Il corpicino

9788865305560-il-corpicino

Titolo: Il corpicino

Autore: Filippo Santaniello

Editore: Delos Digital

Anno: 2016

Pagine: 41

Prezzo: 1,99 euro in formato digitale

Voto: 8

SINOSSI:

Una famiglia a pezzi, una moglie distrutta dal dolore. Giuliano ha un solo scopo: salvare la sua famiglia. Farà ogni cosa per riuscirci, anche la più abbietta.

Il lavoro di Giuliano è in ospedale, ma non da medico, come avrebbe voluto, bensì da inserviente, come il destino ha deciso. Purtroppo non è stata l’unica brutta sorpresa che la vita gli ha riservato, costringendolo a commetTere atti che possono portare solo dolore e morte.

LA RECE DELLA KATE:

La collana Delos che ospita questo breve racconto è la Delos Crime. Il che dovrebbe riportare a un racconto giallo-thriller, immagino. E forse potrebbe esserlo, sforzandosi o cercando di non essere maliziosi. La verità (e non so se negli intenti della casa editrice questo sia un bene o un male) è che questo è un horror. Che poi l’abbiano voluto chiamare “crime” per me va bene. Poteva chiamarsi anche “lasagna” o “lucina da notte”: per me rimane un horror. Il che, non fraintendetemi, mi va benissimo. Gioco in casa, insomma. Molto più che se fossi alle prese con detective, inseguimenti, lettere minatorie e robina alla Lincoln-SeiUnFigo-Rhyme. Qui, invece, siamo alle prese con Filippo Santaniello, abile manovratore d’ingegno proprio e altrui che, dopo avermi piacevolmente stupita con il suo “Marachelle” (scritto a quattro mani-d’oro con Paolo Gamerro) torna nelle librerie virtuali con questo racconto molto breve (troppo breve!) ma altrettanto intenso.

Che Giuliano, il protagonista, non sia poi così vecchio, possiamo sospettarlo solo dal fatto che da non molto tempo è diventato papà, ma tutto quello che leggiamo e che tanto bene ci viene descritto appartiene a un uomo vicino all’anzianità. I movimenti incerti, gli occhi iniettati di rosso, la stanchezza che, talmente bene è descritta, sembra appartenere anche a noi, la lenta apatia che accompagna lunghe e sfiancanti giornate di lavoro all’ospedale come inserviente in mezzo a detersivi, disinfettanti, alcool, bagni sporchi e chiazzati di urina o di diarrea, odori insopportabili che entrano dentro al naso per non uscirne più hanno trasformato Giuliano in qualcosa di diverso da un uomo. Fa parte dell’ospedale come le mattonelle, come le porte a spinta, come gli spazzettoni, come quelle chiazze di urina che pulisce e asciuga ogni giorno. Ma poiché non di solo lavoro (circa) vive l’uomo, anche Giuliano, come tutti, a fine turno si sfila la divisa e sale in auto. Torna a casa. Ma che casa è quella in cui ad accoglierti c’è solo puzza di chiuso, spazzatura e malattia? Che gioia ci può essere nel vedere tua moglie distesa nel letto, preda di una malattia che trova le sue radici nel dolore psichico e nel totale abbandono della mente? Come fa, Giuliano, a resistere? Come fa a non soccombere a quella vita che pare farlo impazzire, a quel cerchio che sembra stringersi ogni giorno di più attorno al suo corpo, che pare volerlo schiacciare? Che sensazione di impotenza, di soffocamento. Quanto dolore, quanta rabbia. Perché sua moglie non può alzarsi dal letto, farsi trovare accanto alla cucina ben pettinata e sorridente, chiedergli com’è andata la giornata, preparargli un pasto caldo e fare l’amore con lui? Tutti vorremmo vivere, se non nella felicità, in una quieta e poco pretenziosa serenità. Quella pacata serenità che ci permetterebbe di chiudere gli occhi alla sera senza sentirci soffocare dall’angoscia e dallo sbigottimento. La serenità che consiste in un tetto sopra alla testa, qualche soldo, qualche affetto. Perché Giuliano non può? Perché quella serenità dell’anima non gli è concessa? Le cose sfuggono di mano come se fossero piccole saponette insidiose. Nel tentativo di salvare la moglie dall’apatia e dall’abulia, Giuliano involverà una volta di più e comincerà a scendere i pochi ripidi ma invitanti scalini che lo separano dall’Inferno più nero.

Un racconto che, nella sua brevità, molto bene fa comprendere una certa capacità autoriale, una certa fantasia perversa, una certa delicatezza di intenti e verso la scrittura e verso la razza umana, vittima dalla notte dei tempi di tanti e tanti dolori e incertezze che, troppo spesso, trascinano tutti noi laddove mai avremmo voluto arrivare.

Giuliano, che lo vogliamo oppure no (forse più no), è uno di noi.

Avevo dato un 7 prima di concludere il racconto. A racconto concluso, invece, mi sbilancio con un bell’8.

Buona lettura a voi, amici.

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