La voce dell’acqua

Voce dell'acqua GRIGIOCOPE interna

Titolo: La voce dell’acqua

Autore: Stefano Mazzesi

Editore: Clown Bianco

Anno: 2016

Pagine: 51

Prezzo: 1,99 euro in formato digitale

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Tommy ha quindici anni, veste sempre di nero, porta i capelli lunghi, indossa catene e borchie e ascolta musica black metal. E sente le voci dell’acqua. Trascorre ore sotto il getto della doccia: l’acqua gli racconta le cose senza tralasciare nulla, sale e scende nelle tubature e durante il tragitto raccoglie le voci e i suoni del Palazzone. Quando Alina viene uccisa, tutti sono convinti che il colpevole sia Romano, l’uomo per cui lei lavorava come badante, un violento che ha già ucciso in passato. Ma Tommy sa che non è stato lui, perché nell’acqua ha sentito la voce dell’assassino. Nessuno gli crede, neppure l’amico del cuore Nico. Neppure suo padre. Quando la voce dell’assassino diventa una faccia, Tommy crede che sia tutto finito. Ma non è così e, come uno tsunami, la verità spazzerà via il suo mondo.

LA RECE DELLA KATE:

Io quindici anni li ho avuti.Mi truccavo da bestia, pesavo troppo e mi vestivo come una cretina. Non che io ricordi perfettamente, ma posso supporre che fossi un pidocchietto molto annoiato e strafottente. Anzi, che io fossi strafottente lo so per certo. Di stare in casa m’importava poco. Uscivo continuamente in bicicletta. Lettore CD, zainetto, acqua nella borraccia e chi mi vedeva più. Certamente non mi drogavo e non bevevo, ma sicuramente ascoltavo musica di merda. Ma che poi… di merda… parliamone. Quelli erano i ruggenti anni post-Take That, gli anni delle boy band e degli ormoni che volavano di qua e di là come farfalle ubriache. Insomma. Io prendevo la mia bicicletta (una favolosa mountain bike color giallo fluo con tanto di sacche laterali) e stavo fuori casa ore e ore. Cosa facevo? Pedalavo a folle velocità per un pochino nel tentativo di scaricare la tensione adolescenziale, mi fermavo in un punto qualunque della campagna, tiravo fuori un libro e buonanotte popolo. Questa era la mia gioventù in un piccolissimo paese di campagna tra filari di vite e campi di grano. Quella ero io.

E Tommaso? Non è poi così diverso, in fin dei conti.

Certo, lui abita in uno di quegli orrendi palazzoni che si possono vedere ancora adesso nelle città più grandi. Quelli enormi, grigi, tutti uguali, tutti appiccicati. Quelli che se io apro la finestra e tu pure possiamo tranquillamente berci il caffè senza nemmeno muoverci da casa. Ci parliamo così: finestra-finestra. Quelli che a volte diventano città dentro le città, con le loro regole scritte e non scritte. Quelli che vedono passare intere generazioni, che se i muri potessero parlare chissà cosa direbbero, chissà quante vergogne, quante urla, quante mani sulla bocca a soffocare gemiti di sorpresa. Quelli che i muri, poi, non sono nemmeno così spessi e che alla fine se sai tutto di tutti non è perché le voci girano, ma perché magari eri in cucina mentre quelli del piano di sopra facevano all’amore e tu hai sentito tutto e hai sentito che la voce femminile non era mica quella della moglie del vicino del piano di sopra, proprio no.

E se i muri non possono parlare (ringraziamo), Tommaso invece può. Ha quindici anni, beve troppo, fuma troppo, ascolta musica di merda e passa troppo tempo in casa facendosi una doccia via l’altra, senza nemmeno lavarsi davvero, ché se si lavasse davvero ogni volta allora bisognerebbe farlo psicoanalizzare. No, lui nella doccia ci va per sentire le voci. L’acqua gli parla, gli porta le voci del condominio, le parole riempiono il bagno e la sua testa e lui sa molte cose che non dovrebbe sapere, che nessuno dovrebbe sapere. Non dovrebbe nemmeno sapere cosa è accaduto ad Alina, la badante-puttana del vicino di casa. Invece lo sa, l’acqua glielo ha detto, glielo ha sussurrato.E lui adesso sa e non può tacere, soprattutto col suo migliore Nico. Anche se la realtà è terrificante, vergognosa, pericolosa. Anche se il nome che pronuncia dovrebbe essere l’ultimo, se quell’uomo – proprio lui – dovrebbe essere l’ultimo a cui pensare, quello a cui nessuno vorrebbe pensare. E poco cambia se Nico gli ride dietro, poco cambia se nessuno gli crede. Tommy è certo di sapere, di aver capito tutto, almeno fino a quando la verità – quella vera e cattiva – non gli viene rigettata addosso, acida com’è, velenosa com’è.

