La ragazza con la bicicletta rossa

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Titolo: La ragazza con la bicicletta rossa

Autore: Monica Hesse

Editore: Piemme

Anno: 2016

Pagine: 298

Prezzo: 17,50 euro in formato cartaceo – 9,90 euro in formato digitale

Voto: 7

SINOSSI:

È l’inverno del 1943 ad Amsterdam. Mentre i cieli europei sono sempre più offuscati dal fumo delle bombe, Hanneke percorre ogni giorno, con la sua vecchia bicicletta rossa, le strade della città occupata. Ma non lo fa per gioco, come ci si aspetterebbe da una ragazzina della sua età. Hanneke è una “trovatrice”, incaricata di scovare al mercato nero beni ormai introvabili: caffè, tavolette di cioccolato, calze di nylon, piccoli pezzetti di felicità perduta. Li consegna porta a porta, e lo fa per soldi, solo per quello: non c’è tempo per essere buoni in un mondo ormai svuotato di ogni cosa. Perché Hanneke, in questa guerra, ha perso tutto. Ha perso Bas, il ragazzo che le ha dato il primo bacio, e ha perso i propri sogni. O almeno così crede. Finché un giorno una delle sue clienti, la signora Janssen, la supplica di aiutarla, e questa volta non si tratta di candele o zucchero. Si tratta di ritrovare qualcuno: la piccola Mirjam, una ragazzina ebrea che l’anziana signora nascondeva in casa sua… Hanneke, contro ogni buon senso, decide di cercarla. E di ritrovare, con Mirjam, quella parte di sé che stava quasi per lasciar andare, la parte di sé in grado di sperare, di sognare, e di vivere.

LA RECE DELLA KATE:

Avvicinarsi al 27 gennaio significa nel 99% dei casi essere sommersi da libri a tema Olocausto. Ci dispiace? Nemmeno un po’. Certamente, da lettrice e da appassionata dell’argomento, tendo a preferire libri scritti da sopravvissuti, storie vere e non storie romanzate da chi l’Olocausto lo ha “solo” studiato. Ah, e metto le mani avanti: non ho letto La ladra di libri. Lo so, lo so. L’hanno letto tutti. Anche chi non avrebbe dovuto leggerlo perché troppo giovane. Io ci ho provato e non ci sono riuscita. Lo stile di scrittura mi ha allontanata con una certa decisa violenza. Poco male.

Ma di cosa parla, invece, La ragazza con la bicicletta rossa? Presto detto: Hanneke ha diciotto anni, e non indossa la stella gialla più famosa dell’intera storia del mondo. Anzi, i suoi tratti sono ariani che più ariani non si può. Tuttavia sa una cosa: quello che sta succedendo è ingiusto, feroce, atroce. Cosa può fare una coraggiosa ragazza di diciotto anni nella Amsterdam dominata dai tedeschi? Può sicuramente sfidare il sistema del mercato nero, e portare generi alimentari a chi è disposto a pagarli. Sigarette, caffè, cioccolata, carne. I ricchi della città non ci stanno a patire la fame durante la guerra, del resto è una guerra degli ebrei, non la loro. E loro vogliono le tavole ben riempite e la non-rinuncia. Già è sufficiente il coprifuoco, per sconvolgere le vite. Per non parlare delle urla in strada, delle retate, di certi orrendi militari che sorridono e scherzano con le donne.

Nonostante la sua vita sia irrimediabilmente sconvolta e la spensieratezza della gioventù ormai un lontano e non piacevole ricordo, Hanneke riesce a mantenere un ordine interno ed esterno. Precisa, puntuale, lucidissima. Il suo tono di voce conosce mille inflessioni, una per ogni militare tedesco che incrocia la sua strada. Cosa vorrà, essere blandito? Oppure conviene mostrarsi scostanti? Ha voglia di parlare di casa sua o è meglio non toccare l’argomento? Cosa si può fare per salvarsi? La nostra protagonista è abituata a prendere decisioni in pochi secondi e, in pochi secondi, risalire in sella alla sua bicicletta rossa e tornare al lavoro. Ma anche le macchine più perfette, almeno una volta, si inceppano. La macchina di Hanneke è destinata a incepparsi quando una cliente le chiede una cosa che mai nessuno le aveva chiesto: ritrovare un’ebrea scomparsa. Dire di sì significa quasi suicidarsi, dire di no significa rinunciare al mistero, all’azione e… sì, anche a salvare una ragazzina dalle mani dei tedeschi. Comincia così “l’avventura nell’avventura” che andrete a leggere, una corsa contro il tempo e per la vita, dove l’amore e il coraggio tessono fili molto spessi e imperituri.

La storia dell’Olocausto è costellata di cose terribili, azioni criminali e disumane, fatti che le mie mani e la mia bocca non sono in grado di rievocare. Ma qualcuno lo ha fatto: sono i sopravvissuti e sono tutti coloro che, anche senza aver scritto un libro, hanno contribuito a far conoscere e tramandare gli orrori della guerra.

Il libro di cui vi parla non è scritto da una sopravvissuta, ma da una persona che molto ha letto e molto ha studiato e che ha reso questo romanzo non molto dissimile dalla realtà. Ha creato dei personaggi dalla sua fantasia, certamente, ma li ha piazzati in un contesto (e in luoghi) assolutamente e tristemente reali.

Qualche perplessità relativa alla chiusa del romanzo e qualche perplessità in merito a certe azioni che compiono i protagonisti, ma del resto è però documentato che furono tantissimi quelli che non si assoggettarono al potere di Hitler ma che lavorarono nell’ombra, per anni, al solo scopo di mettere i bastoni tra le ruote del Reich opponendo una strenua resistenza. Sono tutti quei Giusti, che non credo siano solo 36, che con le loro azioni hanno cambiato il destino dell’umanità. Giusti di cui talvolta non si conosce neppure il nome, che hanno rischiato (e talvolta perduto) la loro vita per proteggere quella altrui.

Per Borges i Giusti sono tutti loro:

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

Con tutto il rispetto per Borges e per la sua prosa, credo che i Giusti siano altri. Anche altri? Solo altri? A voi la sentenza.

La ragazza con la bicicletta rossa è un romanzo, e questo deve essere chiaro. Non è un documento storico. Ma è un bel romanzo, con una sua forza evocativa e con un dolore intrinseco che trasuda chiaramente.

Un messaggio, lo lancia.

Non lascia indifferenti.

L’indifferenza non fa per noi.

E non rispondetemi che parlare di certe cosa “fa male”. Perché, fa forse bene rifugiarsi in un mondo rosa fatto da figli-casa-lavoro-animali domestici-bollo auto e varie amenità a volte ancor più atroci della guerra stessa? Non è forse atroce rifugiarsi in una comoda apatia, nel non voler conoscere, sapere, tramandare?

Possiamo essere un pochino Giusti anche noi se solo non faremo in modo che tutto quel dolore sia stato versato inutilmente.

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