La torre delle ombre

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Titolo: La torre delle ombre

Autore: Claudio Vergnani

Editore: Nero press

Anno: 2016

Pagine: 258

Prezzo: 15,00 euro per il formato cartaceo – Prossimamente disponibile anche in formato digitale

Il voto della Kate: 9

SINOSSI:

In una città consegnata all’anarchia, preda di grottesche e letali bande criminali, logorata da cambiamenti climatici e rassegnata a un futuro dove la speranza è il lusso di pochi, i due protagonisti – Claudio e Vergy – tirano a campare, cercando di resistere al logorio di una vita priva di senso e di sbocchi, grazie a una rigida routine giornaliera fatta di allenamento fisico, di strategie per procurarsi il cibo e di stratagemmi per sopravvivere agli artigli affilati di quella società che non offre alcuna protezione ai perdenti, agli abbandonati, ai reietti. Su questa metropoli in pieno degrado si curva minacciosa l’ombra della Torre, luogo di perdizione e malaffare da cui è bene tenersi alla larga. Almeno fino a quando la richiesta di aiuto di un vecchio amico, non porterà i due protagonisti a scalare il gigante di cemento e ferro alla ricerca dell’ultima scintilla di un antico valore, che potrebbe riscattarli da quell’esistenza di squallore. In questa nuova epoca nella quale il futuro si mescola al presente e al passato, i due amici si ritroveranno invischiati nel perverso meccanismo del Salone dei giochi, una nuova e crudele forma di intrattenimento dove il divertimento di pochi danarosi e senza scrupoli – si misura sulla sofferenza dei più deboli…

LA RECE DELLA KATE:

Si può leggere, leggere e ancora leggere. Si può leggere per scappare da qualcosa o da qualcuno, per dimenticare, per passione, per lavoro, per noia e per tutte queste cose insieme. Non c’è che l’imbarazzo della scelta, perché questa è l’era di Internet, di Kindle, del self-publishing, delle librerie virtuali, di quelle fisiche a due o tre piani. È l’era dell’emozione prêt-à-porter. Voglio essere uno scrittore? Scrivo qualcosa e lo getto su Amazon. Voglio leggere? Accendo il reader e scarico un libro a caso. Tutto e subito. Non c’è attesa, non c’è desiderio riposto. È un chiedere-avere in perfetto sincrono che, forse, qualcosa ci toglie.

Ma non è questo quello di cui volevo parlare; volevo invece dire che in mezzo a tutto questo, in mezzo a tutta questa disponibilità di materiale, di romanzi, di storie altrui, di idee altrui, di mondi immaginari, di possibili fughe dalla realtà… be’, rimaniamo comunque soli. Il libro inizia, il libro finisce. Spesso svegliandoci bruscamente, spesso senza lasciarci nulla più che un vago senso di delusione e di rammarico. Un altro libro terminato, un altro libro che tra poco più di quarantotto ore non ricorderò più. Quanti sono i libri che avete letto e che non ricordate in nessun modo? Se ne parlava giusto questa mattina in un gruppo Facebook che frequento: non ricordarsi le trame e i plot dei romanzi è cosa più comune di quanto si creda. Ma questo perché accade? Accade perché spesso leggiamo storie mediocri, inadatte, bastevoli giusto di un’occhiata, bastevoli giusto di una corsa sola andata per quella sterminata terra di nessuno chiamata Dimenticatoio. Non possiamo davvero ricordare tutto. Sarebbe inumano, e pericoloso e doloroso. Ed ecco allora che i nostri ricordi hanno il dovere di essere belli, meritevoli del nostro sorriso. Un bel libro è un libro immortale. Un bravo autore è un uomo che non conosce la morte.

Che sermone!

Proseguiamo…

Quello che volevo dire, e che sto elaborando in maniera molto faticosa, è che credo che, parlando un certo tipo di letteratura, Claudio Vergnani sia un immortale, e che i suoi lavori (tutti, nessuno escluso) siano, grazie alle loro caratteristiche peculiari, coraggiosi (che rarità, di questi tempi!) e memorabili. La torre delle ombre esce a breve distanza da Lovecraft’s Innosmouth – Il romanzo, nel quale abbiamo incontrato dopo molto tempo i nostri eroi (a me la parola antieroi riferita a loro due non è mai piaciuta molto, vi dirò) preferiti: Claudio e Vergy. In rete riuscirete a scovare più di una informazione su questo incredibile duetto letterario, da parte mia posso dirvi che viaggiano sulla cinquantina, che hanno trascorsi militari alle spalle, che non hanno un soldo e che si trovano molto spesso invischiati loro malgrado (anche su questo avrei qualcosa da dire) in faccende molto poco chiare che prevedono comunque che le cose vadano di male (spesso malissimo) in peggio (molto, molto peggio di quanto vi aspettereste). Sboccati, inclini alla violenza e dotati di una inconfondibile ironia, condividono casa, avventure, cibo e – crediamo – anche donne, quando necessario. La loro forza sono l’unione e l’assenza di paura. Morire è un’opzione nemmeno così remota. A piangerli, nessuno. Il trucco sta nel morire con dignità, chiudendo – come ricorda la quarta di copertina – i conti, così come deve essere fatto, così come si addice a un uomo.

