È la vita, Joy

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Titolo: È la vita, Joy

Autore: Nell Dunn

Editore: Sonzogno

Anno: 2015

Pagine: 126

Prezzo: 15,00 euro per la versione cartacea – 9,99 euro per la versione digitale

Il voto della Kate: 7

SINOSSI:

Londra, anni Sessanta. Joy, detta Fiorellino, porta una finta coda di cavallo bionda, ha gambe magre su scarpe di camoscio dai tacchi alti, il corpo esile, i seni grossi. Non esce di casa senza le sue ciglia finte e i riccioli alla Cleopatra sistemati dietro le orecchie. A vederla passeggiare per strada guardando le vetrine, scherzando con le amiche, facendo battute sugli uomini, non si direbbe che la sua è una vita di stenti, costellata di guai. Si è sposata presto, Joy, con un rapinatore, attratta dall’avventura e dai soldi facili. Invece i soldi un giorno ci sono e quello dopo no. E quando suo marito finisce in prigione lei, rimasta incinta del piccolo Jonny, è costretta a crescerlo da sola. Eppure Joy non si arrende, anche perché a ventidue anni è ancora troppo giovane per rinunciare all’amore. Allora arriva Dave, di nuovo un poco di buono, così più affettuoso e divertente del marito da farla sentire una regina anche quando se ne stanno soli tra quattro mura a fumare, suonare la chitarra o ascoltare le hit preferite alla radio. D’altra parte, poco importa che sia Dave il vero amore: quando le cose si mettono male anche per lui, povero cristo, ancora una volta Joy non intende rassegnarsi. E ora, più di prima, dovrà imparare ad arrangiarsi da sola, tra lavoretti precari, storie di una notte, sogni a occhi aperti, scelte difficili, ma anche la forza e la testardaggine di imparare.

LA RECENSIONE DELLA KATE:

La prima versione del romanzo, datata 1968, pare abbia fatto molto parlare di sé. Il che, mi viene da dire, è anche comprensibile, tenendo conto degli anni in cui si era e tenendo conto della personalità alquanto bizzarra e decisamente sopra le righe della cara Joy, ragazza appena ventenne dalla vita travagliata e rocambolesca ma non per questo non velata da una certa dose di infantile leggerezza.

Joy è molto giovane quando sposa Tom il quale, come dice lui stesso “è nato per fare il ladro, non sa fare altro”. Dedito a rapine, furti e a serate condite dal sesso fatto con altre donne diverse dalla moglie, Tom finisce presto in carcere e Joy rimane sola con il piccolo Jonny, infante sporchiccio ma sempre allegro che riesce a tenerla in vita nonostante sia senza un soldo, senza una casa e senza un amore che riesca a farle sentire quel brivido e quella joie de vivre che lei, per carattere o per età anagrafica, disperatamente ricerca.

Sola e con un bambino da crescere, a Joy non rimane altro che trovare rifugio presso la cinquantenne zia Emm, una donna scalcinata e male in arnese che vive di espedienti, pasticche, farmaci e che, tra una vena varicosa e l’altra, elargisce ricordi di un passato ben più fulgido nel quale col sesso sì, che ci si poteva far soldi! E quella casa triste e grigia come la sua proprietaria possiamo proprio vederla, così come possiamo sentire le grida della vicina stufa di vedere uomini andare e venire e sentiamo sotto al naso l’odore di quelle case popolari e vagamente oscene nelle quali gli occupanti sono sicuramente più avvezzi alla sopravvivenza che a vivere davvero le loro vite.

Certamente Joy non è tipo da accontentarsi di una vita mediocre da moglie di un detenuto e madre di un ragazzino di pochi mesi. L’idea che permea l’intero romanzo è infatti proprio la voglia irrinunciabile e fortissima di vita, cosa non da poco, se si tiene presente di chi si sta parlando; una giovanissima donna che dovrebbe, semmai, stare con le amiche, studiare e costruirsi un futuro ma che si ritrova, senza nemmeno soffrirne poi così tanto (pare), in un’esistenza ben più becera e difficile, rischiosa e in buona sostanza anche dolorosa.

