird più inquietante. Un mix di generi e suggestioni pensato per soddisfare anche i lettori di fantastico più esigenti.
Contiene i racconti:
– Figlio di canti, di Davide Camparsi
– Dietro il frigorifero, di Federica Leonardi
– Furore, di Claudio Magliulo
– Hell Express, di Matteo Pisaneschi
– Mordred, di Fernanda Romani
– La lunga notte del ladro di ricordi, di Davide Schito
e
– Veduta di Carcosa, di Alessandro Girola

LA RECE DELLA KATE: 

Da sempre – chi mi segue lo sa – la mia attività onirica è fervida e molto interessante. Seguo i miei sogni come seguirei l’ultima serie in voga su Netflix o l’ultimo film al cinema, attenta ai particolari e completamente avviluppata dalla storia che si sta svolgendo, volente o nolente e letteralmente, sotto i miei occhi. I miei sogni sono a colori, sono verosimili, niente mostri né cose strane. Spesso sono molto belli, a volte angoscianti, ma sempre abbastanza aderenti alla realtà e, dunque, secondo me ancor più coinvolgenti.

Ok, sì;  l’ultima volta ho sognato che potevo carbonizzare chiunque con il calore delle mie mani, ma questa è un’altra storia (bella, però, ve lo assicuro!).

Perché vi sto parlando della mia attività onirica, direte voi?

Perché ieri ho scoperto il motivo per cui Altrisogni si chiama Altrisogni.

Altrisogni sono i sogni che non avete mai fatto.

Altrisogni è la vostra fantasia più scatenata.

Altrisogni è magia, futuro, disperazione, divertimento.

Altrisogni è intrattenimento, come ci ricorda il curatore, ma è un intrattenimento intelligente, sano, bello, pulito.

Sapete, a volte mi ritrovo a essere molto stanca. No… non del lavoro e della vita di mamma. Stanca del mondo, delle cose, delle persone. Stiamo diventando qualcosa che non mi piace più molto. A volte temo mi si cancellino i sogni e che il mio sonno sia solo un lungo e largo buio. Ho il terrore che succeda. Ho il terrore che tutta questa confusione mi e ci trasformi in qualcosa che non voglio diventare. E badate, non sto parlando di cose strane. Sto parlando dell’umanità più basica, dei sentimenti più semplici e naturali, delle cose più normali. O che almeno dovrebbero esserlo. Abbiamo troppe cose per la testa, tutti pretendono troppo da noi, noi pretendiamo troppo dagli altri. Ci dimentichiamo anche di noi stessi. Io sento gente dire: “Non ho avuto nemmeno il tempo di pranzare.” “Non ho avuto nemmeno il tempo di andare in bagno.” Sono cose gravissime. Cose a cui bisognerebbe non abituarsi mai. Io non voglio abituarmi a questa mala-umanità.

Ma Altrisogni tiene alti i pensieri, le speranze, i sogni. Tinge la nostra mente dei tanti colori dell’arcobaleno, graffia la superficie del nostro ipotalamo e inserisce da qualche parte, laggiù in fondo, quelle immagini fantastiche e piene di idee e di cose e di sensazioni di cui abbiamo un disperato bisogno. Prendete dunque questa antologia (e le tante che troverete in giro tutte Made in Italy) come una pillola di sogni. Come una medicina, sì. Una medicina contro le brutture, la fatica, la stanchezza, gli scazzi (perdonatemi) quotidiani che vi allontanano da quello che sentite di essere veramente.

Ma parliamo dei racconti, perdiana!

Ospite d’onore dell’antologia è Alessandro Girola. Alessandro non ha bisogno di presentazioni, il suo nome è conosciutissimo e la sua penna molto, molto amata da tutti gli amanti dell’indipendente e da tutto coloro che amano leggere bene e leggere italiano. Scrittore per passione smodata, ha voluto regalarci uno dei suoi tanti sogni, una delle sue molte fantasie con Veduta di Carcosa, un racconto a tema Lovecraftiano che trae spunto dal mondo dell’arte, in particolare dalla fervida immaginazione di un grande e immortale artista del nostro tempo: De Chirico. Poiché ho da poco (molto poco) avuto modo (non vi dico dove perché non andiate a svaligiargli casa) di vedere un vero De Chirico appeso davanti al mio naso, non ho potuto che leggere rapita questo bellissimo racconto dal finale giustamente inquietante.

Davide Schito racconta di un mondo distopico nel quale il sole si è spento e l’umanità ha subito alcune trasformazioni. Chi mangia gli altri, chi sa rubare ricordi, chi sa vedere nel futuro. Un racconto dal ritmo sincopato che è riuscito a trasmettere in pieno e senza molto sforzo tutta l’angoscia di una vita passata con gli occhi sbarrati verso il buio più totale.

Con Mordred la Romani ci fa fare un bel salto all’indietro e, molto presto, torniamo ai tempi della famosa Tavola Rotonda. Artù e suoi cavalieri ci faranno assaggiare, ancora una volta, il clangore delle spade e il sapore metallico del sangue versato.

Furore credo sia il mio preferito. Distopico anch’esso, racconta di un mondo nel quale le emozioni non esistono più, sono state spazzate via da non si sa bene chi o cosa. Al loro posto, comode pillole da assumere giornalmente per dosare i livelli di Odio, Amore e Passione. Un mondo terribile ma… wow… decisamente affascinante!!! Affascinante come un film.

L’amico Matteo Pisaneschi ha immaginato una Route 66 diretta all’inferno, una strada in mezzo al nulla nel quale un uomo, un uomo come tanti altri, ha scelto di trasportare non cose, non animali ma anime dannate. Dirette all’inferno. Ma io lo dico sempre: l’amore, alla fine, vince.

Dietro il frigorifero è terribile e fa accapponare la pelle. Io non so se riuscirò più ad avvicinarmi moltissimo al mio elettrodomestico di fiducia. La Leonardi mi ha fatto cambiare un tantinello la mia visione della cosa. Per quanto mi riguarda, lì dietro, non ci spolvero più.

Figlio di canti è un racconto a tema fantasy nel quale compaiono draghi e cavalieri, sangue e oppressione, dolore e morte e il desiderio unico e solo di tenere in vita un bambino troppo importante per essere sacrificato. Un bambino che ha un compito ben preciso, necessario a tutta l’umanità.

Perché le ho dato 8?

Mi sembra di essere stata abbastanza chiara e di aver scritto un incipit così lungo a questa recensione che ormai starete pensando: “Per l’amor del cielo, zittati, menestrello dei nostri stivali!”

Ma una cosa voglio dirla. Anzi due.