Quanti anni sono passati dalle avventure de L’ora più buia? Non è dato saperlo, né sappiamo se la città vagamente descritta sia sempre Modena (ma si suppone, giacché è ancora in piedi la magione di Vergy), ma sappiamo che le cose hanno preso, per tutti, una piega brutta sotto molti aspetti. Il clima è impazzito, la terra non smette di tremare, il divario tra ricchezza e povertà si è fatto così evidente da sfiorare il grottesco e, ai margini della società, fisicamente e moralmente, le Concimaie, spazi abbandonati nei quali trovano rifugio gli ultimi tra gli ultimi, i derelitti, coloro che hanno abdicato al loro ruolo e i Vampi, quei vampiri mutilati e ridotti a esseri molto simili a tossici scampati alla mattanza vampirica ben nota ai lettori della succitata trilogia vampirica (Il 18° vampiro, Il 36° giusto, L’ora più buia). Claudio e Vergy offrono al lettore uno spettacolo ben misero: sono sì vivi, ma ben diversi da come li ricordavamo. La cicatrice a stella sulla guancia di Claudio racconta di un tentativo di suicidio, le condizioni in cui versa la casa di Vergy parlano di abbandono e di miseria, di assenza di speranza. Non li ricordavamo così, proprio no. Logori e rattoppati non sono che una vaga ombra dei due protagonisti che avevano sfidato, vincendo, la Morte. Ora, forse, se la Morte non cala la sua falce su di loro è per un inconsueto gesto di pietà. Sono stanchi e sono sporchi, sono a un passo – crediamo – dall’abdicare a loro volta al loro ruolo. Digrigniamo i denti: non possono farlo. L’incontro con Matthew, il nano ivoriano già co-protagonista delle avventure vampiriche, pare un buon inizio. Vero che sicuramente ci saranno guai all’orizzonte, ma se non altro, forse, Claudio e Vergy si riscuoteranno dal loro torpore.

Pare proprio che il nano abbia svoltato: dalle auto di lusso alle guardie del corpo, dalla villa con piscina ai sigari costosi, tutto parla di denaro, di possibilità e di agiatezza. E quando si parla di soldi, Claudio e Vergy non possono che provare, se non altro, ad ascoltare e capire. Matthew ha bisogno di loro. Una ragazza, e non una ragazza qualsiasi, è stata rapita. Magda è una vampa, ma questa è la cosa meno importante di tutte. La cosa più importante è che Matthew è innamorato di lei e che a rapirla è stato Leon.

«È… è diverso. Come faccio a spiegare? Non ho mai visto uno così. Gli affideresti tua madre dalla fiducia che ti ispira, ma preferiresti avere a che fare col demonio piuttosto che con lui, se succedesse qualcosa che non gli piace. L’ho visto indossare completi più costosi del mio Suv, al centro dell’attenzione a un cocktail party e l’ho visto a braghe corte e a torso nudo in posti dove nemmeno voi due andreste senza una tuta antibatteriologica.»

Questo è tutto quello che sapremo di lui: metà demone metà angelo, a suo agio in ogni circostanza, spietato e crudele, dotato di una forza incredibile, uomo al di là del bene e del male, Leon ha anzi dato vita a un nuovo concetto di bene e a un nuovo concetto di male. Male che probabilmente non definirebbe nemmeno tale, poiché lui si limita a fare ciò che la sua morale e i suoi tempi gli suggeriscono come necessario. Lo immaginiamo fascinoso, per nulla rozzo, dalle spalle larghe e il cranio probabilmente rasato, il petto ampio e un ghigno sul bel volto. Probabilmente, per un solo attimo, resteremmo intrappolati in quell’aura speciale che ha. Probabilmente dimenticheremmo che quelle mani sono in grado di spezzare un collo con uno sforzo minimo. Probabilmente dimenticheremmo che non conosce pietà o senso di giustizia.

Sbaglieremmo.

Ma Claudio e Vergy hanno già visto, se non tutto, molto. Leon non è che l’ennesimo intoppo, l’ennesima – direbbero loro – rottura di cazzo. Niente più che un fastidio. Magda verrà riportata al nano e tutto tornerà al suo posto. Loro potranno avere i soldi e Matthew tornare nel buco dal quale è uscito.

Ma se le cose andassero così, noi non saremmo di certo qui a parlarne. E non sarebbe un horror-pulp. E non sarebbero loro, Claudio e Vergy. Che questa volta fanno l’errore grossolano di sottovalutare il nemico e di trovarsi, in questo modo, invischiati in una faccenda molto più grossa di loro che molto ha a che vedere con la torre che dà il nome al romanzo.

