È così difficile morire

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Titolo: È così difficile morire?

Autore: Fabrizio Cavazzuti

Editore: Artestampa

Anno: 2017

Pagine: 256

Prezzo: 16,00 euro per il formato cartaceo disponibile qui – 7,49 per il formato digitale disponibile qui

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Un cimitero al tramonto, una ragazza, un assassino. Ecco i tre classici ingredienti con cui può cominciare un buon horror. Ma c’è un problema: lo scrittore non riesce a buttare giù nemmeno una riga e continua a mangiare compulsivamente caramelle alla liquirizia. La ragazza, a dire il vero, non è molto carina, e il cimitero è più un poetico camposanto di montagna che un luogo sinistro e spettrale come vorrebbe il genere. Bisogna accontentarsi. Siamo a Lotta di Fanano, un piccolo borgo dell’Appennino modenese, all’inizio del Novecento. Sembra tutto abbastanza normale, a parte quella cosa che luccica nella mano di un losco figuro apparso all’improvviso, e che colpisce ripetutamente la ragazza, senza pietà. Lei non urla però, nemmeno un’invocazione d’aiuto, mentre l’assassino continua a infierire su di lei, senza colpirla a morte, sembra quasi che aspetti un suo grido…

LA RECE DELLA KATE:

Fabrizio Cavazzuti è, prima di tutto, un amico.

Nel 90% dei casi sono gli altri a chiedermi una recensione, ma con gli amici devo chiedere IO di poter recensire. Sapete, credo sia una questione di pudore. Siamo amici, sfrutto l’amicizia per una recensione (che pur essendo, appunto, mia, comodo fa sempre)? Nahhh, la gente non lo fa, di solito. Gli amici-amici, dico. Gli amici normali lo fanno eccome (e fanno benisssssssimo!). Ma con gli amici-amici devo essere io a propormi. E lo faccio sempre con immenso piacere, soprattutto quando SO di essere in buonissime mani.

E con Fabrizio SONO in buonissime mani.

Fabrizio è un giallista che ama aggirarsi, come piace a me, nel suo territorio. Conosce e ama la sua città, Modena, e conosce e ama le sue montagne, che ama frequentare e godere in tutta la loro bellezza. Avete presente il Cimone? Andate a vedere qualche foto su Google, su, correte.

Io lo vedo, il Cimone, alla mattina. Quando c’è bel tempo si vede benissimo, nonostante io sia molto lontana da lui. Senza foschie e senza nubi quasi si può vedere a occhio nudo l’osservatorio posto sulla sua cima. Si può vedere tutto, anche i singoli accumuli di neve. Sembra rosa, da lontano e col sole messo in quella posizione. Quasi è bello abitare in pianura quando ti svegli e puoi ammirare uno spettacolo del genere.

Io, poi, ho anche una casetta sull’Appennino tosco-emiliano, ve ne avevo già parlato. Il paesino (il più grande dell’Appennino, direi, ma forse dico una str…) si chiama Pievepelago. Caratteristico, piccino, incastrato tra le montagne, abbastanza lontano da Modena da sentirsi in vacanza, abbastanza vicino a Modena da poterci andare comodamente facendo solo due orette di auto. Questo per dire, insomma, che conosco bene le atmosfere, se non i luoghi, nei quali Cavazzuti ambienta i suoi romanzi e quindi altrettanto bene riesco a lasciarmi le più sfruttate location cittadine alle spalle per tuffarmi di testa nelle sue sempre bellissime storie.

Appena partita e sto già facendo confusione. Ma voi mi capirete: non solo sono le 9 del mattino di sabato, non solo ho dormito malissimo, ma questo romanzo è anche MOLTO particolare. E se sarete così buoni da scaricare almeno un estratto del romanzo da Amazon vi accorgerete che recensirlo non è affatto semplice.

Calma.

La storia.

La storia è presto detta, siamo pur sempre in un giallo.

Siamo a Lotta di Fanano, un piccolissimo paese di montagna. Chiudete gli occhi. Lo immaginate no? No, però aspettate. Siamo nel 1910. Adesso sì che, forse, potete immaginarlo bene. Quante case? Quindici? Forse venti? Facciamo trenta, ma non credo ce ne saranno state molte di più. Una piccolissima piazza? Può essere. Sicuramente una chiesa. Le panchine c’erano? Non saprei, forse qualche sedia piazzata sotto gli alberi più frondosi e comunque non adesso, visto che non è estate. Insomma, un bus, un buco, come diciamo noi da queste parti. Tutti conoscono tutti. C’è un medico, c’è un prete, c’è la matta del paese, ci sono i ragazzi annoiati che ancora non sanno che a pochi chilometri c’è Modena, che anche nel 1910 doveva essere una figata ma loro sono lì a marcire.

No, aspetta.

Non marciscono.

Muoiono. Tutti.

Eh sì, a Lotta di Fanano accade questo. I ragazzi muoiono.

Tutto ha avuto inizio con l’aggressione a Giliola nel cimitero cittadino. Tagli e ferite e lei nemmeno un fiato. Così poca soddisfazione che l’aggressore si è dileguato nella notte senza finirla definitivamente. Ma lei non ha urlato mica per non dargli soddisfazione, è che è sordomuta. Ma insomma, lei se non altro è sopravvissuta. Certo, per star bene sta mica bene. Ha un problema di tagli ovunque. Ma è viva. Lo stesso non può dire Rosa, la figlia di Ulrico. Lo stesso non può dire Luigina. Lo stesso non può dire la madre di Luigina. Lo stesso non può dire Fulvio. O Olmo. Insomma, c’è un po’ di caos. Ci sarebbe caos anche se si trattasse della città, ma trattandosi di un bus, di un buco, le cose si complicano un tantino anche per quelle più gnocche, più semplici. Tutta ‘sta gente è da portare a Pavullo, per dire, e di macchine non è che ce ne siano tante, anzi. C’è da organizzare i trasporti e poi, naturalmente, cercare di capire chi si sta divertendo a falcidiare alcuni ragazzi del paese.

