Pedro Felipe

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Titolo: Pedro Felipe

Autore: Emanuele Tirelli

Editore: Caracò

Anno: 2014

Pagine: 150

Prezzo: 12 euro per la versione cartacea – 4,99 euro per la versione digitale

Il voto della Kate: 8

SINOSSI:

Un romanzo che è la narrazione di più luoghi, di più sentimenti e di più linguaggi. Dalla Spagna all’Italia e dall’Italia alla Spagna. Pedro Felipe Colella è il protagonista e il pensiero di questa storia in cui il bene e il male si incontrano tanto da vicino da non riconoscersi e da animare la vita di tutti i personaggi che si muovono intorno a lui. Legami che distendono, legami che feriscono e altri ancora che non vengono compresi. Lotte che appartengono al passato e lutti così presenti da cambiare il corso della storia. È il ritratto di una grande passione per una donna, per la propria famiglia, per la propria terra, per il mare che bagna tutto senza prenderlo. Un mare, appunto, che non c’è, perché lascia le pareti di una stanza color blu e un luogo in cui il pensiero diviene la realtà dei ricordi.

LA RECE DELLA KATE:

Mi chiamo Pedro Felipe, come il protagonista di una canzone di Rino Gaetano. 

Zia Letizia non perdeva occasione per ricordare la scomparsa del signor Gaetano: 2 giugno 1981. Fu lei ad avvertire i miei genitori. Io ero troppo piccolo per ricordarlo, ma lei ha sempre assicurato strazi, pianti e singhiozzi.

Mi chiamo Pedro Felipe Colella.

Il mio nome si scrive tutto insieme, senza virgola.

È un mondo ben strano quello nel quale ci troviamo – nostro malgrado oserei dire – a vivere.

Mai come oggi, un doloroso (uno dei tanti) day after, ci troviamo a pensare che tutto quello che abbiamo è poco più di un sogno, di un’ingenua e infondata certezza, eppure e forse proprio per questi motivi, un incredibile lusso. E se possedere è lusso e mantenere ciò che si possiede è vaga speranza, c’è una cosa che nessuno potrà mai toglierci: la nostra essenza, che è racchiusa nella nostra anima e nel nostro nome. Il nostro nome e il nostro cognome rappresentano buona parte di quello che siamo. Quello, nessuno potrà mai togliercelo.

“Mi chiamo Pedro Felipe Colella” è, a suo modo, una dichiarazione di profonda indipendenza dal mondo e dalle sue atrocità, un urlo accorato ma pacifista verso tutti coloro che fingono di non capire o che, più probabilmente, non capiscono davvero. E quel nome, ripetuto in maniera così chiara e seria, è tutto quello che Pedro, protagonista di questo romanzo, può offrire come pegno della sua sincerità.

Pedro Felipe Colella nasce in Spagna, nel barrio del Polve, da due italiani del Sud, Francesco e Adriana. Pedro Felipe porta addosso il calore del sole spagnolo, la polvere sotto i piedi, il vento tra i capelli. Non ha idea di come sia vivere un’altra vita perché la sua è lì, tra palloni e biciclette, chiasso e risate, tra quella lingua arrotata e dolce che sembra sciogliersi tra gola e bocca e che sentiamo distintamente tra una pagina e l’altra, così chiara e schietta, foriera di cose belle, ricordo di canzoni d’amore e piena di profumi e d’incanti. La sua vita è fatta di cose piccole ma indispensabili, come sono sempre le cose quando sei bambino e pensi che tutto abbia inizio e abbia fine da mamma e papà. In effetti per i bambini è proprio così che vanno le cose, e per Pedro Felipe non andrà diversamente. Costretto a tornare in Italia, il suo risveglio sarà abbastanza brusco e certamente non indolore. Poco importa se il rientro è stato necessario affinché mamma potesse seguire la nonna molto malata, la verità è che Pedro Felipe è e sarà sempre il diverso, occhi e pelle scura in una classe di bambini milanesi che continuano a chiamarlo “terrone” e ai quali importa poco o nulla che non sia affatto “terrone” ma sia spagnolo di Spagna, nato in terra spagnola da due genitori italiani.

L’incontro con il Muchacho, proprietario di un bar di dubbia fama nel centro di Milano, segnerà l’intera esistenza del buon Pedro Felipe, per adesso ragazzo con la testa sulle spalle non particolarmente rissoso, turbolento, caratterialmente difficile o – diciamolo – caratterialmente interessante. Pedro Felipe è uno fra i tanti, uno che non ha la benché minima intenzione di spiccare tra la folla e che anzi, in mezzo alla folla tende a mimetizzarsi, come timoroso di arrecare disturbo al prossimo. Sul Muchacho, invece, molto si dice e molto si racconta. Soprattutto sul soprannome che porta e che pare essergli stato affibbiato da tal Don Jaime, malavitoso di Spagna che si era visto strappato un nipote alla vita proprio per mano del Muchacho. Insomma, molte le voci, nessuna certezza. Se non una: Claudia, la figlia.

