Il morso dello sciacallo

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Titolo: Il morso dello sciacallo

Autore: Paolo Di Orazio

Editore: Vincent Books

Anno: 2016

Pagine: 308

Prezzo: 11,90 euro per la versione cartacea

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Nel pieno della crisi economica, del declino sociale e del disincanto politico, approdano a Roma Atareen Tom, giovanissima popstar venuta dal web, e il suo manager senza scrupoli chiamato Murnau. Il loro scopo è conquistare il mondo della musica partendo dalla televisione di Stato. La prepotente propaganda mediatica della popstar non distrae l’ex maresciallo Alfredo Red Vanacura, esperto in casi paranormali, presto alle prese con un rebus che include sacrifici umani, violenza e connessioni sanguinose che legano alla rete del Male insospettabili individui dediti al crimine.

LA RECE DELLA KATE:

È ancora una volta Roma il palcoscenico di questa nuova e inedita tragedia che mette in piedi per noi l’abile Di Orazio. Una Roma abbruttita, molto grigia, molto violenta e altrettanto menefreghista nella quale, dal web, come un angelo (o un demone) cade Afareen Torn, dodicenne disincantato e inquietante. Torn è una vera star del web, uno dei tanti prodotti marcescenti creati ad arte da e per il popolo internettiano schiavo di filmati e false notizie. Afareen sa cantare, i suoi filmati amatoriali hanno milioni di visualizzazioni, ma lui e il suo manager (l’uomo col cilindro) vogliono molto di più, adesso. Del web non sanno che farsene; Afareen deve diventare il nuovo principe, deve essere il nuovo Imperatore, il nuovo Dio, prima di Roma e poi del mondo. Partendo dalla musica, sono certi, riusciranno a conquistare l’anima di tutti coloro i quali incroceranno il loro cammino, e tutta questa gente, prima o poi, volente o nolente, chinerà il capo e le ginocchia, toccherà la terra con la propria fronte e benedirà il loro passaggio mormorando preghiere smozzicandole tra le labbra. E se da qualcosa bisogna cominciare, allora loro cominceranno là dove tutto, da che mondo è mondo, ha inizio: mamma Rai. Conquistata la televisione, conquistato il popolo bovino e kitsch. L’assalto ha inizio.

Ed è in quella stessa Roma ipnotica e ipnotizzata che si muove anche Alfredo Vanacura, ex maresciallo. Ex, perché adesso è “solo” un esperto di fenomeni… come dire… paranormali. Che poi lo faccia con uno spirito piuttosto scanzonato, pensando qui e là anche anche alle tette della sua collega medico legale non ha nessuna importanza, anzi, questo lo rende mille volte più umano e tridimensionale, meno serioso, meno calato nel ruolo. E in questa Roma c’è molto bisogno di “Red” Vanacura. Questa Roma implora Red Vanacura. Questa Roma piange e grida, e Red Vanacura, confuso e piuttosto infelice, risponde.

Perché gli ho dato 7?

Prima di tutto due considerazioni:

  1. Mi sono presa il disturbo di andare a consultare le ultime statistiche di Novembre 2016 in merito alle città più vivibili d’ Italia. 110 città in totale. Al primo posto la vicina (a me) Mantova (ci abitassi io, sarei già morta dal mal di testa con tutta quell’acqua e quell’umidità). L’ultima? Poveri crotonesi. E Roma? Roma dove sta? No perché è quello che volevo vedere, eh. 88esimo posto, signori e signore. 88 su 110. Come si dice… potrebbe andare decisamente meglio, per una delle città più belle del mondo, no? Santo cielo, stiamo parlando di Roma! Roma! Il Colosseo, Campo de’ Fiori, il Vaticano, il Papa, la Fontana di Trevi, il Gianicolo, la dolce vita, la Vespa (inserire altri luoghi comuni a scelta)! Insomma: se anche le classifiche ufficiali lo dicono, sarà vero. Roma sta scivolando all’indietro senza possibilità di appiglio. E se questo fa un gran male alla città, al turismo, al commercio e ai romani, gran bene fa alla letteratura, che in questi anni ha trovato culla adatta per i migliori horror e pulp, che trovano contesto adatto e credibile per avventure d’ogni sorta.
  1. Io, di splatterpunk, non so niente. Niente.