«Incontri di boxe a pugni nudi?» domandai.

«Sì. Pugni, calci, testate, colpi nei coglioni… Nessuna regola».

«Il marchese di Queensberry ne andrebbe orgoglioso. E come finiscono, di solito? Il perdente viene reclutato in un coro di voci bianche?»

«Uno dei due viene buttato di sotto».

«Ah, proprio così, alla mannaggia la miseria… E a che piano sono?»

«Non lo so di preciso. In alto, comunque. Dove ci sono le intelaiature. Cinquantesimo o giù di lì».

Cinquanta e più piani di una torre mai portata a compimento rifugio di povera gente che lì ci vive, senza finestre, senza nemmeno i muri, costretta a una non-vita misera e piena di paura. Cinquanta e più piani di violenza, di sadismo, di ombre che rifuggono la luce. Cinquanta e più piani di collusione, silenzio, morte. Questa è la torre, vera e ultima dimora di Leon, che ora è da trovare.

E uccidere senza pietà.

La forza viene dall’ingiustizia, dal dolore, dalla rabbia. Ed ecco che Claudio e Vergy tornano quelli di un tempo, in grande spolvero, decisi a lasciare questo mondo, se qualcuno lo deciderà, ma solo dopo aver fatto ciò che è necessario.

Vergnani torna con un romanzo distopico sì, ma anche pulp e horror dalle tinte foschissime. La torre che tanto bene e tanto accuratamente ci viene descritta è un concentrato di tutta quella malvagità che ci fa terrore e che pensiamo non possa toccare mai le nostre borghesi vite. Ma se il futuro fosse quello? Se stessimo solo volgendo lo sguardo altrove ma la Torre fosse già qui, vicino a noi, nelle nostre città? Se fosse tanto vicina da poterla toccare? Dove ci collocheremmo, noi? Che ne sarebbe di noi? Saremmo disposti, pur di salvarci, ad accarezzare il Male? Cos’è che ci rende uomini? Una casa, una famiglia, qualche soldo da spendere o quella meravigliosa e umana integrità che l’autore spesso cita, seppur senza mai giudicare? Vergnani prende in mano un grosso specchio, e lo fa con fatica. Ce lo piazza davanti e ci obbliga a guardare ciò che il riflesso ci rimanda. Ci piacerà, ciò che vedremo?

La torre delle ombre riprende non solo i personaggi, ma anche lo stile dei precedenti romanzi dell’autore, e gli amanti del genere avranno quindi il piacere di ritrovare sì vecchi amici (incontriamo anche Niccolò e l’Alamo) ma anche quello stile inconfondibile che fa dello scrittura di Vergnani un vero e proprio marchio, riconoscibile e nuovo, fresco e diverso, stupefacente e sfaccettato. Avrebbe potuto accontentarsi dell’ovvio, ma non è caduto nel tranello. Avrebbe potuto sfruttare quei vampi, avrebbe potuto cavalcare l’onda del successo della trilogia, avrebbe potuto – come si dice – allungare il brodo e giocare una partita già vinta in partenza. Ma così non è stato. Vergnani è l’uomo delle sfide e della diversità, dell’innovazione. Humor, horror, pulp e noir si fondono per creare qualcosa di estremamente nuovo che non riesce a trovare collocazione in nessuna categoria conosciuta. Lo hanno definitivo horror sociale, ma io alzo le mani. Non ho le competenze e non ho il cuore di incasellare questo autore che riesce a ubriacarci di parole, commuoverci, spaventarci, indignarci.  La torre delle ombre offre al lettore momenti di vera poesia, scorci drammatici eppur struggenti strappati alla rozza brutalità della morte e della violenza.

Come sono solita dire: leggetelo. E basta.

 Due doverose menzioni d’onore che potrei inserire nella rece ma che invece inserisco qui, in calce, perché la rece è mia e decido io.

  1. La suddivisione in capitoli: scelta che mi è piaciuta moltissimo e che rende la lettura più facile, veloce e intuitiva. Il nome dato ai capitoli, che sembrano rubati ai biscotti della fortuna cinesi, sono una genialata.
  2. La cover: so che ha ricevuto tantissimi complimenti, aggiungo la mia voce al coro. Potente, potentissima. Esprime tutto quello che deve. 
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3 pensieri su “La torre delle ombre

  1. Pep

    Ancora una volta affidano una missione a Claudio e Vergy e dopo varie peripezie Vergy (Bruce Willis della situazione) risolve tutto? Sempre uguale lo schema.

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    1. Lo schema è sempre uguale così come succede nelle saghe. Che piaccia o meno Claudio&Vergy sono gli eroi di una lunga saga.
      Così come 007 o Indiana Jones o altri famosi della letteratura italiana o straniera (i vari commissari Montalbano et similia).
      🙂
      K.

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