A farsi carico – per amore della sua bella Giulietta-la-pazza – delle indagini, il medico del paese. Che non dev’essere una bellezza, ma ha se non altro un gran cuore e un certo spirito investigativo.

Insomma, niente commissari, niente detective, niente CSI.

Qui siamo a inizio ‘900, essere vivi è già un miracolo, un pericoloso assassino si aggira o tra le case o tra i boschi, fatto sta che nessuno dice che il prossimo non potresti essere tu e insomma… le cose non vanno benissimo.

In mezzo a questo calderone di informazioni, sangue e morti, c’è anche un narratore suonato come una campana che non sa bene come raccontare le cose per rendere l’idea e che continua a spostarsi da un personaggio all’altro per modificare il POV (il punto di vista, ormai dovreste saperlo) a vantaggio del lettore. Le difficoltà sono quindi due: tenere a bada ‘sto narratore sui generis e riuscire a capire come dipanare anche solo un pochino la nebbia che aleggia nelle nostre menti semplici (la mia, perlomeno).

Perché gli ho dato 7½?

Anche in questo caso mi sento di fare due discorsi ben distinti.

Il primo deve per forza riguardare la scelta narrativa, sicuramente se non nuova, almeno coraggiosa.

Il secondo deve riguardare invece il plot narrativo.

Il plot narrativo è classico (la gente muore -> ollallà chi sarà mai stato?), ma la soluzione arriva con molta fatica. Personalmente avrei preferito, a vantaggio di chi i gialli non li mangia per colazione, più chiarezza. Vero è che vengono fatti molti riassunti a beneficio del lettore, ma questo volta nemmeno quelli mi sono stati sempre sempre di aiuto. Talvolta sembra che ci fosse una vera urgenza di scrivere senza però tenere conto del fruitore finale del prodotto. Il cliente, il lettore.

La scelta narrativa è invece encomiabile, simpaticissima, unica nel suo genere. Il narratore di questa storia è un uomo del presente come noi che si ritrova, chissà mai perché (non viene specificato e a noi poco deve importare) nel 1910 e, per sua sfortuna, si trova a dover assistere alla prima aggressione. La ragazza è bruttina, non è certo quella gran gnocca da salvare, e comunque lui non può agire in nessun modo sulla storia ma… oh, insomma, intanto ha visto e adesso qualcosa deve fare. E cosa fa? Racconta. Più che narrazione diventa quindi una sorte di cronaca radiofonica scanzonata e a tratti imbranata che riesce perfettamente a far sì che questo romanzo non si prenda sul serio.

Ormai lo sapete come la penso, o lo sa chi è, con me, in rapporti stretti.

Il ruolo dello scrittore maledetto che si prende tanto sul serio a me sta stretto. Eppure ce ne sono davvero tanti. Voi non potete immaginare quanti. Il punto è che voi magari siete gente normale e non frequentate come me il mondo editoriale e quello degli scrittori. Ma io vi assicuro che là fuori c’è gente strana. Gente che vende due libri l’anno e quando gli viene chiesto Che lavoro fai cicciobello? Questo risponde, tronfio, Lo scrittore! Gente che si autocita su Facebook, manco citasse la Levi Montalcini. Gente che ti grattugia i maroni tutti i giorni e che (scusate il gergo) spamma ogni scoreggia che fa.

No no no no. Così non va bene.

Io ho bisogno di leggerezza. Ho bisogno di gente scanzonata. Ho bisogno di gente che scrive per divertirsi e per comunicare, non per diventare Lo scrittore. Ho bisogno di genuinità e questo libro, pur con tutte le sue imperfezioni (una cover secondo me molto migliorabile, un editing a volte un po’ troppo sbarazzino e qualche virgola ficcata qui e lì a caso) è GENUINO. E diverte. Diverte anche quando la soluzione al dilemma si fa difficile, anche quando il tutto diventa un po’ telenovela, diverte anche quando i personaggi sono abietti e non commentabili. Perché un po’ ti dimentichi che si sta parlando di una cosa seria, di molti morti, di una scia di sangue inquietante. Colpa di quell’imbecille del narratore, che ogni tanto parte per la tangente e si dimentica qual è il suo ruolo, accidenti a lui.

Insomma, tra una cosa e l’altra, un punto di demerito e molti di merito, io l’ho letto in un fiato e anche quando mi chiedevo “Maccccheccazz….???” comunque continuavo a leggere, perché la sua alchimia, la sua magia, questo libro la stava compiendo.

Se amate i gialli, se amate la scrittura sbarazzina, se non siete dei bacchettoni e vi piace divertirvi… scaricatelo, compratelo, fate quello che volete ma leggetelo.

E quando lo leggerete capirete anche che il titolo dato a questo romanzo è semplicemente geniale e adorabile.

Poi andate a recuperare anche gli altri libri di Cavazzuti, sempre gialli ma più tipici, meno visionari. Vale la pena.

Buon sabato, bimbiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!!!

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