Chirù

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Titolo: Chirú

 Autore: Michela Murgia

Editore: Einaudi

Anno: 2015

Pagine: 191

Prezzo: 18,50 euro in versione cartacea – 9,99 euro in versione digitale

Voto: 8

SINOSSI:

Quando Eleonora e Chirú s’incontrano, lui ha diciotto anni e lei venti di piú. Le loro vite sembrano non avere niente in comune. Eppure è con naturalezza che lei diventa la sua guida, e ogni esperienza che condividono – dall’arte alla cucina, dai riti affettivi al gusto estetico – li rende piú complici. Eleonora non è nuova a quell’insolito tipo di istruzione. Nel suo passato ci sono tre allievi, due dei quali hanno ora vite brillanti e grandi successi. Che ne sia stato del terzo, lei non lo racconta volentieri. Eleonora offre a Chirú tutto ciò che ha imparato e che sa, cercando in cambio la meraviglia del suo sguardo nuovo, l’energia di tutte le prime volte. È cosí che salgono a galla anche i ricordi e le scorie della sua vita, dall’infanzia all’ombra di un padre violento fino a un presente che sembra riconciliato e invece è dominato dall’ansia del controllo, proprio e altrui. Chirú, detentore di una giovinezza senza piú innocenza, farà suo ogni insegnamento in modo spietato, regalando a Eleonora una lezione difficile da dimenticare. Michela Murgia torna al romanzo, e lo fa con coraggio, raccontando la tensione alla manipolazione che si nasconde anche nel piú puro dei sentimenti. Negli occhi di Eleonora e Chirú è scritta la distanza fra quello che sentiamo di essere e ciò che pensiamo di dovere al mondo: l’amore è la piú deformante delle energie, può chiederci addirittura di sacrificare noi stessi.

LA RECE DELLA KATE:

Non sono mai riuscita a scrivere la recensione di un libro dopo attenta e acuta riflessione. Scrivo di getto, sotto il diretto influsso di ciò che ho appena letto. Poggio il libro e mi metto al computer, come chi, finendo di mangiare, ripone i piatti in lavastoviglie o chi, dopo aver fatto una doccia, si avvolge nell’asciugamano. Scrivo d’impulso, con ancora le parole del libro che impressionano la retina, con ancora i personaggi affollati dentro la mia testa, con ancora i dialoghi sussurrati dentro le mie orecchie. Questo, giusto o sbagliato che sia, è l’unico modo che conosco per scrivere le mie recensioni.

Mi rendo però conto che Chirú avrebbe bisogno di altro, probabilmente anche di altra che non sia io. Avrebbe bisogno proprio di quella attenta e acuta riflessione che io, ora, gli sto consapevolmente sottraendo. Ma poiché non sono pagata per scrivere ciò che scrivo né, ne convengo, le mie parole sono così preziose da esigere un pagamento, mi arrogo il diritto tutto umano di fare quello che mi pare. E non solo: di farlo con voi. Mi arrogo il diritto di riflettere non nella solitudine della mia stanza, della mia auto e della mia testa eccitata dai troppi zuccheri assunti, ma di riflettere insieme a voi, a voce alta, e di tentare quindi di capire cosa rende questo libro… questo libro.

Ho letto Accabadora non molto tempo fa, e mi ha colpita per la sua forza di espressione e per quella Sardegna calda, indimenticabile e anche crudele. Ho pensato che molto si era parlato di quel libro e che, se in parte gli riconoscevo una incredibile potenza narrativa, ugualmente con tutta probabilità era anche solo il fortunato protagonista di una campagna pubblicitaria estremamente azzeccata. Per questo motivo (e perché ho accumulato troppe letture) Chirú mi ha a lungo attesa (sempre che i libri possano attendere i loro lettori. Ma io credo di sì). Poi, senza nemmeno leggere la sinossi, poche mattine fa l’ho semplicemente appoggiato sul bancone della mia libreria di fiducia. L’ho afferrato dallo scaffale novità e l’ho messo a fianco della cassa. Mi aveva chiamato con prepotenza. Come se… come se mi stesse aspettando, sì.

