Chi perde paga

chi perde paga sperling

Titolo: Chi perde paga

Autore: Stephen King

Editore: Sperling

Anno: 2015

Pagine: 469

Prezzo: 19,90 euro in formato cartaceo

SINOSSI:

Il genio è John Rothstein, scrittore osannato dalla critica e amato dal pubblico – reso immortale dal suo personaggio feticcio Jimmy Gold – che però non pubblica più da vent’anni. L’uomo che lo apostrofa è Morris Bellamy, il suo fan più accanito, piombato a casa sua nel cuore della notte, furibondo non solo perché Rothstein ha smesso di scrivere, ma perché ha fatto finire malissimo il suo adorato Jimmy. Bellamy è venuto a rapinarlo, ma soprattutto a vendicarsi. E così, una volta estorta la combinazione della cassaforte al vecchio autore, si libera di lui facendogli saltare l’illustre cervello. Non sa ancora che oltre ai soldi (tantissimi soldi), John Rothstein nasconde un tesoro ben più prezioso: decine di taccuini con gli appunti per un nuovo romanzo. E non sa che passeranno trent’anni prima che possa recuperarli. A quel punto, però, dovrà fare i conti con Bill Hodges, il detective in pensione eroe melanconico di “Mr. Mercedes”, e i suoi inseparabili aiutanti Holly Gibney e Jerome Robinson. Come in “Misery non deve morire”, King mette in scena l’ossessione di un lettore per il suo scrittore, un’ossessione spinta fino al limite della follia e raccontata con ritmo serratissimo. “Chi perde paga” è il secondo romanzo della trilogia iniziata con “Mr. Mercedes”, nel quale l’autore tocca un tema a lui caro, quello del potere della letteratura sulla vita di ogni giorno, nel bene e nel male.

LA RECE DELLA KATE:

Devo dire che il lato thriller di King mi piace molto, nonostante abbia un sacco di detrattori. Detrattori perché? Perché ha provato a cimentarsi con qualcosa di diverso rispetto all’horror o perché – conscio che l’horror non sia più quotatissimo – ha fatto la “furbata” e si è dedicato ad altro? Perché il King thrillerista non piace? Non che io sia qui per disquisire dei gusti letterari altrui, sia chiaro.

Infatti me ne sbatto allegramente e continuo a leggerlo con un certo gusto affamato fors’anche perché, non so ancora come mai, ho perduto Jeffery Deaver e non lo ritrovo più.

Aridateme Jeffery, amici.

Sarà meglio però cominciare dal principio e dire che questo è il secondo volume di una trilogia – iniziata con Mr. Mercedes – che vede come protagonisti il detective in pensione Hodges (buono ma non troppo, retto ma non troppo, detective ma non troppo) e una coppia abbastanza improbabile di aiutanti (una donna con tratti autistici e molto nerd e un ragazzo di colore giovanissimo che non ce la fa a restare a guardare). Qui il preambolo è lunghissimo e Hodges e i suoi arriveranno solo molto, molto tardi (a circa 3/4 del romanzo). Rimbalzati tra gli anni ’70 e oggi, dobbiamo prima conoscere un ottuagenario ma cocciuto scrittore, assistere alla sua morte, scandalizzarci per la mancanza di umanità e la totale follia di Morris Bellamy, seguirlo in carcere e poi di nuovo conoscere Pete Saubers e la sua sfortunata famiglia (curiosamente vittima di quel Mr. Mercedes pazzoide al centro del primo romanzo). Dovremo cavalcare le onde del tempo e rimanere però concentrati su quel celebre scrittore che ha trovato la morte e sul bottino che nascondeva la sua cassaforte: soldi (molti) e taccuini (moltissimi). Un mucchio di costose Moleskine (che altro, sennò???) che contengono parole, parole e ancora parole ma soprattutto due interi romanzi. E saranno proprio questi maledetti taccuini, trent’anni dopo, a rovinare il giovane Pete, a fare impazzire definitivamente Bellamy e a chiamare in causa il nostro non più giovanissimo detective Hodges e la sua banda.

In rete lo hanno definito un thriller serrato.

Dissento, Vostro Onore.

È un romanzo che si prende invece il suo tempo, che scandaglia i suoi personaggi, che li mette a nudo, che ce li fa amare per le loro piccole e stupide idiosincrasie, che ce li rende insopportabili a causa della loro terribile e incommentabile avidità. Li ho odiati tutti, uno per uno. Il padre di Pete, per essersi lasciato andare. La madre di Pete, per non aver capito. Bellamy, per la sua lucida follia e il suo lucido desiderio di uccidere. Pete, stupido Pete.

Non rimarrà con me a lungo, non mi ha lasciato chissà che cosa, non mi ha instillato particolari dubbi, particolari paure, particolari sentimenti. Mi ha fatto però compagnia, ho tirato tardi a leggere per la brama di sapere (avida anche io, ebbene sì), ho dimenticato lo scorrere del tempo.

Credo che sia abbastanza. Per me è abbastanza, se non altro.

Il punto di forza? Non ha fretta. King ci tiene a farci sapere tutto. Proprio tutto. I personaggi del romanzo diventano molto molto reali e li conosciamo così bene da poterli descrivere come descriveremmo un buon amico. Il modo migliore per dare vita all’immedesimazione.

Il punto debole? Non ha fretta. King ci tiene a farci sapere tutto. Proprio tutto. Ogni tanto viene da parlare ad alta voce e dire “Cazzo Stephen, dai. Abbiamo capito. Proseguiamo!”.

Chiusa un pochino telefonata ma d’effetto. Vorrei dirvi una cosa di cui avrei fatto a meno ma non posso, sarebbe spoiler.

Un abbraccio e buona lettura a tutti voi!

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