Partendo dal presupposto che, parlando di fantastico, io mi sento più adatta e più tranquilla se si parla di fantascienza futuristica (infatti il mio racconto preferito è Furore!), credo che questo sia il numero di Altrisogni più bello di tutti.

Breve ma non brevissimo, semplice da leggere (volendo farlo) anche in un sol colpo in una di queste lunghe sere autunnali, pieno di suggestioni diverse tra di loro che si fondono tra passato a presente creando una tavolozza di colori e un’immagine frammentata ma non disomogenea.

Chissà se riesco a spiegarmi…

Ok. Adoro il make-up, forse qualcuno di voi lo sa. La cosa che più amo sono le palette, scatoline che contengono molti ombretti. Diciamo che si può già chiamare palette una scatolina con 4 ombretti diversi ma si può arrivare (e chiamare sempre palette) anche una scatolina con 80 cialdine e dunque 80 colori diversi. Una palette con 12 colori, ad esempio, avrà 12 colori ovviamente diversi. Ma i 12 colori sono studiati in maniera tale da poter essere messi sull’occhio tutti in coppia o in trio senza mai risultare disturbanti. Colori diversi ma che, insieme, stanno bene e creano armonia.

Questa cosa è Altrisogni.

Diversità e armonia.

E, come mi piace dire sempre, amore per ciò che si fa mettendosi a servizio del lettore, vero padrone.

Leggetela.

 

La casa sulle sabbie mobili

la casa sulle sabbie mobili

Titolo: La casa sulle sabbie mobili

Autore: Carlton Mellick III

Editore: Antonio Tombolini Editore (collana Vaporteppa)

Anno: 2016

Pagine: 244

Prezzo: 4,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 9

SINOSSI:

Tick e Polly non hanno mai incontrato i loro genitori. Sono confinati nell’appartamento dei bambini dove crescono sotto le cure dell’anziana Tata Warbourogh, nell’attesa di poter incontrare mamma e papà e andare a vivere nel resto della casa. Dopo anni di attesa ormai Polly è diventata troppo grande per i vestiti che ha nell’armadio e dei genitori non c’è ancora nessuna traccia.

Quando i macchinari che rendono autosufficiente l’appartamento iniziano a guastarsi, Polly e Tick sono obbligati ad affrontare il resto della casa. Li aspetta un labirinto di stanze e corridoi in rovina, abitato da creature mostruose che cacciano nelle ombre. La ricerca dei genitori diventa una battaglia per la sopravvivenza, nella disperata speranza di trovarli prima di morire di fame. Il mondo fuori dalle poche stanze in cui sono cresciuti è molto diverso da quello che pensavano di trovare, e più attraversano la casa e più svelano misteri che non avrebbero mai voluto scoprire.

LA RECE DELLA KATE:

Mi sento di iniziare questa recensione mettendo in chiaro tre punti essenziali e imprescindibili:

  1. MA QUANTO SPACCA QUESTA COVER?
  2. QUESTO ROMANZO È UNA FIGATA
  3. LEGGETELO, VI PREGO

Bene. Ehm.

Dopo aver gettato le prime e fondamentali basi per arrivare a una più profonda conoscenza del romanzo, possiamo cominciare.

Anzi no. Prima apro una parentesi per dire due cose.

Sarò breve, giuro!

(La prima cosa è che ho scaricato questo romanzo senza volere. Ho cliccato su ACQUISTA invece che su SCARICA ESTRATTO. Mi sono morsa le mani per cinque minuti, poi ho pensato che doveva essere un segno del destino: non mi ero mai sbagliata, prima. La seconda cosa è che ormai ho capito che recensire libri che mi sono piaciuti moltissimo è infinitamente più difficile che recensire libri che mi sono piaciuti moderatamente. Quindi, ecco, abbiate pazienza.)

Tick ha dieci anni, Polly quindici. Polly comincia a diventare un’adulta e tutto le sta piccino. I vestiti, le scarpe, le sedie sulle quali vorrebbe sedersi. Sembra una specie di gigante in una casa delle bambole, invece è solo una ragazzina dai capelli verdi e dagli enormi palchi in una casa tanto grande da non avere confini. Non è che non abbiano genitori, li hanno. Semplicemente… non sono fisicamente presenti, ecco. Sono da qualche parte, nella casa. Vai tu a sapere dove. E raggiungerli è impossibile, perché l’intera sterminata casa è assediata dai creeper, terribili esseri mostruosi che feriscono e uccidono e producono terribili rumori con i loro palchi duri e spessi come i rami di una quercia. Unico adulto in questo mondo-dentro-il-mondo, la Tata. Tata si occupa di loro, li manda a scuola, manutiene la macchina che produce il cibo, li mette a letto e si assicura che abbiano una crescita serena ed equilibrata. Sarebbe una mamma perfetta, a dire la verità. Ma Tata non si può abbracciare, non si può stringere, e non le si può dire Ti voglio bene. Tata è solo una tata, un essere creato per curarsi di loro, nulla più. Una macchina che a un certo punto, come tutte le macchine, si guasta. E se la macchina che aggiusta le macchine si guasta… chi la aggiusterà? Non di certo un bimbo e una ragazzina dai grossi palchi e dalle crisi ormonali ancora più enormi. Soli con se stessi e decisi ormai a trovare i genitori, i due fratelli (e una curiosa terza sorella-larva) abbandonano l’appartamento dei bambini dando inizio al viaggio più importante e pericoloso della loro intera esistenza guidati da una sola regola: mai stare al buio. I creeper sono lì. Riempiono spazi, prendono i vestiti, cercano di afferrare, graffiare, mordere, uccidere. Serve luce, serve più luce. Servono mamma e papà, servono le mappe. Ma quando le mappe vengono trovate il mondo crolla. Non sono mappe di case diverse, ma ogni mappa (immensa) è relativa a un piano della casa. Chilometri e chilometri di corridoio bui e assediati dai mostri. Chilometri e chilometri di scale, porte chiuse, assenza di luce e assenza di cibo. Tick e Polly sono solo due bambini in cerca della mamma e del papà, in effetti. Che colpa ne hanno loro? Vogliono solo poter mangiare, poter vivere, poter uscire da quella casa-labirinto che sempre più diventa grande e spaventosa e maligna, onirica nell’aspetto ma terribilmente reale negli effetti che provoca.

PERCHÉ GLI HO DATO 9:

Perché gli ho dato 9?!

Ma perché è stratosfericamente meraviglioso, amici.