Eleonora ha 38 anni, è una bella donna elegante, fine, borghese, priva di sorrisi, priva di stupori, priva di allegrie. Attrice di teatro piuttosto conosciuta, porta con sé una serie di dolori infantili e adulti che l’hanno inevitabilmente (è poi così inevitabile?) trasformata in un essere umano inattaccabile e al di sopra delle parti. Il ragazzo, vent’anni meno di lei, diventerà il suo quarto, come vogliamo chiamarlo? Lei lo chiama figlioccio, io lo chiamo protégée, preferisco. È lui stesso a chiederglielo, riconoscendo alla donna quella potenza personale e di carattere che è propria solo dei leader per vocazione, solo di quelle persone che, volenti o nolenti, (come si troverà poi a dire Teresa a pagina 112) svolgono una inconsapevole forza d’attrazione verso tutti coloro con i quali vengono in contatto.

Una mentore e il suo pupillo.

Già.

Ma cosa può fare, al giorno d’oggi, un mentore? Insegnare la vita. La società. La cultura. Insegnare a riconoscere il potere, riconoscere la ricchezza, l’amore, riconoscere la finezza di un capo o di un tessuto, la bontà di un cibo, la bellezza di un luogo, la magia di un’opera d’arte. Chirú si disseta alla fonte di Eleonora, avido di vita e di possibilità, di quell’inaspettato e di quel voluto che ha sempre desiderato per se stesso. E piano piano, con lentezza, si comincia a perdere i contorni delle figure e tutto diventa molto, molto indefinito. Chi è l’allievo? Chi il maestro? È davvero l’età anagrafica a renderci in grado di insegnare qualcosa agli altri? È davvero il tempo che possiamo dire di esserci lasciati alle spalle che racconta qualcosa di noi? O è invece lo spontaneo atteggiamento verso la vita,  quella spinta vitale e innata che ci rende quello che siamo? E ancora: cosa possiamo controllare? Cosa siamo in grado di controllare?

Ho letto Chirú come si beve dopo una lunga corsa, come ne avessi un disperato bisogno.

Forse è proprio così.

La mia copia del romanzo è piena di orecchie, di annotazioni, piena di stralci che sarebbero da leggere e da rileggere solo per il gusto di colmarsi di una prosa meravigliosa che riesce a essere lieve come una melodia ma anche rabbiosa come un litigio senza perdere mai un briciolo di credibilità. Vorrei riportare tutte le frasi che mi hanno colpita. Vorrei farvi capire in quanti modi e maniere questo romanzo resterà con me. Vorrei che voi lo leggeste, soprattutto. Che poteste berarvi, come io ho fatto, di una scrittura realmente molto, molto buona.

Perché ho dato “solo” 8, allora?

Perché talvolta mi è parso di leggere, tra le righe, una sorta di sordo compiacimento, nemmeno molto velato, come a dire “Guardate come scrivo bene, ragazzi, io sì che so scrivere, adesso faccio un altro paio di arzigogoli così lo vedete ancora meglio, quanto sono brava!”. Un manierismo studiato e ristudiato che ha messo in cattiva luce non solo l’autrice ma anche i suoi poveri personaggi che – ne convengo con un utente IBS – risultano a tratti insopportabilmente snob e maleducati e vanno quindi a recidere con violenza quel cordone fatto di fiducia, attrazione e curiosità che si era venuto a creare tra loro e il lettore.

Ma è una storia da leggere, un’esperienza da fare e due vite da conoscere.

Poco da fare.

“Guardami.”

“Ti guardo.”

“Cosa vedi?”

“Te.”

“Cazzate. Guardami come se non sapessi chi sono. Cosa vedi?”

Ci pensò qualche secondo, poi mormorò incerto:

“Sei elegante. Una bella signora…”

“Andiamo, Chirú, non dire stupidaggini. Che descrizione è “una bella signora”? Guardami bene e ragiona.

“Sei ricca, si vede dai vestiti che indossi, costosi anche per uno che non ne capisce niente come me, però ti credi brutta lo stesso, non metti mai una gonna corta, una scollatura… Non ti interessa attirare l’attenzione sul tuo corpo. Sei sola, e non perché non hai la fede. Si vede da come cammini, non hai un pensiero eccitante che ti faccia muovere il culo nel modo in cui lo muovono le ragazze che vanno a un appuntamento che conta. Ti annoia la gente. Non guardi le vetrine, non osservi chi ti passa accanto, non ti diverte quasi nulla. […] Sei infelice con classe, diciamo.”

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2 pensieri su “Chirù

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