Brew

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Titolo: Brew

Autore: Bill Braddock

Editore: Dunwich

Anno: 2016

Pagine: 296

Prezzo: 3,99 euro in formato digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Siete mai stati in una cittadina universitaria di sabato sera quando c’è la partita di football? Ubriachi affollano le strade, facendo gli spacconi in gruppi rumorosi e festanti, come marinai in licenza. Quelle notti pulsano di un’energia oscura perché sotto tutti i cori e le risate si cela un sostrato di malizia.
Da questo suolo spoglio nasce Brew, una vicenda che si svolge in una sola notte apocalittica in cui gli abitanti di College Heights si trovano a sostituire birra e karaoke con incendi, omicidi e cannibalismo. Un attimo prima, tutti si stanno divertendo, facendo festa come dopo ogni vittoria della squadra di casa, quello successivo, l’intera città sembra una distesa infernale.
Un cast di improbabili eroi – tra cui un carismatico spacciatore, un veterano dell’esercito e una ragazza dura come il cuoio – lotta per sopravvivere, mentre Herbert Weston, il brillante sociopatico che ha progettato l’intera catastrofe, si gode il caos, realizzando le sue sadiche fantasie.

LA RECE DELLA KATE:

Provate a seguirmi… ci siete?

Eccoci.

Ci troviamo in una delle tante città italiane, una a caso, scegliete voi. Scegliete la vostra città, sceglietene una diversa che vi piaccia… fate come volete. Siamo in estate, fa caldo, i vestiti si appiccicano anche un pochino addosso, nonostante il sole sia calato da un pezzo. Ovunque, sotto i portici e lungo le strade, dalle finestre aperte e dai finestrini abbassati, si sentono arrivare grida di gioia e di giubilo, a volte anche un pochino esagerati. Trombe da stadio, clacson, pentole… qualunque cosa. Cosa sta succedendo, secondo voi? Lo riuscite a fare, questo sforzo di fantasia?

Ma certo, l’Italia ha vinto gli Europei!

Io di calcio non ne so nulla, non sto guardando nemmeno una partita, né mai ne ho guardata una. Ma so quello che succede quando si vince: caroselli, urla, musica, piazze colme di giovani e meno giovani, donne e bambini, alcolici e via che si festeggia sino al mattino. Fa parte del gioco, della festa, dell’allegria. Poi ci sono quelli che si chiudono in casa, come me. E ci sono quelli che brontolano, dicendo che gli italioti scendono in piazza solo per il calcio.

Ma torniamo dai nostri amici eccitati e allegri, d’accordo? Mettiamoci in un angolino e osserviamo. Tutto a un tratto, in mezzo alla musica, si alza un grido. Quasi non si sente, in molti nemmeno ci fanno caso. Poi, però, eccone un altro. Un altro. Un altro ancora. No, non è gioia. Non è adrenalina. Sono grida di paura, anzi no… di terrore. Di dolore. Molto prima di poter pronunciare anche solo un’intera frase, nell’aria si diffonde un odore acre, di ferro, che prende la gola. Gli occhi saettano sulla folla ma faticano a mettere a fuoco e ad accettare ciò che sta succedendo: centinaia, migliaia di persone si stanno letteralmente massacrando le une con le altre; picchiano, mordono, strappano, calpestano. Le vittime non si contano, i sanpietrini sotto le nostre scarpe si fanno scivolosi, lordati dal sangue. La città è nel caos. Salvarsi è impossibile.

La sentite la paura?

Tutto questo (e molto di più) è Brew.

È una sera come tante altre, o almeno così sembrerebbe, quando all’improvviso il caos prende piede. Succede così, come succedono sempre le cose, all’improvviso. Ci sono Steve – uno spacciatore perbene – e Cat -una giovane e cazzuta signorina. Ci sono Lizzie e Gabbie in vena di divertimenti serali. C’è Joel, che gestisce un sito porno. Ci sono Charles – un professore ritirato dall’insegnamento – e sua moglie, malata di cancro allo stadio terminale. C’è Demetrius, un ex militare.

Ogni capitolo, un modo diverso di vedere e di affrontare ciò che sta accadendo, di gestire le tante informazioni che arrivano al cervello, di controllare la paura, di difendere la propria vita da tutte quelle persone che, là fuori, sembrano aver perso completamente il senno.Si uccidono, là fuori. Si fanno fuori come bestie al macello. Non c’è limite allo schifo, al disgusto, alle aberrazioni. Non c’è un perché, non c’è una ratio, non c’è un solo diavolo di motivo per cui tutto questo debba accadere proprio lì, proprio in quella piccola cittadina universitaria, proprio a loro. Eppure sta accadendo e l’unica cosa da fare è tenersi lontani dai guai, da tutti quelli che sono impazziti e che schiumano roba verde dalla bocca e che vanno in giro martoriando chiunque passi loro accanto.

