Il padre infedele

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Titolo: Il padre infedele

Autore: Antonio Scurati

Editore: Bompiani

Anno: 2013

Pagine: 188

Prezzo: 17,00 euro

SINOSSI:

“Forse non mi piacciono gli uomini.” Il giorno in cui tua moglie, all’improvviso, scoppia a piangere in cucina, è una piccola apocalisse. Uno di quei giorni in cui la tua vita va in frantumi ma giunge, anche, per un attimo, a dire se stessa. E allora Glauco Revelli, chef di un ristorante blasonato, maschio di quaranta anni, padre di una figlia di tre, va alla ricerca della propria verità di uomo. Dall’ingresso nell’età adulta, l’innamoramento, la costruzione di una famiglia, la nascita e l’accudimento di una figlia, fino al disamore della moglie (che gli si nega dal momento del parto) e al ritorno feroce degli insaziabili demoni del sesso, tutto è passato in rassegna dal suo sguardo implacabile e commosso. Con “Il padre infedele” Antonio Scurati scrive il suo libro più personale, infiammato dal tono accorato della confessione e, al tempo stesso, il romanzo dell’educazione sentimentale di una generazione.

LA RECE DELLA KATE:

Finalista Premio Strega 2014, Il padre infedele attacca il lettore con un incipit davvero sconcertante. Forse non mi piacciono gli uomini non è certamente quello che un uomo vorrebbe sentirsi dire dalla propria moglie, e questo credo sia vero un pochino per tutti.

Scurati cattura immediatamente l’attenzione spingendo sul pedale dell’acceleratore per poi declinare dolcemente e lasciarsi andare a una serie di ricordi che, divisi in capitoli, vanno a formare quasi un album – non sempre organizzatissimo – di foto ricordo, di momenti che diventano sensazioni se non addirittura suggestioni.

Dall’incontro con la futura moglie alla nascita della figlia, al tentativo di diventare un cuoco di fama, Glauco Revelli non ci risparmia niente e si libera di tutti i suoi pesi in un diario che è racconto ma anche confessione disincantata, amara, dispiaciuta e a volte persino disturbante nella sua cruda verità, quasi da far sperare che non ci venga raccontato proprio tutto, che qualcosa lo tenga per sé, che non ci faccia sentire così tanto spettatori sfacciati e fuori luogo. Che non ci obblighi, soprattutto, a dover giudicare.

E’ un racconto lungo, a tratti struggente, di un uomo che diventa padre e smette di essere marito e cerca di essere uomo. Che arranca e combatte per essere il meglio che può, che ama e che cede alla sensualità che, privata della moglie, diventa animalesca e sporca, ingiusta e triste, puro atto meccanico spogliato di tutti gli orpelli.

Talmente ingiusto e sporco e triste che il narratore, Glauco, si tira indietro e si rifiuta di raccontarlo in prima persona, lasciando alcuni capitoli a un narratore esterno e onniscente.

Non ci viene, vedete, negato nulla.

Tutto viene detto, descritto, discusso, spiegato, vomitato sulla pagina. Perfino le cose più intime, grette, dolorose.

Il racconto di una vita che cambia davanti alla nascita di un figlio, un puerperio al maschile, la voce e il punto di vista di un uomo stanco ma ancora disposto a giocare, combattere, lottare per quella figlia che avrà sempre un padre infedele ma innamorato della vita, degli imprevisti.

Un finale non degno, vagamente banale, vagamente scontato e già visto. Una scelta quantomeno curiosa. Un romanzo che chiede attenzione, concentrazione, amore per le parole.

LA CITAZIONE:

Del resto si sa: di questi tempi le coppie in crisi salgono sempre sulla scaletta di un qualche aeroplano. E allora anche Giulia e io ci caricammo in spalla le nostre sacche da viaggio, le nostre delusioni, nostra figlia, il suo passeggino studiato per un’azienda norvegese da un team di neuroscienziati allo scopo di enfatizzare il legame visivo bambino-genitore, e sotto quel fardello partimmo con un volo da Milano Malpensa. Ci muoveva la più commovente delle motivazioni: volevamo essere felici.

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