Protocollo 19

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Titolo: Protocollo 19

Autore: Marcello Gagliani Caputo

Editore: Self

Anno: 2015

Pagine: 47

Prezzo: 0,99 euro in formato digitale su Kindle store

Voto: 7

SINOSSI:

In una Roma post-apocalittica in mano a orde di zombie, due ragazzi affrontano l’ignoto alla ricerca della medicina che potrebbe salvare la vita alla sorella di uno di loro. Ciò che li attende è un viaggio da incubo, tra gli assalti dei mostri e una città che è diventata un vecchio e sbiadito ricordo di ciò che era, fino a quando non saranno costretti ad affrontare l’inevitabile per salvarsi la vita.

LA RECE DELLA KATE:

Proprio ieri ho avuto modo di rilassarmi un po’ nel mio studio guardando uno dei film tratti dalla trilogia degli Hunger games. In un punto del film la protagonista, Katniss, rivolgendosi a se stessa, in evidente stato confusionale, mormora: “Comincia dalle cose sicure, dalle cose che sai che sono vere. Mi chiamo Katniss Everdeen, ho 17 anni, ho partecipato agli Hunger games e vengo dal Distretto 12.”. Ho una memoria tutt’altro che infallibile, quindi potrei aver riportato male, sia chiaro, ma il concetto rimane quindi, come lei, parto dalle cose sicure, da quelle che so che sono vere.

GLI ZOMBIE TIRANO UN SACCO, AMICI.

Che si tratti di cinema o di letteratura, che si tratti di giovani adulti (si pensi solo al chiacchieratissimo Worm bodies di Marion), di romanzi epistolari, fictional diaries (ne ho recensito uno proprio poco tempo fa, Vesuvio breakout di Riccardi) o di vero e proprio horror per adulti (tanto per restare in Italia e parlare di qualcosa che amo voglio citare I vivi, i morti e gli altri di Vergnani), di piccolo o grande schermo (mai sentito parlare di The walking dead?) be’… niente batte gli zombie, ragazzi miei. Mi piacerebbe stare qui a chiedermi il perché o per il come, ma temo di non avere gli strumenti adatti e temo che sia un argomento abbastanza complesso che, in parte, affonda le sue radici nella sociologia e nella psicologia, argomenti che, capirete, non mi sento di affrontare in questa sede ma che, chi lo sa, aiutata da qualche amico, magari riuscirò a proporre più avanti per riflettere insieme a voi, come sono abituata a fare.

Dicevamo, insomma, che le zombie novel pare non conoscano il terrore della noia e della ripetizione, di quel già visto che schiaccia senza pietà e che tende a inghiottire tutto in uno spaventoso buco nero popolato da vampiri e licantropi, due figure sparite momentaneamente dalla circolazione dopo un lungo periodo di frizzi, lazzi e cotillon.

Ma cosa hanno da dirci, ancora, questi zombie? Che fanno schifo lo abbiamo capito, che puzzano pure, che barcollano idem, che mordono va da sé, figurati.

Ve lo dico io cosa hanno da dirci di nuovo i nostri amichetti sbrindellati: niente.

Ma cos’è, allora, a fare la differenza?

Se siete attenti e mi seguite sono certa che saprete rispondere. Eeesatto! Il modo in cui si racconta. Che sia un’idea, che sia una location, che siano dei dialoghi… ci deve essere l’elemento novità, quel qualcosa che provoca sorpresa, quel qualcosa che ci fa sospirare e ci fa dire “Per fortuna!” o, addirittura: “E adesso? Cosa succederà?”. In un romanzo è più facile fare succedere delle cose. Certo è più difficile scriverle, ma qualcosa riesci bene a farlo succedere, se appena appena ti consideri scrittore. Ma un racconto… un racconto è una cosa diversa. Hai quanto? 40, 50 pagine? Non sono moltissime, tutto sommato. Il racconto dev’essere un’impressione, una suggestione, una scossa elettrica. L’idea deve essere fulminea, veloce, impressionante. Il colpo di teatro, che spesso è nella chiusa, deve essere convincente o quelle 50 pagine sono state sprecate, come il tempo del lettore.

Gagliani Caputo però (thanks God) è uno di quelli non fa sprecare tempo e fa quello che piace a me: pur iniziando la sua narrazione in medias res (cosa che capita spesso ma che ogni volta mi trova soddisfatta a metà) non si fa scrupoli e sceglie di dividere il suo racconto tra un terribile presente e dolorosi flash back che, per quanto mi riguarda, fanno l’80% dell’atmosfera.

Matteo è solo un ragazzino che in una vita normale andrebbe a scuola e si troverebbe al pomeriggio con gli amici a mangiarsi un hamburger o a giocare alla Play. Ma il suo non è un mondo normale: nove mesi prima i terroristi hanno liberato delle armi batteriologiche e da lì in avanti è stato caos e paura. Da lì in avanti, i morti hanno cominciato a riprendere vita. Le immagini della televisione erano sin troppo chiare. Che si fa, che si fa? Ci si barrica in casa. Anzi no, si esce, si scappa, si va dai nonni. Anzi no, anzi no. Che si fa? Alla fine è la vita che sceglie per te e tu ti trovi fuori con mamma, papà e quella sorellina troppo fragile, da curare come una piantina. Ti trovi fuori in una Roma selvatica e pericolosa, invasa da persone barcollanti, ferite e affamate che puzzano di corruzione e di qualcosa di molto, molto sbagliato. Ti preoccupi per te stesso ma anche per la tua famiglia, l’unica cosa che hai, e scopri che in mezzo a tutta quella pazzia e quel dolore e quella paura che stringe le viscere riescono a sopravvivere umanità, amicizia e solidarietà.

Matteo è solo un ragazzino anche quando, nove mesi dopo, si trova con l’amico Roberto in quella Roma abbandonata a se stessa, grigia e spenta, senza taxi, senza turisti, immobile come l’acqua della Fontana di Trevi, ormai solo un ricordo anche piuttosto bizzarro della vita di prima. E suo malgrado scoprirà che a essere scomparsi non sono solo molti esseri umani, ma anche tutto ciò che fa di noi quello che siamo.

Location italianissime, flash back come dicevo assolutamente convincenti, una chiusa a giusto effetto e (non fa mai male) una bella cover creata da Gianluca Morena solo per l’autore.

Un prezzo piccolissimo per un’oretta di emozioni garantite.

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