Il segno

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Titolo: Il segno

Autore: Sarah Lotz

Editore: Nord

Anno: 2015

Pagine: 460

Prezzo: 18,00 euro in formato cartaceo, 9,99 in formato digitale

SINOSSI:

12 gennaio 2012, il giorno che ha cambiato la storia. Il giorno in cui quattro aerei di linea si sono schiantati al suolo: in quattro continenti diversi e quasi nello stesso istante. Nessun atto di terrorismo, solo un’assurda, tragica fatalità. O forse no. Perché, contro ogni logica, in tre casi ci sono stati dei superstiti. Tre bambini, usciti senza nemmeno un graffio dai rottami. E ben presto quei bambini sono diventati prima un mistero inspiegabile, poi un enigma inquietante. Nel disastro aereo in Giappone, infatti, un altro passeggero è sopravvissuto all’impatto, sebbene solo per pochi istanti, riuscendo a registrare un messaggio vocale sul cellulare: “Eccoli… Il bambino… Il bambino guarda i morti, ossignore quanti sono… Presto ce ne andremo tutti quanti… Il bambino non deve…” Sono passati anni da quel maledetto giorno, eppure i Tre – come sono stati chiamati i bambini superstiti – sono ancora al centro del dibattito mondiale. Per fare luce sul mistero, alla giornalista Elspeth Martins non rimane che raccogliere tutte le informazioni disponibili, comprese le interviste rilasciate nel corso del tempo da chi si è preso cura dei Tre dopo gli incidenti aerei. E una cosa ben presto risulta chiara. I Tre hanno una forte influenza su chi sta loro vicino. A volte è un’influenza positiva, a volte invece è come se emanassero una forza malefica. E più Elspeth indaga sulla loro storia, più gli interrogativi si accavallano…

LA RECE DELLA KATE:

Avevo trent’anni quando, per la prima volta, ho accettato di salire sopra un aereo. E ho deciso, giurato, promesso a me stessa che non lo avrei mai più fatto nella mia vita, che non mi sarei mai più inflitta un dolore così grande, un terrore così acuto. Imbottita di farmaci fino ai capelli, ho superato l’andata Bologna-Bari con una certa imbambolata nonchalance. Mio padre (avevo accettato di prendere l’aereo perché lui avrebbe volato con me e con Rachele), paziente come un monaco tibetano, ha continuato a parlarmi molto piano nelle orecchie per tutta la durata del volo. Io facevo sì con la testa, non fiatavo. Ancora quasi sveglia da qualche parte del mio cervello, temevo che aprendo bocca avrei cominciato a urlare per non smettere più. Il ritorno, nonostante il farmaco fosse lo stesso e io ne avessi preso anche in dose maggiore (non si sa mai, no?), fu la cosa più terrificante della mia vita. Mio padre perse tutta la sua pazienza tibetana, gli steward non sapevano se ridere o cominciare a preoccuparsi, io stavo a metà tra lo svenimento, l’iperventilazione e la crisi isterica. “Fatemi scendere fatemi scendere fatemi scendere non voglio morire non voglio che muoia mia figlia andate a fanculo voi e i vostri aerei del cazzo”. O qualcosa di simile.

Insomma, io e gli aerei, che già avevamo un brutto rapporto prima, da allora abbiamo definitivamente chiuso. Passare a fianco di un aeroporto mi provoca giramenti di testa e un senso di nausea fortissimo.

E qui cosa abbiamo?

Quattro.incidenti.aerei.

Avevo la pelle d’oca ovunque, la testa girava, il cuore pulsava impazzito e rombava nelle mie orecchie. Per molte, molte pagine io sono stata su quegli aerei. Ho avuto la loro stessa paura. Ho sentito tutto vibrare, la voce del comandante, l’odore, le mascherine, i pianti, le preghiere. Ho visto il bambino che si avvicinava, i suoi occhi… quegli occhi. Ho visto tutto, perché in questo romanzo l’incipit è stato scritto ad arte, messo lì per spaventare a morte, per fare colpo, per fare innamorare. E lo fa. Fa tutto questo. Il segno è uno dei libri con le prime pagine migliori che io abbia mai letto. Se non come prosa, come idea. Funziona. Impossibile smettere di leggere questo libro che viene presentato come un thriller ma che, di fatto, non lo è. Di fatto si trova a metà tra horror e fantascienza, e credo che questo avrebbe attirato pochi, pochissimi lettori. Allora che fare? Allora diciamo che è un thriller, e la gente lo compra. Poi cosa facciamo? Diciamo che Stephen King è saltato sulla sedia mentre lo leggeva. Ooook… poi? Uhm, siamo a posto così direi; adesso vedrai che lo vendiamo.

Ho una brutta notizia per gli amanti del thriller, insomma: non è un thriller.

È però un romanzo scritto molto bene, con un plot incredibile (non sempre liscissimo, però) e con una capacità comunicativa pazzesca. Fa assolutamente paura. E fa paura all’improvviso, quando  sembra che tutto stia filando liscio, quando si voltano le pagine con gli occhi a mezz’asta. E la paura arriva dalla base della colonna vertebrale (a me la paura sale da quel punto lì, a voi no?) e arriva allo stomaco e alla gola, che si secca e diventa di pietra. Questi bambini sopravvissuti sono davvero molto, molto inquietanti. Inquietante è la voglia di normalità delle loro famiglie, la cieca perseveranza, l’immotivata fiducia.

Un romanzo piuttosto lungo che ha tutti i motivi per esserlo, e che non pesa quasi mai. Un romanzo che vive grazie alla presenza di Elspeth, grazie alle indagini, le interviste, le registrazioni. Grazie alla sua tenacia e al suo coraggio. Solo grazie a lei riusciamo a entrare dentro la storia, leggere come se stessimo ascoltando o vedendo. Noi siamo Elspeth. Noi siamo con lei. Noi vogliamo la verità. Chi sono questi bambini? Cosa sono questi bambini? Perché si sono salvati?

Le indagini di Elspeth, coraggiosa giornalista, vi terranno incollati alle pagine, vedrete.

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2 pensieri su “Il segno

  1. Giulia

    Naturalmente sono corsa a comprarlo appena ho letto la tua recensione. L’ho letto avidamente in quei cinque minuti prima di entrare al lavoro, sull’autobus affollatissimo, la sera fino a quando riuscivo a tenere gli occhi aperti….l’ho trovato angosciante, così reale, inquietante e terribilmente, come dici tu, pauroso con le sue scene così vivide, così forti. Le sorprese, il “non è finita finché non è finita ” (diceva un giocatore di baseball americano) che calza a pennello….la voglia di sapere, trovare risposte alle domande e capire. Quando l’ho chiuso sono rimasta un attimo in un limbo, ho dovuto rileggere la fine e ammettere che è geniale. Da una parte mi piacerebbe vederlo al cinema, ma non un blockbuster americano…..dall’altra è così cinematografico che già me le sono “guardato” e ho sofferto parecchio….grazie per le tue recensioni sempre preziose.
    Giulia

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    1. No, grazie a te che le leggi e che trovi il tempo per commentarlo. Io vedo bene anche una serie. Non che la guarderei… io guardo i libri e mi basta quello. Ma una serie sarebbe ben azzeccata.
      Grazie ancora per esserti fermata qui!

      Mi piace

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