E voi dovete leggerlo, dovete. Promettetemelo! Non importa che non abbiate mai letto niente che appartenga al genere bizarro fiction, non importa che l’idea vi faccia storcere il naso, non importa che non vi fidiate poi moltissimo: provateci! Provateci se siete amanti del fantasy, se l’horror vi fa impazzire, se la fantascienza vi ha sempre affascinato, se siete cresciuti leggendo Urania, se sognate creature fantastiche e se ancora adesso fantasticate di mondi lontani sognando di esplorarli tutti.

La casa sulle sabbie mobili è realtà e fantasia, è la fantasia che si mischia in modo assolutamente coerente con il mondo reale e crea qualcosa di nuovo e strabiliante, assolutamente credibile e per niente strambo. Non vi stupirete degli enormi palchi che campeggiano sulla testa di Polly, non vi stupirete di quella nuova sorellina che per crescere ha bisogno di succhiare sangue e che cresce e si gonfia come un grosso verme, non vi stupirete del rumore di quei creeper che abitano una casa grande quanto città come Milano o Bologna. La sospensione dell’incredulità è difficilissima da ottenere, e Mellick III ha fatto un centro grosso così. Mi ha fatto dimenticare ogni cosa, anche del mio pragmatismo. Mi ha fatto spaventare, commuovere, sorridere. Quei lunghi corridoi bui, porca miseria, mi hanno fatto venire la pelle d’oca, questo mondo governato da macchine mi ha messo addosso una sensazione difficile da spiegare, a metà tra divertimento e un’angoscia così profonda da mozzare il respiro. Ecco dove sta la bizarro fiction: nella commistione di generi anche molto diversi tra di loro che si prendono per mano riuscendo a creare qualcosa di diametralmente opposto a quello che conosciamo e che riteniamo giusto, corretto o razionale. Bizarro fiction è l’irrazionale che riesce, grazie all’abilità dell’autore, a diventare razionale, possibile, totalmente coerente. Tutto viene presentato come normalità, niente come assurdità. È l’assurdo che diventa normale.

E vi dirò un’altra cosa: io ho letto e basta. Non ho cercato significati particolari, non ho cercato simbologie o collegamenti al mio mondo. Ho letto allontanandomi volontariamente dalla realtà. Potremmo certamente cercare significati nemmeno tanto reconditi in questo mondo popolato da bambini che cercano gli adulti (non credete???) ma io ho deciso di non farlo, se non in modo marginale e nemmeno troppo accurato. Ho letto per rilassarmi, divertirmi, stupirmi, sconvolgermi. Tutto qui.

Spero riuscirete a farlo anche voi, me lo auguro.

Ah. Un’altra cosa. Prima o dopo leggete anche “INTRODUZIONE ALLA BIZARRO FICTION” a cura di Chiara Gamberetta, che si trova in appendice al romanzo. Vale davvero, davvero la pena. Magari leggetelo prima, forse è meglio.

LA CITAZIONE:

“Mentre il fattore bellezza attirava gli adulti verso i bambini piccoli, al giorno d’oggi il fattore bruttezza fa l’opposto. Fa sì che gli adulti li rifiutino. I genitori non vogliono avere nulla a che fare con i bambini piccoli fino a quando non diventano grandi.”

«Aspetta un minuto…» dice Polly rimpicciolendo la mappa. «Abbiamo passato una fila di ascensori sulla nostra strada.»

«E allora?»

«Se ci sono degli ascensori questo significa che in questa casa ci sono più piani, ma c’è solo un piano disegnato sulla mappa.»

«E allora dove sono gli altri piani?» chiede lui.

Polly si gira guardandosi attorno e osservando le decine di mappe sui muri.

«Là…»

Zombie mutation

Zombie Mutation (Giorgio Borroni)

Titolo: Zombie mutation

Autore: Giorgio Borroni

Editore: self per Il Narratore Audiolibri

Anno: 2016

Pagine: 75

Prezzo: 7,99 euro per l’audiolibro (file Mp3 della durata di due ore e venti minuti) e il formato digitale (formato ePub)

Link di acquisto: Il Narratore

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Il virus che trasforma gli uomini in morti viventi ha avuto il sopravvento. Una setta di fanatici religiosi, gli Opliti di Cristo, ha preso il potere e tiene in pugno le istituzioni facendo rivivere una sorta di Medioevo. Nelle campagne del Distretto Sud, Brian Crane, un vecchio bonificatore  sulla via del tramonto, deve vedersela con un ennesimo focolaio, e, come se non bastasse, deve istruire un novellino, Jedediah Braddock, fresco di caserma ma totalmente inesperto. Su uno sfondo post apocalittico e rurale, Zombie Mutation narra una giornata tipo di un cacciatore di zombie che dovrà vedersela con la gretta superstizione dei colleghi, una situazione fuori controllo e si troverà costretto a porre tutta la sua fiducia sulla giovane recluta se vorrà completare la missione.

LA RECE DELLA KATE:

Quando mi è stato inviato il file di questo libro non avevo idea di quante pagine avesse. Un centinaio circa, supponevo. Ho cominciato a leggere pensando di arrivare sin circa al 50% e di lasciare il restante 50 per la sera. Click dopo click, però, mi sono resa conto che le pagine dovevano essere ben meno di cento e che la mia lettura stava proseguendo troppo, troppo velocemente. Ero al 45% e non avevo proprio nessunissima voglia di spegnere il reader e adempiere così al progetto che avevo in mente all’inizio della lettura. 50%… 55%… 60%… 70%… inutile, non riuscivo a staccarmi.

Il problema è squisitamente logistico: non riesco a finire un libro e a iniziarne un altro subito dopo. Voglio che la mente sia tutta concentrata su un libro solo per poter fare una buona recensione e avere le idee chiare e la mente piena delle sue atmosfere, personaggi e idee.

Al 75% mi sono resa conto che lo avrei finito. All’85% mi sono imposta di piantarla e spegnere tutto. Al 90% ho spento e sono andata via. Ma sono andata via con il passo di una novella dead man walking, spalle basse e piedi che strisciavano sul parquet. Mi sono sentita un po’ imbecille, dico la verità. Sorridevo sotto i baffi per quella che sembrava una specie di punizione, ma anche per il piacere nemmeno troppo sottile che provavo al pensiero di essermi tenuta le ultime pagine per la sera. Il pensiero di avere qualcosa di bello che stava aspettando proprio me.

Ormai lo avrete capito: Borroni mi ha conquistata.

O meglio, Borroni, calma.

A conquistarmi è stato Crane, non tu.