Poi c’è lui: Herbert. Nemmeno trent’anni ma ne dimostra quaranta, dita ingiallite dalla nicotina, denti sporchi, occhiali enormi e quintali di forfora. Una specie di nerd molto sporco, molto brutto e molto, molto cattivo. Il classico sfigato che nessuno vuole, uno di quei geni che non sa stare al mondo e che, da sempre, è preso di mira. L’ultimo a essere invitato, quello che nessuno vede, nessuno sente. Lo sguardo acquoso e bovino, i movimenti viscidi della preda che sta per trasformarsi in terribile predatore. Un’intelligenza fuori dalla norma e una voglia matta di vendetta. Sta lì, in un angolo, a godersi lo spettacolo.

Salvarsi, ve l’ho detto, è impossibile.

PERCHÉ GLI HO DATO 8:

Dalle atmosfere molto simili (leggendo le altre recensioni su Amazon vedo che non sono l’unica a pensarlo) a quelle del celebre film horror La notte del giudizio che tanto ho amato, questo romanzo sale di diritto nel mio personale Olimpo horror-splatter.

Brew, signori miei, è tutto quello che avete sempre desiderato leggere e che nessuno ha mai scritto.

Ha un ritmo invidiabile, personaggi sorprendentemente azzeccati, atmosfere da paura che prendono vita attraverso le pagine del libro per dispiegarsi davanti ai vostri occhi come se fosse davvero un film. Sarete voi stessi a camminare lungo le vie della città, sarete voi stessi a essere braccati, sarete voi stessi a pregare di non essere uccisi da quei… mostri che camminano lungo la strada. E quei mostri non sono zombie, non sono cani rabbiosi, non sono alieni; sono i vostri vicini di casa, i vostri compagni di università, la segretaria, o i vostri stessi genitori. Perché loro sì e voi no? Correrete, spinti da Braddock, ma intanto proverete a risolvere l’arcano: cosa sta succedendo? Che strana notte del giudizio è mai quella?

Brew è un concentrato di sangue, orrore, violenza e roba così splatter da far vomitare. Ma ragazzi, vi giuro che è… fenomenale. Ed è fenomenale perché io (lo sapete), che non guardo sempre con occhio benevolo questo genere di letteratura proprio perché tante volte mi pare che la vita sia già abbastanza angosciante, paurosa, violenta e che proprio non ci voglia anche un libro a rendere tutto ancor più difficile, non l’ho trovato per niente disturbante. E se vi parlo di me e di come io l’ho vissuto è perché voglio mostrarvi la conclusione alla quale sono giunta: Brew è vincente perché l’autore ha dosato ogni ingrediente del suo romanzo con una precisissima bilancia e questa precisione, questa cura maniacale, questa attenzione hanno fatto in modo che non ci sia mai un effetto “ridondanza”, che non ci si trovi mai di fronte a quel senso di fasullo e di esagerato che tante volte invece di dare potenza a una storia ne piuttosto toglie veridicità.

Avrei forse voluto meno personaggi in giro per la città e quindi meno storie da seguire (anche perché alcune non sono poi interessantissime) ma rimane il fatto inconfutabile che si tratta di un romanzo molto buono che diverte e che intrattiene, che sconvolge e che talvolta colpisce per certe immagini davvero bellissime, un po’ da film e un po’ da videogioco.

Consigliatissimo.

LA CITAZIONE:

“«Scappa», gli disse, la voce affaticata e ruvida. «Burt è impazzito.»

Di sopra, Burt si appoggiò alla finestra dalla quale aveva lanciato la moglie e ululò di nuovo. Charles battè gli occhi. Cosa si faceva quando il vicino aveva un episodio psicotico? Gli si parlava fino a farlo tornare in sé? Charles lo osservò mentre si affacciava alla finestre rotta, con i frammenti di vetro che gli spuntavano dalle mani come denti. Aveva gli occhi spalancati che roteavano nelle orbite.[…] Quindi si lanciò in aria, a braccia aperte come una pantera che balzasse sulla roccia. Charles si tirò indietro e Burt atterrò al suolo e lì rimase accasciato, respirando ma senza muoversi.”

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