PERCHÉ GLI HO DATO 7:

Cominciamo dal macro: titolo e cover non mi piacciono (alé).

Il titolo è scontato e a mio parere non molto incisivo. La cover non rispecchia i miei gusti anche se, lo ammetto, risulta comunque piuttosto evocativa. Il rosso cupo che sfuma nel nero per poi perdersi dietro al palazzone rende bene l’idea del segreto, della bruttura, della minaccia. Se è vero che è un brutto palazzo di periferia come tanti altri, è anche vero che qualcosa di diverso c’è: in quel palazzo qualcuno ha ucciso Alina, e quel qualcuno sta proseguendo la sua vita come se nulla fosse accaduto.

La voce dell’acqua è la voce di Tommy, è la voce che Mazzesi ha voluto dare al suo personaggio ed è anche il vero punto di forza di un racconto molto breve del quale ben presto si annusa il finale. Tommaso, come anche l’amico di sempre Nico, sono così ben tratteggiati dalla penna di Mazzesi da diventare reali e possibili in pochissime pagine. Tommy e Nico sono tutti i ragazzini confusi e fintamente incattiviti che vediamo per le strade delle nostre città, tutti neri per meglio confondersi in mezzo alle ombre e alla sporcizia, tutti neri per non essere ricordati, tutti neri nel tentativo di fare paura e di allontanare tutto, soprattutto il male. Viene spontaneo chiedersi cosa ne sarà, di questi due ragazzi. Che ne sarà di Tommy, dopo che la verità sarà andato a cercarlo? Si abbandonerà al male, stremato, o lo rifuggirà per sempre cercando di dimenticare gli orrori e le violenze di quel palazzo? Che ne sarà di Nico, sicuro com’è, cinico com’è, ancora ragazzo ma con la testa di un adulto?

La narrazione fluida e addolorata di Mazzesi sembra essere quella di un cronista esausto e impotente. La narrazione di qualcuno che ha saputo e che deve riportare ma che ne avrebbe fatto volentieri a meno. Manca il pathos di chi gode dell’intrigo, si sente sulla pelle la fatica di chi deve comunicare fatti troppo brutali accaduti a chi non dovrebbe mai essere messo in mezzo: i bambini.

Perché cosa, se non bambini, sono Tommy e Nico? Cos’altro sei a quindici anni, in un brutto palazzo, senza qualcuno che si prenda davvero cura di te ? Sei un bambino che si traveste da adulto cattivo, che fuma male, che si veste male, che tenta di abbruttirsi per non dare nell’occhio ché tanto ormai qui tutti si sono abbruttiti, volutamente o meno.

Un racconto sospeso tra la brutale realtà e l’onirica magia dell’acqua, che smette i suoi panni simbolici di pulizia e candore per vestire panni ben più foschi e tetri.

LA CITAZIONE:

In vita mia non ho mai usato la vasca, odio la vasca, è triste e noiosa. Fare la doccia invece mi esalta, passerei ore sotto il getto tiepido.

In ascolto.

Perché nell’acqua ci sono le voci.

Me ne accorsi tanti anni fa; ero molto piccolo e il babbo mi stava lavando quando sentii per la prima volta quei suoni strani, misteriosi, che mi facevano stare bene. Non comprendevo il significato di quelle parole, ma in quel momento decisi che le voci dell’acqua sarebbero state al centro della mia vita e che la doccia sarebbe diventata il mio regno.

Annunci

2 pensieri su “La voce dell’acqua

  1. Pingback: Una bella recensione per “La voce dell’acqua”

  2. Pingback: Una bella recensione per “La voce dell’acqua” da La Kate dei Libri

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...