Tutto ha avuto inizio dalle api. Dio solo sa (e non solo Lui) quanto le api siano importanti per gli equilibri del nostro intero ecosistema. Le api non possono proprio estinguersi. Così, gli scienziati di mezzo mondo tentarono di salvarle. E non fallirono. Le arnie si ripopolarono ma le nuove nate si mostrarono estremamente aggressive nei confronti dell’uomo. Il resto è storia: una puntura e… addio, il virus era bello che trasmesso agli esseri umani.

Possiamo immaginare che i governi siano collassati, che il sistema interno sia crollato, che la gente abbia perso la testa e si sia stabilito, senza nemmeno volerlo e senza nemmeno rendersi conto di come si sia fatto effettivamente, un nuovo ordine. Il nuovo mondo è governato dagli Opliti di Cristo, setta di invasati fanatici che blatera di punizioni divine e altre nefandezze mentre, a proteggere il genere umano, ci pensano i Bonificatori.

Militari ma non solo, i Bonificatori sono uomini addestrati per ripulire il mondo dagli zombi. E Crane… be’, Crane è semplicemente il più famoso. Il Bonificatore tra i Bonificatori. Ne ha uccisi a migliaia, tutti colpiti al centro della testa con un cha-chack del suo fucileNon più molto giovane, non più molto motivato, fuori dagli schemi e dalle regole, Crane vive isolato e solo, ormai addestratore di novellini e poco altro, diventato egli stesso leggenda di un mondo leggendario. Quando gli viene affidata l’ennesima recluta, Braddock, Crane è ben deciso a non farsi incantare e non affezionarsi al ragazzino: farà la fine di tutti gli altri. Se ne andrà o, più probabilmente, verrà ucciso. Inutile perdere tempo a costruire legami in tempi come quelli. Un momento ci sei e stai parlando, il momento dopo l’altro ti guarda con occhi gialli e appallati e zanne sporgenti. Niente da fare.

Eppure Braddock è diverso. Ligio alle regole, atteggiamento militare perfetto, non rinuncia però alle sue idee e alla sua moralità. È un buon soldato ma, ancora di più e ancora meglio, è un buon uomo e un buon amico.

La strana coppia Crane-Braddock è presto ingaggiata: si è acceso un nuovo focolaio e la causa è Henry Storm. O almeno quello era il suo nome da vivo, da uomo. Ex allevatore di maiali, ex giocatore di wrestling, Henry Storm (Hellstorm per gli amici) è però attualmente uno zombie enorme e molto pericoloso, che ha già infettato un’intera famiglia e i suoi braccianti agricoli. Bisogna stanarlo e ucciderlo, prima che vada in giro ad azzannare altre persone.

Il racconto di Borroni è pieno di atmosfera, di action ma anche di emozione. È un racconto zombie piuttosto tipico nella sua struttura e nei suoi personaggi (Crane è quasi l’archetipo di un cacciatore zombie), eppure riesce – nonostante nulla di nuovo venga detto – a incantare. Perché questo accada, signori, lo ignoro. Credo che il merito sia da imputare a uno stile di scrittura molto lieve ed elegante, per nulla affrettato, per nulla assetato di sangue e di voglia di scioccare. Pare piuttosto un viaggio lento e metodico in mezzo a un orrore silenzioso e terribile. Il dolore e la solitudine di Crane sporcano di grigio ogni singola riga di questo racconto. È un dolore che viene percepito come una brutta musica di sottofondo e che non può essere ignorato nemmeno dal lettore più sprovveduto. Viene voglia – giuro – di sedersi attorno a un fuoco con i due Bonificatori, lasciarsi cullare dai loro racconti e dalle loro voci in un mondo finalmente ripulito dall’orrore.

La chiusa molto frettolosa e alcune domande irrisolte mi fanno sperare in un seguito di Zombie mutation (magari Zombie mutation – la cura, chi lo sa  😉 ) ma, nel frattempo, consiglio a tutti gli appassionati del tema la lettura di questo e-book breve ma di molta compagnia e molta atmosfera. Non ho avuto modo di scaricare e ascoltare l’audiolibro, ma posso immaginare il piacere estremo di mettersi le cuffie nelle orecchie di sera, nel letto, ed essere accompagnati al sonno dalle avventure dei nostri due nuovi amici.

Consigliato.

LA CITAZIONE:

“Crane, con il fucile poggiato in spalla e il revolver infilato alla meglio nella cintura, osservava il cumulo destinato a diventare una pira.

Braddock tornò dal fuoristrada con il lanciafiamme tra le mani.

Il ragazzo provò a indossare lo zaino del combustibile, ma aveva le spalle troppo larghe, così lo tolse e regolò le bretelle.

Quando ebbe finito Crane, impaziente, gli chiese: – Cosa aspetti?

Jedediah lo guardò perplesso: – Signore, non la diciamo una preghiera?

– Amen – rispose Crane, e gli fece cenno di procedere.

Quindici minuti (The rewind agency vol. 1)

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Titolo: Quindici minuti

Autore: Jill Cooper

Editore: Dunwich

Anno: 2016

Pagine: 209

Prezzo: 3,99 euro in formato digitale

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Quindici minuti. È tutto ciò che la Rewind concede a una persona quando viaggia nel passato, ma per Lara Crane è abbastanza per trovare sua madre e impedirne l’assassinio nel corso di una rapina avvenuta dieci anni prima. Ma la storia che le è stata raccontata per tutta la vita è una menzogna. Quando Lara viene colpita dal proiettile che avrebbe dovuto uccidere sua madre, il suo futuro cambia per sempre: nuova casa, nuovi amici e nuovo ragazzo. E ora suo padre è in prigione. In una linea temporale che non riesce a comprendere, Lara sta per commettere un errore fatale e dovrà confrontarsi con un avversario che conosce molto bene… perché fa parte della sua famiglia.

LA RECE DELLA KATE:

Chiudi gli occhi e respira profondamente.

Ti sentirai confusa quando arriverai lì.

Ricorda: hai solo quindici minuti.

Immagino che la domanda delle domande, a questo punto, non possa che essere: “E tu, mia cara Kate, a quale punto della tua vita torneresti per cambiare le cose?”

Non posso che pensare a mia madre e alla malattia che ce l’ha portata via. E allora, tornando nel passato, cosa mai avrei potuto fare? Impedirle di fumare? Farle fare controlli annuali? Cambiarle medico di base? Chiedo eh, le mie sono solo supposizioni, sciocchi pensieri di chi ha appena (appenaappena) terminato un libro dall’impatto importante.

Bisogna anche non credere nel destino, tra l’altro. Perché se uno ci crede è già fregato. Se pensiamo di avere un destino, di far parte di un disegno e che questo disegno sia tracciato a linee indelebili, allora la teoria della Cooper si dissolve come un cubetto di ghiaccio in una tinozza colma d’acqua bollente.