E tra tutte, proprio di Claudia si deve innamorare quel Pedro Felipe un po’ impacciato di vivere, un po’ sotto la soglia di umano interesse. Proprio di lei. E proprio con lei tornerà nella sua amata Spagna, là dove tutto è iniziato, in mezzo a mamma e papà, perché a Claudia lui vuole dare il meglio, amarla sopra ogni misura, come se fosse l’ultimo giorno.

Amai Claudia tra le lenzuola regalate dal Muchacho poco prima di partire. La amai come un giorno non dovesse amarmi più, con l’incoscienza di quel giorno orrendo. La amai più che potevo, anche per  giorni in cui non mi avrebbe amato più, per farle restare addosso quell’amore, il mio amore, per mesi, per anni.

E così Pedro Felipe ama Claudia, giorno dopo giorno dopo giorno, nel piccolo appartamento così a misura d’amore di espatriati, così a misura di Pedro Felipe, abituato alle cose piccole e sicure, lui che ogni sera teme che la sua Claudia non torni, che anche lei sia insicura come tutto il resto. E mentre traduce guarda la porta, come fanno certi cani in attesa del loro padrone, loro che non sanno distinguere lo spazio dal tempo.

E il racconto, dapprima così tranquillo e ordinario, così romantico e scanzonato, in quella Spagna che essendo inverno scolora e perde tono,  subisce una violenta virata e il lettore viene sbalzato senza preavviso in una situazione sì pericolosa e inquietante, ma anche bizzarra e surreale che vede come protagonista quel losco Don Jaime di milanese memoria, quello legato al nome del quasi-suocero, quello a cui il Muchacho avrebbe ammazzato un nipote, ecco, proprio lui. Lui e un paio di altri loschi individui, certamente, gli scagnozzi tanto raccontati nei libri, quelli che seguono passo passo il loro boss e che gli assicurano eterna protezione. Poco importa se i due loschi figuri non farebbero paura nemmeno a una paperella di gomma e se Don Jaime lo tratta come si potrebbe trattare il garzone del negozio sotto casa: è chiaro che quella è una specie di organizzazione criminale e che sì, il Muchacho qualcosa ha fatto e che sì, adesso ci deve andare di mezzo lui, Pedro Felipe, uomo al soldo della criminalità organizzata (circa) spagnola.

Pena la sua vita.

Crede.

Ma nel dubbio meglio crederci che no, ché altrimenti se non ci credi e poi t’ammazzano hai fatto pure la figura dell’imbecille.

Ma Pedro Felipe è uno che si conosce bene, e sa altrettanto bene di non essere capace. Lui ai servigi della mafia locale?

Ne vedremo delle belle, ma anche delle meno belle.

Il racconto è scanzonato ma non privo di una sua commossa e commovente umanità e maturità, mentre i toni leggeri e le situazioni surreali servono solo ad aumentare quel senso di umano spaesamento che si ha sempre davanti alla morte o alle tragedia, e che ammanta il tutto di un’aura di curiosa fascinazione che da sempre attira l’essere umano.

Pedro Felipe è insomma vittima e mattatore in una sola persona, unica e umana chiave di volta di uno spettacolo tenuto in piedi da un one-man-show di incredibile bravura pronto a parlarci di morte e perdita con un sorrise triste da clown, parte ancora stupito dalle luci di scena puntate sul suo volto, parte assuefatto, parte inorgoglito.

Non fatevi ingannare, insomma, dal tono ilare e giocoso.

Tirelli ci racconta una storia che è anche la nostra, uomini perennemente in bilico, impauriti da tutto quello che non conosciamo, impauriti da tutto quello che potrebbe – anche solo in potenza – portarci via ciò che abbiamo.

Perché siamo tutti un po’ Pedro Felipe.

A volte, per non vedere, chiudiamo gli occhi e fuggiamo. Spegniamo la televisione e la radio, chiudiamo un occhio e anche due, perdoniamo anche quando non dovremmo, ridiamo tra le lacrime per non mostrare debolezza, mostriamo il fianco per paura di una punizione ancor più grande e dolorosa, ci attacchiamo alle cose e alle persone non per amore ma per senso di possesso.

Quella che ci dà Pedro Felipe è una lezione importante, da non dimenticare.

Da non dimenticare soprattutto perché ci viene data davanti a un bicchiere di vino, a cavalcioni su una sedia, con quell’aria sorniona e fanciulla di chi dalla vita deve ancora – in realtà – imparare qualcosa.

E quelle persone lì, quelle che dalla vita devono ancora imparare tanto, sono spesso le migliori.

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