Pocofuturo

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Titolo: Pocofuturo

Autore: Sergio Beducci

Editore: Antonio Tombolini Editore

Anno: 2016

Pagine: 66

Prezzo: 1,99 euro per il formato digitale

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Questo libro è composto da quattordici racconti, brevi e meno brevi. Ritratti di adolescenti messi di fronte alla malattia, alla sofferenza o semplicemente refrattari a uniformarsi alle regole che qualcuno ha deciso per loro. Vite di giovani e meno giovani presi tra solitudine e incapacità di immaginare per sé o per il mondo un futuro credibile o anche solo accettabile.
Il titolo alla raccolta, Pocofuturo, è stato scelto perché in qualche modo il futuro si è contratto, ha perso di significato, è scivolato verso un futuro prossimo, un presente dilatato, atemporale. Pochi sogni, nessun ideale da realizzare: ognuno chiuso nel proprio angusto mondo, spesso intriso di rimpianto, di rancore.
Le uniche figure che conservano umanità, capacità di emozionarsi, energia vitale, sembrano essere i giovani marginali, le ragazze in fuga, i bambini che anche di fronte alla morte sono capaci di reagire, affrontandola.
Così, tra le pieghe di un’esistenza che sembra cristallizzata nell’inerzia e nell’apatia, può apparire d’improvviso una possibilità nuova, una speranza, persino l’amore.
Un libro pieno di gatti con nomi strani, di cani che si chiamano Platone, ma anche di adolescenti che del filosofo e della sua allegoria della caverna, sono affascinati.
Un racconto presenta un identico inizio per uno svolgimento e un finale completamente diverso, quasi fosse l’uno la cover o il remix dell’altro, come si usa tra i musicisti e i dj.

LA RECE DELLA KATE:

Come dico sempre, che io lo volessi o no, sono letteralmente (e letterariamente) incappata nell’horror. O l’horror è incappato in me? Comunque… le cose stanno in poco posto: l’horror mi circonda, così come il fantastico. Le case editrici e gli scrittori che trattano questo genere letterario mi vogliono bene e io voglio bene a loro. Molto. Ma ho sempre pensato che non avrei voluto – né mi farebbe gioco – fossilizzarmi su un genere solo, ché un genere solo poi ti toglie energia, fantasia, ti toglie le parole di bocca, ti toglie ossigeno dal cervello. Ma certamente non è facile inserirsi in altri circuiti, soprattutto se buona parte del tuo blog è dedicato alla letteratura di genere. Risultato? Ah, niente, gli altri libri me li compro ahahahahaha!

Poi però ogni tanto capita la sorpresa. Arriva un romance, un fantasy, un giallo… e io scodinzolo felice, perché mettermi alla prova con altri generi mi piace e mi esalta. Un nuovo genere significa nel novanta percento dei casi altre parole da scegliere, altri circuiti mentali da attivare, altre persone a cui parlare.

Capita anche che ti arrivi una antologia via l’altra e tu pensi “Adesso basta”, perché le antologie sono facili da recensire come un trattato di neuropsichiatria.

Ma ti arriva una mail, ti viene proposta una antologia che parla di ragazzi e tu non riesci a dire di no.

E dici di sì.

Subito, di getto.

Anche se avevi detto che di antologie e di raccolte di racconti ne avevi piene le scatole.

Anche se tu stessa scrivi racconti e dopo aver letto tutte quelle antologie sei giunta alla conclusione che tu una raccolta di tuoi racconti non la farai mai.

Insomma.

Pocofuturo.

Pocofuturo è un titolo che non mi piace, mettiamolo in chiaro sin da subito, così ci togliamo il dente e andiamo via svelti svelti.

Pocofuturo è una raccolta di racconti che un giovane autore, Beducci, ha creato per noi nel tentativo di immortalare, senza filtro alcuno, un mondo fatto non solo da imprenditori, non solo da genitori, non solo da politici, non solo da economi, non solo da grandi multinazionali, non solo da gente adulta che ha già il potere (e che spesso lo sfrutta molto male), ma anche da ragazzi. I ragazzi che spesso non vediamo, che fanno casino per prendere aria, che sgranano gli occhi perché vogliono vedere, che ballano e sballano perché troppo hanno visto, che soffrono senza risposte; i ragazzi a cui spesso non si chiede “Come stai” e che, come il protagonista del primo racconto, altro non cercano che lacrime da piangere e qualcuno che accolga i loro silenzi. Poi c’è Giovanna, che va troppo di fretta per vedere davvero; Cesare che confonde amore e vendetta; Alice che sente nel petto un grido che somiglia alla parola libertà; c’è Emma che sorride e dice di star bene; c’è Briciola, futuro blogger, lucido e tagliente come una trappola per cacciatori.

Hanno tutti un nome, una storia e una famiglia. Sono ragazzi come tanti, come noi, come i nostri figli. Ci sono cose che capiscono bene (“Sono tutti zombizzati” dice Alice alla sua amica) e ci sono cose che non capiscono affatto (ma la morte, chi la capisce davvero?). Cose che possono fare e cose che non può fare nessuno. E allora non resta che vivere facendo meno male possibile e sentendo meno male possibile.

Perché gli ho dato 7?

Pocofuturo è un titolo triste. Anche alcuni racconti lo sono. Altri invece no, o a me non è parso. Non è una raccolta horror (anche se l’ultimo racconto…), insomma. Sono racconti, punti di vista, idee sparse sulla vita. Che detta così viene da dire Uh santa paletta che due palle, arriva il filosofo!

Invece no.

Invece no!

A parte che finalmente sono incappata in una raccolta di racconti breve (qualcuno lassù mi ama), sono anche incappata in una voce giovane, fresca, umile, gentile. Gentile anche quando parla di cose non bellissime, anche quando non c’è lieto fine alcuno, anche quando non ce lo aspettiamo.

Non è un urlo, non è un sussurro altrettanto spaventevole: è il quieto chiacchierare di chi vuole dirci qualcosa senza scioccarci, con il solo intento di metterci a conoscenza di qualcosa che gli preme. Una voce limpida, ferma e sicura. Uno sguardo a fuoco che non è disfattista ma nemmeno inutilmente edulcorante.

Il lettore viene catturato da una prosa veloce che non è mai sincopata o dall’effetto “avevo il caffè sul fuoco” ma comunque lieve e sincera e modesta e quindi, nonostante tutto e per una volta, tranquillizzante.

Il mio racconto preferito? Io ho ragione. Una chiusa spettacolare e, purtroppo, molto molto vera. Siamo disattenti, rabbiosi, incivili. Quando abbiamo ottenuto ciò che vogliamo passiamo all’obiettivo successivo, alla prossima lotta, alla prossima sberla da dare. Vogliamo cose, stringiamo con i denti, ringhiamo come cani ammalati e alla fine vogliamo solo quello: non l’oggetto del contendere, non la vittoria. Solo la lotta. L’adrenalina della battaglia. Mors mea, vita tua.

Pollice alto quindi per questa breve raccolta (dal titolo brutto) che, però, sa far sentire la sua voce.

Non badate al titolo. Per me il titolo doveva essere Moltofuturo, perché nonostante tutto per queste persone c’è un futuro, c’è possibilità, c’è tutto un ventaglio di colori. Ed è vero che attorno a loro c’è gente dal pocofuturo, ma bisogna pensare a loro, al loro Moltofuturo.

Scaricate il file.

 

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