Preferisco credere di poter cambiare le cose o che esista un sentiero tracciato e – ahinoi – ineluttabile?

Fate troppe domande, perbacco. Ed è per questo motivo che mi rimetto subito in carreggiata e vengo a compiere il mio dovere raccontandovi di Quindici minuti, una delle nuove uscite Dunwich che, grazie alla casa editrice, ho avuto modo di leggere.

Lara ha quindici anni e da dieci ha perso la madre, assassinata da un uomo senza volto. Adesso vive col padre, un uomo mite, intelligente e innamorato della figlia che si è preso cura di lei con eccezionale amore e dedizione. Ma certo, per quanto meraviglioso possa essere un padre, una madre rimane una madre e Lara, la sua, non l’ha mai dimenticata. È una ragazza acuta e brillante, dotata di un’intelligenza assai vivace che le ha permesso di non arrendersi a ciò che è accaduto alla sua bella famiglia. La ragazza ha infatti un solo e unico obiettivo: tornare indietro nel tempo e impedire l’assassinio della sua mamma.

Ma come fare?

Nel mondo di Quindici minuti è possibile grazie all’agenzia di viaggi temporali Rewind, che mette a disposizione di chi è disposto a pagare il giusto obolo la possibilità di tornare indietro nel tempo. Pochi minuti, nessun contatto col passato e una sorta di “guardare ma non toccare” che mette al sicuro il mondo intero dal rischio di cambiamenti epocali e rischiosissimi. Ormai lo sappiamo: da che mondo è mondo i viaggi nel tempo sono possibili, ma non bisogna in nessun modo interferire con il passato.

E Lara lo fa. Torna a quel giorno. Torna in quel vicolo. Devia la pallottola. Sua madre è salva. Per sempre.

Ma interferire con il corso della storia, glielo avevano detto, porta conseguenze gravissime e sconvolgenti.

Al suo risveglio Lara si troverà sì viva, ma in una realtà ben diversa da quella dalla quale proviene. In questa nuova realtà sua madre è viva, è sposata con un uomo buono che si chiama Jax, ha due fratelli gemelli di sei anni, un fidanzato diverso  e suo padre, il padre della realtà dalla quale lei proviene, è chiuso in carcere da dieci anni accusato dell’omicidio della moglie. Dev’essere un incubo. La realtà è semplice: viaggiando nel tempo ha salvato la vita a sua madre ma ha condannato il padre alla prigione e ha modificato per sempre la vita di tutti. Ma Lara conosce bene quell’uomo che ora è in carcere. Lui non avrebbe mai fatto del male a sua moglie, non sarebbe mai stato capace di ingaggiare un cecchino, non avrebbe mai fatto del male alla donna che amava con tutto il cuore. Lara lo sa, ed è decisa a combattere con le sue sole forze, non solo contro il tempo ma anche e soprattutto contro uomini e donne assetati di potere disposti a tutti pur di proteggere la loro società. Tirerà fuori di prigione suo padre e cercherà di scoprire cosa c’è davvero dietro all’ambizioso progetto Rewind.

Anche a costo della sua vita.

Quindici minuti viaggia a cavallo tra distopia, sci-fi e young adult e lo fa con una maestria appena scalfita da passaggi di trama non sempre chiarissimi che necessitano di una certa qual dose di concentrazione da parte del lettore. Ma nemmeno fatevi ingannare dalla copertina di questo libro, che fa pensare a un libercolo di poco impegno destinato a un target giovanile e ingenuo: Quindici minuti è certamente un romanzo destinato soprattutto ai giovani adulti ma sono certa non deluderà nessuno di voi, giovani o meno giovani che siate, donne o uomini, appassionati o meno di fantascienza. Ciascuno di voi, amici lettori, sarà pronto a viaggiare nel tempo con la Rewind.

E se per tema può ricordare la fortunatissima trilogia di Kerstin Gier (Red, Blue e Green – edizioni Corbaccio), le somiglianze finiscono qui perché il romanzo della Cooper è decisamente più “dark” e più cattivo e dal tema dei salti nel tempo sono state grattate via tutte quelle caramellosità (necessarie per amore del cielo) incontrate (e apprezzate dal vasto pubblico) invece nella trilogia sopra citata.

La prosa semplice ma ricca di dialoghi efficaci rendono la lettura molto scorrevole e piacevole, mentre le scene di action tengono alta l’adrenalina e la voglia di proseguire la lettura, cosa sicuramente utile giacché questo è solo il primo libro di una serie  🙂

Buona lettura allora, amici miei. Siete pronti a usare  vostri quindici minuti? Ma soprattutto: siete sicuri di volerlo fare?

La torre delle ombre

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Titolo: La torre delle ombre

Autore: Claudio Vergnani

Editore: Nero press

Anno: 2016

Pagine: 258

Prezzo: 15,00 euro per il formato cartaceo – Prossimamente disponibile anche in formato digitale

Il voto della Kate: 9

SINOSSI:

In una città consegnata all’anarchia, preda di grottesche e letali bande criminali, logorata da cambiamenti climatici e rassegnata a un futuro dove la speranza è il lusso di pochi, i due protagonisti – Claudio e Vergy – tirano a campare, cercando di resistere al logorio di una vita priva di senso e di sbocchi, grazie a una rigida routine giornaliera fatta di allenamento fisico, di strategie per procurarsi il cibo e di stratagemmi per sopravvivere agli artigli affilati di quella società che non offre alcuna protezione ai perdenti, agli abbandonati, ai reietti. Su questa metropoli in pieno degrado si curva minacciosa l’ombra della Torre, luogo di perdizione e malaffare da cui è bene tenersi alla larga. Almeno fino a quando la richiesta di aiuto di un vecchio amico, non porterà i due protagonisti a scalare il gigante di cemento e ferro alla ricerca dell’ultima scintilla di un antico valore, che potrebbe riscattarli da quell’esistenza di squallore. In questa nuova epoca nella quale il futuro si mescola al presente e al passato, i due amici si ritroveranno invischiati nel perverso meccanismo del Salone dei giochi, una nuova e crudele forma di intrattenimento dove il divertimento di pochi danarosi e senza scrupoli – si misura sulla sofferenza dei più deboli…

LA RECE DELLA KATE:

Si può leggere, leggere e ancora leggere. Si può leggere per scappare da qualcosa o da qualcuno, per dimenticare, per passione, per lavoro, per noia e per tutte queste cose insieme. Non c’è che l’imbarazzo della scelta, perché questa è l’era di Internet, di Kindle, del self-publishing, delle librerie virtuali, di quelle fisiche a due o tre piani. È l’era dell’emozione prêt-à-porter. Voglio essere uno scrittore? Scrivo qualcosa e lo getto su Amazon. Voglio leggere? Accendo il reader e scarico un libro a caso. Tutto e subito. Non c’è attesa, non c’è desiderio riposto. È un chiedere-avere in perfetto sincrono che, forse, qualcosa ci toglie.

