Ah… Ahh… Ahhh

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Titolo: Ah… Ahh… Ahhh

Autore: Nuwanda

Editore: Genesis Publishing

Anno: 2015

Pagine: 58

Prezzo: 2,99 euro in formato digitale

SINOSSI:

Doppio Senso è una piccola città dove le strade sono tutte a senso unico. Qualcuno, arrivando da fuori, sarebbe portato a pensare che si possa solo entrare ma non uscire, invece, la circolazione scorre tranquilla e, prima o poi, la strada per andare a In Mona, il paese vicino, la trovano tutti.
Nella sala conferenze della biblioteca comunale è in corso la presentazione del libro di Armando Bentivoglio, un noto scrittore sui generis con monomanie bizzarre. Il romanziere, a un certo punto, decide di scrivere sulla lavagna una frase ricca di significati e che possa contenere un’emozione: “Ah… Ahh… Ahhh”. Basta una semplice parola, pronunciata in modo diverso, a suggerire sensazioni di piacere o di dolore, secondo l’interpretazione del lettore, in grado di andare oltre il volere dello stesso autore. La differenza tra “il come si scrive” e “il come si legge”. Il ritrovamento di un cadavere richiederà la presenza del commissario Loquace, un poliziotto dai metodi alquanto singolari.
Un turbinio di battute e dialoghi caustici, spesso inconsapevolmente comici dei vari protagonisti, caratterizzerà in maniera originale le varie scene, creando un surreale collage di schegge impazzite. Una parody comedy all’italiana con le sue nevrosi e le sue megalomanie grossolane e i suoi personaggi grotteschi non meno suggestivi.

LA RECE DELLA KATE:

Ho inserito questa recensione sotto tre categorie: Racconti, Humor, Gialli. E la recensione potrebbe finire qui.

Scherzo, ovviamente. La verità è che, anche questa volta, ho le idee non proprio chiarissime (chi capisce il recensore che non capisce i libri?).

Armando Bentivoglio è uno scrittore decisamente particolare (tra il troppo pieno di sé e il pazzo furioso) capitato in un piccolissima cittadina dove tutti conoscono tutti, quel tipo di paesotti un po’ tristanzuoli, avvolti dalle nebbie, uguali a tanti altri. Alla presentazione del suo ultimo libro succede l’impensabile: ci scappa il morto. Lo scrittore assiste impotente e vagamente annoiato a tutto quello che accade in seguito al fattaccio: interrogatori, accuse, difese, io non c’ero e se c’ero dormivo. La fine arriverà, il giallo verrà svelato e noi spegneremo il reader con la certezza, se non altro, di conoscere l’assassino. Che non è poco.

Ma non è la trama, la cosa importante di questo racconto. L’autrice (sì secondo me è donna, un uomo non potrebbe mai inserire la parola clutch da nessuna parte) ha usato la trama come veicolo per dire qualcosa d’altro. O ha cercato di farlo, almeno. Ha usato le parole e le frasi come un giocoliere, le ha legate tra di loro, le ha scoperchiate da ogni struttura, le ha usate per divertire, incuriosire, cambiare continuamente il ritmo delle frasi e del racconto. Il vero focus è quindi questo: l’uso della conoscenza della lingua come potente strumento narrativo.

Ci è riuscita/o?

Credo che sia stato un esperimento riuscito a metà, nonostante l’editore si sia sperticato in complimenti degni di un novello Umberto Eco. Ho apprezzato moltissimo l’impegno, e certi dialoghi sono davvero ben fatti e ben strutturati, ma è come se arrivati a 29, si aspettasse con desiderio un 30 che non arriva mai. Una sorta di “vorrei ma non posso” che mi ha fatto pensare “Accidenti!”.

Dovessi dare un voto, darei il classico 6 politico, magari corredato da un +.

Sicuramente originale ma non del tutto centrato.

Buona lettura, amici!

(Attenzione ai grafici, care le mie case editrici. Una cover brutta rovina TUTTO il rovinabile.)

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