Il fatto che io di splatterpunk non sappia niente conduce a una sola e univoca considerazione: la mia opinione non sarà tecnica, ma sarà basata unicamente sulla mia sensibilità di lettrice navigata (in ambito horror e non solo).

Il morso dello sciacallo si auto-proclama thriller sovrannaturale. La mia mente bacata, senza volerlo, ha tradotto il tutto in HORROR.

La risposta, cara la mia Kate, è più sbagliata di un gatto in autostrada.

Il morso dello sciacallo non è un horror (ma non è nemmeno un thriller, bimbi). Ma cosa fa di un horror un horror? Secondo me un horror deve fare accapponare la pelle. Deve fare, in qualche modo, paura. Certamente è solo un libro, certamente sono solo delle lettere scritte su un foglio ma… cavolo… un vero horror spaventa. Eccome. Mi vengono in mente Io sono Helen Driscoll, Giro di vite, i racconti a tema ghost di William Hope Hodgson. Quelli, letti nel buio della casa, nel silenzio più totale, un qualche brivido lo mettono. Assicurato.

Be’, certo. Il romanzo in questione di brividi ne mette parecchi. Ma i brividi che sentirete non saranno di paura. Sarà quello splatterpunk che io non conosco. Sarà raccapriccio, sdegno, puro stupore. Come può la mente umana partorire certe immagini? Come si può leggere senza arricciare il naso nemmeno un pochino? Io non ci sono riuscita, non all’inizio. All’inizio ho stretto il libro tra le mani, le nocche che diventavano appena più chiare per la forza che imprimevo sulla pagina. Sorridevo imbarazzata, sorridevo sdegnata, scuotevo le spalle per auto-rassicurarmi. “Sono qui, va tutto bene”. E se pensate che io stia esagerando, provate a leggerle, le prime pagine. Provate a tuffarvi in quell’orrore, in quel lago di sangue, feci, vomito, paura. Provate a uscirne senza macchia. Non sono riuscita a fare nemmeno quello. Ho dovuto alternare la lettura con qualcosa di appena più scanzonato, meno sanguinoso, meno carnale, meno viscerale. Ho cercato di affondare il meno possibile nel mondo di Paolo Di Orazio, mi sono tenuta aggrappata ai bordi rassicuranti del mio mondo, ma poi… poi la curiosità ha prevalso. La seconda metà l’ho letta tutta in un botto. Paginapaginapaginapagina, frushfrushfrush. Ho bevuto a grandi sorsi quel suo mondo brutto e spaventevole, dovevo sapere, capire, rendermi conto. E avevo già capito, già sapevo, già mi ero resa conto, ma avevo bisogno di quelle parole, di quello stile.

Afareen e Murnau sono delle star. Del web, del mondo e anche di questo libro. Poco riesce a scalfire l’attrazione che il lettore prova per loro. Per quanto folli siano, per quanto odiosi siano, per quanta cattiveria e pochezza possano esprimere, loro vincono. Vincono per un punto anche sull’altro protagonista di questo romanzo, Red Vanacura. La sua presenza è grande, ingombrante, abbastanza leggera  e reale da attenuare tutto il male letto in sua assenza. Ma la sua grandezza viene comunque resa meno grande da Afareen e Murnau. Nemmeno Vanacura riesce a distrarre il lettore dalle vere splatter-star di questo libro. E forse non erano le intenzioni dell’autore, ma va benissimo lo stesso. Ogni pollaio diventa troppo piccolo, alla fine dei giochi. Qualcuno deve perire.

Se dovessi trovare un difetto, per quello che è il mio gusto personale, lo troverei in uno stile un po’ troppo hippie chic, troppo poco legato a un certo concetto di ordine. Ma questa sono io: ho bisogno di ordine. I troppi cambi di POV e di ambientazione un po’ mi destabilizzano ma, soprattutto, deconcentrano. La sensazione è quella di essere dentro una grossa scatola scossa fortissimamente dall’esterno. Un po’ di nausea, molto spaesamento, la ricerca continua di un punto di riferimento che cambia ogni pochi secondi.

Tra orrori senza fine e senza pietà, una piccola star folle e un sensitivo – per fortuna – credibile e molto umano, Il morso dello sciacallo si fa leggere senza sforzo.

Consigliatissimo agli amanti dell’horror più spietato, non leggetelo se siete troppo sensibili e/o di stomaco debole.

Ciao, amici!

K.

 

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