Ma non è questo quello di cui volevo parlare; volevo invece dire che in mezzo a tutto questo, in mezzo a tutta questa disponibilità di materiale, di romanzi, di storie altrui, di idee altrui, di mondi immaginari, di possibili fughe dalla realtà… be’, rimaniamo comunque soli. Il libro inizia, il libro finisce. Spesso svegliandoci bruscamente, spesso senza lasciarci nulla più che un vago senso di delusione e di rammarico. Un altro libro terminato, un altro libro che tra poco più di quarantotto ore non ricorderò più. Quanti sono i libri che avete letto e che non ricordate in nessun modo? Se ne parlava giusto questa mattina in un gruppo Facebook che frequento: non ricordarsi le trame e i plot dei romanzi è cosa più comune di quanto si creda. Ma questo perché accade? Accade perché spesso leggiamo storie mediocri, inadatte, bastevoli giusto di un’occhiata, bastevoli giusto di una corsa sola andata per quella sterminata terra di nessuno chiamata Dimenticatoio. Non possiamo davvero ricordare tutto. Sarebbe inumano, e pericoloso e doloroso. Ed ecco allora che i nostri ricordi hanno il dovere di essere belli, meritevoli del nostro sorriso. Un bel libro è un libro immortale. Un bravo autore è un uomo che non conosce la morte.

Che sermone!

Proseguiamo…

Quello che volevo dire, e che sto elaborando in maniera molto faticosa, è che credo che, parlando un certo tipo di letteratura, Claudio Vergnani sia un immortale, e che i suoi lavori (tutti, nessuno escluso) siano, grazie alle loro caratteristiche peculiari, coraggiosi (che rarità, di questi tempi!) e memorabili. La torre delle ombre esce a breve distanza da Lovecraft’s Innosmouth – Il romanzo, nel quale abbiamo incontrato dopo molto tempo i nostri eroi (a me la parola antieroi riferita a loro due non è mai piaciuta molto, vi dirò) preferiti: Claudio e Vergy. In rete riuscirete a scovare più di una informazione su questo incredibile duetto letterario, da parte mia posso dirvi che viaggiano sulla cinquantina, che hanno trascorsi militari alle spalle, che non hanno un soldo e che si trovano molto spesso invischiati loro malgrado (anche su questo avrei qualcosa da dire) in faccende molto poco chiare che prevedono comunque che le cose vadano di male (spesso malissimo) in peggio (molto, molto peggio di quanto vi aspettereste). Sboccati, inclini alla violenza e dotati di una inconfondibile ironia, condividono casa, avventure, cibo e – crediamo – anche donne, quando necessario. La loro forza sono l’unione e l’assenza di paura. Morire è un’opzione nemmeno così remota. A piangerli, nessuno. Il trucco sta nel morire con dignità, chiudendo – come ricorda la quarta di copertina – i conti, così come deve essere fatto, così come si addice a un uomo.

Quanti anni sono passati dalle avventure de L’ora più buia? Non è dato saperlo, né sappiamo se la città vagamente descritta sia sempre Modena (ma si suppone, giacché è ancora in piedi la magione di Vergy), ma sappiamo che le cose hanno preso, per tutti, una piega brutta sotto molti aspetti. Il clima è impazzito, la terra non smette di tremare, il divario tra ricchezza e povertà si è fatto così evidente da sfiorare il grottesco e, ai margini della società, fisicamente e moralmente, le Concimaie, spazi abbandonati nei quali trovano rifugio gli ultimi tra gli ultimi, i derelitti, coloro che hanno abdicato al loro ruolo e i Vampi, quei vampiri mutilati e ridotti a esseri molto simili a tossici scampati alla mattanza vampirica ben nota ai lettori della succitata trilogia vampirica (Il 18° vampiro, Il 36° giusto, L’ora più buia). Claudio e Vergy offrono al lettore uno spettacolo ben misero: sono sì vivi, ma ben diversi da come li ricordavamo. La cicatrice a stella sulla guancia di Claudio racconta di un tentativo di suicidio, le condizioni in cui versa la casa di Vergy parlano di abbandono e di miseria, di assenza di speranza. Non li ricordavamo così, proprio no. Logori e rattoppati non sono che una vaga ombra dei due protagonisti che avevano sfidato, vincendo, la Morte. Ora, forse, se la Morte non cala la sua falce su di loro è per un inconsueto gesto di pietà. Sono stanchi e sono sporchi, sono a un passo – crediamo – dall’abdicare a loro volta al loro ruolo. Digrigniamo i denti: non possono farlo. L’incontro con Matthew, il nano ivoriano già co-protagonista delle avventure vampiriche, pare un buon inizio. Vero che sicuramente ci saranno guai all’orizzonte, ma se non altro, forse, Claudio e Vergy si riscuoteranno dal loro torpore.

Pare proprio che il nano abbia svoltato: dalle auto di lusso alle guardie del corpo, dalla villa con piscina ai sigari costosi, tutto parla di denaro, di possibilità e di agiatezza. E quando si parla di soldi, Claudio e Vergy non possono che provare, se non altro, ad ascoltare e capire. Matthew ha bisogno di loro. Una ragazza, e non una ragazza qualsiasi, è stata rapita. Magda è una vampa, ma questa è la cosa meno importante di tutte. La cosa più importante è che Matthew è innamorato di lei e che a rapirla è stato Leon.

«È… è diverso. Come faccio a spiegare? Non ho mai visto uno così. Gli affideresti tua madre dalla fiducia che ti ispira, ma preferiresti avere a che fare col demonio piuttosto che con lui, se succedesse qualcosa che non gli piace. L’ho visto indossare completi più costosi del mio Suv, al centro dell’attenzione a un cocktail party e l’ho visto a braghe corte e a torso nudo in posti dove nemmeno voi due andreste senza una tuta antibatteriologica.»