La parte centrale è affidata a una sfumatura decisamente romantica, quasi fuori contesto. Joy incontra e si innamora di Dave, anch’egli ladro e truffatore. Dave è però un uomo innamorato e affettuoso che accetta e sceglie di prendersi cura e di Joy e del piccolo Jonny e con i quali, nel corso del tempo, instaura un rapporto molto simile a quello di una vera e classica famiglia così come noi la conosciamo. Certo, Dave continua a rubare, vive di furti e di malavita, ma è accanto a Joy che a notte fonda ritorna, ed è assieme a Jonny e Joy che trascorre il suo tempo libero, così come farebbe un vero padre, un vero marito, un vero uomo. La nostra protagonista illanguidisce d’amore e si crogiola sotto le sapienti mani del suo amante adorato per godere appieno e senza remore dei suoi baci impetuosi.

Quando Dave viene preso e finisce in prigione con una condanna a dodici anni, Joy è distrutta: l’unico uomo che abbia mai amato e con il quale avrebbe desiderato un futuro non esiste praticamente più. Be’, certo. Esiste. E lei può andarlo a trovare in prigione, ma certo non potrà più essere il suo uomo, non potranno sposarsi, non potranno vivere insieme, non potranno essere la famiglia che Joy avrebbe tanto desiderato avere. Inizia così una nuova fase della sua vita, fase nella quale Joy si rimbocca le maniche e, dalla barista alla modella, fino alla prostituzione, cerca di guadagnarsi non solo i soldi per vivere e per far vivere degnamente il suo adorato figlio, ma anche quella scintilla che le serve per andare avanti, per non trasformarsi in quelle donne tristi e scialbe incatenate in vite che non vale la pena vivere. Ed ecco che la vendita del proprio corpo diventa non più espediente ma vera e propria ricerca dell’amore, quell’amore di cui lei ha disperatamente bisogno e che fa grondare da ogni lettera che quasi giornalmente manda a Dave e nelle quali, passando da un tono faceto a un tono disperato nel giro di pochissime righe, si pregia di mostrare un dolore smisurato e un amore senza confini.

Affresco di un certo tipo di società (la working class della periferia londinese di quegli anni), il romanzo è interessante non solo e non tanto per la sua trama tutto sommato nemmeno così nuova o inedita, quanto per un uso mirabolante e interessantissimo del linguaggio e della scrittura. I narratori, infatti, si susseguono senza soluzione di continuità: talvolta è un narratore esterno onniscente, talvolta è la stessa Joy a narrare gli eventi. Il cambio di narratore non è in nessun modo annunciato, e la lettura risulta quindi continuamente “mossa”, mai banale, mai noiosa, mai scontata, se così posso dire. Ulteriore aspetto di discontinuità lo forniscono le accorate lettere che la ragazza manda al suo amato Dave in prigione; lettere sgrammaticate, piene di slang e di errori, di crocette che rappresentano baci, di incitamenti a non mollare “Non smettere di farti la barba un giorno sì e un giorno no!”, di ricordi del passato (ricorderà molte volte una gita fatta insieme al piccolo Jonny), di promesse per il futuro “Ci sposeremo, vedrai!” e di molte e molte rassicurazioni sul suo amore che tanto inteneriscono Dave. Ma Joy intenerisce anche noi lettori, così giovane, così inesperta e così bisognosa d’amore. Riusciamo a farci intenerire in ogni caso: che si parli della Joy che vende il suo corpo o che si parli della Joy che, rientrata a casa, si precipita a giocare col suo bambino su quel letto sfatto e sporco, pieno di briciole e d’amore nel quale lei gli tempesta la pancia di baci e lui grida felice: “Ancora mamma, ancora!”, perché tutto sommato, e se ne accorgerà lei stessa in chiusa, la vita è proprio quello, è fatta tutta di quei momenti.

Un romanzo breve e sincopato dal quale è stato tratto il film Poor cow (anche titolo originale della prima versione del libro) di un giovanissimo Ken Loach, un romanzo drammatico a cui pare importare molto poco di esserlo; grazie alla sua eroina in tacchi, gonna e coda di cavallo finta, È la vita, Joy si impone infatti una leggerezza e una spensieratezza che riescono a tenere le redini e a non farsi mandare fuori strada da rabbia, invidia e cupidigia.

Ringrazio quindi la casa editrice Sonzogno per avermi dato la possibilità di leggere questo romanzo e ve lo consiglio con tutto il cuore! Buona lettura, amici!

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