Questo è tutto quello che sapremo di lui: metà demone metà angelo, a suo agio in ogni circostanza, spietato e crudele, dotato di una forza incredibile, uomo al di là del bene e del male, Leon ha anzi dato vita a un nuovo concetto di bene e a un nuovo concetto di male. Male che probabilmente non definirebbe nemmeno tale, poiché lui si limita a fare ciò che la sua morale e i suoi tempi gli suggeriscono come necessario. Lo immaginiamo fascinoso, per nulla rozzo, dalle spalle larghe e il cranio probabilmente rasato, il petto ampio e un ghigno sul bel volto. Probabilmente, per un solo attimo, resteremmo intrappolati in quell’aura speciale che ha. Probabilmente dimenticheremmo che quelle mani sono in grado di spezzare un collo con uno sforzo minimo. Probabilmente dimenticheremmo che non conosce pietà o senso di giustizia.

Sbaglieremmo.

Ma Claudio e Vergy hanno già visto, se non tutto, molto. Leon non è che l’ennesimo intoppo, l’ennesima – direbbero loro – rottura di cazzo. Niente più che un fastidio. Magda verrà riportata al nano e tutto tornerà al suo posto. Loro potranno avere i soldi e Matthew tornare nel buco dal quale è uscito.

Ma se le cose andassero così, noi non saremmo di certo qui a parlarne. E non sarebbe un horror-pulp. E non sarebbero loro, Claudio e Vergy. Che questa volta fanno l’errore grossolano di sottovalutare il nemico e di trovarsi, in questo modo, invischiati in una faccenda molto più grossa di loro che molto ha a che vedere con la torre che dà il nome al romanzo.

«Incontri di boxe a pugni nudi?» domandai.

«Sì. Pugni, calci, testate, colpi nei coglioni… Nessuna regola».

«Il marchese di Queensberry ne andrebbe orgoglioso. E come finiscono, di solito? Il perdente viene reclutato in un coro di voci bianche?»

«Uno dei due viene buttato di sotto».

«Ah, proprio così, alla mannaggia la miseria… E a che piano sono?»

«Non lo so di preciso. In alto, comunque. Dove ci sono le intelaiature. Cinquantesimo o giù di lì».

Cinquanta e più piani di una torre mai portata a compimento rifugio di povera gente che lì ci vive, senza finestre, senza nemmeno i muri, costretta a una non-vita misera e piena di paura. Cinquanta e più piani di violenza, di sadismo, di ombre che rifuggono la luce. Cinquanta e più piani di collusione, silenzio, morte. Questa è la torre, vera e ultima dimora di Leon, che ora è da trovare.

E uccidere senza pietà.

La forza viene dall’ingiustizia, dal dolore, dalla rabbia. Ed ecco che Claudio e Vergy tornano quelli di un tempo, in grande spolvero, decisi a lasciare questo mondo, se qualcuno lo deciderà, ma solo dopo aver fatto ciò che è necessario.

Vergnani torna con un romanzo distopico sì, ma anche pulp e horror dalle tinte foschissime. La torre che tanto bene e tanto accuratamente ci viene descritta è un concentrato di tutta quella malvagità che ci fa terrore e che pensiamo non possa toccare mai le nostre borghesi vite. Ma se il futuro fosse quello? Se stessimo solo volgendo lo sguardo altrove ma la Torre fosse già qui, vicino a noi, nelle nostre città? Se fosse tanto vicina da poterla toccare? Dove ci collocheremmo, noi? Che ne sarebbe di noi? Saremmo disposti, pur di salvarci, ad accarezzare il Male? Cos’è che ci rende uomini? Una casa, una famiglia, qualche soldo da spendere o quella meravigliosa e umana integrità che l’autore spesso cita, seppur senza mai giudicare? Vergnani prende in mano un grosso specchio, e lo fa con fatica. Ce lo piazza davanti e ci obbliga a guardare ciò che il riflesso ci rimanda. Ci piacerà, ciò che vedremo?

La torre delle ombre riprende non solo i personaggi, ma anche lo stile dei precedenti romanzi dell’autore, e gli amanti del genere avranno quindi il piacere di ritrovare sì vecchi amici (incontriamo anche Niccolò e l’Alamo) ma anche quello stile inconfondibile che fa dello scrittura di Vergnani un vero e proprio marchio, riconoscibile e nuovo, fresco e diverso, stupefacente e sfaccettato. Avrebbe potuto accontentarsi dell’ovvio, ma non è caduto nel tranello. Avrebbe potuto sfruttare quei vampi, avrebbe potuto cavalcare l’onda del successo della trilogia, avrebbe potuto – come si dice – allungare il brodo e giocare una partita già vinta in partenza. Ma così non è stato. Vergnani è l’uomo delle sfide e della diversità, dell’innovazione. Humor, horror, pulp e noir si fondono per creare qualcosa di estremamente nuovo che non riesce a trovare collocazione in nessuna categoria conosciuta. Lo hanno definitivo horror sociale, ma io alzo le mani. Non ho le competenze e non ho il cuore di incasellare questo autore che riesce a ubriacarci di parole, commuoverci, spaventarci, indignarci.  La torre delle ombre offre al lettore momenti di vera poesia, scorci drammatici eppur struggenti strappati alla rozza brutalità della morte e della violenza.

Come sono solita dire: leggetelo. E basta.

 Due doverose menzioni d’onore che potrei inserire nella rece ma che invece inserisco qui, in calce, perché la rece è mia e decido io.

  1. La suddivisione in capitoli: scelta che mi è piaciuta moltissimo e che rende la lettura più facile, veloce e intuitiva. Il nome dato ai capitoli, che sembrano rubati ai biscotti della fortuna cinesi, sono una genialata.
  2. La cover: so che ha ricevuto tantissimi complimenti, aggiungo la mia voce al coro. Potente, potentissima. Esprime tutto quello che deve. 

Nyctophobia: Mondo senza luce

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Titolo: Nyctophobia – Mondo senza luce

Autore: Carlo Vicenzi

Editore: Dunwich

Anno: 2016

Pagine: 282

Prezzo: 2,99 euro in formato digitale

Voto: 8

SINOSSI:

Le porte della città si sono chiuse alle spalle di Eliana, sul suo capo una sentenza di esilio che ha lo stesso sapore di una condanna a morte.
Nessuna luce. Il Buio ha nascosto il sole agli occhi degli uomini e ora il mondo è immerso nell’oscurità. In un futuro distopico gli esseri umani si sono rinchiusi nelle città, dove possono tenere a bada le Tenebre con il fuoco e l’elettricità. Ma l’ignoto ha sempre esercitato un ambiguo fascino sull’uomo e l’Oscurità sembra diffondere un irresistibile richiamo per coloro che le prestano orecchio. Gli sguardi si rivolgono all’esterno, là dove il Buio ha nascosto il mondo e lo ha plasmato a sua immagine: esseri privi di occhi strisciano dove la luce non arriva, creature sconosciute pronte a ghermire chiunque sia abbastanza pazzo da allontanarsi dalle zone illuminate.
Come può Eliana sopravvivere in quella nera realtà dove lo spegnersi della fiaccola significa morte certa? E, soprattutto, saprà resistere alla tentazione del Buio?

LA RECE DELLA KATE:

Ciao ragazzi!

A volte vi chiedo di chiudere gli occhi per meglio capire quello che la vostra fantasia vi suggerisce.

Lo chiedo anche questa volta. Chiudete i vostri occhi.

Non riapriteli più.

C’è buio, vero? Un buio nero e spaventoso, che diventa meno terrificante solo perché sapete con assoluta certezza che, una volta che li avrete riaperti, troverete il vostro computer, il vostro gatto, vostra moglie, il pavimento, il cielo e gli alberi. Chiudere gli occhi è un atto transitorio ma non meno disturbante. Non per niente tanti bambini hanno difficoltà a prendere sonno: il sonno è assenza di materia e di controllo. Spariscono mamma e papà, i pupazzi, spariscono i ricordi della giornata e si sparisce a propria volta. Chiudere gli occhi è morte apparente.

Ora immaginate che questo buio e questo nero entrino per sempre nella vostra vita. Di aprire gli occhi e non vedere nemmeno la vostra mano posta davanti agli occhi spalancati nell’oscurità. Immaginate di non vedere strade, monumenti, di non vedere il lucore dei marmi della Fontana di Trevi, della chiesa principale della vostra città, il vostro bel giardino, la vostra automobile. Poi amplificate questa sensazione orrenda in un tempo che va da qui all’infinito. Non riuscite a immaginare una vita senza luce, vero? Non riuscite proprio.

Ci ha pensato Carlo Vicenzi per voi, e vi ha regalato un romanzo IRRESISTIBILE. Lo vedete che gli ho dato un 8 pieno, no? Del mondo di Nyctophobia non riuscirete più a fare a meno, perché il Buio vi sorprenderà e vi ghermirà.

Sono passati circa sessant’anni da quando il sole è sparito, inghiottito dal Buio. Da allora molte cose sono cambiate. Un’involuzione planetaria ha preso il posto della gretta e pericolosa ondata di tecnologia degli anni che hanno preceduto l’arrivo del Buio. Le città si sono fortificate per proteggere i loro cittadini dai tremendi predatori che hanno fatto dell’oscurità la loro casa. Là fuori, fuori dalle città, nel buio più nero e meno affrontabile, gli animali hanno subito repentine mutazioni genetiche per sopravvivere in un mondo senza luce; hanno occhi giganteschi, denti come sciabole, proporzioni abnormi, propaggini luminose che spuntano dai corpi gibbosi e chitinosi. Sono esseri che si sono aggrappati alla vita e che per sopravvivere devono uccidere. A tutti i costi. Così come gli animali, anche le piante sono mutate. E anche gli esseri umani stessi. Li chiamano Scuoiatori. Hanno perso la parola e la loro umanità. Sono bestie senza freni, assetate di sangue. Vogliono ferire, uccidere, devastare. Attaccano carovane, viandanti, città. Nessuno, a meno che non sia molto coraggioso o molto fortunato, sopravvive a un attacco degli Scuoiatori. Ma è proprio in quel buio popolato da creature mostruose e bizzarre che si trova Eliana, tredici anni. Cacciata da Bologna, la sua città, Eliana dovrà trovare il modo di salvarsi la pelle e di mantenere intatta la sua dignità. Dovrà crescere in fretta, costruirsi a sua volta una corazza, mutare anche lei, come gli animali e le piante. Dovrà affrontare non solo i demoni reali che si nascondono nell’assenza di luce, ma anche i propri. Per fortuna, però, il Buio non ha inghiottito proprio tutto. Per fortuna qualcuno che ha conservato la luce ancora esiste. Si chiamano Glauco, Giona, Manno… sono tutti coloro che sono rimasti umani nonostante tutto, preservando il loro cuore, il loro coraggio, l’essenza stessa della loro anima. E mentre Eliana cerca di sopravvivere a tutto quel buio c’è qualcuno che non si arrende e che lotta per riavere il sole, perché Sole significa luce, luce significa vita e speranza, vita e speranza significano umanità e ripresa. Gli esseri umani non possono essere destinati a quella follia.

Nyctophobia è una distopia bellissima, scritta con maestria, coinvolgimento, amore, passione.

Nyctophobia fa accapponare la pelle. Come il dracco. Come le falene vampiro.

Nyctophobia è Buio che si materializza.

Nyctophobia è fantascienza, fantasy, horror tutto in un solo romanzo.

Ha ritmo, eccome se ne ha. Ha le parole giuste al momento giusto. Ha la speranza e la gioia ma non ha paura di dire alcune scomode (scomodissime) verità.

Vicenzi ha superato se stesso e il suo precedente lavoro, sempre di casa Dunwich, Ultima – La città delle contrade. Ha aggiunto molti tasselli in più alla sua bravura e gli auguro di cuore di avere il successo e il ritorno che merita, perché questo romanzo ha molto poco da invidiare a quelli di colleghi americani o inglesi.

Si dice sempre (io lo dico, e ci credo pure) che purtroppo i romanzi italiani ambientati in Italia non hanno lo stesso fascino di romanzi simili (o uguali) ambientati chessò io… in America. Una distopia ambientata a New York, insomma, è più figa. C’è poco da fare. Una certa filmografia e una certa letteratura ci hanno abituato a scenari post-apocalittici tra le enormi strade della Grande Mela, tra i su e giù di San Francisco, tra gli altissimi grattacieli di città enormi tragicamente svuotate, e adesso vogliamo quello.

Ok, facciamo un esempio pratico con un film che in tanti hanno visto.

28 giorni dopo. Ci siete?

Avrebbe lo stesso impatto, quel famoso frame, se alle spalle del protagonista non ci fosse una Londra evacuata ma non so… Pavia?

Siate sinceri.

La risposta è no. Non avrebbe lo stesso impatto.

Anche in questo caso leggere nomi (e avere queste città bene in mente) come Bologna, Modena, Reggio, Parma fa forse calare un poco la tensione. Ma porca miseria, ve lo giuro. Si dimentica tutto. E si legge. E basta.

Fatemi un piacere: scaricate questo ebook.

Lo sapete: in questo periodo rompo le palle con i titoli dei libri. Io avrei lasciato Nyctophobia e basta. Probabilmente esistevano altri romanzi con questo titolo e non si è potuto, ma per me è e rimarrà sempre e solo Nyctophobia.